#SAFEPASSAGE 2, CON LA CAROVANA “STOP THE WAR NOW”, CON LA SOCIETÀ CIVILE UCRAINA: TENERE APERTO UN CORRIDOIO DI AIUTI E SOSTEGNO AI PROFUGHI


Il report completo della seconda missione di Mediterranea Saving Humans a Leopoli con le testimonianze di chi arriva dalle zone di guerra

 

A due settimane dalla missione #SafePassage 1 abbiamo deciso di tornare a Leopoli, in territorio dell’Ucraina in guerra. Lo abbiamo fatto con la missione #SafePassage2, che ha partecipato con una delegazione di 6 van e 25 attivist* da Milano, Brescia, Mogliano Veneto, Cesena, Napoli e Sesto Fiorentino alla carovana “Stop the war now”, nata dall’iniziativa di diverse associazioni pacifiste italiane, cattoliche e laiche.

In totale oltre 70 mezzi carichi di circa 35 tonnellate di aiuti umanitari si sono ritrovati all’alba del 1° aprile a Gorizia, città di frontiera che ancora oggi porta il segno della violenza della guerra e dei confini che spaccano il mondo tra il martello e l’incudine di superpotenze che si combattono devastando corpi e terre.

Dopo aver trascorso la notte a Medyka, al confine Polacco-Ucraino, la carovana è ripartita in direzione di Leopoli. Lungo i 30 chilometri che separano il varco di frontiera dalla città, l’aumento di fortificazioni e dei check point riflettono uno stato d’allerta cresciuto nelle ultime settimane, così come accade anche all’interno della stessa Leopoli, dove anche le bandiere ucraine a lutto sono comparse ad ogni portone. Nei giorni precedenti alla missione, la guerra è arrivata anche qui, non solo attaverso gli oltre 250mila profughi arrivati dall’Est del Paese, ma anche con i bombardamenti diretti che hanno colpito alcuni obiettivi strategici nella periferia urbana. Ormai è chiaro a tutti che non esistono “porti sicuri” e non esisteranno fino al termine dell’aggressione russa.

Fin dalle prime ore del 2 aprile, abbiamo incontrato diverse organizzazioni locali per consegnare medicinali, presidi medici e sanitari, alimenti a lunga conservazione, coperte calde e altri aiuti umanitari. In particolare, la collaborazione con la società civile laica e religiosa di Leopoli si rafforza missione dopo missione, con l’intenzione di migliorare di volta in volta l’efficacia e l’utilità degli sforzi di tutti. Un primo carico è stato consegnato ai padri Salesiani del centro don Bosco, che gestiscono uno dei principali centri di prima accoglienza per persone profughe e che si impegnano attivamente per la trasmissione “a staffetta” degli aiuti, che arrivano a Leopoli, verso Kiev e le altre zone più colpite dalla brutalità della guerra. Ci riportano l’urgenza di non lasciare soli gli abitanti e le organizzazioni ancora attive nell’Est dell’Ucraina, che hanno grande necessità di sostegno e grande difficoltà nel riceverlo.

Il secondo carico è invece andato al Centro Culturale / Volunteer Hub, uno dei cinque più grandi poli di raccolta di persone e distribuzione di beni primari. Come la prima volta, siamo stati colpiti dal numero e dall’organizzazione delle tante donne e uomini che si danno da fare senza sosta, impegnati nelle operazioni di carico e scarico, di cucina e servizio, di farmacia e assistenza medica, di distribuzione di abiti e coperte, di assistenza legale e orientamento. Sono tutti volontari civili, ci racconta con orgoglio il direttore che abbiamo intervistato. Insieme a una volontaria ci esprime la paura dell’abbandono: gli aiuti in arrivo stanno progressivamente diminuendo – racconta – ma il bisogno rimane. Il terrore è che la guerra diventi, per gli europei, qualcosa di così normale da non fare più notizia, oltre la logica sensazionalistica dell’emergenza a cui i nostri media sono fin troppo abituati. “Noi qui siamo vivi”, dice una volontaria, “continuiamo a rimanere vivi, per questo è importante che non ci lasciate soli, per questo è così importante la presenza in Ucraina di persone da tutta Europa e dal Mondo”. Prima di salutarci, insistono per offrirci un tè caldo per scambiare ancora qualche parola e consegnarci la lista aggiornata degli aiuti che ricercano: è molto importante raccoglierli puntualmente, perché è possibile che da una settimana all’altra il panorama dei rifornimenti cambi rapidamente.

