Una nuova missione UE nel Mediterraneo pensata per non soccorrere e violare i diritti umani


Anche in tempo di coronavirus il Consiglio europeo non smette di lavorare, e questa è una buona notizia. Che si concentri, su spinta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, su come implementare misure che possano contribuire alla fine del conflitto in Libia, è un’altra buona notizia.  

Che lo stato dei diritti umani delle persone, incluso quello più elementare alla vita, non sia mai non solo una priorità, ma neppure oggetto di mera valutazione, è qualcosa che invece fa ancora una volta inorridire.  

Il 25 marzo scorso il Consiglio europeo ha infatti lanciato una nuova missione, Eunavfor Med Irini, volta a implementare le misure stabilite dal’Onu rispetto all’embargo delle armi e al traffico di petrolio in Libia, ma, come ha già denunciato il Danish Refugee Council, si è premurato di disegnarla nei dettagli al fine di evitare accuratamente che il ritorno di assetti navali dell’Ue nel Mediterraneo significhi ritrovarsi a dovere salvare vite umane. Come un riflesso condizionato, inoltre, lo stesso Consiglio ha approfittato immediatamente di questa occasione per destinare ancora un po’ di soldi dei contribuenti europei alla perpetrazione di quello che la Storia racconterà come un crimine contro l’umanità, ovvero la formazione e il sostegno della cosiddetta guardia costiera libica nelle attività di cattura dei profughi che dalla Libia scappano per sottrarsi alle torture dei centri di detenzione (anch’essi finanziati in gran parte coi nostri soldi) e alle violenze della guerra civile.   

In un tempo in cui il richiamo alla comune umanità delle persone che abitano il pianeta, davanti a un’emergenza sanitaria senza precedenti, ci fa scoprire, di botto, quanto trasversale sia la nostra condizione di vulnerabilità, l’Unione europea si riconferma quindi del tutto incapace di mettere al primo posto i diritti e la tutela della vita. Sarebbe questo il momento, invece, di rimettere in mare assetti governativi con la missione di salvare chi fugge dalla guerra libica e annega ogni giorno, oppure viene riportato indietro dalle milizie libiche a subire ancora trattamenti inumani e degradanti. Assetti che sarebbero adeguati, peraltro, a fare fronte anche alle nuove necessità che l’attuale situazione impone per difendere la sicurezza sanitaria, ma senza che questo significhi la condanna a morte o l’abbandono di chi è costretto ad attraversare un Mediterraneo rimasto quasi del tutto senza soccorsi.

E invece, dietro una missione di contrasto ai traffici illeciti di armi e petrolio, emerge la fisionomia ormai nota di un’Europa che ha abdicato del tutto alla parte migliore della sua civiltà giuridica, e preferisce girare a largo da chi rischia la vita in mare e  pagare piuttosto  miliziani libici travestiti delegando loro il lavoro sporco di violare le Convenzioni internazionali.

Nel frattempo, gli Stati membri continuano a criminalizzare il soccorso da parte delle navi della società civile per cui invece il diritto e i diritti, in mare ma anche in terra, come stanno dimostrando in queste settimane difficili, non hanno mai smesso di essere il faro.