“Salvare vite in mare non è mai un reato” – Pietro Marrone, pescatore e comandante della Mare Jonio


da Corriere della Sera, di Silvia Morosi


Pietro Marrone, un pescatore ai comandi della Mare Jonio: «Salvare vite in mare non è mai un reato»

Pescatore di Mazara del Vallo, oggi lavora come comandante per le navi della Ong Mediterranea Saving Humans. Ha salvato 49 migranti naufraghi, nonostante la Guardia di Finanza gli intimasse di non avvicinarsi a Lampedusa: «Non è possibile fare diversamente. Si perderebbe la dignità»

Un uomo di mare, originario di Mazara del Vallo. Un pescatore che conosce bene il Mammellone, quel tratto di mare nostrum compreso tra l’Italia, la Tunisia e la Libia, attraversato più volte con il suo peschereccio. Un capitano coraggioso, degno dei romanzi di Rudyard Kipling. Una persona che sa che abbandonare esseri umani in mare è un reato umanitario. Ai comandi della Mare Jonio, nel marzo scorso c’era lui. É stata la sua voce a dire «io non spengo nessun motore», andando contro l’ordine della Guardia di Finanza che gli intimava – al limite delle acque territoriali – di non entrare nel porto di Lampedusa. Da una parte il rischio, la certezza, di essere indagato. Dall’altra la possibilità di salvare 49 migranti naufraghi, «persone che non stanno bene, che devo portare al sicuro». «È un dovere portare persone vive a terra, potrebbero essere i miei figli», dirà una volta a terra. Pietro Marrone, il pescatore capitano della nave della ong Mediterranea Saving Humans, la prima battente bandiera italiana adibita al salvataggio in mare, ha fatto con i conti con la prima possibilità, ma ha scelto la seconda via, per salvaguardare il bene primario della vita altrui. Perché, come sa bene, «le linee, nel mare, non si vedono. Quando le attraversi però lo capisci, senti che ci sono. I confini no, quelli non esistono, sono tutti mentali».

«Salvare persone già condannate a morire»

La sua storia di uomo e impegno – non di ideologie e decreti – ha riempito le pagine dei giornali e le televisioni nei mesi scorsi e ora viene raccontata in prima persona da lui in «Io non spengo nessun motore» (Solferino Editore). In occasione dell’uscita del testo, l’autore parteciperà a un incontro al Teatro Brancaleone di Roma, martedì 19 novembre alle 19 in via Capraia, coordinato da Caterina Bonvicini, scrittrice, e Andrea Billau, giornalista. «Ho provato un’emozione che non dimenticherò più, finché vivo. Una emozione fortissima, un senso di aver fatto una cosa grande, di aver salvato persone già condannate a morire. La paura in quel momento, tutte le paure, sono andate via», racconta al Corriere della Sera. «Era troppo grande a confronto la gioia. Ci abbracciavamo, sul ponte di comando, con gli altri dell’equipaggio. Senza riuscire a parlare, dopo che eravamo riusciti a mettere in salvo i naufraghi. Non avevamo parole da dire, solo sorrisi e lacrime». Chi più chi meno, «chi lavora per mare ha visto la morte in faccia. Sa cosa significa aiutare un’altra persona che proprio non ha più speranze, sa cosa si prova quando è tua la mano che l’afferra e la porta a bordo. È una seconda vita».

«Chi chiede aiuto in mare va sempre soccorso»

A chi l’ha accusata di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e rifiuto di obbedienza a navi militari perché non ha eseguito l’ordine del pattugliatore della Finanza di spegnere i motori, ha risposto con la sua vita. «Se uno non ha rispetto per la vita, non ha rispetto per niente. Io sono un uomo di mare. Chi chiede aiuto in mare va sempre soccorso e aiutato. Non è possibile fare diversamente. Si perderebbe la dignità», aggiunge. «Come non è possibile chiedere a un comandante di fermare i motori in mare aperto e con il maltempo. Io ho la responsabilità delle vite che ho salvato e del mio equipaggio: non mi si può chiedere di metterli in pericolo, per nessuna ragione al mondo». Pur non intendendosene di politica, ci tiene a precisare, sa che ci sono problemi difficili da risolvere e per questo «mi affido alle persone che ne sanno. Come sulla navigazione gli altri si affidano a me. Ma su una cosa non servono lauree o patenti: non si possono fare morire donne, uomini e bambini o farli torturare e violentare in Libia. Come mi dice sempre il capomissione che ha condiviso con me anche le denunce per quel salvataggio, Luca Casarini, “prima si salva, poi si discute».

«La vita è come il mare»

Il mare, ce l’ha nel sangue. Il Mediterraneo gli scorre nelle vene: «È il mare di mio padre, di mio nonno, il mare dove sono cresciuto. Dove ho sempre visto andare, finché sparivano lontano all’orizzonte, tutti i miei parenti, i papà, i nonni, i fratelli di noi bambini, che sognavano un giorno di poter andare con loro. Il Mediterraneo è il mondo di quelli che vivono sulle sue sponde». Un mare, punto di incontro di genti diverse che si somigliano tutte. «Per me che sono diventato grande solcando questo mare, non vi può essere altro significato che quello di un mare di pace. Anche se a volte ci sono guerre e brutalità, ma questo mare per me vorrebbe la pace tra i suoi abitanti. Per me accoglienza vuol dire innanzitutto che ti riconosco come essere umano, che sei un ospite e in quanto tale sacro. Sono siciliano, e sono uomo di mare». Marrone sa queste cose da quando è nato, in una famiglia di pescatori. Per tutta la vita ha voluto solo una cosa: fare il mestiere di suo padre e di suo nonno. Infatti, diventa comandante a ventiquattro anni e comincia a lavorare sui pescherecci. Ma poi ci si mette di mezzo la crisi, la guerra per il pesce, persino una raffica di mitra… è tempo di levare l’ancora e salpare per nuovi lidi, il porto di Trieste e le rotte africane. Fino a che lo raggiunge una telefonata: l’invito a imbarcarsi sulla nave dell’Ong Mediterranea. «Conobbi l’armatore della Mare Jonio quando lavoravo a Trieste. Loro cercavano in quel periodo una nave, e io ero al comando di un rimorchiatore al quale erano interessati. Mi hanno detto quello che volevano fare, e subito mi e’ sembrata una cosa bellissima e giusta: salvare vite umane. E poi nel mio mare, dal quale ero lontano ormai da tanto tempo. Poi, dopo quell’incontro, non ci siamo più visti ne’ sentiti per mesi. Quando mi hanno chiamato e mi hanno fatto la proposta di comandare la Mare Jonio, ho detto subito di sì». Anche la vita è come il mare: «Non hai mai finito di scoprire quanto possa essere incredibile».

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