Quale «prima le donne e i bambini»: l’emancipazione o è di tutti o non è


da il Manifesto, di Enrica Rigo e Barbara Pinelli

Il “prima le donne e i bambini” lo lasciamo alla letteratura e alla filmografia sui naufragi, preferibilmente a quelli dove l’umano si confronta con una natura ostile
A esprimere compiutamente quest’idea furono già le sorelle Sarah e Angelina Grimké negli anni Trenta dell’Ottocento, attiviste per i diritti delle donne e per l’abolizione della schiavitù, e, qualche decennio più tardi, Anna Cooper, attivista femminista per i diritti delle donne nere e tra le prime donne afroamericane a ottenere un titolo di dottorato.
NON SI TRATTA QUI di schierarsi a favore di un femminismo egualitario, quanto di affermare con forza una consapevolezza comune a ogni movimento femminista fin dalle origini: ovvero, che l’emancipazione o è di tutti o non è.
Quando il femminismo avanza, niente retrocede. Conviene ricordarlo a chi ha proposto di sbarcare donne e bambini lasciando in mezzo al mare gli uomini. Conviene, soprattutto, ricordare loro che le donne non sono madonne che generano grazie all’intercessione degli angeli ma, a differenza di queste, hanno facoltà di scelta e decisione; così come, diversamente dall’impotenza attribuita agli oggetti sacrali, le donne non hanno il potere di redimere i colpevoli. Scriveva Susan Sontag che nel momento in cui le immagini perdono il senso della storia, allora perdono anche la loro più importante valenza che è quella politica. Irrompere nello sguardo è costringere chi guarda a farsi domande sulla responsabilità della sofferenza, più che a redimere le colpe delle ferite.

NESSUNA IMMAGINE, come quella delle imbarcazioni Sea Watch e Sea Eye erranti per il Mediterraneo con 49 migranti a bordo, è forse più vicina a quella dello straniero-bandito, l’uomo-lupo «senza pace», richiamato da Rudolf von Jhering, e ripreso un secolo più tardi da Giorgio Agamben in Homo Sacer, per descrivere la condizione di chi subisce la spoliazione dei suoi diritti.
L’immagine delle donne migranti da salvare, non di rado ritratte come madonne velate da luccicanti coperte termiche, è però altrettanto pericolosa. Entrambe queste rappresentazioni, l’uomo-lupo da mettere al bando e la donna-angelica da salvare, tracciano infatti un confine e un discrimine tra l’umano e il non-completamente-umano, tra i portatori di diritti pieni e coloro che, in quanto non compiutamente umani, possono, appunto, essere discriminati. Il diritto è il regno dell’umano, della scelta, della responsabilità, dell’agire. Negare facoltà di scelta, decisione e azione significa inevitabilmente negare diritti, e viceversa.

IL 24 NOVEMBRE SCORSO il movimento Non Una di Meno è sceso in piazza anche contro il decreto sicurezza promosso da Salvini (poi convertito in legge), denunciando come molte delle misure peggiorative, dall’abolizione della protezione umanitaria, alla stretta sull’accesso alla residenza e ai servizi Sprar, colpiscano in primo luogo le donne. Donne il cui numero degli arrivi in Italia è quadruplicato tra il 2014 e il 2017, almeno stando ai dati delle richieste di asilo, passate da circa 5000 a oltre 21000. E ancora, donne la cui sessualità viene sistematicamente rimossa dalla rappresentazione del confine, tranne nei casi in cui viene ricondotta a quella di madri o di vittime (per esempio, vittime di tratta).

SIN DAI PRIMI ACCORDI con la Libia del 2009, l’immagine delle donne portate in salvo è servita a riconciliare la violenza prodotta dal confine come strumento di contenimento con la benevolenza
verso alcuni, selezionati, «altri» da proteggere. È servita, insomma, a produrre per dirla con un’espressione di Sara Ahmed una vera e propria economia delle emozioni.
Eppure, viene da chiedersi se la violenza con cui le frontiere sono state chiuse dal memorandum con la Libia del 2017 (dall’allora governo Gentiloni/Minniti) non abbia a che fare anche con il numero delle donne che attraversano il Mediterraneo. In ogni processo migratorio, l’arrivo delle donne determina un cambio di paradigma, poiché è sulle donne che grava la maggior parte del carico del lavoro di riproduzione sociale ed è in virtù delle donne che le società si rigenerano.
Forse è questa la ragione per cui la libertà delle donne continua a fare così paura e a essere misconosciuta.

INDOMITE o, se si preferisce, indolenti verso l’ordine imposto dai confini europei, le donne che attraversano il Mediterraneo combattono in prima linea contro continue e ripetute forme di violenza nelle società di partenza e transito, e soprattutto di (potenziale) arrivo. È questa immagine reale, corporea, storica e vicina alla realtà dell’esperienza che Non Una di Meno ha portato in piazza il 24 novembre, e che facciamo nostra come scelta di campo. A chi obiettasse che si tratta di un’immagine parziale e edulcorata, rispondiamo che è altrettanto parziale quella che riproduce insistentemente la dicotomia tra salvatori e salvati.

IL VIAGGIO DELLE DONNE e degli uomini migranti attraverso i confini inizia, infatti, ben prima del loro salvataggio in acque internazionali e non vi è alcun attore, umanitario o istituzionale che sia, che possa contendere loro il ruolo di protagonisti del proprio destino. Sono i corpi reali (e feriti) delle donne non quelli immaginari di madonne e angeli a mostrare la necessità di ribaltare il paradigma del governo sicurezza/migrazione per raccontare quanta insicurezza i confini generino nelle vite delle donne colpite a più riprese.
Il «prima le donne e i bambini» lo lasciamo dunque alla letteratura e alla filmografia sui naufragi, preferibilmente a quelli dove l’umano si confronta con una natura ostile. Quelli che avvengono nel Mediterraneo non hanno nulla di naturale, si tratta di stragi politiche.