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Lettera al Commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa dalle navi di soccorso della società civile

Al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa

Oggetto: Segnalazione del decreto del 7 aprile 2020 emanato dal Ministro delle Infrastrutture  e dei Trasporti di concerto con il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, del Ministro dell’Interno e del Ministro della salute, avente ad oggetto il diniego di POS (place of safety) alle navi non battenti bandiera italiana a causa dell’emergenza Covid 19.

Gentile Signora Commissaria, 

Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans, Open Arms e Sea-Watch, tutte realtà della società civile operanti nelle zone SAR Search and Rescue nel Mediterraneo Centrale, si rivolgono a Lei per segnalare che, a causa dell’attuale emergenza sanitaria, le autorità italiane, con il decreto interministeriale del 7 aprile 2020 hanno stabilito che l’Italia non concederà un POS alle persone soccorse in mare da navi che non battono bandiera italiana. 

Il decreto muove dall’assunto che un eventuale sbarco su suolo italiano determinerebbe un aggravio insostenibile a carico del sistema sanitario nazionale, già saturo a causa dell’emergenza Covid 19, esporrebbe la popolazione al rischio di contagio e distoglierebbe le forze dell’ordine dalle prioritarie funzioni di vigilanza sul rispetto delle restrizioni alla libertà di circolazione.

Esprimiamo grande preoccupazione per le determinazioni assunte, che appaiono destituite di fondamento logico ed empirico, ampiamente discriminatorie e del tutto sproporzionate rispetto agli obiettivi riferiti,  e in palese contrasto con i trattati internazionali e, in particolare, con la Convenzione, pur invocata nel decreto. 

Non si comprende, invero, come si possa, da un assunto meramente ipotetico – la potenziale presenza di casi di infezioni a bordo – inferire, per via generale ed astratta, la sussistenza di un rischio attuale e concreto per la pubblica incolumità nazionale né pare accettabile che una sì rilevante misura, capace di incidere sui diritti fondamentali delle persone soccorse in mare garantiti dagli articoli 2 e 3 della Convenzione , possa essere assunta su basi squisitamente preventive. 

Né d’altronde si danno ragioni ostative all’applicazione, in caso di sbarco, dei medesimi protocolli preventivi applicati ai cittadini provenienti dall’estero. Tali misure, invero, appaiono pienamente satisfattive delle esigenze rassegnate e compatibili, al contempo, con le pariordinate istanze di tutela dei diritti fondamentali delle persone soccorse.

Stupisce, e preoccupa, inoltre, l’insensato discrimine operato tra navi battenti bandiera italiana e navi battenti bandiera straniera. 

Tale distinzione, che nessuna rilevanza può avere sotto il profilo del contenimento del rischio, appare l’ennesimo espediente teso a disincentivare ed ostacolare le navi delle ONG impegnate nelle operazioni di soccorso e salvataggio in mare e a impedire ai profughi soccorsi l’accesso alle procedure di protezione internazionale in Italia e produce una intollerabile discriminazione tra i soggetti soccorsi e tra i medesimi soccorritori.

Denunciamo con forza, in tal senso, quanto sta accadendo oggi alla nave tedesca Alan Kurdi, facente capo all’Ong tedesca See Eye, che nei giorni scorsi ha salvato in mare 150 persone in grave stato di vulnerabilità, tra cui minori e donne, vittime di atroci violenze e di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani in Libia, fuggite da un paese dilaniato, ancora oggi, da una guerra sanguinosa e del tutto privo di mezzi per affrontare l’emergenza sanitaria, cui le autorità italiane hanno negato un POS in ragione del richiamato principio di bandiera. 

Tali determinazioni, così come, a monte, l’intero impianto del decreto interministeriale del 7 aprile 2020, si rivelano pertanto profondamente lesivi dei diritti fondamentali delle persone soccorse in mare. Si ricorda in proposito che l’articolo 15 della Convenzione non permette, neppure in situazioni emergenziali, di derogare al diritto alla vita e al divieto di tortura o di trattamenti inumani e degradanti, e che proprio tali diritti sono quelli più a rischio per le persone che fuggono dalla guerra in Libia.

Si chiede ora al Commissario di voler intervenire nell’ambito delle sue competenze al fine di chiarire che i diritti delle persone salvate in mare devono essere garantiti a prescindere da chi possa essere la nave che le soccorre e soprattutto che in tale ambito nessuna deroga è possibile, né è possibile alcun bilanciamento per indicare un POS.

Claudia Lodesani, Presidente di MSF Italy

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Alessandra Sciurba, Presidente di Mediterranea Saving Humans

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Johannes Bajer, Presidente di Sea-Watch 

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Riccardo Gatti, Presidente di Open Arms Italy

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ONG sul decreto porto sicuro: “Salvare tutte le vite, 
a terra come in mare. È possibile e doveroso”

Le ONG Sea-Watch, Medici Senza Frontiere, Open Arms e Mediterranea esprimono la propria preoccupazione per la decisione del governo italiano di strumentalizzare la situazione di emergenza sanitaria per chiudere i propri porti alle persone salvate in mare da navi straniere, riferendosi ancora una volta, di fatto alle navi civili di ricerca e soccorso.

Con un decreto il cui scopo evidente è quello di fermare le attività di salvataggio nel Mediterraneo, senza fornire alternative per salvare la vita di chi scappa dalla Libia, l’Italia ha privato i suoi porti della connotazione di “luoghi sicuri”, propria di tutti i porti europei, equiparandosi a Paesi in guerra o dove il rispetto dei diritti umani non è garantito e operando una selezione arbitraria di navi a cui l’accesso è negato.

Sarebbe stato possibile trovare molte soluzioni diverse, conciliando il dovere di garantire la salute di tutti a terra con quello di soccorrere vite in mare, un dovere che non può mettere sullo stesso piano le navi di soccorso con le navi da crociera.

In un momento in cui l’Italia chiede e ottiene solidarietà da parte dei suoi partner internazionali e delle stesse ONG per far fronte all’emergenza Covid-19, il governo dovrebbe mostrare la stessa solidarietà verso persone vulnerabili che rischiano la loro vita in mare perché non hanno alternative.

Nessuna fra le organizzazioni firmatarie di questo comunicato è attualmente in mare con le proprie navi, dal momento che, proprio per adeguarsi alle misure sanitarie di prevenzione e risposta a Covid-19, stanno riorganizzando i propri assetti e operazioni.

Siamo profondamente consapevoli della situazione di emergenza che tutti stiamo vivendo, tanto che, come noto, abbiamo messo tutti le nostre risorse e il nostro personale a disposizione del sistema sanitario italiano impegnato contro il Covid-19, al quale stiamo offrendo supporto in questa tragica emergenza.

Noi non siamo in mare, ma lo è, insieme a 150 sopravvissuti a un naufragio fra i quali una donna incinta, una delle navi umanitarie battenti bandiera straniera alle cui attività si riferisce il decreto. L’emergenza sanitaria non intacca la necessità di trovare al più presto una soluzione dignitosa per Alan kurdi.

Il decreto di fatto strumentalizza l’emergenza sanitaria, riprendendo l’impianto già utilizzato nel recente passato per ostacolare le attività di soccorso in mare, in un momento difficile in cui più che mai sarebbe necessaria un’assunzione di responsabilità a livello europeo per poter ottemperare all’obbligo di soccorso.

Come già il Decreto Sicurezza Bis, anche questo strumento classifica come una minaccia l’ingresso di navi straniere che hanno salvato naufraghi nel mar Mediterraneo Centrale, reiterando il riferimento implicito alla responsabilità libica, o allo sbarco in Paesi lontani, contro la normativa internazionale.

