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Milano si unisce alla flotta. Aiutaci a prendere il mare.

La Milano meticcia e solidale vuole aggiungere una barca alla flotta di Mediterranea.

Da oggi parte la missione di terra che raccoglierà energie, capacità e fondi necessari.

Dedicheremo questa barca ad Abba – Abdoul Guibre – ragazzo, figlio afroitaliano della nostra metropoli, ucciso dal razzismo, amato da tante e tanti con rabbia e desiderio di riscatto, come solo si ama ciò che non c’è più. ____________________________________________________________________________________

Una nave “è una miniatura del mondo in cui viviamo”. Nel nostro caso, è una miniatura del mondo che ci impegniamo insieme a costruire”
Abbiamo una nave, di Operazione Mediterranea, Porto di Augusta, 3 Ottobre 2018

“Siamo tutti Abba”

Scritto sui muri, Milano, Settembre 2008

“Chi si trova nel Mediterraneo centrale oggi forse un tempo era migrante, ma passando dalle rotte della tratta ha subito schiavitù, torture. Soccorrere nel Mediterraneo centrale oggi significa anche liberare gli schiavi.”
Cecilia Strada, Milano, Arco della pace, 15 Settembre 2019, Abba Cup per Mediterranea ___________________________________________________________________________________

Nel Mediterraneo si continua ad annegare (spesso nel silenzio e nell’assenza totale di testimoni) ma si continua anche a salvare vite rispettando l’unica legge possibile: quella del Mare che impone di salvare qualunque naufrago con qualunque mezzo e di portarlo nel porto sicuro più vicino.

Da diversi anni le Ong presenti nel Mediterraneo sono rimaste le uniche navi a pattugliare le acque internazionali davanti alla Libia e alla Tunisia salvando migliaia di naufraghi e per questo sono state prese di mira dai governi della fortezza Europa e dalla propaganda sovranista.
Le navi, gli aerei, le strutture di soccorso sono lì per testimoniare ciò che accade, affinché nessuno possa dire domani che “non sapevamo” come accaduto con i lager nazisti.

Nessuno potrà dire che non sapeva.

I gerarchi dell’ordine europeo lo chiamano “pull factor”: la presenza degli equipaggi di soccorso, in mare, in aria e persino a terra aumenta il numero delle persone che sbarcano e che arrivano nella fortezza Europa, funziona come un richiamo.

La verità è che non serve un richiamo per suggerire a chi si trova nel girone infernale dei lager libici, o a chi sceglie di mettere a rischio la propria vita per un futuro migliore.
Tuttavia, non vogliamo girarci intorno. Preferiamo prendere in piena faccia le nostre responsabilità. Siamo e saremo lì per aiutare chi scappa, a dispetto delle accuse paradossali di “Human Traffiking”.

La fuga, da sempre, è uno strumento di liberazione dalla schiavitù e dalla tratta, una sfida alle ingiustizie come raccontano le storie e le leggende di Mosè, di Spartaco dei Maroons…
Opporsi al diritto di fuga è un inaccettabile crimine contro l’umanità. Sacrificare le vite di chi scappa alla realpolitik, chiunque sia al governo, è una vergogna di cui non intendiamo essere complici e a cui intendiamo ribellarci.

Chi salva una vita salva il mondo intero.


Banca Etica
Intestatario: Associazione Zero Zero – CAUSALE: PER ABBA
IT88A0501801600000012446605

Banca Etica
Intestatario: conto dedicato a Mediterranea intestato a Associazione Ya Basta Bologna
IT44N0501802400000016734824

 

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Dignità e giustizia sociale in mare come in terra. Il 17 Ottobre Mediterranea è a Roma con la Rete dei Numeri Pari.

Il 17 ottobre, nella giornata mondiale per l’eliminazione della povertà, saremo a Roma all’assemblea indetta dalla Rete dei numeri pari.

Saremo lì perché Mediterranea ha sempre navigato tra mare e terra, e le ingiustizie e le violazioni dei diritti si ripercuotono, alimentandosi, da uno spazio all’altro. Anni di politiche che hanno impoverito la popolazione italiana, accresciuto le diseguaglianze, dismesso servizi essenziali alla dignità delle persone, spezzato i legami di solidarietà, hanno trovato terreno fertile e rilanciato razzismi e xenofobie usando le migrazioni come arma di distrazione di massa dai veri problemi di questo paese.

Profughi in fuga da guerre e torture, donne bambini e uomini costretti ad abbandonare le loro case a causa dei cambiamenti climatici e della depredazione delle risorse della loro terra, sono diventati il capro espiatorio dei mali del mondo, convincendo cittadini e cittadine dell’Europa a concentrare le loro energie nel costruire muri e chiusure identitarie, invece che nell’opporsi alle prepotenze dei poteri e nel lottare per la giustizia sociale.

Tutto si tiene insieme, i diritti non sono un gioco a somma zero, per cui toglierli a qualcuno serve a garantirli a qualcun altro. Al contrario: la distruzione dello stato di diritto nel Mediterraneo e la violazione dei diritti fondamentali delle persone migranti sul territorio italiano sono usati quotidianamente come banco di prova per sperimentare fino a che punto è possibile abituare la popolazione alle violazioni e ai soprusi che poi colpiranno, e già colpiscono, tutte e tutti. Crisi economica, disoccupazione, inflazione, instabilità geopolitica, sono gli elementi che tra le due guerre mondiali hanno aperto la strada al nazifascismo.

A quel tempo, l’orizzonte dei diritti umani naufragò perché gli Stati europei scacciarono come schiuma della terra, scriveva Hannah Arendt, i profughi in fuga dal crollo dei grandi imperi e dall’ascesa delle nuove dittature. Quella scelta spalancò le porte all’orrore, perché la società civile europea accettò che la vita umana potesse non valere nulla. Oggi corriamo un rischio simile, e dipende da noi che ne abbiamo coscienza opporci reinventando percorsi di resistenza che rimettano al centro la priorità della dignità delle vite, di tutte le vite.

Lo abbiamo fatto andando in mare e resistendo a un anno di attacchi e violenza, indagini e multe che ancora gravano sulle nostre spalle per avere salvato 237 persone e averle portate in un porto sicuro come il diritto prevede. La nostra nave Mare Jonio e la nostra barca a vela Alex sono ancora bloccate in porto per un sequestro amministrativo che è una scelta politica, e non giudiziaria, che questo governo sta scegliendo di non revocare mentre nel Mediterraneo bambini donne e uomini continuano a morire.

In mare torneremo comunque presto, fino a quando ci sarà bisogno di noi, ma anche in terra non smettiamo di navigare.
Tutto si tiene insieme, a cominciare dalle nostre battaglie.

Ci vediamo il 17 ottobre a Roma!

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L’accordo di Malta è una parziale soluzione d’emergenza: servono corridoi umanitari e vie d’accesso legali

Comunicato stampa congiunto del Palermo Charter Platform Process sui risultati del vertice dei ministri degli interni dei paesi UE tenutosi a Malta il 23 settembre e dei conseguenti negoziati tenutesi in Lussemburgo l’8 ottobre 2019. 

