Violento blitz dei militari libici sulla nave Nivin, «11 migranti feriti»


di Alessandra Sciurba

*Questo articolo è stato parzialmente pubblicato da “il manifesto” del 21 novembre 2018.

Ieri mattina i profughi che ancora resistevano asserragliati sul cargo Nivin a Misurata sono stati violentemente sbarcati.
Ma cosa avrebbe fatto ciascuno di noi se si fosse trovato su una nave che, con l’inganno, lo avesse riportato nel luogo di tortura da cui era riuscito a fuggire?
Dovremmo chiedercelo tutti prima di spendere ogni parola sulla sorte delle persone che dal 10 novembre si rifiutavano di scendere dal cargo commerciale cui il centro di coordinamento marittimo italiano (IMRCC) “da parte delle autorità libiche” aveva ordinato di soccorrere un gommone in difficoltà con 94 persone in fuga dalla Libia.

La loro resistenza rappresenta la scelta tra rischiare il tutto per tutto per cercare di rimanere esseri umani, oppure arrendersi alla violenza di un sistema che prevede la riduzione di donne, uomini e bambini a rifiuti di cui disfarsi internandoli in luoghi dove, come diceva Hannah Arendt riferendosi al periodo dei nazifascismi “tutto è possibile”.
Mediterranea, allertata da Alarm Phone la notte stessa del naufragio, tra il 7 e l’8 novembre, ha seguito la terribile storia della Nivin fin dall’inizio. Ha cercato di amplificare la voce di quei ragazzi che chiedevano disperatamente aiuto all’Italia e all’Europa, continuando a ripetere: “meglio morire che tornare in Libia”.
La maggior parte di loro, peraltro, proviene da paesi come il Sudan, retto da un dittatore condannato dalla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità, o dall’Eritrea, da dove migliaia e migliaia di giovani sono da decenni costretti alla fuga per salvarsi la vita (entrambi questi Stati, però, siedono al tavolo coi Ministri Ue nei Processi di Rabat e di Khartoum sulla gestione dei loro emigranti, un po’ come negoziare con le SS su come gestire gli ebrei).
Mediterranea ha chiesto ai governi europei, a partire dal nostro, un intervento capace di portare ad una soluzione pacifica che implicasse condurre queste persone in un porto finalmente sicuro. La stessa richiesta è stata fatta da organizzazioni come Amnesty International, ma anche Agenzie delle Nazioni Unite come l’OIM.
Nessuno ha ascoltato.
Si temeva da giorni l’azione di forza che si è consumata ieri mattina, dopo che i capi libici (come parlare di autorità in un paese governato da milizie contrapposte?) avevano dichiarato di considerare quei profughi semplicemente come delinquenti e terroristi. Una donna con il suo bambino di pochi mesi e alcuni minorenni erano stati fatti scendere subito dalla nave, e il mondo ha letto, senza battere ciglio, che erano stati riportati nei centri di detenzione. È sempre di ieri un articolo del Guardian che denuncia gli abusi sui minori sistematicamente perpetrati nei centri libici pagati dai paesi europei.
Non è ancora chiaro quale livello di violenza sia stato usato sulle persone che ancora erano sulla nave, circa 80, nel momento dell’irruzione. Francesca Mannocchi, unica giornalista italiana sul posto, che è sempre stata in contatto con Mediterranea e che è la fonte delle foto e del video di testimonianza pubblicati in questi giorni sul sito mediterranearescue.org, ha parlato fin da subito di feriti portati in ospedale e di molte persone ricondotte nei centri detentivi.
Chi sta seguendo la sorte di ciascuna di esse? Vogliamo conoscerla. Così come vorremmo conoscere il destino delle decine di migliaia di esseri umani catturati in questi anni nel Mediterraneo dalla cosiddetta guardia costiera libica e riportati indietro nell’orrore.
La lotta dei profughi della Nivin riaccende le luci sull’aberrazione giuridica di avere riconosciuto alla Libia una zona di ricerca e soccorso nel Mediterraneo senza che questo paese possa essere in nessun modo considerato un “place of safety”, un porto sicuro.
Mentre si continua a criminalizzare le Ong, da ultimo il caso Aquarius, che in questi anni hanno salvato migliaia di vite in mare, i governi europei, e l’Italia innanzitutto, hanno non solo consentito, ma legittimato e messo a sistema la violazione dei diritti fondamentali, abituando l’opinione pubblica a esultare alla notizia della diminuzione dei cosiddetti “sbarchi”, senza mai chiedersi dove fossero finite tutte le persone che non arrivavano più.
I profughi della Nivin ce lo hanno raccontato, prima di essere inghiottiti anche loro in luoghi in cui nessuno di noi vorrebbe mai trovarsi. Sono macchie che resteranno nella Storia.
Se li avessimo salvati, avremmo salvato una parte di noi stessi, la parte migliore.
Non è “buonismo”, è ragionevolezza, unita allo sgomento di fronte al punto di imbarbarimento cui siamo arrivati.
Nel 2006, quando ancora esistevano canali di ingresso legali, 550.000 migranti hanno fatto ingresso in Italia con un visto: quasi tre volte quelli arrivati nel 2016, l’anno che ha fatto parlare di una “crisi dei rifugiati”. I trafficanti, a quei tempi, non facevano buoni affari, perché le persone entravano sui loro piedi, con i loro soldi ancora in tasca, in modo controllato e più sicuro per tutti. In Italia e in Europa c’era ancora spazio per parlare di lavoro, ecologia, welfare, sanità: non erano ancora i tempi di questa ipnosi collettiva in cui sembra sia sufficiente odiare “gli altri”, specie se più poveri e discriminati, per sentirsi meglio.
È davvero questa la società in cui vogliamo vivere? I profughi della Nivin ci hanno insegnato cosa è la dignità, hanno fatto appello alla nostra umanità. Proviamo ad ascoltarli adesso. Riprendiamocele dignità e umanità, non c’è più tempo.