In questi giorni difficili l’empatia e la solidarietà verso il prossimo, soprattutto chi lotta per continuare a vivere e chi ha perso delle persone care, hanno permesso a tutti noi di restare forti. Proprio in un momento come questo la sofferenza di cittadini colpiti da un’emergenza sanitaria non può diventare motivo per negare un sostegno – che è anche un obbligo legale – a chi non perde il respiro su un letto di terapia intensiva ma annegando. 

Tutte le vite vanno salvate, tutte le persone vulnerabili vanno protette, a terra come in mare. Farlo è possibile e doveroso. 

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Ha ragione l’Ammiraglio Pettorino: serve un porto sicuro anche per le navi da crociera, apriamo i porti

Commentando l’intervista rilasciata ieri dall’ammiraglio Luigi Pettorino, Comandante generale delle Capitanerie di Porto, al quotidiano “La Repubblica”, Alessandro Metz, armatore sociale di MEDITERRANEA Saving Humans, ha dichiarato:

“Migliaia di lavoratori marittimi e, con loro, migliaia di passeggeri, si trovano da giorni in mare a bordo di navi da crociera battenti bandiera italiana, senza alcuna certezza rispetto alle prospettive. Condividiamo la questione posta dall’ammiraglio Pettorino – prosegue Metz -: tutte queste persone hanno diritto di sbarcare al più presto, in condizioni di piena sicurezza. La loro salute dev’essere tutelata così come quella di qualsiasi altra persona che si trovi in mare.”

“Vale per i marittimi così come per i profughi sulle isole nell’Egeo, vale per i turisti delle crociere così come per bambini, donne e uomini in fuga dai campi libici: ogni persona ha il diritto di approdare in un porto sicuro, di essere curata e di poter trovare un tetto sotto cui ripararsi. Apriamo i porti italiani e, nel rispetto delle più rigorose misure di prevenzione sanitaria, facciamoli sbarcare. Tutte e tutti.”

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Una nuova missione UE nel Mediterraneo pensata per non soccorrere e violare i diritti umani

Anche in tempo di coronavirus il Consiglio europeo non smette di lavorare, e questa è una buona notizia. Che si concentri, su spinta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, su come implementare misure che possano contribuire alla fine del conflitto in Libia, è un’altra buona notizia.  

Che lo stato dei diritti umani delle persone, incluso quello più elementare alla vita, non sia mai non solo una priorità, ma neppure oggetto di mera valutazione, è qualcosa che invece fa ancora una volta inorridire.  

Il 25 marzo scorso il Consiglio europeo ha infatti lanciato una nuova missione, Eunavfor Med Irini, volta a implementare le misure stabilite dal’Onu rispetto all’embargo delle armi e al traffico di petrolio in Libia, ma, come ha già denunciato il Danish Refugee Council, si è premurato di disegnarla nei dettagli al fine di evitare accuratamente che il ritorno di assetti navali dell’Ue nel Mediterraneo significhi ritrovarsi a dovere salvare vite umane. Come un riflesso condizionato, inoltre, lo stesso Consiglio ha approfittato immediatamente di questa occasione per destinare ancora un po’ di soldi dei contribuenti europei alla perpetrazione di quello che la Storia racconterà come un crimine contro l’umanità, ovvero la formazione e il sostegno della cosiddetta guardia costiera libica nelle attività di cattura dei profughi che dalla Libia scappano per sottrarsi alle torture dei centri di detenzione (anch’essi finanziati in gran parte coi nostri soldi) e alle violenze della guerra civile.   

In un tempo in cui il richiamo alla comune umanità delle persone che abitano il pianeta, davanti a un’emergenza sanitaria senza precedenti, ci fa scoprire, di botto, quanto trasversale sia la nostra condizione di vulnerabilità, l’Unione europea si riconferma quindi del tutto incapace di mettere al primo posto i diritti e la tutela della vita. Sarebbe questo il momento, invece, di rimettere in mare assetti governativi con la missione di salvare chi fugge dalla guerra libica e annega ogni giorno, oppure viene riportato indietro dalle milizie libiche a subire ancora trattamenti inumani e degradanti. Assetti che sarebbero adeguati, peraltro, a fare fronte anche alle nuove necessità che l’attuale situazione impone per difendere la sicurezza sanitaria, ma senza che questo significhi la condanna a morte o l’abbandono di chi è costretto ad attraversare un Mediterraneo rimasto quasi del tutto senza soccorsi.

E invece, dietro una missione di contrasto ai traffici illeciti di armi e petrolio, emerge la fisionomia ormai nota di un’Europa che ha abdicato del tutto alla parte migliore della sua civiltà giuridica, e preferisce girare a largo da chi rischia la vita in mare e  pagare piuttosto  miliziani libici travestiti delegando loro il lavoro sporco di violare le Convenzioni internazionali.

Nel frattempo, gli Stati membri continuano a criminalizzare il soccorso da parte delle navi della società civile per cui invece il diritto e i diritti, in mare ma anche in terra, come stanno dimostrando in queste settimane difficili, non hanno mai smesso di essere il faro.

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Ribaltare le politiche migratorie degli ultimi 30 anni

Una delle priorità del “governo dei Decreti e delle dirette televisive” deve essere quella di occuparsi del benessere complessivo del “laboratorio Italia”, di dare concretezza all’intenzione urlata di “non lasciare nessuno indietro”.  Finora, manca infatti all’appello dei provvedimenti urgenti una sanatoria dei cittadini stranieri irregolari, quale strumento indispensabile per garantire a tutti l’accesso alle cure, al lavoro e al reddito e riconoscere e garantire il diritto universale alla salute. È vero, sono stati prorogati i termini per il rinnovo dei permessi di soggiorno al 15 giugno, data in cui – se nulla cambia in termini strutturali – ricominceranno iter complessi, abusi e, soprattutto, dilagherà la condanna alla clandestinità e alla marginalizzazione di migliaia di persone.

È fondamentale, invece, annullare definitivamente proprio contrapposizione tra regolarità (comunque precaria e selettiva) e irregolarità (funzionale al mercato e presupposto di un’eventuale e futura inclusione differenziale) riconoscendo alle figure migranti la giusta centralità nella dinamica produttiva, la loro non eccezionalità a dispetto dell’eccezionalità della crisi che stiamo vivendo. I migranti siano essi regolari o irregolari, costituiscono, da decenni, forza lavoro fondamentale per l’economia italiana, disponibile a qualsiasi mansione e, soprattutto, a qualsiasi condizione di lavoro.

La violenza già subita nel paese d’origine, nell’attraversamento del Mediterraneo, nell’abitudine alla sofferenza, all’attesa, al “respingimento” nei confini marittimi e in quelli terrestri, è come se li rendesse capaci di sopportare la violenza implicita nelle condizioni di vita e lavoro a loro destinato nei “paesi d’arrivo”. È forse questo il motivo per cui ci si dimentica di tutelarli e proteggerli in un momento in cui, tra l’altro, l’attenzione è particolarmente rivolta alle vulnerabilità.

Ma la vulnerabilità, si sa, è funzionale al controllo e spesso all’utilità economica. Vien da pensare che  le tutele nei confronti della salute della popolazione migrante, avrebbero un costo troppo elevato e che questa crisi globale ci sta abituando all’ipotesi di eventuali “vite di scarto” perché già in partenza troppo fragili. Va anche detto che per i migranti che vivono in Italia la possibilità di ammalarsi è già elevata di per sé a causa delle “normali” condizioni di vita e lavoro cui sono costretti. Il Coronavirus impone di prendere sul serio la gravità delle condizioni in  cui vivono migliaia di persone tra insediamenti informali, centri sovraffollati o nella peggiore delle ipotesi nell’abbandono degli spazi pubblici urbani.

