La storia di N., respinto dalla Asso 28 e salvato dalla Alex di Mediterranea


Articolo di Lorenzo D’Agostino – Giornalista freelance


Ci sono due navi che N. ricorderà per il resto della sua vita. Entrambe battono bandiera italiana, ma una l’ha condotto all’inferno, l’altra alla salvezza.

N. mi ha raccontato la sua storia in un bar di Lampedusa il 10 luglio del 2019, in uno dei suoi primi momenti di tranquillità dopo un’odissea durata anni. Quattro giorni prima, il veliero Alex di Mediterranea era entrato in porto con a bordo 46 persone in fuga dalla Libia.

N. era tra questi, ma il suo primo tentativo di fuga risaliva all’anno precedente: ‘Il 30 luglio 2018 ero in mare, e una grande petroliera ci riportò in Libia. Ci dissero che stavamo andando in Italia. Ho ancora il nome di quella barca nella mia testa, non dimenticherò mai quella barca: Asso 28 di Napoli, UT734N’. L’Asso 28 è uno dei mercantili usati dall’ ENI nelle piattaforme di petrolio offshore nelle acque internazionali tra la Tunisia e la Libia. N. non ne ha dimenticato neppure il numero di registrazione: ‘Per colpa di quella barca ho vissuto l’inferno’.

Con lunghe pause, tenendosi la testa tra le mani, N. mi raccontò di come l’equipaggio dell’Asso 28 aveva consegnato lui e un altro centinaio di persone alla sedicente guardia costiera libica. Di come la guardia costiera li rinchiuse nella prigione di Ain Zara a Tripoli, dove per mesi soffrirono sevizie, saltarono pasti, e furono costretti a bere l’acqua del water. Di come si liberarono durante un attacco armato contro la prigione da parte di una milizia ribelle, in cui molti rimasero uccisi.

Dopo mesi di lavori forzati, a N. fu concesso di imbarcarsi di nuovo verso l’Europa. Anche questa volta, il suo barcone in procinto di affondare fu intercettato da una nave italiana, il veliero Alex, e anche questa volta un gruppo di libici armati fece la sua comparsa pochi minuti dopo il salvataggio: ‘Iniziarono a gridare, gridare, gridare contro la ONG. Tutti a bordo preferivamo morire a ritornare in Libia. Ma l’ONG disse no ai libici, erano arrivati tardi. Ci dissero: siete in territorio italiano e sbarcherete solo in un porto sicuro; fu un momento incredibile, molti di noi scoppiarono a piangere’.

Per entrare nel porto di Lampedusa, l’Alex si vide costretta a forzare il blocco imposto dal ministro Salvini: il veliero fu messo sotto sequestro e parte dell’equipaggio indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’indagine è ancora aperta ma come molte inchieste simili si concluderà con ogni probabilità con un nulla di fatto, perché la legge internazionale è chiarissima nel proibire il respingimento dei richiedenti asilo verso un paese in guerra.

Del respingimento illegale di N. e dei suoi compagni dovranno rispondere invece il capitano e l’armatore dell’Asso 28 davanti al tribunale di Napoli, che li ha appena rinviati a giudizio per i fatti del 2018, di cui N. potrebbe diventare un testimone chiave.

Anche a questo servono le navi delle ONG: non solo a salvare vite in mare, ma a fare luce su quel buco nero in cui gli stati europei vorrebbero convertire il Mediterraneo, in cui ogni giorno affondano il diritto internazionale e la giustizia.