09/10/2019

L’accordo di Malta (“accordo sul meccanismo temporaneo di accoglienza e distribuzione”) non è una soluzione conquistata con fatica, ma nient’altro che una parziale soluzione di emergenza. 

Noi, le iniziative e le reti della società civile europea, i sindaci delle città europee e le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso (SAR), chiediamo una soluzione reale adeguata all’entità della crisi umanitaria nel Mar Mediterraneo.

Oltre 15.000 persone sono morte nel Mar Mediterraneo negli ultimi cinque anni. “Ogni singola persona è una di troppo”, afferma Alessandra Sciurba di Mediterranea Saving Humans. “Quando riceviamo chiamate di soccorso da persone sulle barche, temono sia di annegare che di essere riportate in Libia. La contrattazione e affidamento alle forze libiche del controllo delle frontiere dell’UE e le intercettazioni di massa in mare devono cessare”, chiede Maurice Stierl di WatchTheMed Alarm Phone. “L’istituzione di una missione di salvataggio europea operativa e sostenibile è assolutamente necessaria per prevenire le morti nel Mar Mediterraneo. Purtroppo, manca ancora nell’accordo di Malta”, aggiunge Sciurba.

L’accordo siglato a Malta è una farsa, in quanto ignora il fatto che molte navi di soccorso civile vengono bloccate o confiscate dalle autorità statali. Inoltre, non affronta la situazione in cui vengono poste le navi mercantili. “I futuri meccanismi di ricollocazione devono tenerne conto al fine di prevenire ulteriori casi di non assistenza e respingimenti illegali in Libia. Chi sarà responsabile dell’istituzione di una missione di salvataggio che corrisponda alla portata della crisi? Francamente, le misure proposte non sono all’altezza delle nostre già limitate aspettative.” ammette Oliver Kulikowski di Sea-Watch. L’accordo temporáneo sugli sbarchi non affronta in alcun modo la causa principale per cui queste persone fuggono: i campi di detenzione libici. L’UE si rifiuta, ogni volta,  di trovare una soluzione reale per le persone coinvolte nel fuoco incrociato della guerra civile libica. “La collaborazione tra l’UE e la criminale guardia costiera libica si traduce in respingimenti illegali che sono vietati dal diritto internazionale. Questa non è una soluzione e non fa altro che peggiorare ulteriormente l’insopportabile situazione dei rifugiati intrappolati in Libia “, afferma Alina Lyapina del movimento tedesco Seebruecke. “Chiediamo un’evacuazione immediata e diretta di tutti i rifugiati dai campi di detenzione libici in Europa. Qualsiasi altra cosa sarebbe inaccettabile per noi “, continua.

Sottolineiamo che devono essere prese in considerazione le grandi capacità di accoglienza delle città europee. Nella sola Germania, oltre 100 città e comuni sono disposti ad accogliere rifugiati. “Per noi, salvare vite in mare o in qualsiasi altro frangente, non è semplicemente un atto di buona volontà. Fornire aiuto ai bisognosi è parte integrante della società in cui vogliamo vivere, che si basa sulla solidarietà transnazionale, l’universalità dei diritti umani, l’accettazione e l’apertura globale”, dichiara su Neckar Stephan Neher, sindaco della città tedesca di Rottenburg.

Le terribili tragedie nel Mar Mediterraneo e a Moria possono essere evitate in modo semplice: chiediamo agli Stati dell’UE di rimuovere tutte le restrizioni imposte alla società civile e alle iniziative delle singole città sulla politica migratoria. Vogliamo agire in modo responsabile, accogliere le persone salvate e trattarli con dignità e rispetto. “Se cercano una nuova casa, siamo pronti a offrirne una nelle nostre comunità. Possono essere napoletani, palermitani, berlinesi o barcellonesi, se vogliono.” Conclude Luigi de Magistris, sindaco di Napoli.

Contatti:

Alessandra Sciurba, Mediterranea Saving Humans: [email protected],
Telefono: +393928394572

Maurice Stierl, WatchTheMed Alarm Phone: [email protected],
Telefono: +491636926037

Oliver Kulikowski, Sea-Watch: [email protected],
Telefono: +4915792354723

Alina Lyapina, Seebrücke: [email protected],
Telefono: +4915750786736

Stephan Neher: [email protected],
Telefono: (+49) 07472 / 165-201

Laura Marmorale, Città di Napoli: [email protected],
Telefono: +393383031201

Cos’è il Palermo Charter Platform Process?

Siamo ONG umanitarie e di soccorso, organizzazioni della società civile e gruppi di attivisti, tra cui Sea-Watch, Alarm Phone, Mediterranea Saving Humans, Seebrücke, Aita Mari, Jugend Rettet, Borderline Europe, Inura, Open Arms e Benvenuti in Europa, così come i rappresentanti di diverse città e comuni europei, come Napoli, Barcellona e Palermo, tutti uniti sotto lo slogan “Dal mare alle città!” 

La nostra rete nacque a Palermo nel 2018 nello spirito della Carta di Palermo, con la sua domanda centrale per il diritto alla mobilità. Noi chiediamo il rilascio di tutte le navi per il salvataggio civile, la fine della criminalizzazione del salvataggio in mare e della solidarietà, che si ponga inmediatamente fine alla collaborazione dell’UE con la Libia e altri “paesi terzi” coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani.

Sosteniamo i corridoi umanitari –  il trasferimento e la distribuzione dei rifugiati e dei migranti verso i paesi desiderati – e prendiamo inspirazione dal lavoro e la dimostrazione di solidarietà delle città santuario in tutta Europa.

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Posizione comune sul consiglio dell’UE su Giustizia e Affari Interni (GAI) del 7 e 8 ottobre 2019

Con il presente documento, le organizzazioni non governative firmatarie coinvolte in attività di ricerca e salvataggio nel Mar Mediterraneo condividono congiuntamente le seguenti considerazioni e raccomandazioni ai Ministri del GAI riuniti in Lussemburgo per dare seguito al mini vertice del 23 settembre tenutosi a Malta. La questione di un meccanismo di ricollocazione equo e basato sui bisogni umani rimane irrisolta. Negli ultimi mesi ci sono stati ripetuti stand-offs di migranti sulle navi delle ONG durati fino a 19 giorni consecutivi¹, fino a quando un certo numero di Stati membri dell’UE (SM) non hanno concordato uno schema di distribuzione ad-hoc di ricollocazione delle persone soccorse nel Mar Mediterraneo centrale. Questa pratica è in contraddizione con il diritto internazionale marittimo e la dichiarazione universale dei diritti umani, in particolare per quanto riguarda l’obbligo stabilito dal quadro giuridico applicabile alla ricerca e al salvataggio per portare le persone naufragate in un “luogo sicuro”(PoS)² senza alcun ritardo³.