Per i migranti, i rifugiati, i richiedenti asilo, le persone in attesa di rinnovo del permesso, quelle “accolte” nei CAS e quelle rinchiuse nei CPR o negli Hotspot,  l’emergenza sanitaria implica grandi difficoltà nel rispettare le misure igieniche e le distanze minime di sicurezza. Difficoltà che talvolta nascono anche solo dal reperire le necessarie informazioni per orientarsi in questo “nuovo mondo” del confinamento generalizzato.

Per fortuna sin dal principio di quest’emergenza la diffusione capillare e multilingue delle informazioni è stata una delle prime azioni solidali messa in campo da associazioni, centri sociali, presidi territoriali, gruppi informali di seconda generazione. Quelle stesse associazioni  ed esperienze “solidali e buoniste” precedentemente criminalizzate per un motivo o per l’altro, in mare o in terra e che ora si stanno prendendo cura dei legami sociali, garantendo la qualità della vita di molti e sostenendo campagne a tutela dei diritti di tutti: dalla necessità di ripensare e potenziare la sanità pubblica, all’estensione del reddito di cittadinanza, alla proposta di un reddito di quarantena universale e a quella decisiva di una sanatoria immediata per i cosiddetti “stranieri irregolari”.

In un documento sottoscritto negli ultimi giorni da decine di organizzazioni si chiede di intervenire – qui e ora – a tutela dei diritti, della salute e dalla dignità di tutti a partire dall’evidenza del fallimento delle politiche migratorie e dell’accoglienza.  Nell’attesa che i centri di accoglienza di grandi dimensioni (privi di personale sanitario) vengano chiusi (a favore ad esempio di quel sano principio dell’accoglienza diffusa) e nella speranza che quest’emergenza favorisca un radicale miglioramento dei  requisiti dell’accoglienza, si chiede che le istituzioni si facciano immediatamente carico di dotare tutti i centri governativi e gli affollati insediamenti informali, abitati dai “nuovi irregolari” prodotti dai recenti Decreti Sicurezza, degli strumenti fondamentali per il contenimento del contagio e dei protocolli necessari alla «gestione dei casi di Covid-19».  I prefetti, che si sono visti recapitare “pieni poteri” dai decreti presidenziali dovrebbero proporre, immediatamente, un’alternativa concreta agli insediamenti informali, innanzitutto per rispettare le indicazioni – di legge – relative alla tutela della salute individuale e collettiva.

Si ritiene inoltre fondamentale una tempestiva presa di parole delle Asl relativa alle «indicazioni utili affinché sia effettivamente garantito l’accesso al sistema sanitario per le persone non in regola con le norme sul soggiorno (anche mediante l’attribuzione preventiva di tesserini Stp agli aventi diritto, per facilitare il loro accesso a servizi di prevenzione e cura)».  Una presa di parola che ribadirebbe un concetto tanto ovvio quanto fondamentale, ovvero che «l’adozione di politiche sanitarie inclusive della popolazione straniera irregolare è in grado di tutelare non solo la salute dei singoli, ma anche quella della collettività».

Dopo anni in cui abbiamo assistito, non senza lottare, allo svuotamento di senso e di efficacia del diritto d’asilo, alle aberrazioni “umanitarie” dei Decreti Sicurezza che hanno condannato migliaia di persone all’espulsione dall’accoglienza e a una nuova clandestinità forzata, una sanatoria generalizzata sarebbe un necessario segnale in controtendenza, un uso politico del Diritto in nome dei diritti di tutti. Non solo, in queste ore, dopo la notizia di un caso di Covid-19 nel CPR di Gradisca, non possiamo che rinnovare la richiesta di chiudere i Centri destinati al rimpatrio, di farla finita con la privazione della libertà preventiva, di usare questo tempo sospeso per progettare nuove forme di accoglienza, per valorizzare le iniziative di solidarietà e di tutela, per sostenere il mondo del volontariato e dell’autogestione, riconoscendolo come un terreno di conflitto per affermare diritti “comuni” e irrinunciabili.

Il momento è propizio per il cambiamento.

La generalizzazione del rischio, della paura, della fragilità, della possibilità di contagio, deve condurci a un ripensamento complessivo della società, dalle condizioni materiali, alla redistribuzione della ricchezza, al linguaggio. Basta farsi ispirare dal ribaltamento in corso in Africa, dove gli “untori”, indesiderati ed espellibili sono gli europei e i bianchi accusati del potenziale collasso del sistema sanitario dei singoli paesi africani e della possibile condanna a morte di migliaia di persone. Che si andrebbe a sommare alle morti cui abbiamo assistito sui confini di mare e di terra negli ultimi anni e che gridano ancora vendetta.

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Aiuta chi Aiuta. Mediterranea in sostegno delle realtà sociali in difficoltà a causa della pandemia.

Mediterranea ha deciso di sostenere attraverso la campagna “Aiuta chi Aiuta”, le realtà associative, gli spazi autogestiti, le imprese sociali, i collettivi, i gruppi autorganizzati, che a causa della pandemia globale hanno serie difficoltà a resistere alla chiusura.

Rilanciando le loro campagne, chiedendo a tutti e tutte di sostenere i loro sforzi per continuare ad esistere.

Non possiamo permetterci, anche e soprattutto per quello che verrà dopo il lockdown, di perdere una rete preziosa di luoghi e realtà che hanno fatto delle pratiche solidali la loro ragione di esistere.

Sono “luoghi del comune”, e insieme rappresentano il punto condiviso di una ri-partenza possibile verso un mondo nuovo, capace di contenere molti mondi, un mondo più giusto e sicuro per tutti e tutte. Aiutare chi ha bisogno di essere soccorso, in mare come in terra, non e’ mai stato per noi esercizio di “buonismo”.

Ma terreno di conflitto per  cambiare, fatto di pratiche concrete che generano idee nuove. Di questo abbiamo bisogno ora.

Tutti.

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Free #ElHiblu3: l’alleanza degli attivisti per i diritti umani chiede a Malta di far cadere le accuse contro i tre giovani rifugiati.

Contrastare i respingimenti illegali in Libia non è un crimine.

   

Un anno fa, un gommone partì dalle coste della Libia con a bordo oltre cento persone in cerca di salvezza in Europa. Dopo averle soccorse, l’equipaggio della nave mercantile El Hiblu 1, ricevette però l’ordine, da parte delle autorità europee, di riportare le persone in Libia. Con una protesta a bordo, i 108 naufraghi riuscirono a scongiurare il respingimento e convinsero l’equipaggio a dirigersi verso Malta. Nessuno rimase ferito durante la protesta, che non generò alcun danno materiale. Queste persone vennero pubblicamente descritte come ‘pirati’ e ‘terroristi’, ma quando i militari maltesi salirono a bordo della nave si trovarono di fronte a degli esseri umani bisognosi di protezione.

Appena sbarcati a Malta, tre giovani di 15, 16 e 19 anni furono arrestati con diverse accuse, fra cui quella di terrorismo. “Siamo scappati da una condizione di tirannia e trattamenti disumani in Libia per ritrovare la vita a Malta”, dichiarò uno dei tre. Ma invece di trovare ciò che stavano cercando, furono imprigionati per quasi otto mesi. Rilasciati su cauzione a novembre 2019, i Tre di El Hiblu, non sono ancora liberi. Su di loro gravano accuse molto serie che potrebbero farli finire in prigione.

