Salvati? No, condannati. Lettera per chi gioisce quando le persone migranti sono riportate in Libia.


Dal pomeriggio del 5 novembre la Mare Jonio, insieme alla sua imbarcazione d’appoggio, ha pattugliato il Mediterraneo centrale dirigendosi da Lampedusa verso le zone SAR maltese e quella controllata dalle forze libiche. Dalle ore 21 abbiamo pattugliato e ci siamo mossi in un’area compresa tra i paralleli 34° 00′ nord e 34° 20′ nord, tra i meridiani 12° e 13° est, ovvero in quel tratto di mare a 60 miglia dalle coste libiche di Zuara da dove negli ultimi anni si sono concentrate le partenze di imbarcazioni di fortuna, cariche di persone in fuga dalla Libia. In queste ultime 24 ore nessuna segnalazione ci è mai pervenuta da parte delle autorità marittime competenti sull’area, attraverso nessuno dei canali radio, Navtex telefonico-satellitari dedicati. Nella giornata di martedì 6 novembre abbiamo operato in stretto coordinamento con l’aeromobile Moonbird, che sorvola un’area anche più vicina alle coste libiche. Fino al tramonto, Moonbird ci ha comunicato di non avere individuato nessuna imbarcazione in difficoltà.

Mentre abbiamo comunque fonti testimoniali dirette che confermano il salvataggio di 149 persone recuperate a 60 miglia dall’arcipelago maltese dalle forze armate di Malta e arrivate nel Porto de La Valletta nel pomeriggio di ieri (pur non avendo, anche qui, ricevuto alcuna segnalazione), non abbiamo pertanto nessun obiettivo e formale riscontro del “salvataggio” delle 320 persone che sarebbe stato effettuato dalla cosiddetta guardia costiera libica in questo arco di tempo.

Qualora non si trattasse di notizie diffuse a scopo di propaganda in vista ad esempio dell’imminente vertice internazionale sulla Libia che si terrà a Palermo il 12 e 13 novembre, abbiamo però qualcosa da dire a chi esulta di fronte a questa informazione.

Nel 2011 la Corte di Strasburgo condannava l’Italia per i respingimenti verso la Libia. Nello specifico, le violazioni si riferivano all’art. 2 della Convenzione europea dei diritti umani, ovvero il diritto alla vita, e all’art.3 della stessa Convenzione, ovvero il divieto di trattamenti inumani e degradanti. A distanza di 6 anni, nel 2017, l’Italia ha trovato un modo più sofisticato di agire, con la stipula del Memorandum d’intesa con uno dei leader libici Al Serraj: non sono più direttamente le navi della marina militare italiana a respingere le persone intercettate in mare verso la Libia, ma una cosiddetta guardia costiera libica che usa motovedette regalate dall’Italia e lo fa per conto dell’Italia. I diritti violati, però, restano gli stessi, e la situazione libica è addirittura peggiorata rispetto a quando il dittatore Gheddafi, prima osannato dalle potenze europee e poi tirato giù quando più conveniva lasciando la popolazione della Libia in preda a una guerra civile mai terminata, era al potere.

A chi esulta oggi alla notizia di centinaia di donne, uomini e bambini “salvati e riportati indietro dai libici”, diciamo che queste persone dovrebbero anche solo una volta incontrare lo sguardo di F., mamma ivoriana fuggita con la sua figlioletta di 4 anni affinché anche lei non subisse la stessa sorte di escissione, infibulazione e matrimonio forzato. Proprio quegli atti che dal caldo dei nostri salotti giudichiamo crudeli e selvaggi, salvo poi chiudere ogni via di fuga alle persone che vogliono emanciparsi dalla loro condizione di subordinazione e dalla violenza subita. Anzi, mettiamo queste persone nella condizione di vivere orrore su orrore.