L’istituzione di un meccanismo di ricollocazione per le persone soccorse in mare da navi private è secondaria al problema più ampio delle gravi violazioni in atto del diritto internazionale dei diritti umani che si verificano nell’area del Mediterraneo contro le persone che migrano. Queste violazioni sono soprattutto messe in atto attraverso la cooperazione degli stati membri dell’UE con paesi terzi come la Libia, un paese colpito da una guerra civile, in cui le cosiddette autorità sono in stretto collegamento con i trafficanti di esseri umani e le torture e i disumani e degradanti trattamenti sono di solito perpetrati contro gli stranieri, come denunciato in dettaglio da numerosi rapporti istituzionali negli ultimi anni. Riaffermiamo che l’apertura di canali di ingresso legali da paesi terzi e corridoi umanitari dai paesi in guerra costituisce l’unico vero modo per combattere e smantellare le reti di trafficanti nel Mediterraneo centrale.

Inoltre, la mancanza di dati completi e affidabili e il seguito dato alla distribuzione degli sbarchi persone comporta pratiche di ricollocazione non trasparenti, poiché i paesi possono spesso ricevere meno persone rispetto agli impegni iniziali⁴.

Inoltre, gli attuali meccanismi ad-hoc con scarsa responsabilità stanno mantenendo una disparità di trattamento per quanto riguarda la condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri dell’UE. Al fine di soddisfare queste preoccupazioni, le organizzazioni firmatarie desiderano condividere una serie di linee guida alla luce del Consiglio dei Ministri del GAI e avendo come riferimento la dichiarazione comune del 23 settembre 2019 risultante dal mini vertice di Malta.

1. Trasferimento temporaneo come misura di accompagnamento

Un meccanismo di ricollocazione temporanea non sostituisce una soluzione a lungo termine e fornirebbe solo una soluzione fragile e illusoria per l’emergenza umanitaria nel Mar Mediterraneo. Una soluzione duratura richiede la riforma del Common European Asylum System (CEAS), compreso il regolamento di Dublino e si basa su un principio di solidarietà, come sancito dal trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE).

Il Consiglio europeo sta ancora bloccando la riforma di Dublino III, ignorando una proposta del Parlamento europeo che è già stata presentata nel 2017. Accogliamo con favore il riferimento fatto al punto 15 della Dichiarazione comune in merito all’impegno “ad avanzare sulla riforma del sistema europeo comune di asilo sulla base di un’iniziativa della Commissione”, sottolineando tuttavia la necessità di prendere in considerazione il potere di iniziativa del parlamento europeo sulla questione.

Notiamo inoltre che il progetto delineato nella Dichiarazione congiunta include clausole che lo rendono dipendente da fattori poco chiari e lascia troppa discrezione ai singoli Stati membri. In particolare, il punto 15 della Dichiarazione sottolinea che “questo meccanismo come progetto pilota deve essere valido per un periodo non inferiore a sei mesi e può essere rinnovato previo accordo delle parti interessate o risolto nel caso di uso improprio da parte di terzi “, dove non è chiaro cosa si intende per “uso improprio”, e conclude aggiungendo che “in caso in cui il numero di persone ricollocate entro questi 6 mesi aumenti sostanzialmente, gli Stati membri partecipanti si riuniranno immediatamente per consultazioni. Durante le consultazioni, l’intero meccanismo potrebbe essere sospeso”. Dobbiamo evidenziare come queste condizioni e variabili indeboliscano potenzialmente l’intero concetto riducendone la portata, ancora una volta a causa di un meccanismo ad-hoc.

2. Protezione specifica e criteri orientati ai bisogni umani per il trasferimento in piena conformità

Qualsiasi schema di ricollocazione deve allo stesso tempo garantire che i paesi di destinazione siano definiti tenendo conto delle esigenze e dei collegamenti individuali come la famiglia, la comunità e i collegamenti sociali concepiti in senso lato, nonché le vulnerabilità individuali e i gruppi vulnerabili, comprese le vittime di violenza, minori non accompagnati, disabili, potenziali vittime della tratta e dello sfruttamento (sessuale) in Europa, ma anche che il trasferimento avviene il più rapidamente possibile senza ritardi evitabili. Inoltre, un meccanismo di ricollocazione deve garantire che l’accordo non lasci una lacuna di responsabilità, lasciando le persone in una zona grigia burocratica in cui nessuno Stato membro si sta assumendo la responsabilità delle loro domande e le persone interessate non hanno accesso ai rimedi legali.

3. Nessuna pre-proiezione

Le pratiche di selezione pre-ricollocazione, quali le preselezioni delle persone da parte degli Stati membri, danneggiano il principio di non discriminazione dei rifugiati sancito dal diritto internazionale – la selezione delle persone ammissibili alla ricollocazione significa in pratica che le persone interessate potrebbero non essere in grado di accedere al diritti e benefici cui hanno diritto ai sensi dell’acquis sull’asilo dell’UE. Le persone devono avere prontamente accesso a una procedura di asilo, sottoporsi a valutazioni della vulnerabilità e degli interessi migliori e beneficiare del diritto di rimanere sul territorio, nonché del diritto a condizioni di accoglienza adeguate come alloggio e assistenza sanitaria. Inoltre, i pre-screening rischiano la proliferazione dei cosiddetti hotspot, in quanto il paese di arrivo dovrebbe creare centri per lo svolgimento di tali pre-screening. Le strutture di hotspot, già esistenti in Italia, non possono garantire un livello sufficiente e dettagliato esame dei singoli casi. Inoltre, gli hotspot non devono essere utilizzati per la detenzione sistematica di cittadini stranieri appena arrivati ​​e questi devono avere accesso all’assistenza legale e sociale per tutta la durata delle procedure di ricollocazione, evitando il rischio di essere isolati dalle garanzie derivanti dall’intervento di organizzazioni indipendenti e società civile.

Il trasferimento dovrebbe essere automatico / immediato e dovrebbe includere tutto, non solo le persone che hanno espresso esplicitamente la volontà di chiedere asilo, e quindi dovrebbe includere tutte le persone sbarcate in tutti gli Stati europei, incluso Spagna e Grecia.

4. Nessun meccanismo di rotazione dei porti

Un meccanismo di rotazione, il che significa che alle navi di soccorso civile sono assegnati diversi porti europei come Luogo di sicurezza (PoS) dopo le operazioni di salvataggio, non è giustificabile dal punto di vista marittimo e umanitario. Al fine di garantire che le persone soccorse vengano sbarcate al più presto, come definito dal diritto internazionale, possono essere presi in considerazione solo porti sicuri nelle immediate vicinanze. Inoltre, sbarcare in un porto più distante comporta rischi non necessari ed evitabili per le persone soccorse a bordo. Questi includono la situazione medica, le condizioni meteorologiche e la carenza di approvvigionamento. Inoltre, significa una più lunga assenza di capacità di salvataggio nel Mediterraneo centrale. Con un meccanismo di ricollocazione equo e funzionale, non sarebbe necessario un meccanismo di rotazione.

