Voci inascoltate


Una scia di morte fra Italia e Libia, 10-11-12-13 novembre 2020

di Eleana Elefante

Dalla Libia, dalle sue coste e dai suoi centri di detenzione legali e non, si continuano a registrare numeri crescenti di arresti arbitrari, di violente catture, di respingimenti e di incalcolabili naufragi di migranti in fuga disperata attraverso il Mediterraneo centrale.

Incessanti gli arrivi di persone migranti sulle nostre coste.

Nel solo mese di ottobre, 3.477 persone hanno tentato di attraversare il Mediterraneo centrale, con la disperata speranza di raggiungere le coste italiane, per loro unica via d’accesso all’Europa. Unica via di fuga dagli orrori in Libia. Da inizio anno all’11 Novembre, 30.780 partenze. Fra questi, sono circa 27.000 i migranti che ce l’hanno fatta, a fronte di tanti altri,  che, purtroppo, sono andati dispersi. In 11.000 sono stati catturati e respinti in  Libia dove li attende una detenzione illegale, abusiva e contraria ad ogni forma di rispetto verso la dignità umana.

I dati, diffusi dal Ministero dell’Interno, segnalano un netto incremento delle partenze dalla Libia e dalla Tunisia, sottolineando il fallimento di intenti del rinnovato Memorandum Italia-Libia . Dei quasi 27mila migranti sbarcati in Italia nel 2020, 12.360 sono di nazionalità tunisina (40%) sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (3.710, 12%), Pakistan (1.345, 4%), Costa d’Avorio (1.319, 4%), Algeria (1.334, 4%), Sudan (978, 3%), Egitto (1.062, 4%), Afghanistan (794, 3%), Marocco (943, 3%), Somalia (765, 3%) a cui si aggiungono 6.170 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

I primi 11 giorni di Novembre si contraddistinguono per un incremento esponenziale degli arrivi (3.577 contro i 1.232 dello scorso anno) ma, anche dei naufragi.

Il 10 Novembre, 158 persone, su tre distinte imbarcazioni, sono riuscite a raggiungere l’isola di Lampedusa coadiuvate dall’intervento della Guardia Costiera italiana. Altre 99 persone, sono state tratte in salvo dalla ONg Open Arms, unica rappresentante delle Civil Fleet attualmente in mare dopo i fermi amministrativi imposti dal Governo italiano.

L’11 Novembre altri 2 salvataggi operati dalla Open Arms a 31 miglia a nord da Sabrata: il primo di 100 persone ed il secondo di 64 che, si aggiungono ai naufraghi del giorno precedente, per un totale di 263 persone tratte in salvo in meno di 24h. A bordo, purtroppo, anche sei cadaveri. Fra questi un piccolo bambino di soli 6 mesi. Si chiamava Joseph e proveniva dalla Guinea. Non sappiamo molto altro della sua breve vita se non che, insieme alla sua mamma, fuggiva da un inferno. Fuggiva dalla Libia! La giovane madre, ha preso coscienza in queste ore di aver perso il suo bambino ed urla disperata:” I loose my baby”. Con il piccolo corpicino di Joseph, è stata trasferita a Lampedusa su di un elicottero della Guardia Costiera. Qui Joseph verrà sepolto nel “Cimitero dei migranti”.

Una quinta imbarcazione si è invece capovolta davanti alle coste libiche: 11 sopravvissuti e 13 dispersi, fra cui 3 donne ed un bambino. Di una sesta imbarcazione, con a bordo circa 20 persone, segnalata da Alarm Phone in acque internazionali fra Zuwarah e Tripoli, si sono invece perse le tracce. In queste ore, mentre si invocava l’intervento di Frontex, affinché sorvolasse l’area dell’ultimo avvistamento nella speranza di rintracciarla, l’OIM Libia e MSF Sea, hanno confermato il loro naufragio e perdita. Quest’ultimo si aggiunge a quello al largo delle coste di Al-Khums con almeno 74 vittime. Nel frattempo, 12 Novembre, altri 3 sbarchi con 246 persone si sono compiuti sull’isola di Lampedusa. Il 13 Novembre altre 2 imbarcazioni con 168 persone a bordo sono state soccorse dalla Guardia Costiera a sud di Lampedusa ed un altro bambino a bordo della Open Arms è stato trasferito d’urgenza in ospedale a Malta.

A questo scenario via mare già di per se critico, si sovrappone quello via terra altrettanto infausto.

