Prima si sbarca, poi si discute. Le navi della società civile devono resistere nell’affermare il diritto


Prima si sbarca, poi si discute. Le navi della società civile devono resistere nell’affermare il diritto.

 

Da 10 giorni la nave Alan Kurdi di Sea-Eye è in mezzo al Mediterraneo Centrale dopo avere soccorso, a largo della Libia, 64 persone, tra cui famiglie con bambini piccolissimi. Due donne sono state già evacuate d’urgenza per gravi condizioni di salute. I rifornimenti di acqua e cibo sono arrivati solo grazie a un’altra nave della società civile, quella dell’organizzazione MOAS. Nemmeno di questo si sono preoccupati i governi europei. Lo stato di bandiera della Alan Kurdi, la Germania, ha a quanto sembra avviato delle “negoziazioni” con Italia e Malta per arrivare a una “soluzione”. Quelle con l’Italia sono fallite immediatamente, di quelle con Malta non si sa nulla se non che la nave è ancora al di fuori delle acque territoriali di competenza de La Valletta. Di nuovo lo stesso spettacolo illegale e disumano in cui sulla pelle delle persone in mare si negozia tra governi, ma stavolta cercando di fare scomparire più possibile questa vicenda nel silenzio.

Alan Kurdi ha effettuato un soccorso nel pieno rispetto del diritto del mare. Ha allertato tutti i centri di coordinamento marittimo della zona, inclusi quello di una Libia ormai in fiamme e quello della Tunisia. Ha provato a chiedere un porto sicuro a tutti gli Stati raggiungibili. L’Italia ha emanato una direttiva ad hoc in cui ha considerato un eventuale passaggio della nave nelle sue acque di competenza come “non inoffensivo” citando a caso e strumentalizzando i principi della Convenzione UNCLOS. Per andare a fondo dell’illegittimità di questo operato alcuni rappresentanti della società civile italiana, con il supporto del team legale di Mediterranea, hanno presentato un esposto presso la Procura di Agrigento. Sempre l’Italia si è macchiata di avere posto sotto ricatto le donne e i bambini presenti a bordo, “concedendo” loro la possibilità di sbarcare, ma senza i loro mariti e padri dei bambini. Un vero e proprio ricatto oltre che una violazione del principio dell’unità familiare che smaschera anche tutta l’ipocrisia e la strumentalità delle retoriche di questo governo sui “valoridella famiglia”. Queste donne, spiegando pubblicamente le loro ragioni, hanno scelto di restare coi loro compagni e di non separare i figli dai padri, e per questo sono state derise dal Viminale in un crescendo di spregio della vita e della dignità delle persone.

Molti rimedi giuridici potrebbero essere messi in atto, perché ciò che sta avvenendo è assolutamente illegale. Chi soccorre in mare ha il dovere e il diritto di portare i naufraghi salvati presso il porto sicuro più vicino, e invece all’Alan Kurdi sono state rivolte solo minacce fuori da ogni quadro giuridico vigente.

Le persone a bordo della nave restano in attesa di una soluzione diplomatica, ma anche questa è una prassi inaccettabile. È del tutto illegittimo condizionare l’approdo di naufraghi alle negoziazioni sulla loro redistribuzione, e questa prassi che i governi stanno cercando di consolidare sovverte il diritto dei diritti umani violandone i principi fondamentali.

Mentre la guerra in Libia porta i libici stessi alla fuga, e i migranti trattenuti nei campi di concentramenti voluti e finanziati dall’Italia diventano carne da macello, invece di preoccuparsi di come arginare la tragedia umanitaria e trarre in salvo quante più persone possibile, i governi europei, Italia in testa, continuano la loro assurda guerra contro le piccole navi dell’umanità che ancora cercano di tutelare la vita delle persone strappandole alla morte in mare, al ritorno nell’orrore libico, ai trafficanti.

Ma queste piccole navi come Alan Kurdi, Sea Watch 3, Mare Jonio, diventate loro malgrado l’obiettivo politico da colpire da parte di un potere sempre più violento e arbitrario, devono avere il coraggio di restare invece ancorate ai principi del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale del mare, rilanciandoli, riaffermandoli, continuando a opporli all’arroganza dei governi. Prima si sbarca, poi si discute, e questo è un principio che non può essere tradito o subordinato a vane promesse dei governi.

 

Mediterranea Saving Humans offre tutto il supporto possibile per continuare a percorrere questa rotta, difficile ma senza alternative. Perché in quel mare si sta scrivendo il futuro dell’Europa, dell’Italia, delle vite di ognuno di noi.

 


Foto Sea Eye