Il punto 1 della Dichiarazione afferma: “Nel caso di una pressione migratoria sproporzionata in uno Stato partecipante, calcolata con riferimento alle limitazioni delle capacità di accoglienza o ad un numero elevato di domande di protezione internazionale, un posto di sicurezza alternativo sarà proposto su base volontaria base “. Ciò sembra suggerire che il meccanismo di ricollocazione concordato può essere” infranto “da un’offerta volontaria e alternativa di un PoS da parte di qualsiasi Stato membro, il che non è giustificabile dal punto di vista marittimo e umanitario. Tutte le persone salvate devono essere sbarcate “senza alcun ritardo”, vale a dire nel PoS più vicino.

La Dichiarazione continua affermando che: “Le persone soccorse da navi di proprietà statale devono essere sbarcate nel territorio del loro Stato di bandiera”. I criteri per lo sbarco non possono essere la bandiera della nave ma l’identificazione di un PoS idoneo, secondo le linee guida delineandone la definizione. Questo approccio è pericoloso in quanto giustifica lo sbarco in Libia da parte delle attività della Guardia costiera libica (LYCG) o in altri paesi che non si qualificano come PoS, in violazione del diritto marittimo e dei diritti umani.

5. Integrazione delle navi mercantili

L’accordo di ricollocazione temporanea dovrebbe non solo considerare le persone salvate dalle navi delle ONG, ma anche quelle salvate dalle navi mercantili e statali, nonché le navi rifugiate che arrivano da sole. Se lo sbarco rapido fosse garantito in ogni caso di salvataggio, ciò impedirebbe ulteriori casi di non assistenza e respingimenti illegali di persone salvate in Libia.

6. Integrazione dei comuni

Gli Stati membri dell’UE non dovrebbero continuare a ignorare e bloccare la ricettività delle loro popolazioni. Fino a ottobre 2019, oltre 100 città in tutta Europa, tra cui Germania, Spagna e Italia, si sono dichiarate “Porti sicuri” o hanno dichiarato direttamente i loro porti aperti per ricevere persone soccorse, affermando che avrebbero accettato più persone di quelle ufficialmente assegnate . Un accordo di ricollocazione dovrebbe consentire l’approvazione e gli impegni delle città e delle organizzazioni della società civile. Per questo, è assolutamente necessario progettare un nuovo sistema di accoglienza e trasferimento rapido, tangibile e pratico a livello europeo. Qualsiasi riforma praticabile del sistema di asilo e migrazione dell’UE dovrà includere la prospettiva comune sulla migrazione e il livello di governo municipale.

7. Meccanismo di sanzione per i paesi non aderenti.

Il punto 3 dell’accordo prevede la richiesta di partecipazione degli altri Stati membri dell’UE e di Schengen in questo meccanismo. Dovrebbe essere possibile solo con un meccanismo sanzionatorio per i paesi non aderenti.

8. Debunking dell’argomento “pull factor”

Il punto 6 dell’accordo ha messo in discussione la presenza di un meccanismo di salvataggio come fattore di attrazione. “Riconfermare che questo meccanismo temporaneo non dovrebbe aprire nuovi percorsi irregolari verso le coste europee ed evitare la creazione di nuovi fattori di attrazione”. Diversi studi hanno messo in evidenza che non vi è alcuna correlazione tra la presenza di ONG nel Mar Mediterraneo e le partenze dalle coste libiche. L’analisi più recente dell’ISPI (Institute for International Political Studies) smentisce la teoria del fattore pull in relazione alla presenza di ONG nel Mar Mediterraneo. In effetti, anche quando la presenza delle navi delle ONG era bassa, gli arrivi sulle coste italiane in barca dalla Libia o dalla Tunisia erano alti.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fact-checking-migrazioni-2018-20415

Le persone partono perlopiù a causa delle cattive e pericolose condizioni di vita nei loro Paesi di origine e sono disposte ad affrontare i rischi di attraversare il mare. Le risorse di salvataggio non sono la causa della migrazione e sono lì per curare piuttosto i sintomi.

La prima parte del paragrafo 9⁵ fornisce inoltre indicazioni sulla posizione delle navi. Si noti che l’AIS (sistema di informazione automatizzato) è obbligatorio per le navi commerciali e le navi passeggeri che effettuano viaggi internazionali con un peso lordo di oltre 300 tonnellate, come previsto dall’IMO già nel 2004. Il chiarimento del suo utilizzo, pertanto, sembra superfluo poiché le navi nominate sono tenute a renderlo operativo. Il documento sottolinea “di non inviare segnali luminosi o qualsiasi altra forma di comunicazione per facilitare la partenza e l’imbarco delle navi che trasportano migranti dalle coste africane”. Tali dichiarazioni non hanno una base empirica e non sono correlate a nessun documento ufficiale ma raccolgono dichiarazioni e accuse che sono circolate attraverso i media.

9. Rivedere l’impegno e il sostegno alla cosiddetta Guardia costiera libica

Il punto 9 dell’accordo prevede di “non ostacolare le operazioni di ricerca e salvataggio da parte delle navi ufficiali della Guardia costiera, compresa la Guardia costiera libica, e di prevedere misure specifiche per salvaguardare la sicurezza dei migranti e degli operatori”.

Dall’accordo più recente tra Italia e governi libici⁶, il ruolo della cosiddetta Guardia costiera libica è stato spesso controverso. Diverse indagini hanno messo in evidenza la composizione poco chiara del personale del LYCG e le sue reali intenzioni.

L’ultimo rapporto dell’UNSMIL (Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia) esprime “continuano a sussistere gravi preoccupazioni riguardo al trasferimento di migranti salvati o intercettati in mare dalla Guardia costiera libica verso centri di detenzione non ufficiali a Khums. Centinaia di migranti salvati che sarebbero stati inviati ai centri di detenzione sono stati successivamente elencati come dispersi, e si ritiene che potrebbero essere stati trafficati o venduti ai trafficanti, mentre altri sono scomparsi lungo la strada per il vicino Suq al-Khamis”.

https://unsmil.unmissions.org/sites/default/files/sg_report_on_unsmil_s_2019_628e.pdf

L’articolo che segue illustra come, al contrario delle implicazioni nella Dichiarazione congiunta, le operazioni di diverse ONG siano state ostacolate da interventi del cosiddetto LYCG. Le fonti mostrano come ad oggi un CCR competente sia difficilmente identificabile in Libia a causa della mancanza di sostanziali requisiti di base delineati nelle convenzioni SAR. Inoltre, il cosiddetto LYCG non è in grado di coprire un’area SAR della dimensione attuale, rendendo impossibile ogni cooperazione. Alcune rare occasioni singole mostrano prove di adeguate misure operative per preservare la vita in mare. Qualsiasi collaborazione delle ONG con il cosiddetto LYCG è possibile solo se la sicurezza della vita in mare è garantita in ogni circostanza, a tale proposito le ONG firmatarie si astengono dal impegnarsi in qualsiasi tipo di coordinamento e cooperazione che porti a facilitare i respingimenti illegali in Libia.

 http://www.vita.it/it/article/2017/11/08/mediterraneo-tutti-gli-attacchi-della-guardia-costiera-libica-alle-ong/145042/

10. Percorsi sicuri e legali come priorità nella cooperazione con i paesi terzi

Il punto 12 della Dichiarazione sottolinea: “Continuare e approfondire la nostra cooperazione con i paesi di origine e di transito per combattere l’immigrazione clandestina, le reti di traffico di migranti e le relative attività criminali e il traffico di esseri umani, nonché per rafforzare gli incentivi per i rimpatri”. Non vi è alcun riferimento alla creazione necessaria di rotte sicure e legali per la migrazione, anche come prima misura per contrastare la tratta di esseri umani. La priorità dovrebbe essere data all’evacuazione della Libia attraverso l’immediata creazione di corridoi umanitari.

