Lo sportello, di Cristina Alga, volontaria di Mediterranea con la Protezione Civile a Palermo


Sono seduta al di là di una scrivania, uso il mio laptop, nella stanza si entra uno a uno. Quando finisco dico a voce alta “il prossimo” e uno dei miei compagni che sta alla porta, fa entrare qualcun’altro. 

Quando alzo lo sguardo per prima cosa vedo la mascherina e subito dopo gli occhi, mascherine e occhi di ogni specie, mascherine stracciate e occhi neri profondi, pezzi di stoffa infilati dietro le orecchie e occhi rugosi, mascherine chirurgiche con tanto di filtro, occhi lucidi, occhi spavaldi, occhi spauriti.

Ho passato tre giorni a fare servizio volontario negli sportelli allestiti dal Comune di Palermo per raccogliere le richieste di aiuti alimentari, più di 15.000 nella prima settimana. La domanda si fa on-line, poi bisogna stampare l’autocertificazione ma prima di tutto bisogna essere in grado di rispondere correttamente, e il form, che è solo in italiano, non è così semplice e alla fine tra chi non ha internet, chi non può stampare e chi non ha capito, vengono tutti. Tutta l’umanità. 

Dopo giorni di isolamento è stato fortissimo sostenere ognuno di quegli sguardi e ascoltare, spiegare, dire una parola gentile, “buona pasqua”, “buona fortuna”, “non si scoraggi”, “lo vedo eh che mi sorride anche se ha la mascherina”, “lo so, lo capisco ma deve aspettare”.

Brucia come il sale su una ferita che, a più di un mese dall’inizio delle misure di distanziamento sociale, il Comune di Palermo non sia stato in grado di distribuire dei buoni spesa. La mia Palermo, l’inutile fatica, luce che entra dalle crepe ma così tante crepe che non capisci come sta ancora in piedi tutto.

ll primo avviso emanato dal Comune riportava un indirizzo mail e un numero di telefono per ogni circoscrizione, penso da giorni a quel telefono che squilla ininterrottamente a vuoto sulla scrivania di finto legno di un qualche deserto ufficio di circoscrizione. 

Il senso dello Stato appeso a un filo. 

Dopo una settimana circa da quel primo avviso scompaiono i numeri di telefono, restano le mail e  viene lanciato il sistema on-line www.protezionecivile.comune.palermo.it, e un enorme dilemma: chi aveva già mandato le mail ora cosa deve fare? Non si sa, nel dubbio meglio re-iscriversi.

Quelli che si iscrivono adesso on-line aspettano qualche giorno – “tra qualche giorno”, “dopo un po’”, “sicuro dopo Pasqua”, “tra non molto” etc.,- credo di avere usato tutte le locuzioni temporali aspecifiche che la lingua italiana offre. 

Finalmente dopo qualche giorno arriva una mail di risposta con richiesta di compilare l’autocertificazione, modulo piuttosto insidioso con un paio di domande che iniziano con “dichiaro di non avere” e impegnano il lettore in esercizi linguistici che avrebbero fatto godere Bergonzoni nell’azzeccare se rispondere SI o NO. Alla fine metà hanno indovinato, metà no. E così il modulo viene corretto, ma per molti si riparte dal via.  Questo form on-line poi devi scaricarlo, stamparlo, firmarlo, scansionarlo e ri-calicarlo insieme ai documenti anagrafici, oppure visto che non hai stampante, non hai scanner e forse nemmeno una penna puoi fare invio e aspettare ancora. 

Sono già passate due settimane. 

A questo punto arriviamo noi: il Comune chiede aiuto al terzo settore. 

Non chiede aiuto organizzativo, logistico, informatico, lavoro di equipe, conoscenza dei quartieri, segnalazione di casi particolari, no. Chiede i volontari da mandare allo sportello, dove il cittadino finalmente si ritrova faccia a faccia con l’Amministrazione ed esprime la sua valanga di dubbi e domande.  Solo che noi non siamo l’Amministrazione.