Lucia Gennari di Mediterranea spiega: “Le autorità europee non dovrebbero mai ordinare ai comandanti delle navi di riportare le persone soccorse in Libia dal momento che questo costituisce una chiara violazione del diritto internazionale del mare e dei diritti umani fondamentali”. Jelka Kretzschmar di Sea-Watch evidenzia: “Il tentativo di evitare di essere respinti non può che essere considerato un atto di legittima difesa volto a proteggere la vita e non può pertanto essere punito”.

Lanciamo oggi la nostra campagna internazionale di solidarietà – Free El Hiblu Three!

Un gruppo di passeggeri di El Hiblu 1, organizzazioni attive nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare, esperti di diritto internazionale, ricercatori, attivisti e associazioni per i diritti umani a Malta e in altri paesi si sono uniti per chiedere la revoca immediata del processo. Invece di essere perseguiti, i tre di El Hiblu dovrebbero essere celebrati per aver scongiurato un respingimento illegale in Libia.

“I tre giovani dovrebbero essere considerati degli eroi. Hanno evitato che 108 sopravvissuti fossero restituiti alle condizioni disumane in cui versavano in Libia”, aggiunge Maurice Stierl di Alarm Phone.

Più informazioni e il nostro breve documentario sul sito della campagna: https://elhiblu3.info.

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Coronavirus, la forza di Fabrizio: il volontario che salvava i migranti ora guida l’ambulanza a Brescia

Gatti, 57 anni, bresciano, volontario di Mediterranea, è la risposta a chi dubita che le organizzazioni umanitarie siano impegnate nell’emergenza Covid-19. “Intervenire in terra o in mare per noi non cambia, si tratta di aiutare le persone”

Di Fabio Tonacci, per la Repubblica. Foto copertina di Francesco Bellina.


Prese Simba, lo alzò al cielo in una notte di fine agosto, e sembrava che volesse urlare all’Europa intera: ecco chi stiamo respingendo, spiegateglielo voi a questo bimbo di quattro mesi perché non lo volete, perché vi fa paura, perché non c’è posto per lui. Era il 28 agosto, la Mare Jonio doveva stare lontano dodici miglia da Lampedusa per decreto di Salvini, e quell’uomo che, tra onde alte due metri, passò Simba ai guardiacoste italiani, immortalato in una foto che ha fatto il giro del mondo, adesso si trova a Brescia, alle prese con un altro mare in tempesta e con un’altra emergenza umanitaria. Con altre uomini e altre donne che affogano. Guida un’ambulanza, ha un equipaggio di tre persone. E la Storia sa essere davvero prodiga di coincidenze, visto che, quando era in missione con Mediterranea, pilotava un gommone di salvataggio e aveva un equipaggio. Di tre persone.

Si chiama Fabrizio Gatti, è bresciano, ha 57 anni, fa parte dell’impresa sociale che gestisce il parco scientifico AmbienteParco della sua città, dal 1986 è volontario della Croce bianca. Ed è la risposta vivente a chi, in queste ore, maliziosamente, va chiedendosi: adesso che c’è il Coronavirus dove sono le Ong? Cosa fanno, ora che ad aver bisogno di una mano sono gli italiani e non i migranti? Risposta: sono sulla prima linea della catastrofe, ognuno come può, come deve, come sa. Come sempre.

Fabrizio è il protagonista involontario di quello che Repubblica – che era a bordo di Mare Jonio con un inviato e documentò quanto accadde con un video – ha ribattezzato “il trasbordo della vergogna”: sessantaquattro naufraghi spostati dalla nave che li aveva recuperati alla motovedetta della Guardia Costiera nel pieno della notte, con un mare talmente grosso che le due imbarcazioni si alzavano e si abbassavano come due altalene. Tra loro anche il bambino ivoriano, che per tutti diventò subito Simba, perché quella foto ricordava una scena del film Il Re Leone. “Ancora ci ripenso… una follia pura, e folle fu chi ha dato quell’ordine, ma mi ricordo che anche i militari erano arrabbiatissimi per ciò che erano chiamati a fare”, racconta Gatti.

Dalle onde di Lampedusa al dramma dei morti di Brescia, con gli ospedali che non ce la fanno più e i contagiati in aumento. Che impressione le fa?

“Intervenire in strada o in mare per me non cambia niente: si tratta sempre di guidare un mezzo e degli equipaggi per salvare persone. Qui le porto in ospedale, laggiù li portavo a bordo. Abbiamo tre ambulanze a Brescia che partono per il 118, altre due per servizi secondari”.

Neanche una differenza?

“Beh, in mare eravamo preparati, sapevamo chi doveva fare cosa, come e quando. Qui invece siamo stati travolti: è un delirio quotidiano, rincorriamo l’emergenza ma non le stiamo dietro”

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Qual è la situazione?

“Surreale…in trent’anni che faccio il volontario non ho mai visto una cosa del genere. E ho 57 anni, di acqua sotto i ponti ne è passata. Le ambulanze neanche entrano più in ospedale, arrivano nei tendoni fuori dai pronto soccorso, tendoni che sono stracolmi di pazienti”.

Dove si trova adesso?

“A casa, in quarantena. Un paio di settimane fa abbiamo fatto uno dei primi interventi di rianimazione a domicilio su un paziente, un uomo di 69 anni, che poi è risultato essere Covid-positivo ed è morto. Aveva la febbre da una decina di giorni e niente altro, sembrava una persona senza problemi. Pur noi indossando i dispositivi di protezione, ci hanno fatto una visita e sia il mio equipaggio sia l’automedica siamo stati messi in quarantena. La visita me l’hanno fatta in una di quelle dieci tende montate davanti all’ospedale di Brescia: allora erano vuote, eravamo in sei dentro. Oggi non bastano per tutti. Tra poco la quarantena finisce, ma sto continuando a dare una mano, come gli altri volontari di Mediterranea”.

Come, se non può uscire di casa?

“Al telefono. Aiuto il coordinamento degli equipaggi di terra di Mediterranea che stanno dando assistenza alla protezione civile per la consegna della spesa agli anziani e ai senzatetto. Ci sono poi i 112 medici e sanitari che fanno parte del nostro coordinamento sanitario: lavorano tutti nel sistema sanitario nazionale e dall’inizio dell’epidemia sono negli ospedali, molti a Bergamo e Brescia. Ma non solo”.

Cos’altro?

“Nella missione di agosto erano a bordo anche la dottoressa Donatella Albini e la psichiatra Carla Ferrari Agradi, che sono, come me, bresciane. Donatella fa la consulente medica alle politiche sanitarie del comune, passa le giornate in ospedale per gestire l’emergenza; Carla ha messo in piedi un servizio di assistenza psichiatrica al telefono con 15 addetti che risponde alle chiamate: il problema, mi ha spiegato, è che i pazienti psichiatrici, lasciati da soli in casa, fanno confusione con le medicine da prendere”.

La guarda ancora quella foto di lei con Simba in braccio?

“Sì, ogni tanto. E mi viene da sorridere perché tengo Simba troppo in alto, in modo innaturale, ma non è stata una cosa voluta: stavo passando ai guardiacoste le persone adulte, molto più pesanti, e quando è stato il turno di quel piccoletto, con la pelle nera e il pannolino bianco, senza accorgermene ho usato troppa forza. In una frazione di secondo era lassù!”

Cosa si ricorda di quel momento?

“Lì per lì ero concentrato e freddo. La botta mi venne il giorno dopo: mi sono isolato, sono rimasto in un angolo della Mare Jonio, non riuscivo a parlare, né a spiegarmi perché qualcuno da terra avesse dato l’ordine di effettuare il trasbordo in quelle condizioni”.

E Simba lo ha rivisto?