Qualsiasi finanziamento destinato a facilitare i respingimenti, la detenzione arbitraria e illimitata e le violazioni dei diritti umani deve essere sospeso. La cooperazione con i paesi terzi e i relativi finanziamenti dovrebbero essere sottoposti al controllo degli organismi di controllo dei diritti umani e di un sistema di responsabilità. Il punto 14 della Dichiarazione stabilisce un impegno “a rafforzare le capacità delle guardie costiere dei paesi terzi del Mediterraneo meridionale e a incoraggiare l’UNHCR e l’IOM a sostenere le modalità di sbarco nel pieno rispetto dei diritti umani in tali paesi”. Deve essere chiaro che non è la presenza di agenzie delle Nazioni Unite che definiscono un luogo di sicurezza. Un luogo di sicurezza deve essere selezionato esclusivamente sulla base dei criteri stabiliti dal diritto marittimo e tenendo conto del quadro applicabile in materia di diritti umani. L’osservazione conclusiva “Nel pieno rispetto dei diritti umani in quei paesi” di fatto esclude tutti i paesi nordafricani nella fase attuale per garantire la sicurezza e la protezione delle persone sbarcate a seguito di operazioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale.

11. Revisionare le regole di ingaggio della sorveglianza aerea e integrarle con le risorse navali.

Il punto 13 della Dichiarazione chiede “Potenziare la sorveglianza aerea condotta dall’UE nel Mediterraneo meridionale al fine di garantire che le imbarcazioni migranti vengano individuate in anticipo al fine di combattere i migranti reti di contrabbando, tratta di esseri umani e attività criminali connesse e riduzione al minimo del rischio di morte in mare. Rafforzare gli sforzi dell’UE in questo senso da parte delle autorità competenti e invita gli Stati membri ad allocare attività e risorse a tali operazioni aeree ”. La sorveglianza aerea si è dimostrata insufficiente per prevenire la perdita di vite umane in mare. Chiediamo di riprendere la presenza di risorse navali nell’ambito dell’operazione EUNAVFORMED recentemente estesa. Alla luce di un evidente divario nella capacità di salvataggio, gli Stati membri dell’UE dovrebbero prendere in considerazione l’inclusione delle risorse navali dell’UE con un mandato SAR dedicato. Ciò non solo impedirebbe la perdita di vite umane in mare, ma eviterebbe anche di sovraccaricare altre attività militari nel Mar Mediterraneo con compiti per i quali non sono preparati. Per quanto riguarda specificamente le missioni aeree, le regole di ingaggio dovrebbero essere riviste al fine di non facilitare i respingimenti illegali e impedire alle persone di raggiungere l’Europa a tutti i costi. Abbiamo assistito a ritardi ingiustificabili negli interventi sui casi di soccorso a seguito dell’insistenza nel delegare la responsabilità alle autorità libiche, anche quando non rispondono. È necessario istituire un sistema di responsabilità accessibile per garantire la trasparenza delle operazioni aeree e il rispetto del quadro giuridico applicabile in materia di diritti marittimi e umani quando si tratta di imbarcazioni in pericolo in mare.

Proposte:

Il testo ha un valore semestrale, durante questo periodo verranno testate le misure preparate.

Prima della sua ratifica e del coinvolgimento di altri paesi europei, chiede se:

  • La discussione è stata pianificata per lo sviluppo di strumenti alternativi del governo europeo per il salvataggio in mare, per prevenire viaggi insicuri in cui muoiono migliaia di persone⁷. Si ritiene, ad esempio, che il sistema di reinsediamento sviluppato dall’UNHCR sia stato rafforzato direttamente dalla Libia in Italia⁸. O al sistema di corridoi umanitari che dal 2015, ai sensi dell’articolo 25 del regolamento CE 810/2009, che offre ai paesi Schengen la possibilità di rilasciare visti umanitari validi per il loro territorio.
  • L’azione della missione di Sofia, rinnovata fino al 2020, con l’introduzione di risorse navali e non solo aeree, sara’ incrementata.

 

1 Il 21 agosto 2019, il salvataggio di 83 persone soccorse dal Open Arms e’ durato circa 19 giorni. Anche l’Ocean Viking di SOS MEDITERRANEE ha dovuto aspettare 14 giorni per sbarcare ben 365 persone salvate il 23 agosto 2019 in un porto sicuro
2 Art. 98 UNCLOS, Convenzione SAR 1979, Allegato, Capitolo 1, Paragrafo 1.3.2.
3 raccomandazione dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO) – Risoluzione MSC.167 (78), Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare
4 Nel luglio 2018, il ministro degli interni tedesco ha annunciato che la Germania avrebbe accettato 565 persone salvate dall’emergenza in mare. Di questi, solo Finora 225 persone sono state trasferite. Dopo il vertice di Malta, Seehofer ha sottolineato che la quota di ricollocazione dipende dal numero di membri dell’UE gli Stati aderiranno all’accordo l’8 ottobre 2019 in Lussemburgo
5 Richiede che tutte le navi impegnate in operazioni di salvataggio, in particolare soggette a istruzioni fornite dal competente Centro di coordinamento di salvataggio, non spengano i transponder di bordo, il sistema di informazione automatizzato  (AIS) a non inviino segnali luminosi o qualsiasi altra forma di comunicazione che possa agevolare la partenza e l’imbarco delle imbarcazioni che trasportano i migranti dalle coste africane.
6 Redatto e firmato a Roma il 2 febbraio 2017 in due copie originali, ciascuna in arabo e italiano. http://www.governo.it/sites/governo.it/files/Libia.pdf
7 Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), dal 1 ° gennaio al 3 ottobre 2019, 1.041 persone hanno perso la vita nel tentativo di farlo attraversare il Mediterraneo.
8 A seguito di questa evacuazione, l’UNHCR ha aiutato 1.474 rifugiati vulnerabili a lasciare la Libia nel 2019, di cui 710 sono stati accompagnati in Niger, 393 in Italia e 371 che sono stati trasferiti in altri paesi in Europa e Canada.
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Liberare tutte le navi di salvataggio, ora!

Alla luce del vertice odierno di Malta, dove cinque Ministri degli Interni di stati membri dell’Unione Europea si riuniscono per discutere una quota di ricollocazione dei migranti salvati nel Mediterraneo, rilasciamo questa dichiarazione collettiva per chiedere il rilascio immediato di tutte le navi di soccorso della società civile.

LIBERARE TUTTE LE NAVI DI SALVATAGGIO, ORA! 

