L’umanità che resiste. Riflessioni a margine della sentenza del TAR Lazio sul caso Open Ams.


Fin dal primo giorno della nostra prima missione abbiamo detto che in mare eravamo per salvarci, insieme. Che dovevamo ripartire dal grado zero dell’umanità, dal messaggio più semplice di tutti: la vita e la dignità umana si salvano e si rispettano, sempre. Che se su questo c’è il minimo dubbio o tentennamento siamo tutti e tutte in pericolo.

Da quel giorno, era il 4 ottobre del 2018, una vera e propria guerra è stata dispiegata dal governo italiano contro l’umanità, usando il Mediterraneo come laboratorio di sperimentazione per testare quanto le persone di questo Paese fossero disponibili a disprezzare e lasciare morire in mare o in Libia donne, uomini e bambini e, con loro, il nostro stato di diritto e i principi costituzionali nati come tanti “mai più” agli orrori dei nazifascismi.

Direttive contro le navi della società civile, diffide al salvataggio, spettacoli della cattiveria bloccando in mare per settimane le persone soccorse, proclami e calunnie su connivenze inesistenti tra le ONG e i trafficanti di esseri umani, mentre l’Italia rinnovava il supporto economico alle milizie libiche che catturano i profughi di guerra, li rimettono nelle mani dei loro torturatori e poi di nuovo in mare, dopo altre estorsioni e violenze.

Da ultimo, il decreto Sicurezza bis, oggi convertito in una Legge che equipara le navi che salvano vite a nemici di guerra, appunto, e prevede per loro misure penali e amministrative paragonabili solo a quelle previste per i mafiosi, ha cercato di spezzare definitivamente la solidarietà, la ragionevolezza, ma anche la certezza delle garanzie del diritto e dei diritti, e di distruggere persino principi indispensabili per evitare l’ascesa dei regimi e delle dittature come la divisione dei poteri tra legislativo, giudiziario ed esecutivo.
In questa paradossale guerra le nostre sole armi sono state sempre quelle della certezza incrollabile di essere dalla parte giusta della Storia, e la difesa e la pratica del diritto internazionale dei diritti umani e del mare e dei principi della Costituzione.

La nostra azione di obbedienza civile e disobbedienza morale ha ridato coraggio a migliaia e migliaia di persone che sono diventate i nostri equipaggi di terra e hanno sostenuto Mediterranea Saving Humans anche nei momenti più difficili, riportandoci in mare ogni volta.

La sentenza del TAR Lazio sul caso Open Arms getta una luce di verità e giustizia in questo quadro confuso in cui i poteri giocano al massacro del diritto e la società civile, dal mare, cerca di tenere ancora aperto quel margine sempre più stretto di salvezza per tutte e tutti.

Oltre “la situazione di eccezionale gravità ed urgenza” in cui si sono trovati i naufraghi e l’equipaggio di Open Arms, bloccati per giorni dal divieto di ingresso in acque territoriali italiane, infatti, la decisione del TAR muove altre considerazioni e attacca al cuore il decreto, rinvenendo un “vizio di eccesso di potere per travisamento dei fatti e di violazione delle norme del diritto internazionale del mare in materia di soccorso”: se si salva qualcuno in distress non si può poi essere considerati come un natante che opera un “passaggio non inoffensivo”.

La scomposta reazione del Viminale a questo atto giudiziario ne disvela ancora una volta l’insofferenza verso i limiti imposti dal diritto e dai diritti all’arbitrio e alla violenza del potere. Una insofferenza volgare, urlata, aggressiva e pericolosa, la cui ferocia ha trovato però degli argini che ancora possono reggere, se continuiamo a rafforzarli insieme, per mare e per terra, proteggendo la possibilità di un futuro diverso.

Anche prima di questa sentenza e della crisi di governo in atto non abbiamo mai avuto dubbi su dove dovevamo essere, con ogni sforzo e ogni mezzo, come quando con una barca a vela ci siamo ritrovati a portare in salvo 59 persone.

Grati a chi in questo mese di agosto ha continuato a difendere umanità e giustizia nel Mediterraneo adesso, dopo il dissequestro della nostra Mare Jonio, ci stiamo preparando a tornare in quel mare, dove si gioca la partita più difficile di questi decenni: quella per i diritti e la libertà di ogni essere umano.

 

Alessandra Sciurba