La nave che ha fermato 7.000 migranti e contrabbandato 700.000 sigarette.


La Caprera, una nave da guerra italiana, è stata dispiegata a Tripoli per aiutare a combattere i trafficanti di esseri umani in Libia. Alcuni dei suoi marinai hanno organizzato un carico di contrabbando

Di Patrick Kingsley and Sara Creta – New York Times

28 Settembre 2020


BRINDISI, Italia – Nel luglio del 2018, al momento del suo ritorno alla base in Sud Italia, la Caprera, una piccola nave da guerra italiana grigia, aveva contribuito a intercettare, al largo delle coste libiche, più di 80 imbarcazioni che trasportavano migranti, impedendo a più di 7.000 persone di raggiungere l’Europa.

Per questa serie di interventi, la Caprera si era guadagnata gli encomi dell’allora ministro dell’Interno italiano, il nazionalista anti-migranti Matteo Salvini, che aveva lodato la nave per “aver difeso la nostra sicurezza”, come aveva scritto sui suoi social media. “Onore!”

C’era un problema, però: la Caprera stessa era impegnata nel traffico di merce di contrabbando verso l´Europa. 

Durante un’ispezione della nave, nel giorno del suo ritorno alla base in Italia, la Guardia di Finanza italiana ha trovato circa 700.000 sigarette di contrabbando, nonché diverse confezioni di Cialis, un farmaco utilizzato per curare la disfunzione erettile. Tutto il materiale di contrabbando era stato acquistato tra il marzo ed il luglio 2018, mentre la Caprera si trovava ormeggiata nel porto di Tripoli, nell’ambito di una missione della Marina Militare italiana contro il traffico di essere umani.

“Mi sono sentito come Dante nella sua discesa all’inferno”, ha detto il tenente colonnello Gabriele Gargano, il poliziotto che ha guidato il raid, e la successiva indagine. “Ho assistito a molte retate anti-contrabbando – ma 70 sacchi di sigarette su una nave militare? Non ho mai visto niente del genere in vita mia”.

La retata ha macchiato la reputazione di quello che i leader europei avevano dipinto come un duro sforzo, ma di sani principi, per tenere a freno le migrazioni verso il continente europeo. All’epoca della vicenda, gli Stati europei – in particolare l’Italia – stavano chiudendo i propri porti ai migranti, criminalizzando gli equipaggi privati impegnati nei salvataggi nel Mediterraneo, e appaltando la responsabilità delle operazioni di ricerca e soccorso alla Guardia Costiera libica.

Attualmente c’è un processo in corso a Brindisi, nel quale cinque marinai sono accusati di coinvolgimento nell’operazione di contrabbando, ma l’indagine si è estesa oltre il caso Caprera.

Da alcune fatture visionate dal New York Times, risulta che i marinai della Caprera avrebbero acquistato le sigarette in Libia con un metodo apparentemente sviluppato dai membri dell’equipaggio di una seconda nave italiana, la Capri, ormeggiata a Tripoli nel gennaio 2018. Una terza nave da guerra, coinvolta nella missione, è stata oggetto di una retata a Napoli nel mese di maggio per sospetto contrabbando, secondo ulteriori documenti giudiziari ottenuti dal Times.

“Questa vicenda potrebbe essere molto più complessa, e potrebbe coinvolgere più navi”, ha dichiarato Gargano, che sta indagando sui membri dell’equipaggio di almeno un’altra nave. “Ci aspettiamo ulteriori sviluppi”.

I documenti esaminati dal Times e le interviste con gli investigatori e gli ufficiali italiani rivelano dettagli di fondamentale importanza sul modo in cui l’equipaggio di una nave centrale negli sforzi europei per limitare il traffico di esseri umani dalla Libia abbia invece condotto, sottocoperta, un’impresa criminale.

Una commissione delle Nazioni Unite ha stabilito nel 2019 che la missione navale italiana ha violato l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite fornendo riparazioni a una nave da guerra libica. I documenti rivelano, però, che la Caprera potrebbe aver violato l’embargo in almeno altre tre occasioni.

Dimostrano anche che la missione ha tardato deliberatamente ad avvertire la Guardia Costiera italiana riguardo alla presenza di migranti nel Mediterraneo meridionale, in modo che i funzionari libici potessero intercettarli e riportarli nella Libia devastata dalla guerra.