23 settembre 2019

Il regime di controllo delle frontiere dell’Unione Europea blocca ogni accesso legale sicuro e obbliga i rifugiati e i migranti a muoversi lungo rotte “clandestine” e a viaggiare su imbarcazioni non sicure. È una vergogna.

L’Unione Europea non appare disposta a riorganizzare un piano di salvataggio in mare per coloro che sono colpiti dalle sue politiche. Continua invece ad essere una pratica quotidiana la collaborazione illegale finalizzata al respingimento/ deportazione tra gli aerei militari dell’Unione Europea e le forze armate libiche. È una vergogna.

Quando persone e organizzazioni della società civile intervengono per salvare vite umane in mare, la UE e i suoi Stati membri li criminalizzano. Mentre donne, bambini, uomini annegano e muoiono, la UE e i suoi Stati membri tengono sotto sequestro le navi che potrebbero salvare vite umane. È una vergogna.

Noi chiediamo:

– Dissequestro immediato di tutte le navi di salvataggio non governative in Italia e a Malta!

– Cessazione immediata della collaborazione tra governi e istituzioni europee e le forze libiche!

– la fine della criminalizzazione del soccorso in mare!

– Porti aperti in Italia e Malta, e sbarco immediato dopo ogni salvataggio!

– Rapido trasferimento e distribuzione dei rifugiati e dei migranti secondo i paesi di destinazione desiderati e, in particolare, in collaborazione con le città solidali e rifugio di tutta Europa!

 

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I naufraghi salvati dalla Alex denunciano i crimini contro l’umanità in Libia. L’Europa? Complice

Ricordiamo bene i volti e le storie delle 59 persone che abbiamo soccorso il 4 luglio scorso con la barca a vela Alex & Co.

Ricordiamo la loro dignità, il loro coraggio, la forza straordinaria che hanno avuto in quelle 50 ore in cui i governi ci avevano abbandonato, loro e noi, naufraghi coi naufraghi, senza un porto sicuro nonostante fossimo in 70 su una barca di appena 18 metri, con i bagni da subito inutilizzabili, senza acqua nei serbatoi, con pochissime scorte di cibo.

Ricordiamo la consapevolezza che quelle donne e quei ragazzi avevano delle violenze subite. Le loro parole: “meglio una vita su questa barca con voi che un minuto di più in Libia”, i numeri che avevano scritti addosso, anche i bambini: marchiati. I loro visi terrorizzati mentre la motovedetta regalata dall’Italia ai libici ci inseguiva e poi si affiancava a noi, e ancora non sapevano se li avremmo riconsegnati alle bombe e alle torture.

E ricordiamo anche, con un moto di indignazione che ritorna, l’ordine del centro di coordinamento italiano avvertito da noi del loro gommone in difficoltà, che ci diceva che avremmo dovuto fare riferimento alla Libia. Allora, come in tutte le altre volte, abbiamo rifiutato.

Il 6 luglio entravamo con la nostra barca a vela Alex nel porto di Lampedusa dichiarando lo stato di necessità e violando il decreto sicurezza bis. Stavamo rispettando, facendolo, il diritto dei diritti umani, il diritto del mare e la nostra Costituzione. Ma negli ultimi anni, nel Mediterraneo, tutto è stato capovolto e paradossale, e la Alex ha avuto una multa di 66.000 euro per quel salvataggio ed è ancora sotto sequestro e a concreto rischio di definitiva confisca da parte dello Stato. 

Una “punizione” ancora più paradossale, alla luce del fatto che le persone che abbiamo portato in salvo sono oggi testimoni di un’inchiesta sui reati di tortura, stupro, omicidio, perpetrati in Libia da carcerieri che adesso si trovano in Italia e che i nostri compagni di viaggio hanno riconosciuto. Raccontano, finalmente ascoltati, dei cavi elettrici sui loro corpi, delle bastonate fino alla morte, delle uccisioni, delle violenze di massa sulle donne, all’interno di un sistema definito dallo stesso Procuratore di Agrigento come un crimine contro l’umanità. 

La giustizia e la verità sono riaffermate dal basso: dal coraggio eccezionale di chi attraversa il Mediterraneo fuggendo l’orrore della Libia per riconquistare la propria dignità di essere umano anche a rischio della vita, e in piccola parte dalle navi della società civile che hanno il privilegio di incontrare queste persone. Ma è solo l’inizio di un lungo processo che deve risalire la catena di responsabilità istituzionali rispetto alle violazioni gravissime e reiterate che ormai da anni segnano il Mediterraneo.

I torturatori riconosciuti come tali e su cui si sta indagando agivano dentro centri governativi libici. Quelli finanziati dall’Italie e dall’Ue. Il sistema di cattura, estorsione, rimessa in mare, ancora cattura, ancora tortura, ancora estorsione, funzionava e funziona sulla base del memorandum d’intesa con la Libia firmato del governo italiano nel febbraio del 2017. Le motovedette della cosiddetta guardia costiera libica sono italiane e vengono guidate dagli assetti aerei dell’Unione europea quando intercettano e riportano indietro i profughi di guerra per rimetterli nelle mani di carcerieri e trafficanti.

I complici di questo crimine contro l’umanità sono in Europa, e hanno funzioni politiche istituzionali.

Gli accordi con la Libia vanno solo stracciati, e sarà sempre troppo tardi quando ciò verrà fatto, perché la Storia ha già giudicato.

Nel frattempo, noi torneremo in mare, come facciamo dal 4 ottobre del 2018, per sottrarre alla morte e alle torture più bambini, più donne, più uomini che potremo.

Alessandra Sciurba

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Sette giorni di violazioni, omissioni e abusi: esposto di Mediterranea alla Procura della Repubblica

Il 4 settembre del 2019 abbiamo inviato un esposto alla Procura di Agrigento e alla Procura di Roma.

Le prime 30 pagine offrono una ricostruzione dettagliata di tutti gli eventi intercorsi dall’alba del 28 agosto, quando la nostra nave ha soccorso 98 persone, tra cui 22 bambini piccoli, a rischio di morte su un gommone sovraffollato, fino alle prime ore del 3 settembre, quando al nostro comandante e al nostro armatore sono stati assurdamente notificati il sequestro amministrativo di Mare Jonio e una sanzione di 300.000 euro per avere violato il divieto di ingresso in acque territoriali, nonostante fossimo entrati con formale autorizzazione delle autorità competenti.

La lista di violazioni e abusi commessi in questa vicenda è lunga, e non è certamente a carico del nostro equipaggio. È un dovere etico riaffermare pienamente la verità e la giustizia rispetto a quanto accaduto, e continuare a tutelare i diritti delle persone che abbiamo soccorso e del nostro equipaggio. Ancora una volta siamo noi a chiedere che le indagini vengano aperte, certi di avere sempre agito – a differenza di alcuni dei massimi vertici del governo in carica fino a ieri – in piena conformità col diritto internazionale e con la nostra Costituzione.