In seguito, ci siamo dati appuntamento alla Stazione Centrale di Leopoli, punto di snodo di migliaia e migliaia di persone che arrivano e tentano di ripartire con i treni e gli autobus disponibili. Proprio in quel momento stavano entrando in stazione convogli da Mariupol, mettendo in agitazione le volontarie e i volontari della prima accoglienza: “arrivano persone sempre più traumatizzate e in condizioni di salute sempre più precarie”, ci spiega una volontaria della Croce Rossa che avevamo già conosciuto durante la prima missione, “è chiaro che più tempo sono costrette a passare nei bunker e più sviluppano patologie ai reni, ai polmoni, al cuore. Umidità, freddo e stress sono spesso insopportabili”. A pochi metri incontriamo i tendoni di World Kitchen, una ong impegnata nella cucina di emergenza, sfornano senza sosta piatti di zuppa calda per i tantissimi in coda. Molti profughi arrivano qui senza soldi, condizione che impedisce loro di comprare anche semplicemente da mangiare, figuriamoci un biglietto per superare la frontiera. #SafePassage significa anche possibilità di scappare dalla guerra a prescindere dal portafoglio.

Al secondo piano della stazione, dove normalmente è presente un’area dedicata alle famiglie con bambini, dal 24 febbraio le stanze sono state dedicate solo alle rifugiate in arrivo con i treni. Le volontarie offrono un rifugio, uno spazio sicuro con supporto medico e psicologico specifico, un servizio creato in collaborazione con il Governo regionale di e coordinato da Halyna Bordun, capo del servizio medico e psicologico dell’amministrazione di Leopoli. La gestione da parte di istituzioni mediche pubbliche e provate è organizzata in collaborazione con l’Ospedale Psico-neurologico regionale. Elementi e supporti assolutamente non scontati in un contesto del genere. Il sostegno delle 120 volontarie, che si alternano ogni giorno, comprende anche l’orientamento delle persone, fornendo loro informazioni corrette su che cosa fare e dove andare una volta lasciato il Paese. Sappiamo che per molte persone scappare significa anche esporsi al rischio di dover subire diverse forme di violenza di genere, che culminano nell’abominio della sparizione e della tratta di esseri umani, anche e soprattutto a fini di sfruttamento sessuale.

Dalla Stazione ci siamo messi in marcia per la pace: con centinaia di persone arrivate con la carovana #stopthewarnow abbiamo camminato fino al municipio di Leopoli con drappi bianchi e messaggi di solidarietà alle popolazioni colpite dal confitto.

La carovana di pace #stopthewarnow è stata il nuovo segno tangibile di un possibile intervento di “interposizione dal basso”: essere per la pace non significa restare a guardare, o peggio mostrare “equidistanza” tra aggessori e aggrediti, ma portare i propri corpi là dove serve; significa inviare farmaci e cibo, non armi; aiutare le persone che scappano dalla guerra; promuovere corridoi umanitari, finanziare e organizzare un’accoglienza degna per i profughi di tutte le guerre, non impegnare risorse in una folle corsa al riarmo.

Rinforzare il corridoio umanitario solidale e dal basso, che abbiamo aperto con la missione #SafePassage 1, è stato l’ultimo e più importante obiettivo della seconda spedizione in Ucraina di Mediterranea Saving Humans.

Attraverso la collaborazione con le associazioni di Leopoli e le altre organizzazioni della Carovana abbiamo portato in Italia oltre 300 persone, di cui 20 sui van di Mediterranea.