“Sì, sul cellulare. Francesco Bellina, il fotografo che fece lo scatto, lo ha rintracciato quattro mesi dopo a Torino e mi ha mandato la sua foto. Non lo riconoscevo nemmeno, in quattro mesi era cambiato, era diventato più cicciotto. Era, come dire… rifiorito”.

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Navigare nella crisi, progettare la speranza – Lettera agli equipaggi di terra e di mare

Carissime tutte e carissimi tutti, 

equipaggi di terra e di mare,

le nostre riflessioni si uniscono a quelle di molti e molte che in queste ore cercano di capire, e anche di esorcizzare paure e incertezze per il futuro. Si condividono punti di vista, stati d’animo, immagini da peculiari luoghi di osservazione della realtà. Non rimanere in silenzio e solitudine, seppure a distanza fisica necessaria, ma invece cercare nei legami sociali la forza per superare questo periodo, è una risorsa fondamentale. Si sta ritracciando una mappa di comunità solidali e pensanti, per riorientare bussole e immaginare nuove rotte, per continuare a navigare anche in un paese a “contenimento forzato” nel pieno di una pandemia globale. 

Iniziamo con una comunicazione inevitabile e difficile. 

Tra gennaio e febbraio Mediterranea ha ottenuto il dissequestro della nave Mare Jonio e della barca a vela Alex: una conquista fondamentale, senza nulla togliere all’amarezza per il tempo che ci hanno fatto perdere tra ricorsi, appelli, udienze, ispezioni e quant’altro, mentre potevamo stare in mare, ad aiutare persone che ne hanno bisogno, a fare il nostro lavoro.

Eravamo pronti a ripartire, con la tenacia e la determinazione di sempre: pronte le navi, pronti gli equipaggi.

Ma lo svilupparsi della pandemia nella quale ci troviamo immersi, e le sacrosante misure adottate per tentare il contenimento del contagio, e per tentare di salvare le persone più fragili ed esposte, ci impone oggi congelare l’attività operativa in mare. Per ragioni di obbligo e di scelta, che ci impongono di rispettare prescrizioni sanitarie e limiti negli spostamenti che rendono impraticabile per il nostro equipaggio raggiungere adesso Licata, porto di partenza della missione, e imbarcarsi in tempi ragionevoli, ma anche per valutazioni sulla sostenibilità generale della missione stessa in questo momento. Dunque, da qui la decisione di congelare la partenza della nostra missione in mare, monitorando giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, l’evolversi della situazione fino a quando l’emergenza COVID-19 renderà possibile tornare ad essere operativi. 

Ma Mediterranea non declina #iorestoacasa con #noirestiamoinporto.

Gli effetti di questa scelta obbligata ci fanno soffrire, perché in mare c’è chi rischia la morte ogni giorno. Dopo tre settimane di maltempo, le partenze sono inevitabilmente ricominciate. Unico sollievo è la possibile, speriamo, presenza operativa nel Mediterraneo Centrale in questo periodo di altri assetti della società civile, di quella che chiamiamo “Civil Fleet”, e a cui daremo ogni supporto possibile.  Il fatto che la nave non possa adesso partire, non significa che noi restiamo fermi. La nostra Mare Jonio, lo sapete, prima che di lamiere, scafo, timone e motori, è fatta da quello che abbiamo dentro, ognuna e ognuno di noi e di come riusciamo a metterlo insieme. Quella nave adesso deve solcare il mare della crisi, attraverso i suoi equipaggi che la portano con loro in quello che fanno. E già sta navigando. Sono quasi un centinaio i medici e paramedici, membri degli equipaggi di terra e di mare di Mediterranea, che dal primo giorno del contagio sono in prima linea contro il virus, all’interno degli ospedali italiani. Sono decine e decine gli attivisti che stanno dando supporto alla Protezione civile nei vari comuni, che lavorano nei servizi di ambulanza e di assistenza. Mediterranea, l’abbiamo sempre detto, si fermerà solo quando non ci sarà più bisogno delle nostre missioni. E, se ciò valeva e vale per il soccorso in mare, vale oggi anche per il nostro impegno a terra. Fino a quando qualcuno sarà costretto a rischiare la vita nel Mediterraneo, o in qualsiasi altra parte del mondo, avrà senso continuare ad essere Mediterranea. Finché l’assurda logica delle frontiere chiuse, della quale i virus hanno tra l’altro mostrato di fregarsene, produrrà ingiustizie e imbarbarimento, sofferenza e morte, avrà per noi senso esistere.

Non ci si salva da sol*

Non ci si salva da sol*: niente come la situazione attuale lo potrebbe insegnare meglio. Se un risvolto di speranza può esserci rispetto alla condizione drammatica in cui la diffusione del virus ha gettato il mondo, è l’evidenza della vulnerabilità e dell’interdipendenza di ognuno di noi in quanto essere umano, oltre ogni differenza e frontiera: la sfida è che ora questa diventi una consapevolezza nuova e una nuova capacità di concepire comunità solidali e aperte, e sicure proprio in quanto tali. La pandemia è la dimostrazione lampante di quanto la violenza triste e brutale ai confini non protegga proprio nessuno. Di quanto invece le condizioni di marginalizzazione, di diseguaglianza, di miseria e terrore, in cui si fanno vivere milioni di persone alle porte dell’Europa, siano una delle prime cause di pericolosità e insicurezza per tutti.  

Continuiamo a combattere la battaglia dell’informazione

Riteniamo grave che anche in questi giorni non sia mancato un certo tipo di propaganda, unicamente funzionale a coltivare razzismo e divisioni, invece di ricostruire la comunità di cui abbiamo così bisogno, negando proprio la scissione emotiva provocata dal sentirsi “in quanto italiani” respinti alle frontiere. Abbiamo letto articoli che superficialmente, o in mala fede, asserivano che le partenze dalla Libia siano in calo “grazie al coronavirus”, omettendo il fatto che sono state le pessime condizioni metereologiche, insieme alle catture da parte dei libici, ad aver momentaneamente ridotto le partenze o impedito ai profughi di raggiungere l’Europa. Questi articoli, soprattutto, si guardano bene dallo spiegare che “zero arrivi” significa quasi sempre “più naufragi”, e sicuramente più torture e violenze per chi in Libia continua a essere recluso, e non di rado a morire, nei centri noti in tutto il mondo per quelli che le stesse Nazioni Unite hanno definito “inimmaginabili orrori” consumati al loro interno. 

Abbiamo il dovere, come Mediterranea, di non tacere nemmeno adesso su tutto questo: la drammaticità della pandemia che stiamo affrontando non può portare al silenzio rispetto agli altri orrori che continuano a straziare il mondo e che non sono originati da catastrofi naturali, ma da scelte compiute deliberatamente da chi siede negli scranni del e detiene il potere. Abbiamo il dovere di continuare a denunciare il ruolo che le Istituzioni europee, i governi nazionali, le autorità tutte, hanno in questa barbarie e di non smettere di condannare e contrastare le politiche che, insieme ai profughi martoriati sul confine greco-turco, stanno seppellendo l’idea stessa di Europa. Non possiamo, anche in questi momenti, non rivolgere il pensiero ai bombardamenti di Idlib in Siria e alle conseguenze sulle vite di centinaia di migliaia di persone; al ricatto di Erdogan ai governanti europei giocato sui corpi di chi cerca di sfuggire alla morte; alle affermazioni dell’Unione Europea che ha dichiarato compatibili le azioni repressive sulla frontiera greca (inclusi gli attacchi e la “caccia ai profughi” dei neonazisti che nessuno ha deciso di fermare?) con i diritti umani, la convenzione di Ginevra del 1951, e i valori stessi su cui dovrebbero di fondarsi le democrazie occidentali. 