Speriamo che venga anche ricostruita dall’autorità giudiziaria la catena delle responsabilità istituzionali e personali riguardanti il nostro caso, poiché, riportando fedelmente l’esposto:

“Si ritiene che la vicenda che ha riguardato la gestione dell’evento SAR del 28 agosto 2019 prima; l’adozione del provvedimento inibitorio di accesso alle acque territoriali in seguito; ed il sequestro amministrativo della nave MARE JONIO e di applicazione di sanzione pecuniaria per l’asserita violazione della diffida ministeriale, per finire, sia segnata da una serie di gravissime omissioni istituzionali; di provvedimenti assunti in difetto delle condizioni di legge e in violazione di obblighi internazionali e di norme di rango costituzionale; di comportamenti di dubbia liceità e fortemente lesivi della integrità psico-fisica, dignità e dei diritti dei migranti soccorsi, dell’equipaggio e di tutte le persone a bordo, con particolare riferimento a:

il tentativo di respingere in Libia 98 profughi di guerra in grave condizione di vulnerabilità, vittime di reiterati atti di sevizie e violenze nei campi di detenzione libici, tra cui numerosi bambini e donne in gravidanza, con la consapevolezza di esporli, in tale maniera, al rischio concreto di essere torturati o uccisi;
l’omesso coordinamento dell’evento SAR da parte delle Autorità nazionali a ciò preposte, pur essendo state costoro informate, per prime, del soccorso e dunque avendone l’obbligo legale;
l’omessa assegnazione del PoS in violazione degli obblighi internazionali e nazionali in tema di salvataggio delle vite in mare;
l’emissione del provvedimento inibitorio di accesso nelle acque territoriali da parte dei Ministri competenti in assenza di alcuna istruttoria atta ad accertare la sussistenza delle ragioni di pericolosità per l’ordine e la sicurezza nazionale richiamate nel decreto n. 59/2019 convertito in legge n. 77 e in diretta violazione degli obblighi internazionali e nazionali in tema di salvataggio delle vite in mare;
l’ingiustificato trattenimento di tutte le persone a bordo della MARE JONIO – nave, peraltro, battente bandiera italiana, come tale territorio flottante dello Stato – costretti a rimanere sul rimorchiatore contro la loro volontà per 6 giorni in condizioni inumane ben note alle competenti autorità in quanto documentate da sanitari di bordo e ministeriali e dalla psichiatra, dott.ssa Carla Ferrari Aggradi e reiteratamente comunicate alle competenti autorità;
il ritardo nell’adozione dei provvedimenti di evacuazione medica pur a fronte dei numerosi solleciti e delle relazioni del sanitari di bordo e ministeriali e della relazione psichiatrica che paventava il rischio, in caso di prosecuzione della permanenza a bordo, di atti di autolesionismo o di reazioni violente, che ha cagionato un progressivo aggravamento delle condizioni psico fisiche dei naufraghi soccorsi fino ad ingenerare condotte autolesive, ansia, panico, disturbi del sonno, rifiuto del cibo e scioperi della fame;
l’omessa indicazione di un punto di fonda all’interno delle acque territoriali, in temporanea deroga all’inibizione, per garantire la sicurezza di tutte le persone a bordo della MARE JONIO a fronte dell’allerta meteo diramata dalle Autorità competenti;
l’omessa, tempestiva, adozione, da parte delle competenti Autorità, dei necessari provvedimenti a tutela della salute e della sicurezza di tutte le persone a bordo per contenere il rischio di un’emergenza sanitaria e la diffusione di malattie comunitarie, pur essendo stati reiteratamente informati delle precarie condizioni igieniche della MARE JONIO a causa della disfunzione dell’impianto di dissalazione dell’acqua, e della conseguente assenza di acqua corrente, e del rischio di diffusione di malattie comunitarie per l’impossibilità di garantire una corretta igiene personale e degli ambienti;
l’aver, come conseguenza delle condotte sopra richiamate, sottoposto i naufraghi soccorsi dalla MARE JONIO a trattamenti inumani e degradanti, fortemente lesivi della loro dignità di persone e dei loro diritti fondamentali, contribuendo ad aggravarne le condizioni di stress psico-fisico al punto da ingenerare reazioni di tipo autolesive, depressive, rifiuto del cibo, ansia e panico;
l’adozione del provvedimento di sequestro amministrativo della MARE JONIO e della sanzione pecuniaria per violazione dell’art. 12 comma 6 bis del Decreto Legislativo n. 286/1998, pur a fronte dell’autorizzazione all’ingresso in acque territoriali rilasciata dalle competenti Autorità portuali.”

Abbiamo chiesto alla Procura della Repubblica di procedere ad accertare tutti gli estremi di reato riconducibili a queste condotte, al fine di perseguire e punire a norma di legge chi ne è autore. è un atto di giustizia che travalica anche le vicende che ci vedono direttamente protagonisti.

Perché ripristinare lo stato di diritto nel Mediterraneo significa costruire argini all’abuso e alla violenza del potere anche a terra.

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Luca Casarini: «Contro di noi il colpo di coda di Salvini»

Proprio quando lo stallo sembrava risolto, l’equipaggio della Mare Jonio ha dovuto affrontare una nuova, inattesa emergenza. Questa volta nelle acque agitate di un vero e proprio scontro istituzionale. Lunedì pomeriggio era stato autorizzato «per motivi sanitari» lo sbarco delle ultime persone salvate il 28 agosto scorso. Qualche ora dopo la capitaneria di porto di Lampedusa ha dato il via libera all’ingresso nelle acque territoriali della nave umanitaria. A bordo era rimasto solo l’equipaggio. In seguito, però, alcuni ufficiali della guardia di finanza hanno raggiunto l’imbarcazione e notificato l’ennesimo sequestro e una maximulta da 300 mila euro. Abbiamo intervistato il capomissione Luca Casarini, poco prima che l’imbarcazione attraccasse finalmente nel porto dell’isola siciliana.

Cosa è successo dopo il trasbordo degli ultimi naufraghi?

Quando l’ultima persona salvata è scesa a terra, nel porto di Lampedusa, abbiamo considerato concluso l’evento Sar di ricerca e soccorso. A bordo era rimasto solo l’equipaggio, erano quindi venute meno le condizioni ostative all’ingresso nelle acque territoriali italiane. Noi siamo comunque rimasti in attesa dell’autorizzazione. Abbiamo contattato il centro di coordinamento per il soccorso in mare (Mrcc) di Roma, che ci ha detto che la competenza sull’ingresso era della capitaneria di porto di Lampedusa. Questa ci ha chiesto di svolgere le normali pratiche. Lo abbiamo fatto, inviando tutti i documenti. Successivamente la capitaneria ci ha ricontattato attraverso il canale radio Vhf 16 che, insieme a mail e telefono satellitare, è uno dei tre strumenti che utilizziamo per le comunicazioni con le autorità. Ha autorizzato l’entrata nelle acque territoriali e ci ha indicato le coordinate del punto assegnato. Così abbiamo varcato il limite delle 12 miglia, ci siamo diretti dove richiesto e abbiamo comunicato che ci trovavamo nelle coordinate convenute, chiedendo quando saremmo potuti entrare nel porto dell’isola. Ci hanno risposto di attendere la mattina seguente. Ci stavamo apprestando a farlo…

Invece?