Io ero lì come socia di Mediterranea Saving Humans, equipaggio di terra di Palermo. In tanti, di tante associazioni attive e connesse, come sempre abbiamo risposto all’appello, perché alla fine siamo sempre lì a fare quello che va fatto, come si dice quando siamo in mare “prima si salvano le vite e poi si parla”. Ma va detto che il racconto di questi giorni è lo specchio di una situazione non più tollerabile, il terzo settore non serve a mettere pezze e fare mera filantropia, vogliamo essere messi nelle condizioni di pensare, agire e decidere insieme all’amministrazione e non essere “chiamati” a gettare salvagenti da una barca progettata male.

Se non fosse stato per l’impegno di tante associazioni che da sole, procurandosi i fondi, bussando alle porte, con i propri mezzi scarsi e con lavoratori senza reddito tanto quanto le persone che si cercano di aiutare, a Palermo gli assalti ai supermercati ci sarebbero stati davvero, perché se non hai da mangiare e lo Stato non ti aiuta, l’alternativa qui è sempre pronta.

Credo vada riconosciuto alle associazioni della città che si sono mobilitate in questi giorni il grande merito della “tenuta sociale” in centro storico come nelle periferie, ma non si può durare a lungo così, senza risorse.

C’è un gruppo di stacanovisti in assessorato che ha lavorato giorno e notte per mettere in piedi questa procedura, una procedura che deve fare fronte a una previsione di 30.000 richieste, un mare. Al Comune non si può non dare atto del grande sforzo, dell’impegno, dell’averci provato. Non è il tempo di sparare sulla Croce Rossa ma la risposta è stata inadeguata. Dovremo fare i conti con quello che sta succedendo e stiamo vivendo, riconoscere una clamorosa mancanza di struttura organizzativa dell’Amministrazione pubblica a fronte di migliaia di dipendenti, una macchina che si ingolfa subito e finisce come al solito per basarsi sul presunto eroismo di battitori liberi che invece fanno solo il loro mestiere. Come tanti sto rileggendo la peste di Camus in questi giorni e lo dice benissimo: non ci si congratula con il maestro perché insegna che due più due fa quattro. 

Il primo giorno mi ha regalato il mare, mi assegnano allo sportello di Partanna Mondello, mi fermo in pura contemplazione a respirare nella spiaggia deserta, mi sento piena di gratitudine. La sede del punto informativo è la chiesa nella piccola piazza di Partanna. In giro solo anziani, tre panifici aperti a pochi metri uno dall’altro, odore di pane nel sole. Non arriva quasi nessuno e i ragazzi della parrocchia se la cavano benissimo senza di me, dice che forse non hanno avvisato bene le persone, quelle dieci che si presentano loro le conoscono una per una, già gliela portano la spesa, sono soprattutto pensionati e donne energiche che mantengono la famiglia.

Il secondo giorno San Lorenzo, la città nuova dei palazzoni a ridosso di viale Strasburgo, il centro è lontano. E’ un quartiere residenziale del ceto medio, nei dintorni solo una farmacia e un panificio che prende ordinazioni di cassate per Pasqua.

La sede questa volta è un patronato dove fa base l’associazione Il Circolo, riceviamo la mattina circa 40 persone, sono soprattutto “casi covid”, persone che lavoravano ma non hanno risparmi e non hanno ancora ricevuto sussidi. Alla domanda se l’ammontare di depositi, prepagate, conti correnti è superiore o meno a 6000 euro tutti alzano le braccia e nascondono il disagio in una risata o nello sguardo basso: “non ho niente nel conto”, “non ho avuto nessuna entrata nel mese di marzo”. 

Trovo i dati in un’intervista a Salvatore Morelli del Forum Disuguaglianze e Diversità: nel 1995, secondo i dati Ocse, l’Italia si collocava al primo posto fra i paesi con il tasso di risparmio più elevato: «Il 16 per cento del reddito totale disponibile annuale non veniva consumato, ma accantonato. Ma già nel 2008 il tasso di risparmio è sceso all’otto per cento e, per colpa della crisi economa del 2009 e, ancor più per quella del debito sovrano del 2011, la capacità di risparmio degli italiani si è ridotta ulteriormente, al punto che nel 2018 il tasso di risparmio è stato del 2,5 per cento, portando l’Italia in fondo alla classifica tra i paesi economicamente avanzati per tasso di accantonamento.