In particolare, tre delle persone profughe sono entrate in contatto con noi grazie al rapporto stabilito con alcune associazioni lgbtqia+ ucraine, che ci hanno spiegato le molteplici forme di vulnerabilità e violenza a cui le persone di questa comunità sono esposte. Pensiamo alle donne T, che vengono considerate “uomini” arruolabili ai confini e che non solo rischiano di finire al fronte, ma anche in balia della violenza sessista delle caserme. Ci riportano casi di persone molestate fisicamente dai controlli di frontiera, da soldati che ne volevano “verificare” con mano il sesso, ignorando i documenti legali che ne attestavano la transizione. Ci spiegano che molte di loro non provano più nemmeno a scappare, tanta è la paura di venire identificate uscendo di casa. Più in generale, le persone lgbtqia+ conoscono molto bene la stratificazione delle forme di violenza sui propri corpi, a cui la guerra e un viaggio attraverso territori militarizzati e bombardati le espongono ancor più di prima.

Siamo rimasti molto colpiti dalle primissime testimonianze dei nostri nuovi compagni di viaggio, molti in condizioni di salute delicate. A. e O., arrivate a Leopoli da Mariupol poche ore prima di ripartire hanno perso tutto, una telefonata le ha informate che della loro casa non resta più niente. Indossano giacconi pesantissimi, ma nonostante il riscaldamento del van non riescono a togliersi il freddo dalle ossa, dopo 18 giorni in un bunker ghiacciato. Una donna soffre di cardiopatia, è molto agitata, ha paura di non riuscire a viaggiare, sa di non potersi fermare. Solo la presenza del medico del nostro equipaggio la rassicura. K. arriva da Hostomel’, durante il viaggio ha voglia di parlare, ci mostra i video che ha registrato personalmente col telefono: la casa della sorella ridotta in macerie, le scatolette di cibo abbandonate da soldati russi che hanno usato il suo appartamento come base, i corpi bruciati per terra. Racconta con una freddezza e una lucidità impressionanti: c’è bisogno che il mondo veda cosa significa vivere in una guerra. Un minore non accompagnato è stato affidato temporaneamente ad una delle nostre volontarie dai genitori, nella speranza di offrirgli una possibilità di vita degna. Arriva da solo a Leopoli, è sollevato di incontrarci e di fare amicizia con altri giovani della carovana.

Tra le persone portate oltre confine c’è anche Volodymir, un volontario italiano di Mediterranea, di origine ucraina e col doppio passaporto. Volodymir abita da oltre 30 anni in Italia, dove ha moglie e due figli minorenni a suo carico. Pochi giorni prima dell’inizio della guerra, si è recato in Ucraina per seppellire il padre, appena deceduto. Dopo il funerale, il suo doppio passaporto lo ha obbligato a rimanere nel paese, in quanto considerato ucraino dal governo del Paese che non riconosce la doppia cittadinanza e, quindi, potenzialmente arruolabile in quanto maschio di 56 anni. Volodimir rischiava anche l’arresto per tentare di far valere il proprio diritto di lasciare il Paese e la volontà di non prendere le armi: ha rischiato di essere considerato a tutti gli effetti un disertore. La carovana di Mediterranea Saving Humans è stata bloccata per 24 ore alla frontiera – tra domenica 3 e lunedì 4 aprile – intrappolata in uno stallo istituzionale risolto solo grazie alla tenacia dei nostri volontari e al lavoro efficace delle diplomazie italiana e ucraina, che hanno permesso a Volodymir di mettere con noi piede in territorio Polacco nel primo pomeriggio del 4 aprile. Noi siamo e saremo sempre dalla parte di chi rifiuta la guerra, italiano, ucraino, russo o di qualsiasi nazione sia.

Molte delle persone a cui abbiamo offerto un passaggio avevano parenti pronti ad ospitarle, altre no. Come Mediterranea Saving Humans abbiamo trovato una soluzione degna per tutt*, facendo affidamento sulle reti solidali che, dal basso, in diverse città italiane si stanno attivando per garantire un alloggio, ma anche aiuto con la burocrazia, assistenza psicologica, mediazione linguistica e socialità, di fronte alle disarmati carenze dell’intervento istituzionale.

#Safepassage 2 è stato un ulteriore passo per la costruzione di un intervento continuativo, lungo e al di là dei confini dell’Unione Europea, in territorio di guerra. Mediterranea ha già iniziato a progettare la prossima missione.

 

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https://www.produzionidalbasso.com/project/missione-safe-passage-in-ucraina/