Invece siamo stati raggiunti da una telefonata della guardia di finanza che poco dopo ci ha affiancato con un gommone militare. Degli ufficiali sono saliti a bordo comunicandoci che la Mare Jonio era sotto sequestro per effetto del decreto sicurezza bis. Quando abbiamo spiegato che l’ingresso era stato autorizzato dalla capitaneria di porto, ci hanno risposto soltanto: «A noi non risulta». Lì abbiamo capito che era in corso un conflitto tra due istituzioni.

Dopo cosa è accaduto?

Io, in qualità di capomissione, e Giovanni Buscema, comandante della nave, siamo stati portati in caserma dove ci hanno notificato una multa da 300 mila euro e il nuovo sequestro della Mare Jonio. Un sequestro che questa volta preluderebbe alla confisca. Adesso, però, c’è spazio per i ricorsi. I nostri avvocati sono già a lavoro. Dimostreremo di nuovo che chi ha usato in termini di illegalità la propria posizione di potere non siamo certo noi, ma qualcuno che una volta faceva il ministro. Non abbiamo paura, ma ci fa rabbia dover perdere ancora del tempo. Saremmo potuti ripartire subito per tornare nel Mediterraneo centrale, dove c’è bisogno di noi.

Qualche giorno fa la guardia costiera ha trasmesso alle procure di Agrigento e Roma i 37 nomi della catena di comando che ha portato al rifiuto di concedervi un porto sicuro. Adesso questo scontro con il Viminale. Come interpreta questi segnali?

Mi pare che questa mossa compiuta a notte fonda sia l’ultimo colpo di coda di chi voleva vendicarsi di Mediterranea. Che alla fine ha fatto semplicemente ciò che andava fatto. Perché nonostante decreti, divieti, blocchi, sequestri, abbiamo salvato 98 persone e affermato i principi delle convenzioni internazionali e di umanità. Capiamo che tutto ciò dia fastidio a qualcuno, ma il fastidio passa. Come passano i ministri.

Da domani infatti ne arriverà uno nuovo. Mediterranea ha qualche messaggio da recapitare?

In questo periodo si parla tanto dei decreti sicurezza. Bisogna denunciare la ratio di questi provvedimenti. Spingono all’illegalità non solo chi compie i salvataggi, ma anche gli uomini dello Stato. Perché questi agenti, questi ufficiali, questi comandanti che compiono atti illeciti in base agli ordini ricevuti saranno tutti indagati. Non è che viene indagato solo chi ha l’immunità parlamentare. E qui si tratta di crimini gravissimi, come le violazioni di diritti umani o i trattamenti inumani e degradanti. Queste leggi vanno cancellate anche per questo, perché sono criminogene: producono crimini.

 

(Via il manifesto)

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Mare Jonio: sequestro e multa da 300mila euro. Paradossale e disumana applicazione del Decreto Sicurezza Bis.

Alle 20:40 del 2 settembre, a poche ore dallo sbarco degli ultimi 31 naufraghi ancora a bordo della Mare Jonio, la nostra nave ha fatto ingresso in acque territoriali con l’autorizzazione delle competenti Autorità Marittime, avviando le pratiche per l’approdo nel porto di Lampedusa.

Paradossalmente, nella stessa notte, al nostro comandante e al nostro armatore è stato notificato il sequestro amministrativo di Mare Jonio insieme a una multa di 300.000 euro per avere violato il Decreto Sicurezza bis. Un ultimo colpo di coda da parte di chi non è riuscito ad accettare che una storia di umanità e giustizia si concludesse, finalmente, mantenendo intatta tutta la sua bellezza.

Ma se questo era l’intento, chi ha tentato questo ultimo atto di cattiveria vendicativa e insulsa si rassegni. Nei nostri occhi, come in quelli di questo paese, rimane la Nave dei bambini, quella che è arrivata appena in tempo, quella che ha strappato 98 persone dalla guerra e dalla morte in mare. La loro forza, il loro sorriso, il loro futuro, è quello che conta.

Torneremo dove bisogna essere, come abbiamo sempre fatto, e il paradosso che stiamo vivendo è così evidente da suscitare quasi pietà. A chi ha deciso di fermare ancora Mare Jonio, resta però il peso e la responsabilità, oltre a tutte le altre, di tenere lontana un’altra nave, per giorni o settimane, dalla possibilità di salvare chi anche in questo momento sta rischiando di annegare.

Bambini, come quelli che abbiamo abbracciato, pesano sulla sua coscienza. Sulla nostra, solo la certezza di quanto ogni cosa valesse la pena. 237 vite salvate nel 2019 da Mediterranea Saving Humans. E una nave diventata simbolo di un’Italia che non ha paura, che non si fa ingannare, che è riuscita, nonostante tutto, a conservare l’anima e il cuore, e a ricordare che non è disprezzando la vita che si conquistano i diritti.

Che o ci si salva insieme, o non si salva nessuno.

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Quinto giorno dal salvataggio. Mare Jonio, 13 miglia a largo di Lampedusa

Stanotte sulla Mare Jonio il temporale ha terrorizzato i 31 naufraghi ancora a bordo. Lampi, tuoni e vento forte sono bastati per farli iniziare a tremare. Sono persone traumatizzate da un vissuto di violenze e torture di cui portano i segni addosso, e da una tragica traversata in mare in cui hanno perso tra le onde almeno sei compagni di viaggio. Per tutti si è tornati a chiedere un’evacuazione che è stata negata.

Solo a 3 persone, una donna e due ragazzi, nel pomeriggio di ieri, era stato concesso di sbarcare. Ma perché ciò accadesse si erano dovuti ridurre a non riuscire a stare più in piedi.

Intanto abbiamo inviato una richiesta di revoca del divieto di ingresso in acque territoriali ai ministri che l’hanno firmato e siamo tornati a chiedere un porto sicuro di sbarco prima possibile, come è nostro diritto, e soprattutto diritto dei naufraghi, avere.

Il Decreto Sicurezza Bis, illegittimo e incostituzionale, si basa sulla presunzione del pericolo di ingresso delle persone rispetto alla sicurezza dello Stato. Abbiamo allegato alla richiesta le loro storie. Rappresentano un insieme di sofferenze e diritti negati, sono davvero questi i nemici di cui avere paura?

A bordo è sempre più dura, anche se si resiste insieme.

Alcune delle persone soccorse hanno smesso di bere e di mangiare. Ieri si è dovuta imbarcare e rimanere a bordo una psichiatra per dare tutta l’assistenza possibile.

L’equipaggio continua prendersi cura, ora dopo ora, di ognuna di loro, mentre è previsto un peggioramento importante delle condizioni meteomarine che metterà ulteriormente a repentaglio la sicurezza di tutti.

Queste donne e questi uomini non devono essere il nuovo oggetto di liti politiche e propaganda, ma rappresentare il simbolo di un cambiamento culturale possibile, che restituisca l’anima a questo paese rimettendo al centro l’umanità e i diritti.

A chi serve questo spettacolo della cattiveria? Devono sbarcare tutti in barella? Fateli scendere sulle loro gambe. E basta.