È del 10 Novembre la triste notizia della perdita dell’avvocata libica Hanan Al Barasi, assassinata a Bengasi, capoluogo orientale della Cirenaica sotto il controllo del Generale Khalifa Haftar. La donna, uccisa a colpi d’arma da fuoco da uomini armati a bordo di 3 veicoli nel centro della città, era nota per aver denunciato pubblicamente l’autoproclamazione del sedicente Esercito Nazionale libico di Haftar, la corruzione dei pubblici funzionari di Bengasi e le presunte violenze perpetrate alle donne della città. Raggiunta dai proiettili mentre stava scendendo dalla sua auto, era sopravvissuta ad altri tentativi di assassinio. La scorsa settimana, l’attivista era apparsa in un videoclip per denunciare un tentativo di omicidio contro sua figlia, spiegando che avrebbe continuato a denunciare la situazione a Bengasi anche se questo le sarebbe costato la vita. Le organizzazioni internazionali e i difensori dei diritti umani, comprese Amnesty International ed Human Rights Watch (HRW) hanno espresso sgomento e condannato l’omicidio.

             

Le autorità libiche contro le quali si scagliavano le inchieste di Hannan, al momento non hanno commentato l’accaduto, assicurando, dal canto loro, di intensificare le indagini per individuare i sicari dell’omicidio dell’avvocata ed assicurarli alla giustizia. L’omicidio di Hanan Al-Barasi giunge nel secondo giorno del dialogo facilitato dalle Nazioni Unite in Libia ed ospitato dalla Repubblica tunisina. Quattordici mesi fa, un altro caso ancora irrisolto avente protagonista una donna si è verificato in Cirenaica. Il membro del Parlamento, Seham Sergewa, veniva prelevata da un gruppo di uomini armati dalla sua abitazione, lasciando il marito ferito. La donna non ha più fatto ritorno a casa ed il suo destino resta ad oggi sconosciuto.

Nel mentre tutto ciò convulsamente accadeva, l’11 Novembre veniva depositato dalla Procura del Tribunale Internazionale dell’Aja il nuovo Rapporto investigativo su Tripoli.

È il primo dossier firmato dal Segretario Generale dell’Onu Guterres dopo il caso Bija, svelato da Avvenire il 4 ottobre 2019 e su cui sta investigando anche la Corte Penale Internazionale. Il rapporto mette nero su bianco le sistematiche torture, violenze, abusi sessuali, detenzioni, rapimenti, riscatti, estorsioni ed assoggettamento a schiavitù a cui vengono sistematicamente sottoposti migranti e rifugiati nelle carceri libiche, legali e non.  Nelle 17 pagine del dossier, Guterres punta il dito contro funzionari governativi, membri di gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali. Tra i luoghi di maggiore allarme nel dossier si segnala il campo “Al Nasr” a Zawiyah, che ospita il maggior numero di prigionieri e i cui torturatori sono noti anche alla magistratura italiana e il centro di detenzione di Tajoura, rimasto aperto nonostante il governo di accordo nazionale l’1 agosto ne avesse annunciato la chiusura. Proprio qui continuano a ripetersi raccapriccianti torture, recentemente documentate da Avvenire con l’inchiesta firmata da Paolo Lambruschi. Guterres ricorda con percepibile delusione il rinnovo dell’Intesa Roma-Tripoli del 2 Novembre relativo alla cooperazione allo sviluppo, al contrasto all’immigrazione clandestina, alla tratta e al traffico di esseri umani. Un rinnovo che definisce “fallimentare” perché, non ha portato né ad un maggiore sviluppo, né ad una migliore tutela dei diritti, né ad un rafforzamento della sicurezza. Averlo dichiarato nel dossier depositato, non lascia molti dubbi su come l’Onu veda l’esito del negoziato bilaterale. Il premier Conte aveva promesso una revisione in vista del 2 febbraio, quando il Memorandum riprenderà i suoi effetti per altri tre anni. Al momento in cui Guterres inviava il fascicolo al Consiglio di sicurezza, dall’Italia non arrivava nessun commento né sul negoziato né sulle sorti dei migranti in mare.

L’unica nota positiva che giunge dal nostro Paese è la condanna emessa dal Tribunale di Messina a 20 anni di reclusione per i tre torturatori nord-africani accusati di crimini commessi contro i migranti nel campo di Zawiyah.

 Nel silenzio inaccettabile degli Stati e dei Governi, la crescente perdita di vite umane reclama l’urgenza di intraprendere azioni decisive per porre fine a questa mattanza.

 Salvare vite umane non è un crimine, non lo è mai stato e mai lo sarà in un Paese civile che rispetta le Convenzioni Internazionali. Di contro lo è criminalizzare le attività di soccorso in mare delle organizzazioni della società civile europea. In tale inversa e draconiana direzione si spingono i cosiddetti Decreto Sicurezza bis e Decreto Lamporgese (d.l. 21 ottobre 2020, n. 130, in attesa di conversione), in avvallo ai fermi amministrativi imposti dal Ministero dei Trasporti. Permane la volontà di impedire alle ONg di operare nel soccorso dei naufraghi nel Mediterraneo centrale. Quanto ripetutamente accade impone a tutti gli Stati membri dell’UE una co-operosa attività di ricerca e soccorso in mare, revocando tutti i provvedimenti amministrativi in capo alle Civil Fleet. Continueremo ad invocare il diritto alla dignità umana e ad usare la nostra voce per assicurarci il salvataggio del maggior numero di vite umane possibile.