La situazione di Lesbo, microcosmo in mezzo al mare in cui viene spettacolarizzato il nuovo avanzamento della violenza dei confini, ricorda in parte l’utilizzo strumentale di Lampedusa nel corso degli ultimi decenni: isole trasformate in frontiere e zone di concentramento dalle scelte politiche dei governi.

Quello che sta accadendo rende evidente il disastro dell’accordo Ue-Turchia del 18 marzo 2016, non a caso servito come modello per il Memorandum tra Italia e milizie libiche che, oltre a renderci complici di governanti liberticidi e sanguinari, ha sancito la ratifica istituzionale dell’esclusione di una parte dell’umanità dal diritto di vivere, di fuggire dalla morte, di non veder morire i propri figli. E ora che il coronavirus, che invece può aggirare tutti i confini, sta raggiungendo anche le isole greche e le zone di conflitto in cui sono bloccati milioni di profughi, si profila un disastro sanitario di proporzioni mai viste. 

Anche a fronte di tutto questo, non possiamo che continuare a navigare, anche con la missione congelata. Sin dall’inizio, la nostra azione in mare è stata supportata e resa possibile dal sostegno eccezionale dei nostri equipaggi di terra, migliaia di persone in Italia, Spagna, Belgio, Stati Uniti, Francia, Germania, Inghilterra che hanno creduto in noi e ci hanno regalato miglia, speranza, determinazione nel proseguire contro e nonostante i Decreti Sicurezza divenuti legge con il precedente governo e ancora validi oggi. 

In terra come in mare

È il momento di ricambiare, di agire in terra come facciamo sempre in mare, come unico equipaggio che condivide uno stesso spazio, seppur forzatamente “a distanza”, a partire dal quale inventare nuove pratiche solidali.

Siamo a fianco di chi sta chiedendo investimenti immediati nella sanità pubblica, reddito e tutele per i lavoratori in difficoltà quando non licenziati, per gli spazi sociali e comunitari, associativi, delle imprese sociali, piegati dalla sospensione forzata delle loro attività. 

Cerchiamo infine di renderci utili per coloro che più di altr* soffriranno questa crisi, per coloro i cui diritti sono negati, per le persone rimaste in Italia dopo lo sbarco nel tentativo di costruire una vita degna che oggi incontra sempre più ostacoli, per tutti coloro che sono costretti ad affrontare difficoltà materiali, fisiche, psicologiche anche solo per obbedire alla prescrizione “restiamo a casa”, perché non tutti una casa ce l’hanno, e non per tutti, non per tutte, un tetto sopra la testa è garanzia di libertà e rispetto. 

Per come possiamo, stiamo cercando di attivare ogni risorsa di Mediterranea per mettere a servizio di altre ed altri sulla terraferma la nostra esperienza collettiva e le nostre competenze individuali.

Sentiamo la necessità di riconoscerci oggi più che mai come comunità, tra chi tutti i giorni nei Team Operativi continua a lavorare affinché le nostre navi solchino presto, di nuovo, il Mediterraneo Centrale, chi fa parte dei nostri equipaggi di terra, e chi incontreremo ancora sul nostro cammino, perché all’indomani di questa emergenza sia il virus della solidarietà a diffondersi surfando sulle paure. Solo così andrà davvero tutto bene. 

 

Mediterranea Saving Humans

News

Finalmente svelato il grande scandalo europeo dei rifugiati – L’articolo del Guardian mostra l’assalto coordinato e illegale dell’UE ai diritti umani

Le prove ottenute dal Guardian mostrano l’assalto coordinato e illegale dell’UE ai diritti delle persone che cercano di attraversare il Mediterraneo.

di Daniel Howden, Apostolis Fotiadis e Zach Campbell

The Guardian, 12 Mar 2020 

Con il calar della sera del 26 marzo 2019, due piccole imbarcazioni si dirigono verso a nord attraversando il Mediterraneo. Gommoni sgonfi e instabili: quasi impossibile per chi è a bordo arrivare in Europa in quelle condizioni. Da nord, un aereo a doppia elica dell’Unione europea gli arriva sopra la testa. Da sud, la guardia costiera del paese da cui erano appena fuggiti, la Libia, è anch’essa in arrivo.

L’aereo, giunto per primo, non sembra dar segnali di portare soccorso a nome dell’Europa. Il velivolo, Seagull 75, manda invece segnali radio ai libici, dando loro le coordinate dei gommoni “nove miglia nautiche, davanti alla vostra prua”. L’inesperto equipaggio della guardia libica, però, ha bisogno di qualcosa in più delle coordinate. “Il mio radar non è buono, non va bene, se rimani [sopra la barca] ti seguo”, è il messaggio della guardia costiera libica, come da registrazioni della radio marina VHF intercettato da una nave vicina.

Seagull 75 a quel punto inizia a volare in circolo sopra i gommoni. L’equipaggio di quel volo fa parte dell’operazione Sophia, una missione navale dell’UE di pattuglia sul Mediterraneo centro-meridionale dal 2015. Dopo aver partecipato a migliaia di soccorsi nei suoi primi quattro anni, Sophia ha ritirato le sue navi dal marzo 2019, lasciando unicamente aerei nell’area di salvataggio. È diventata nota come la missione navale senza navi.

“Abbiamo ancora cinque minuti di autonomia”, comunica l’equipaggio di Seagull 75 ai libici. “Andremo sopra i gommoni e accenderemo i nostri fari di atterraggio.” Il volo Sophia e la nave della guardia costiera libica si cercano l’un l’altro al buio. “Non vi vediamo, provate voi a cercare le nostre luci”, comunica l’equipaggio dell’aereo. I libici chiedono maggiori informazioni. “Aspetta, sto solo aggiornando la tua posizione. Aspetta” rispondono dal velivolo.

“Virate a sinistra di circa 10 gradi. È a circa tre miglia nautiche a prua”, informa Operazione Sophia un minuto dopo. Il volo, a corto di carburante, deve tornare alla base. “Guardia costiera libica, ti contatteremo tramite FHQ, passo”, dice l’equipaggio di volo, riferendosi alla base tattica da cui è gestita l’Operazione Sophia.

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La confusione in mare quella notte non è stato un episodio isolato, ma una dimostrazione dettagliata delle misure a cui l’Europa ha dovuto ricorrere per fare in modo che i migranti non raggiungano il continente. Mentre il livello di violenza al confine tra Grecia e Turchia ha scioccato molti europei, la ritirata dell’Europa dalla difesa dei diritti dei rifugiati non è iniziata la scorsa settimana. La decisione della Grecia di sigillare i suoi confini e negare il diritto di asilo è solo l’escalation più visibile di un assalto al diritto di donne e uomini di chiedere protezione internazionale.

Le fondamenta sono state poste nel Mediterraneo centrale, dove l’UE e l’Italia hanno messo in atto un “meccanismo per procura” per fare ciò che non potevano fare da soli senza violare apertamente le leggi internazionali: intercettare i migranti indesiderati e riportarli in Libia.

La strategia si è basata sul continuo diniego di ogni responsabilità per operato della guardia costiera libica. Ma la connivenza che ne viene fuori dalle registrazioni audio è supportata da lettere inedite tra vari funzionari UE di alto livello, poi confermate da altre fonti interne e infine messe a nudo dalle e-mail della guardia costiera libica, tutto materiale raccolto dal Guardian. Nel loro insieme, queste prove schiaccianti rivelano in maniera inequivocabile una vera e propria cospirazione in atto nel Mediterraneo, che ha calpestato il diritto internazionale in nome del controllo dell’immigrazione.

