25 – 27 luglio 2020: criminali omissioni e deportazioni sventate


Report su pratiche di solidarietà e rottura del regime della frontiera liquida nel Mediterraneo. 

Le pratiche di cooperazione e attiva solidarietà che una molteplicità di attori, compresa Mediterranea Saving Humans, è stata capace di agire nel corso dell’ultimo fine settimana, tra la sera di sabato 25 e la mattina di lunedì 27 luglio, descrivono la situazione di permanente ed aggiornata violazione dei diritti fondamentali delle persone nel Mediterraneo Centrale, ma al tempo stesso indicano anche come sia possibile contrastarle con una certa efficacia.

A partire dal primo, decisivo dato: nei due diversi casi affrontati, rispettivamente 95 e 45 persone (poi soccorse quest’ultime, nella serata di domenica a meno di 6 miglia dalla zona SAR di competenza italiana a Sud di Lampedusa, da una motovedetta della Guardia di Finanza) tra donne, bambini, uomini, il cui destino rischiava di essere irrimediabilmente segnato o dalla morte per sete e stenti o da quella per annegamento, o dal forzato ritorno nell’inferno libico, sono state invece salvate e hanno potuto approdare e sbarcare in un “porto sicuro”.

Com’è accaduto?

Tutto inizia alle 23:55 di sabato scorso, quando Alarm Phone, il centralino telefonico animato 24 ore al giorno, 7 giorni su 7 da una straordinaria rete di attiviste e attivisti, africani ed europei, delle due sponde del nostro mare, rende pubblico di aver comunicato alle Autorità marittime di Malta e Italia che una imbarcazione in legno con a bordo 95 persone, sapremo poi tutte di origine eritrea, si trova alle coordinate 34°24’N 012°04’E in zona di Ricerca e Soccorso (SAR) di competenza maltese, ma molto vicina ai limiti delle zone SAR tunisine e libiche. Alle 02:45 di domenica le persone a bordo contattano nuovamente Alarm Phone (AP): la barca è sovraffollata, non riescono a svuotare l’acqua che entra, “aiuto, stiamo morendo” urlano al telefono satellitare. A circa 20 miglia nautiche dalla barca si trova la nave Maridive 230: potrebbe ricevere l’ordine di soccorrerli, ma RCC Malta, il centro di coordinamento marittimo de La Valletta, non risponde alle chiamate di AP. Alle 03:45 i naufraghi informano AP di aver ricevuto una telefonata da un numero maltese: “stiamo venendo a prendervi” dice la voce. Alle 08:36 del mattino le persone a bordo continuano a dare la loro posizione, ma nessuno interviene: c’è una nave in vista ma non si avvicina, continua ad entrare acqua nella barca – dicono disperati – due persone si sono buttate in acqua e una è scomparsa tra i flutti.

Intanto però tante e tanti si attivano a terra: le comunità della “Diaspora Eritrea” in Europa e Africa, un’avvocata come Giulia Tranchina, che è con loro in contatto, e una giornalista come Sara Creta, minacciata dalle gang libiche al pari di Nello Scavo per il suo impegno nella denuncia dell’orrore dei campi in Libia. Pare tra l’altro che la maggior parte dei naufraghi provenga dal famigerato centro di detenzione di Tajoura. A cooperare fin dall’inizio con Alarm Phone, nello spirito della “Civil Fleet”, la flotta di soccorso della società civile europea, e agendo come l’embrione in divenire di un “Civil MRCC”, sono il team Airborne di Sea-Watch che con gli aerei Moonbird e Seabird tiene monitorato questo mare, e Mediterranea Saving Humans. Vengono attivativi i contatti con la Chiesa Cattolica, la società civile e i media indipendenti a Malta: non si può permettere che, ancora una volta, le Autorità de La Valletta si rendano responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale. Perché il loro disegno è chiaro da subito: come avvenuto più volte negli ultimi mesi, stanno aspettando che sul “target” arrivino le motovedette della cosidetta Guardia costiera libica, vogliono che si realizzi un nuovo “push-back”, la deportazione di questi profughi, tutti pacificamente titolari di protezione internazionale, di nuovo verso la Libia da cui stanno scappando. Ma non può, non deve finire così.

Le pressioni sul Governo maltese si moltiplicano: attiviamo anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), si muovono i suoi uffici in Italia, a Malta, fino al quartier generale di Ginevra. Anche la comunicazione svolge un ruolo decisivo: l’audio della telefonata satellitare, con la disperata richiesta di aiuto arrivata da bordo ad AP, fa il giro del mondo. Nessuno potrà mai dire che non sapeva quale crimine si stesse per consumare sotto gli occhi di tutti.

Alle 18:15 i naufraghi, senz’acqua da ore e allo stremo delle forze, segnalano che un’altra nave mercantile era nelle vicinanze, ma si è allontanata senza fornire assistenza. Studiamo i tracciati per capire di che assetto si trattasse: lì, a meno di 10 miglia nautiche dal barcone in legno alla deriva, c’è una petroliera battente bandiera maltese diretta verso un porto italiano. Allora contattiamo la Compagnia petrolifera e questi, con grande sensibilità, in serata interloquiscono con l’armatore: soccorrere le persone è un obbligo, chi non lo fa commette un delitto sanzionabile. La nave allora – prima della mezzanotte – torna sulla sua rotta, si avvicina all’imbarcazione con le 95 persone, distribuisce giubbotti di salvataggio, acqua e viveri ai naufraghi, e rimane lì accanto, in attesa di istruzioni da parte di RCC Malta. “Monitorate la situazione – dicono le Forze Armate Maltesi – stiamo arrivando.” In realtà ci vorranno altre sei ore, hanno provato fino all’ultimo istante utile a riconsegnare i profughi nelle mani dei loro aguzzini libici, ma alla fine, poco dopo le 6 del mattino di lunedì si presenta sulla scena una motovedetta maltese e trae in salvo tutti gli occupanti del barcone.

Nel pomeriggio saranno sbarcati a La Valetta: finalmente in un “porto sicuro”, in Europa, con la possibilità di costruirsi un futuro diverso, lontano dalle persecuzioni che li hanno colpiti in patria, dai pericoli del lungo viaggio, dagli orrori che hanno patito in Libia. Ma perché tanta altra inutile sofferenza, per oltre quarantott’ore in mare? Perché tante colpevoli omissioni di soccorso da parte di Governi ed Autorità europei? Perché questo “doppio regime”, veloci interventi di intercettazione e cattura da parte delle motovedette libiche, silenzio e abbandono in zona di competenza maltese? Perché tanto accanimento a difesa di una invisibile, ma non meno feroce, frontiera liquida? Perché, con collaborazione e soldi europei, si cercano di trasformare le milizie libiche in una Polizia di frontiera in subappalto? Perché si trattano le zone di Ricerca e Soccorso in acque internazionali come se fossero aree di sovranità statale, quando invece su di esse ricade – lo prescrive, a chiare lettere, la vigente Convenzione SAR di Amburgo 1979 – una condivisa responsabilità delle Autorità contigue, come l’Italia?

A queste domande ha dato risposta, in questi due casi dello scorso fine settimana, un’ampia alleanza della società civile capace di rompere il regime della mortifera disciplina dei confini. Lo abbiamo fatto, ci siamo riusciti, continueremo a farlo. Per questo stiamo cercando di tornare al più presto in missione con la nostra Mare Jonio.

Perché, senza la “flotta civile” europea in mare, le scelte criminali dei governi avrebbero mano libera e il coraggio di donne e uomini migranti rimarrebbe tragicamente solo.