F. ha viaggiato per mesi venduta di trafficante in trafficante e poi è arrivata in Libia. Stuprata ogni giorno all’interno dei centri di detenzione del paese, con la sua bambina nella stanza accanto da sola a sentire le urla della madre. Tre volte è riuscita a salire su un gommone, consapevole di potere morire ma anche che ogni sorte sarebbe stata migliore di quello che stava vivendo. Tre volte è stata riportata indietro dai libici, di nuovo ad essere stuprata con la sua bambina accanto. Solo alla quarta volta è riuscita a raggiungere l’Italia. Oggi ha lo status di rifugiato, una delle poche “fortunate”, perché i segni di quella violenza erano troppo evidenti sul suo corpo perché la sua storia non fosse ritenuta “credibile”.

Quante F. c’erano tra le persone che è stato detto siano state catturate ieri dai libici e riportate nei centri di detenzione di quel paese? Qualora la notizia fosse confermata, chiediamo a chi l’ha battuta, rallegrandosene, di raccontarci la sorte di ciascuna di loro.

Alle persone che vivono in Italia, che in questo paese votano, che si trovano costantemente bombardate da una propaganda cattiva che incita solo al rancore, chiediamo invece di provare per un attimo a immedesimarsi nel dolore che stiamo causando, con le nostre scelte politiche, a migliaia di persone come noi.

Essere in mare per salvare noi stessi, come ha scelto di fare Mediterranea, significa questo. Possiamo esserci abituati a sentirci dire che i diritti umani sono “roba da buonisti”, che le Corti internazionali che li difendono “devono farsi i fatti loro”, che la nostra presunta sicurezza “vale ogni sacrificio” (degli altri). Ricordiamoci però del perché quei diritti sono stati sanciti, perché quelle Corti sono state poste a loro tutela. L’Europa usciva da decenni di nazifascismi e stermini, da orrori di cui si stentava a credere fossero potuti avvenire davvero. Quei diritti sono i “Mai più” a tutto questo, sono la speranza di una società diversa che impari a proteggersi dalla parte peggiore della sua storia e di se stessa.

E ricordiamoci delle cause vere dell’insicurezza e della precarietà che affliggono le nostre vite. In un paese in cui la gente muore per un giorno di maltempo o perché le infrastrutture crollano in assenza di manutenzione, in cui per un ricovero banale si muore negli ospedali di malasanità, in cui i ricchi sono sempre più ricchi e il resto della popolazione sempre più impoverita e spaventata dal futuro. E la lista potrebbe continuare a lungo, ciascuno di noi la conosce a bene. Condannare alle torture e alla morte gente innocente, che fa esattamente quello che farebbe ciascuno di noi se si trovasse in condizioni di estrema miseria e violenza, non ci aiuterà a risolvere questi problemi ma solo a perdere di vista i veri responsabili del nostro malessere e a renderci finalmente incapaci di ogni senso critico oltre che di ogni umanità.

Nel Mediterraneo annega la nostra umanità, ogni giorno. Anche quando un solo uomo, una sola donna, un solo bambino o bambina, viene riportato a soffrire l’inferno della Libia su nostro mandato.

Rispondiamo questo a chi oggi gioisce sapendo di stare provocando così tanto dolore, e non ha speso una sola parola di cordoglio per le 17 persone annegate al largo del Nord Africa cercando di raggiungere la Spagna: una rotta oggi sempre più battuta proprio per sfuggire al passaggio dalla Libia.

Siamo pronti a spiegare in ogni momento, dati alla mano, perché non c’è alcuna “invasione” in atto, e perché la chiusura dei canali di ingresso legali, come le leggi repressive contro le persone migranti che si stanno emanando in tutta Europa, e in questo momento in Italia, provocano solo disastri e aumento dell’insicurezza. Ma non oggi.

Oggi proviamo a dire soltanto, per favore, che ogni vita va salvata e difesa, e non c’è prezzo che valga la pena di rendersi complici di tanti delitti.