Il Mediterraneo è il teatro in cui l’idea europeista dei diritti umani si trova a combattere contro l’ansia dei politici continentali nei confronti dell’immigrazione africana. Fino al 2009, la Libia era un “tranquillo” paese di rimpatrio, perché paesi come l’Italia dicevano che lo era. Le navi italiane intercettavano i migranti persuadendoli a salire sulle loro imbarcazioni con la promessa di un passaggio in Italia, per poi ammanettarli e riportarli a Tripoli.

Nel 2009 l’Italia ha rispedito in Libia circa 900 persone. Tra i rimpatriati c’erano 11 eritrei e somali che si sono appellati alla corte europea dei diritti umani. La sentenza del tribunale del 2012 ha detto che l’Italia si è resa colpevole di respingimento illegittimo, ha violato il diritto di asilo che quelle persone avevano, e che non ha permesso loro l’approdo in un porto sicuro. Nel rigettare la posizione dell’Italia, uno dei giudici ha sottolineato che “i rifugiati hanno il diritto di avere diritti”.

Questa sentenza, denominata “sentenza Hirsi” dal nome di una delle persone rimpatriate illegalmente, implica che qualsiasi operazione di “refoulement” (respingimento), anche se eseguita per procura, diventa illegale secondo il diritto internazionale quando si dimostra che a controllarla e’ uno stato dell’UE. L’Europa, dopo questa sentenza, ha dovuto quindi trovare alleati in Libia in grado di intercettare i migranti in alto mare senza una chiara azione direzione da parte degli europei.

Il progetto dei “respingimenti per procura” è decollato nell’estate del 2017. A quel tempo la Libia, nel mezzo di una guerra civile, non aveva una guardia costiera centralizzata e nessuna capacità di gestire la propria area SAR (ricerca e salvataggio). Fin dall’inizio si trattava di un progetto congiunto tra Roma e Bruxelles: l’Italia forniva navi mentre l’UE formava e pagava le nuove guardie costiere, spesso reclutando personale tra milizie e contrabbandieri vari.

Per dare un segno di legittimità alla nuova guardia costiera, i documenti dovevano essere depositati presso l’Organizzazione marittima internazionale, che quindi avrebbe dichiarato che era la Libia ora a gestire la propria zona SAR. Alcuni documenti giudiziari di un processo presso la corte di Catania, Sicilia, avrebbero successivamente dimostrato che uno dei primi numeri di telefono elencati come appartenenti alla guardia costiera libica era di fatto un numero italiano.

Ma denaro e materiali europei non erano affatto sufficienti a creare una forza libica di controllo efficace. Gli ex miliziani e contrabbandieri, ora in uniforme da guardia costiera libica, non ce la facevano da soli a ridurre gli sbarchi. Secondo alcuni documenti interni dell’operazione Sophia del 2018, dopo oltre un anno di addestramento e supporto finanziario, la guardia costiera libica non era ancora in grado di controllare la propria area SAR. Per ridurre un numero maggiore di sbarchi in l’Europa, avrebbero avuto bisogno di ancora più aiuto.

Dal 2017 l’UE ha iniziato quindi ad estendere i voli di pattugliamento sul mediterraneo centro-meridionale. Dopo due anni, i voli dell’agenzia Frontex sono quasi raddoppiati. In base alla legge del mare, i suoi piloti erano tenuti a contattare qualunque nave si trovasse nella posizione migliore per assistere qualsiasi barca in pericolo. Ma quando i libici hanno iniziato a far valere la loro presenza nel Mediterraneo, i voli europei, e chi li coordinava, hanno iniziato a dare la preferenza alle navi che avrebbero portato i naufraghi verso sud, nonostante che la Corte Europea e l’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite concordino sul fatto che la Libia non sia un porto sicuro.

Gravi conseguenze legali sembrano profilarsi all’orizzonte. Ben quattro sono le richieste davanti a tribunali internazionali, e due presso quelli italiani, che accusano l’Italia, l’Unione Europea o entrambi di finanziare e dirigere la guardia costiera libica.

“L’Italia ha ingannevolmente bypassato la sentenza “Hirsi” usando i libici, ma la sentenza [di un tribunale internazionale] potrebbe dimostrare che non si può far questo per eludere le proprie responsabilità”, ha dichiarato Itamar Mann, un avvocato israeliano che sta conducendo azioni legali contro l’UE e l’Italia.

La più recente di queste è una denuncia presentata alla Corte dei Conti Europea, il controllore finanziario dell’UE. L’accusa all’UE e’ quella di aver infranto le proprie stesse leggi indirizzando ben 90 milioni di euro destinati alla riduzione della povertà verso la guardia costiera libica.

Mann sostiene che mentre i libici effettuano le intercettazioni, sullo sfondo è l’UE a tirare le fila. “L’UE sta usando l’Italia nello stesso modo in cui l’Italia sta usando la Libia, per sfuggire alle sue responsabilità. Il principale colpevole è a Bruxelles.”

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Nel momento in cui Seagull 75 lascia la scena del salvataggio, la guardia costiera libica contatta di nuovo  Sophia per avere una volta ancora conferma delle coordinate. “Tre-quattro-zero-tre nord, zero-uno-quattro-tre-uno”, chiede la guardia costiera. “Confermo”, risponde l’equipaggio di Seagull 75. I libici continuano l’inseguimento delle barche dei migranti verso l’estremo nord della zona SAR libica.

La nave della guardia costiera pero’ non riesce ancora a trovare il primo gommone. Il secondo e’ monitorato da un altro aereo Sophia, un aereo spagnolo, Cotos, anche lui a corto di carburante. Risulta sempre più chiaro che solo una delle barche sarebbe stata intercettata quella notte.

Pochi minuti piu’ tardi un elicottero europeo entra in contatto radio. La risposta è veloce e confusa. “Guardia costiera nazionale libica, guardia costiera nazionale libica, puoi parlare lentamente?” chiede l’equipaggio dell’elicottero. “Hai contatto visivo con il gommone?”

I libici riescono ad arrivare al primo gommone e riportano in Libia tutti quelli che erano a bordo. Il volo spagnolo segue la seconda barca migrante fino a quando, a corto di carburante, deve fare necessariamente rientro alla base. I funzionari dell’UE successivamente sosterranno che quelli a bordo del secondo gommone sono stati salvati da una tanker commerciale. Tuttavia, più di un testimone a bordo della nave cisterna affermano che quella notte non hanno effettuato nessun salvataggio. Le registrazioni radiofoniche VHF di quella notte lo confermano.

Il salvataggio comporta la responsabilità legale di far sbarcare i naufraghi in un porto sicuro. Dopo il 2012, però, con la Libia ormai non piu’ un porto sicuro e con l’aumento del “costo politico” del salvataggio in mare dei migranti, i leader europei si sono dovuti inventare un altro modo per controllare il Mediterraneo.

All’inizio del 2019 nella sede centrale dell’UE a Bruxelles e a Frontex, l’agenzia europea di controllo delle coste e delle frontiere, gli alti funzionari erano ben consapevoli che l’entità del loro coinvolgimento con i libici rischiava di renderli legalmente responsabili del destino dei migranti rimpatriati. Un mese prima del caso del Seagull 75, Fabrice Leggeri, capo di Frontex, scrive a Paraskevi Michou, il funzionario di grado più alto dell’UE in temi di immigrazione, delineando il problema.

“Lo scambio diretto di informazioni operative con l’MRCC [Centro di coordinamento per il salvataggio marittimo] in Libia in merito a casi di ricerca e salvataggio può innescare interventi della guardia costiera libica”, scrive Leggeri. “la nascita di una guardia costiera libica è finanziata, come sapete, dall’Unione Europea. Tuttavia, la Commissione e in generale le istituzioni potrebbero trovarsi di fronte a questioni di natura politica a seguito degli scambi operativi di informazioni relativi alla SAR. ”

In parole povere, il principale funzionario di frontiera europeo sembrava chiedere al funzionario di alto rango se secondo lui si stava arrivando troppo oltre.