Il Times ha confermato il coinvolgimento della Caprera nell’operazione di contrabbando intervistando gli inquirenti, i marinai in missione, la Guardia Costiera italiana e libica e gli avvocati difensori degli imputati – ed ha corroborato tali prove con sms, fotografie e trascrizioni di intercettazioni telefoniche contenute in un’indagine giudiziaria, e in un’indagine militare ottenute dal Times.

“Sono un po’ nella cacca”, ha ammesso Antonio Mosca, un marinaio della  Caprera, in un sms inviato dopo il sequestro della nave. “Le autorità portuali sono a bordo della Caprera. Stavamo scaricando quei sacchi con le sigarette”.

Gli eventi che hanno condotto la Caprera a Tripoli risalgono al 2011, allorché le rivolte in tutto il Medio Oriente lasciarono un vuoto di potere in gran parte dell’area, Libia inclusa. I disordini indussero centinaia di migliaia di migranti a cercare la sicurezza in Europa, partendo in molti casi dalla Libia.

Per bloccare questo esodo, il governo italiano sigló un accordo nel 2017 con il governo di Tripoli, appoggiato dalle Nazioni Unite.

L’Italia promise un sostegno logistico e finanziario – finanziato in parte dall’Unione Europea – per la ricostruzione della Guardia Costiera Libica. In base all’accordo, l’Italia avrebbe donato alla Libia diverse navi della propria Guardia Costiera, ormai in disuso. Avrebbe anche dispiegato a turno le proprie navi a Tripoli, per coordinare le loro attività anti-migrazione.

Poiché la poco equipaggiata Guardia Costiera Libica non disponeva delle radio necessarie per comunicare con le proprie imbarcazioni in mare, le sue operazioni furono dirette segretamente a bordo delle navi da guerra italiane, nonostante, in seguito all’accordo, Tripoli si fosse impegnata a gestire direttamente tali attività, secondo quanto affermato da due marinai coinvolti nella missione, da un comandante della Guardia Costiera Libica, da prove contenute in un’indagine giudiziaria, e dallo stesso Matteo Salvini.

“Hanno coordinato loro le attivitá di soccorso” ha dichiarato Salvini al Times all´inizio di quest´anno

L’obiettivo dell’Italia era quello di consentire alla Guardia Costiera Libica di impedire ai migranti di raggiungere le acque internazionali – complicando per loro la possibilitá di essere salvati da flotte di soccorso della societá civile, e da navi della Guardia Costiera italiana che portassero i rifugiati in un porto sicuro in Europa.

A questo scopo, i marinai a bordo delle navi da guerra a Tripoli ritardavano apposta la comunicazione di informazioni al comando della Guardia Costiera di Roma, stando ai dati dei diari di bordo visionati dal Times, e secondo quanto raccontato da un comandante della Guardia Costiera Italiana in un’intervista. 

Durante un tentativo di intercettazione da parte di marinai italiani, non andato a buon fine, nel novembre del 2017, causando la morte di numerosi migranti, i diari di bordo mostrano che l’ambasciatore italiano a Tripoli ed il suo addetto navale hanno chiesto alla Guardia Costiera Italiana di ritirare le proprie navi dall’area, allo scopo di dare maggiore spazio operativo alla Guardia Costiera Libica. 

Anche prima che i suoi marinai cominciassero a trafficare nel contrabbando, la Caprera ha, pare, violato anche i termini di un embargo delle Nazioni Unite in almeno tre occasioni, stando ai documenti. L’embargo impedisce ad attori stranieri di fornire armi a qualsiasi fazione coinvolta nella guerra civile libica, e proibisce di riparare equipaggiamento militare. 

“Abbiamo riparato le armi dei libici nonostante l’embargo” dichiarò un ingegnere della Caprera, in una chiamata intercettata dalla polizia. “Se c’è una fuga di notizie, è un casino.”

La Marina Militare Italiana ha scelto di non rilasciare commenti, su questo o su qualunque altro aspetto della situazione.

