Non è fermando una nave che si ferma Mediterranea, ma Mare Jonio deve tornare subito a navigare!


Dal 4 ottobre 2018 una nave italiana, Mare Jonio, attraversa il Mediterraneo centrale per monitorare e denunciare la violazione dei diritti umani in un mare che le politiche dei governi europei hanno trasformato in un cimitero e in un deserto.


Il suo equipaggio di mare è stato in questi mesi formato da decine di persone differenti per storia e competenze, che si sono messe a disposizione, consapevoli, fin da subito, del pericolo di arrivare fin davanti una zona di guerra, e della violenza che il governo italiano avrebbe usato contro questa piccola nave.
Skipper, operatrici sociali, medici, mediatori, giornalisti, sacerdoti, ricercatori, studentesse, si sono alternati a bordo di Mare Jonio, a titolo del tutto volontario, con il coraggio di chi compie il più semplice dei gesti: essere dove le persone muoiono tutti i giorni per rendersi utili.
E lo hanno fatto, innanzitutto, rilanciando i messaggi disperati di aiuto in mezzo al mare, obbligando gli Stati costieri a soccorrere donne, bambini e uomini che stavano annegando, e mettendo anche a disposizione delle navi competenti il proprio carico di strumentazione utile per il soccorso.

 

Il 19 marzo e il 9 maggio, Mare Jonio è dovuta invece intervenire direttamente per soccorrere e salvare 50 e 30 persone, tra cui minori e bimbi piccolissimi, che altrimenti sarebbero morte in pochissimo tempo, proprio perché il Mediterraneo è adesso vuoto non solo di navi umanitarie, ma anche di navi commerciali che cambiano rotta pur di non essere obbligate a soccorrere e poi diventare vittime delle vessazioni del governo o dei suoi ordini crudeli.

 

Obbedendo al diritto internazionale del mare e dei diritti umani, al codice della navigazione italiana, ai principi della nostra Costituzione, la nave di Mediterranea ha portato nel minor tempo possibile queste persone nel porto sicuro più vicino, sull’isola di Lampedusa, rifiutando esplicitamente, nonostante un ordine del Viminale, di riferirsi alle milizie libiche per collaborare invece al respingimento verso un paese in guerra di quei naufraghi appena soccorsi.

 

Per queste ragioni Mare Jonio è stata oggetto di due direttive del Ministro dell’Interno volte a fermarne le attività, e di una diffida, da parte della Capitaneria di porto di Palermo dallo svolgimento sistematico e preordinato di operazioni di salvataggio in mare. Solitamente, si viene diffidati dal commettere un reato. Essere diffidati dal salvare vite in situazioni di emergenza è il segno di quanto in basso si cerchi di portare questo Paese.

 

Le direttive sono state oggetto di profonda preoccupazione da parte delle Nazioni Unite: in una lettera inviata al governo italiano il 15 maggio scorso, 6 special rapporteurs ONU esprimevano inquietudine per l’attacco diretto a Mare Jonio, condotto attraverso l’equiparazione del tema del soccorso in mare con quello del contrasto all’immigrazione clandestina e al terrorismo; perché di fatto le direttive intimano di riconsegnare ai libici le persone soccorse in mare; perché si sollecita l’utilizzo dell’azione penale per fini del tutto politici.

 

Perché questo accanimento del governo nei confronti di una piccola nave?

 

Perché a questa nave, nel mondo al contrario in cui ci troviamo a vivere, è oggi attribuito il compito enorme di difendere lo stato di diritto in un Mediterraneo trasformato in un laboratorio di sperimentazione dell’arbitrio e della violenza di un potere che non vuole più seguire alcuna regola, ma solo dettarle.

 

Perché Mediterranea ha rimesso al centro del dibattito pubblico la verità sulla Libia, disvelando il cinismo dell’Italia e dell’Europa nel macchiarsi di crimini contro l’umanità, sostenendo e finanziando apparati militari collusi con criminali, trafficanti e torturatori, e collaborando alla morte di migliaia di persone.

 

Perché Mare Jonio ha attraversato le vie di terra, oltre che il mare, e il suo equipaggio è oggi composto da centinaia di migliaia di persone che hanno riconosciuto in quella nave un simbolo enorme di resistenza e umanità e hanno ripreso voce, coraggio, determinazione, per affermare che sono in pericolo oggi non solo i diritti degli “altri”, ma i diritti di tutti, come appare evidente dall’attacco di questo governo alla libertà di espressione, all’indipendenza della magistratura, alla solidarietà indispensabile per costruire convivenza civile.

 

E adesso, Mare Jonio è ferma al porto di Licata, sotto sequestro probatorio dallo scorso 12 maggio, mentre nel Mediterraneo non ci sono quasi più testimoni e ogni giorno si muore o si viene catturati dalle milizie libiche, ora guidate anche da aerei europei, e riportati nei campi di tortura.

 

Sotto sequestro con Mare Jonio sono i desideri, i diritti, la giustizia, la speranza, il coraggio, il futuro.

 

Liberare quella nave, rimetterla in mare, farla tornare a navigare, è una battaglia per l’umanità che riguarda ognuno di noi.

 

Non è fermando Mare Jonio che si ferma Mediterranea. Ma Mare Jonio deve tornare subito a navigare!

 

#FreeMareJonio