La risposta di Michou un mese dopo cerca di rassicurare in merito al fatto che, legalmente, tutto era in regola. Tuttavia, osserva: “[Molti] dei recenti avvistamenti di migranti nella SRR [zona di salvataggio] libica sono stati fatti da assetti aerei dell’[Operazione Sophia] e sono stati notificati direttamente all’RCC libico responsabile della propria area”.

In altre parole, stava diventando evidente che le risorse aeree dell’UE – che nel 2019 erano costate più di 35 milioni di euro solo per gli aerei Frontex – erano diventate gli occhi e le orecchie di una forza di intercettazione libica.

In privato, alcuni funzionari delle agenzie europee direttamente coinvolti erano a disagio con il livello di cooperazione. Un funzionario di frontiera dell’UE, che ha chiesto di non essere identificato, ha detto al Guardian che oramai non c’era differenza “tra riportare qualcuno in un paese non sicuro o pagare di qualcun altro per riportarcelo”.

Nello stesso periodo in cui la guardia costiera libica è stata costruita in modo operativo e le si e’ data una facciata di legittimità, le imbarcazioni di salvataggio private gestite da associazioni nonprofit europee hanno dovuto affrontare una sostenuta campagna di attacco con chiusure dei porti, arresti e sequestri di imbarcazioni.

“La guardia costiera libica non è in grado di localizzare e rintracciare le imbarcazioni dei migranti. Per poterle intercettare, devono essere aiutati dalla sorveglianza aerea “, ha affermato Tamino Böhm, capo missione della ONG tedesca Sea Watch. “Quasi nessuna intercettazione avrebbe luogo senza che le forze aeree dell’UE assistessero i libici.”

Böhm, la cui ONG vola con il suo piccolo aereo di monitoraggio negli gli stessi cieli di Sophia, elenca caso per caso i voli dell’UE che hanno trasmesso dati su imbarcazioni in pericolo alla guardia costiera libica e alle altre imbarcazioni libiche. Rileva inoltre che le navi delle ONG e le altre navi europee spesso non sono nemmeno state invitate a effettuare soccorsi, il che costituisce una possibile violazione del diritto marittimo internazionale.

“Gli attori europei non sono solo complici, ma direttamente responsabili dei respingimenti in Libia”, ha aggiunto Böhm.

L’inviato speciale dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati per il Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel, ha affermato che nessuno nella comunità internazionale può fingere di non aver capito quanto sia diventata pericolosa la Libia.

In queste circostanze, ha affermato, “nessuna risorsa di un paese terzo – navale, aerea o di intelligence – dovrebbe essere utilizzata per facilitare il ritorno dalle acque internazionali in Libia”.

Il principale punto di contatto tra la sorveglianza aerea europea e le barche libiche in mare è ancora il centro di coordinamento e salvataggio di Roma. Secondo due legali tedeschi, Anuscheh Farahat e Nora Markard, ciò rende l’Italia responsabile di atti internazionalmente illeciti, “ovvero laddove viola i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale del mare per assicurarsi che un’operazione di salvataggio porti a una consegna in un porto sicuro.”

Mario Giro è stato viceministro degli esteri italiano per due anni, mentre la strategia di supporto alla guardia costiera libica era in fase di sviluppo. Giro ha affermato di credere che i leader italiani ed europei, e in particolare l’allora ministro degli interni italiano, Marco Minniti, fossero così concentrati ad impedire il flusso di persone dalla Libia da sorvolare su aspetti fondamentali. La volontà italiana ed europea di trattare direttamente con membri della milizia e trafficanti è stata “un errore, punto e basta”, ha detto Giro.

“A quel tempo era chiaro che tutti in Italia e in Europa a destra e a sinistra erano ossessionati dalla questione dei migranti. E tutti volevano una soluzione rapida e immediata in nome del tentativo di tenere sotto controllo l’opinione pubblica “.

Fino ad ora l’UE e l’Italia hanno sostenuto che esiste una differenza tra il finanziamento e il sostegno della guardia costiera libica e il controllo e quindi la responsabilità delle sue operazioni. Anche quando la maschera è scivolata, come quando il numero di telefono elencato per il nuovo centro di soccorso della Libia era elencato come numero italiano, il diniego di ogni responsabilità e’ andato avanti.

“Il nostro personale non è imbacato sulle navi della guardia costiera libica e il personale Eunavfor Med [European Naval Force Mediterranean] non fa parte della guardia costiera libica e del processo decisionale della sua marina”, ha affermato Peter Stano, portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna, il Corpo diplomatico dell’UE. “Né EUnavfor Med ha il diritto di esercitare alcun controllo e autorità sulla guardia costiera libica e sulle unità o sul personale della sua marina”.

Stano ha negato qualsiasi coordinamento diretto della guardia costiera libica. “Le attività aeree [UE] non esercitano alcun coordinamento delle navi libiche durante le operazioni di salvataggio. Non esiste un programma di ricognizione “, ha detto.

Tuttavia, un’e-mail inviata da un ufficiale della guardia costiera libica a Alarm Phone, gruppo indipendente volontario di monitoraggio nel Mediterraneo, nell’agosto 2019, ottenuta dal Guardian, afferma che gli aerei dell’UE trasmettono direttamente loro informazioni. “Si informa che ieri PV LNCG FEZZAN ha condotto n. 2 S.A.R. eventi, due gommoni in pericolo (affondamento) con circa 30 e 50 persone a bordo, a nord-ovest di Tripoli (circa 70 NM), in PSN 3350N-01239E e 3348N-01218E correlati ai rapporti delle attività aeree EUNAVFORMED D0102 e D0105 “, recita l’e-mail.

Nonostante i continui dinieghi, la resa dei conti appare sempre più vicina mentre una serie di azioni legali internazionali esamina ogni aspetto di questa cooperazione. Ciò che emerge, sostengono gli avvocati, è un disegno architettato per aggirare il diritto internazionale ed eludere la responsabilità per cosi’ bloccare efficacemente il Mediterraneo.

Un alto funzionario dell’UE vicino alla politica libica dell’epoca ha descritto la strategia mediterranea dell’UE come una “bomba politica”.

“La reputazione dell’UE e’ in una situazione di grande difficolta’”, ha dichiarato questo funzionario. “Stiamo mettendo il nostro destino nelle mani di imbroglioni, e le conseguenze stanno per arrivare”.

Alla fine del 2017, i responsabili di Bruxelles erano divisi tra un gruppo di sostenitori della linea dura che desideravano esternalizzare il controllo della migrazione in Europa in Libia e una riduzione a tutti i costi degli sbarchi, e gli altri che invece sostenevano che Sophia e le navi delle ONG avrebbero dovuto continuare a operare salvataggi. Ha vinto la linea dura. Ora, più di due anni dopo, la presenza di navi da soccorso europee nel Mediterraneo centrale è ridotta al minimo.

Alla fine dell’anno prossimo, Frontex, che ha iniziato ad assumere un ruolo maggiore nelle operazioni in Libia, diventerà la più grande agenzia dell’UE per finanziamenti.

Il destino di coloro che cercheranno di fuggire ancora dalla Libia probabilmente sara’ lo stesso riservato ai migranti catturati dalle luci di Seagul 75 nel marzo dello scorso anno. Un gommone intercettato con successo dalla guardia costiera libica e un altro – come lasciano intendere le prove raccolte – andato a fondo.