L’operazione di contrabbando della Caprera è venuta in essere nella primavera del 2018, quando alcuni marinai del dipartimento ingegneri della nave hanno lentamente riempito un laboratorio con sacchi di sigarette. La merce di contrabbando, comprata in Libia, poteva essere venduta in Italia con grande margine, evitando di pagare le alte tasse di importazione. 

Una delle prove più importanti per gli inquirenti è costituita dalle foto di una festa di addio, tenutasi in maggio per Marco Corbisiero, l’ingegnere capo della nave, che aveva finito il suo periodo di dislocamento prima del resto dell’equipaggio. Le fotografie condivise sul gruppo WhatsApp della nave mostravano un Corbisiero sorridente, seduto davanti a una grande torta al cioccolato preparata in suo onore.

Dietro di lui, svariati sacchi di sigarette di contrabbando. 

Messaggi e trascrizioni di chiamate raccolti dalla polizia più tardi, nello stesso anno, indicano che Corbisiero, ora 44enne, era una figura chiave nel piano di contrabbando, secondo gli inquirenti. Corbisiero è uno dei cinque marinai sotto processo a Brindisi; il suo avvocato, Fabrizio Lamanna, dichiara che il suo cliente è stato scelto come capro espiatorio del caso.

Dalla fine del 2017, i movimenti bancari mostrano la ricezione di decine di migliaia di dollari da privati, tra cui marinai italiani, pagamenti che secondo gli inquirenti fungevano da anticipo per sigarette di contrabbando. Corbisiero avrebbe così potuto guadagnare quasi $120,000 dalla vendita delle sigarette— circa $90,000 in più del loro costo in Libia. 

La maggior parte delle sigarette furono caricate sulla Caprera dopo la partenza di Corbisiero. Prima della sua partenza, i membri dell’equipaggio erano liberi di muoversi nel laboratorio che fungeva da nascondiglio per le sigarette. All’arrivo della Caprera a Brindisi, la stanza era così piena di sacchi di sigarette che i poliziotti che hanno effettuato il sequestro della nave faticarono ad entrare. 

Gli inquirenti ritengono che i marinai abbiano comprato le sigarette con le banconote di un fondo di emergenza di svariate centinaia di migliaia di euro, fornito dallo stato italiano e tenuto a bordo della Caprera. Per coprire questa appropriazione indebita, hanno pagato la quota ad un intermediario, un ufficiale della Guardia Costiera Libica chiamato Hamza Bin Abulad.

Mr. Bin Abulad, oggi 39enne, era stato addestrato in Italia dalla Guardia di Finanza. In quel periodo, lavorava come collegamento tra gli italiani e le loro controparti libiche.

Mr. Bin Abulad forniva ai marinai italiani, come Corbisiero, fatture recanti dettagli legittimi, come ad esempio per i ricambi della nave, timbrati con il logo di una finta azienda chiamata “Tikka” — “fiducia”, in arabo. 

C’era una certa ironia, dice Gargano: le fatture di Tikka venivano, in realtà, utilizzate per coprire il fatto che dei marinai stessero utilizzando denaro dello stato italiano per comprare enormi quantità di sigarette libiche —  e le scatole di Cialis. 

Ci sono segnali che le fatture di Tikka coprissero ben più delle sigarette. Le 18 fatture registrano pagamenti per il valore di più di $145,000. Gli inquirenti ritengono che solo $26,000 di essi siano stati spesi in sigarette. Questo significa che la maggior parte degli articoli o servizi comprati tramite Tikka rimangono sconosciuti. 

Tramite un intermediario, Mr. Bin Abulad ha rifiutato di rilasciare commenti.

Il piano è stato sventato quando un marinaio ha notato i propri colleghi scaricare svariati sacchi di sigarette nel porto di Brindisi, e ha inviato una foto al capitano della nave, Oscar Altiero.

“Comandante, mi scusi il disturbo”, ha scritto in un messaggio. “Quei sacchi contengono quei famosi cartoni di sigarette.”

La nave è stata poi sequestrata dalla Guardia di Finanza, dando origine a un’investigazione lunga 22 mesi. 

In Libia, Hamza Bin Abulad non è stato condannato per alcuna pena.

È stato, anzi, promosso recentemente a rango di Ingegnere Capo della Guardia Costiera Libica.

Jason Horowitz ha contribuito al reportage, da Roma.