I naufraghi salvati dalla Alex denunciano i crimini contro l’umanità in Libia. L’Europa? Complice


Ricordiamo bene i volti e le storie delle 59 persone che abbiamo soccorso il 4 luglio scorso con la barca a vela Alex & Co.

Ricordiamo la loro dignità, il loro coraggio, la forza straordinaria che hanno avuto in quelle 50 ore in cui i governi ci avevano abbandonato, loro e noi, naufraghi coi naufraghi, senza un porto sicuro nonostante fossimo in 70 su una barca di appena 18 metri, con i bagni da subito inutilizzabili, senza acqua nei serbatoi, con pochissime scorte di cibo.

Ricordiamo la consapevolezza che quelle donne e quei ragazzi avevano delle violenze subite. Le loro parole: “meglio una vita su questa barca con voi che un minuto di più in Libia”, i numeri che avevano scritti addosso, anche i bambini: marchiati. I loro visi terrorizzati mentre la motovedetta regalata dall’Italia ai libici ci inseguiva e poi si affiancava a noi, e ancora non sapevano se li avremmo riconsegnati alle bombe e alle torture.

E ricordiamo anche, con un moto di indignazione che ritorna, l’ordine del centro di coordinamento italiano avvertito da noi del loro gommone in difficoltà, che ci diceva che avremmo dovuto fare riferimento alla Libia. Allora, come in tutte le altre volte, abbiamo rifiutato.

Il 6 luglio entravamo con la nostra barca a vela Alex nel porto di Lampedusa dichiarando lo stato di necessità e violando il decreto sicurezza bis. Stavamo rispettando, facendolo, il diritto dei diritti umani, il diritto del mare e la nostra Costituzione. Ma negli ultimi anni, nel Mediterraneo, tutto è stato capovolto e paradossale, e la Alex ha avuto una multa di 66.000 euro per quel salvataggio ed è ancora sotto sequestro e a concreto rischio di definitiva confisca da parte dello Stato. 

Una “punizione” ancora più paradossale, alla luce del fatto che le persone che abbiamo portato in salvo sono oggi testimoni di un’inchiesta sui reati di tortura, stupro, omicidio, perpetrati in Libia da carcerieri che adesso si trovano in Italia e che i nostri compagni di viaggio hanno riconosciuto. Raccontano, finalmente ascoltati, dei cavi elettrici sui loro corpi, delle bastonate fino alla morte, delle uccisioni, delle violenze di massa sulle donne, all’interno di un sistema definito dallo stesso Procuratore di Agrigento come un crimine contro l’umanità. 

La giustizia e la verità sono riaffermate dal basso: dal coraggio eccezionale di chi attraversa il Mediterraneo fuggendo l’orrore della Libia per riconquistare la propria dignità di essere umano anche a rischio della vita, e in piccola parte dalle navi della società civile che hanno il privilegio di incontrare queste persone. Ma è solo l’inizio di un lungo processo che deve risalire la catena di responsabilità istituzionali rispetto alle violazioni gravissime e reiterate che ormai da anni segnano il Mediterraneo.

I torturatori riconosciuti come tali e su cui si sta indagando agivano dentro centri governativi libici. Quelli finanziati dall’Italie e dall’Ue. Il sistema di cattura, estorsione, rimessa in mare, ancora cattura, ancora tortura, ancora estorsione, funzionava e funziona sulla base del memorandum d’intesa con la Libia firmato del governo italiano nel febbraio del 2017. Le motovedette della cosiddetta guardia costiera libica sono italiane e vengono guidate dagli assetti aerei dell’Unione europea quando intercettano e riportano indietro i profughi di guerra per rimetterli nelle mani di carcerieri e trafficanti.

I complici di questo crimine contro l’umanità sono in Europa, e hanno funzioni politiche istituzionali.

Gli accordi con la Libia vanno solo stracciati, e sarà sempre troppo tardi quando ciò verrà fatto, perché la Storia ha già giudicato.

Nel frattempo, noi torneremo in mare, come facciamo dal 4 ottobre del 2018, per sottrarre alla morte e alle torture più bambini, più donne, più uomini che potremo.

Alessandra Sciurba