Mediterraneo reso tomba e deserto. Ma la società civile non abbandona la rotta dell’umanità


di Alessandra Sciurba – da Studi sulla questione criminale


Il 19 dicembre 1986 l’allora Ministro degli Affari esteri Andreotti, di concerto con il Ministro del Tesoro Goria, col Ministro della Marina mercantile Degan, e col Ministro per il Coordinamento della Protezione civile Zamberletti, presentavano un disegno di legge per l’”Adesione alla Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, con annesso, adottata ad Amburgo il 22 aprile 1979 e sua esecuzione”.

Ripercorrere oggi questo testo suscita un’immediata sensazione di discrasia rispetto al tempo presente.

L’adesione appare convinta – l’unica rassicurazione espressa è relativa agli oneri di attuazione per il bilancio statale: questo atto non ne comporterà di nuovi rispetto a quelli già stanziati -; si leggono frasi che asseriscono il rispetto di “una delle più antiche tradizioni marinare secondo cui nessuna richiesta di soccorso in mare deve restare senza risposta”.

Nessuno avrebbe potuto immaginare, in quel momento, che questo sarebbe diventato il tema più acceso del dibattito politico anazionale ed europeo, né che le zone SAR (Search and Rescue), istituite per definire le responsabilità dei singoli Stati al fine di rendere più efficace il salvataggio della vita in mare, sarebbero state utilizzate come in frontiere liquide che producono invece morte, né, tantomeno, che le navi che attraversano il mare al fine di prestare soccorso sarebbero state trasformate in una sorta di nemico pubblico dei governi europei da colpire con ogni strumento possibile.

L’8 febbraio 2019, il Tribunale del Riesame di Catania ha annullato il decreto del GIP che aveva portato al sequestro della nave Aquarius delle Ong Sos Mediterranee e Medici senza frontiere per “traffico illecito di rifiuti”. La nave, nel frattempo, aveva perso la bandiera di Gibilterra e quella di Panama e, dopo il rifiuto anche della Svizzera di concedere bandiera elvetica, aveva dovuto ritirarsi dalla sua gloriosa missione che aveva portato al soccorso, dal 2016, di circa 30,000 esseri umani.

Le due indagini della Direzione distrettuale antimafia di Palermo sulla Ong Sea Watch per connivenza con i trafficanti libici sono state archiviate dopo due anni di inchiesta che non hanno portato ad alcun risultato. Ma la nave Sea Watch 3, che è stata al centro di una bufera mediatica per i salvataggi di dicembre 2018 e di gennaio 2019, è oggi ferma al porto di Catania: se nessun rilievo penale è stato identificato rispetto alla sua condotta, alcune prescrizioni amministrative le impediscono di tornare a salvare vite.

Tra marzo e aprile 2018 cadono prima l’accusa contro Pro Activa Open Arms di “associazione a delinquere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, e poi l’inchiesta sul rifiuto da parte della Ong catalana di consegnare alla cosiddetta guardia costiera libica le persone appena salvate. La procura di Ragusa smentisce in tutto la linea accusatoria di quella catanese e predispone il dissequestro della nave fermata per 2 mesi nel porto di Pozzallo. Una nuova accusa, davvero molto creativa, viene però mossa poco tempo dopo contro il comandante e la capo missione: violenza privata contro il Ministero dell’interno italiano, funzionale al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per avere “imposto all’Italia lo sbarco dei migranti soccorsi”. Non occorre essere un fine penalista per comprendere quanto una simile accusa suoni ossimorica nella sua stessa formulazione. Nonostante ciò, Open Arms riprende il mare e torna a salvare. Dopo il soccorso di 300 persone nel dicembre del 2018, viene bloccata in porto a Barcellona con una motivazione surreale addotta dal governo spagnolo: Italia e Malta, impedendo di sbarcare le persone soccorse violano il diritto del mare, e quindi se Open Arms tornasse a svolgere la sua preziosa missione sarebbe costretta a fare altrettanto continuando a portare le persone salvate in Spagna.

Si potrebbe continuare per alcune pagine a elencare quante inchieste giudiziarie abbiano, a poco poco, svuotato il Mediterraneo centrale delle navi della società civile. Nonostante si dissolvano il più delle volte come bolle di sapone, è questa infatti la conseguenza immediata e diretta di queste azioni giudiziarie. Sorprende e addolora quanto impegno sia stato profuso in questa operazione, perché il ruolo dei giudici, oggi più che mai, è invece estremamente importante per ergersi a tutela dei fondamenti della nostra costituzione e del diritto internazionale che, pur con tutti i loro limiti, dopo gli orrori dei nazifascismi hanno almeno formalmente cercato di sancire il valore della vita e della dignità di ogni essere umano al di sopra di ogni cosa.

Queste inchieste riecheggiano troppo da vicino le calunnie diffuse dai rappresentanti politici italiani e avviate dal governo precedente a quello ora in carica, sulla base delle quali si è costruita una straordinaria opera di criminalizzazione non solo delle organizzazioni della società civile che vanno in mare per difendere il diritto alla vita, ma, alla fine, anche del soccorso e del salvataggio in sé stessi. In questo momento storico ad essere colpito è il gesto più istintivo e ancestrale dell’umanità: quello di tendere una mano a chi ha immediato bisogno di aiuto per non morire, e di portarlo finalmente al sicuro.

