Il pronunciamento del Tribunale dei Ministri dimentica i diritti umani e le convenzioni internazionali


L’ex Ministro degli Interni, sempre in servizio permanente all’Ufficio Propaganda, sta strombazzando ai quattro venti la “grande vittoria” ottenuta dal pronunciamento del Tribunale dei Ministri di Roma, chiamato a decidere sulla sua condotta dopo le palesi violazioni dei diritti umani e delle Convenzioni Internazionali sottoscritte dall’Italia, sul caso Alan Kurdi dell’aprile scorso.

In effetti il responso dei giudici dei ministri addossa – riteniamo (e, con noi, lo affermano ben più qualificati esperti, giuristi e magistrati, di diritto marittimo internazionale) erroneamente – la responsabilità di gestire i casi di soccorso di naufraghi, “al primo stato direttamente chiamato in causa dall’appartenenza di bandiera” fino all’identificazione del porto sicuro di sbarco.
Non dicono invece da nessuna parte, i giudici, che i naufraghi debbano essere sbarcati nel territorio dello stato al quale appartiene la bandiera della nave che ha soccorso: evidentemente i titolisti di una delle principali testate nazionali si sono confusi. E il Piazzista della Propaganda ci ha marciato.

Libera interpretazione della legge applicata ai casi concreti, “diritto vivente”, certo, e non mera trasposizione meccanica della norma. Tutto vero. Ma può questa libera interpretazione spingersi così palesemente a giustificare una violazione dei valori fondamentali che motivano le leggi stesse? Può una decisione come questa fare carta straccia di quello che dice chiaramente la Convenzione di Amburgo, che ha rango di legge costituzionale, pensata proprio per implementare la sicurezza e il soccorso delle persone in mare, per non lasciare nemmeno un metro di mare scoperto da aiuto a chi lo chiede?

Se colpevolmente lo Stato di bandiera se ne dovesse infischiare di una sua nave coinvolta in un soccorso, allora l’Italia o Malta sarebbero autorizzate a far morire quelle persone? Potrebbero ritardare i soccorsi, magari causando il fatto che un barcone si ribalta, per poi ci ritrovarci nel gioco degli eroi e delle lacrime per i bambini che affogano davanti alle nostre coste? Può dunque un paese che si dica civile, rispondere con un crimine ancora peggiore alla negligenza di qualcun altro? E per quanto riguarda l’obbligo dell’assegnazione del più vicino porto sicuro di sbarco nel più breve tempo possibile, quale sarebbe la “responsabilità” dello Stato di bandiera a fronte di quelle esplicitamente in capo ai Paesi costieri? Ma visto che il diritto è vivente, dove stanno in questa visione, i diritti degli esseri umani?

Siamo infine curiosi di vedere, in questa assurda battaglia che svilisce la parte migliore della nostra civiltà giuridica, che cosa verrà detto quando i casi da giudicare riguarderanno navi battenti bandiere italiana, come quelle di Mediterranea Saving Humans, ancora sotto sequestro con la sola colpa di aver rispettato alla lettera proprio quel diritto del mare.