La possibilità di risparmiare genera divario. L’accantonamento potrà mai diventare un diritto? Questo è un primo dato che dal mio piccolo osservatorio- sportello emerge evidente del Sud: chi lavorava guadagnava poco e non ha da parte niente; chi lavorava, lavorava poco e male: contratti a termine, part-time assurdi (ricordo una signora che mi ha detto di lavorare per un’impresa di pulizie 45 minuti al giorno), stagionali o pseudo-tali, contratti a singhiozzo, precariato di tutti i tipi.

Nel ceto medio di San Lorenzo ci sono molte donne, single o divorziate, assegni di mantenimento da 200 euro, figli a carico, molta dignità e affitti che non si sa come pagare. 

L’affitto è un altro grande tema, gli aiuti sono per la spesa ma la casa come si pagherà? 

Nel frattempo siccome siamo dentro al CAF viene anche un sacco di gente che vorrebbe aiuto a fare richiesta del bonus per le partite iva dell’inps o che vuole fare l’ISEE che “forse mi serve non si sa mai” e a ora di pranzo arrivano gli altri volontari dell’associazione e aiutiamo a scaricare tre auto piene di cibo da distribuire, scatole di latte e zucchero con il marchio degli aiuti dall’Unione Europea in mezzo a barattoli di ketchup e pizze surgelate donate da aziende locali che finiscono in mezzo alle scrivanie e ai computer, di pomeriggio faranno il giro delle famiglie di nuovo in auto. 

Fa caldo al sole, ho le mani sudate dentro i guanti di lattice e la mia mascherina di stoffa autoprodotta mi soffoca. Guardo la bandiera con le stelle e quelle scritte UE FUND sui pacchi di latte, mi dimentico per un attimo di essere a Palermo.

Terzo giorno, torno a casa: ultimo turno della settimana è da Moltivolti, il ristorante-coworking punto di incontro di amici e compagni; sono felice di essere qui e rivederne alcuni anche se siamo straniti, non ci abbracciamo e ci rimangono solo gli occhi per dirsi i silenzi.

Quartiere Albergheria, mercato di Ballarò, qui ci sono altre storie e varietà di lingue. C’è già la fila e ci sarà tutto il giorno, facciamo tre postazioni e dobbiamo essere veloci, riceviamo almeno 200 persone. 

Ogni ricerca di un cognome è un viaggio nel mondo, da Ballarò al Bangladesh, dal Ghana allo Sri Lanka. Molti non hanno nemmeno fatto il primo step, vengono a chiedere aiuto, si è sparsa la voce, finisco per fare primi inserimenti anche se non dovrei per dare precedenza a chi deve solo consegnare i documenti e validare il secondo passaggio.

Quelle di Ballarò sono storie di non lavoro, di lavoro nero, informale, saltuario, di famiglie numerose, di un reddito di cittadinanza che non basta per tutti. Così, molti, non sono “casi covid” ma è l’emersione del bisogno che c’era anche prima e se apre uno sportello, si va, è un’occasione, si può chiedere. 

E’ la disoccupazione strutturale del sud che si alza come una marea. 

Nessuno si arrabbia, c’è molta calma, molta rassegnazione, si fa la fila, si va via a testa bassa se ancora “no, non c’è la sua domanda”, si dice “grazie”, “posso tornare qui?” magari “può aiutare mio fratello”.

Non so più quante persone ho incontrato, tenere la concentrazione sulle misure anti-contagio dopo tante ore diventa faticoso, finisci per prendere il caffè che un amico ti porta senza levarti i guanti o scosti una ciocca di capelli dal viso. 

Fuori il sole quasi tramonta. Finiamo stanchi e beviamo un cicchetto senza sapere bene a cosa brindare, arriva la notizia che riapriranno cartolerie e librerie. Mi fermo a guardare la sala del ristorante vuota e silenziosa come mai l’avevo vista e penso a quanta vicinanza sociale ha ospitato. 

E no, non è certo finita.

E’ necessario che nessuno rimanga indietro, ma dobbiamo dirci con onestà quanti, tantissimi, erano già indietro, mettere in campo misure radicali e pervasive sul reddito, l’accesso ai servizi, i diritti e farlo con gli enti del terzo settore che fanno innovazione civica non come braccio operativo ma come asset strategico per la ripresa. 

Solo così questa tragedia può diventare riscatto, sovversione di disuguaglianze inaccettabili, ancor di più quando le guardi dritte negli occhi sopra una mascherina.

Cristina Alga

Palermo, 11 aprile 2020