Tutto inizia con un “documento segreto” a firma di Frontex, l’Agenzia europea della Guardia di frontiera e costiera, nell’aprile del 2017; prosegue con il “codice di condotta” imposto alle Ong dall’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti nel luglio dello stesso anno; sfocia in una vera e propria guerra giudiziaria e politica che colpisce queste organizzazioni una per una, rispetto ad ogni evento di ricerca e soccorso.

Lo sfondo è quello del Memorandum di intesa firmato, nel febbraio del 2017, dall’allora Presidente Paolo Gentiloni con Al Serraj, quello tra i leader dei miliziani libici che evidentemente sembrava in quel momento più affidabile. Lo schema messo in campo, anzi in mare, prevedeva chiaramente la possibilità che i libici potessero direttamente catturare e riportare indietro le persone riuscite a fuggire dalla Libia, senza che l’Italia incorresse in conseguenze simili alla condanna della Corte europea dei diritti umani, nel 2012 (caso Hirsi c. Italia), per violazione del divieto di refoulement, ovvero di riportare indietro esseri umani dove possono subire trattamenti inumani e degradanti e rischiare la vita. Perché queste operazioni di cattura potessero svolgersi agevolmente, occorreva ovviamente liberare il mare dalle “navi umanitarie”.

Il fatto che la Libia, un paese dove, secondo l’Onu (Rapporto di dicembre 2018), “inimmaginabili orrori” tra cui “stupri, torture ed esecuzioni sommarie” si consumano tutti i giorni ai danni delle persone migranti abbia oggi una sua zona SAR, e possa quindi coordinare operazioni di “ricerca e soccorso”, è la crudele e calcolata conseguenza di questo processo. Ad oggi i trafficanti, ipocritamente definiti come obiettivi da colpire dalle politiche europee, ringraziano tutti i giorni l’Europa, e l’Italia in particolare, non solo perché con la chiusura di ogni canale di ingresso legale le persone sono costrette ad attraversare frontiere letali, la Libia e poi il Mediterraneo, pagando a caro prezzo questi passaggi alle reti organizzate del traffico di esseri umani, ma anche perché, grazie a questo sistema di cattura in mezzo al mare la stessa persona, riportata in Libia e poi messa di nuovo su un gommone dopo avere estorto altri soldi alla sua famiglia o averla torturata ancora, può diventare fonte di lucro o vittima di sevizie due, tre, infinite volte.

Nel frattempo, come accennato, le zone SAR, nate per salvare più vite possibili, sono diventate strumento di deresponsabilizzazioni dei governi. Le missioni della nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans, la prima nave della società civile italiana che ha dato vita non ad una ONG, ma ad una Azione non governativa, hanno dimostrato nei dettagli quanto in molte occasioni i governi abbiano smesso di diffondere i messaggi di aiuto, o li diffondano solo dopo che le imbarcazioni in distress sono uscite dalla zona SAR di loro competenza, in modo da potere evitare l’obbligo di intervenire nel salvataggio.

Chi è andato in mare negli ultimi mesi, inoltre, sa bene quanto anche le navi commerciali ormai evitino certe rotte, perché ritrovarsi a salvare qualcuno implica conseguenze pesantissime, perché invece di una medaglia si ricevono penalizzazioni durissime. Il canale 16 VHF, quello dove gli SOS vengono diramati a tutti i mezzi marittimi, è muto.

In questo momento stanno sicuramente annegando dei bambini, delle donne, degli uomini che fuggivano a mesi di torture. Non lo sapremo. Non c’è più nessuno non solo a soccorrerli, ma neanche a testimoniare della loro sorte.

Il paradosso è dunque questo: le navi della società civile, che sembrano essere rimasti gli unici soggetti del Mediterraneo ancora impegnati nella difesa del diritto e dei diritti sono costantemente colpite e allontanate da una criminalizzazione su più fronti. I governi europei, che hanno eretto la violazione dei diritti e del diritto a sistema di governo del Mediterraneo, perseguono indisturbati nella loro opera di costruzione di una frontiera liquida che stralcia di fatto decenni di diritto del mare e di cultura dei diritti umani, da ultimo imponendo negoziazioni sulla distribuzione delle persone salvate quando queste si trovano ancora a bordo, mentre l’obbligo sarebbe quello di farle sbarcare nel minor tempo possibile nel porto sicuro più vicino.

“Quasi” indisturbati, però. Tra il mare e la terra si è creato un ponte. Le città accoglienti riempiono le loro piazze e riuniscono i loro sindaci. Le navi della società civile si uniscono in alleanza, come nel caso di United4Med, e si soccorrono a vicenda imparando a usare il diritto come strumento di tutela dei diritti, anche interpellando istituzioni importanti come la Corte di Strasburgo, cui Sea Watch 3, ad esempio, ha adito in urgenza, grazie a sostegno del Team legale di Mediterranea, nell’ultimo episodio che l’ha vista bloccata per settimane di fronte al porto di Siracusa.

Mare Jonio, nel frattempo, sta tornando in mare.