Mediterranea torna in mare e denuncia il Ministero dell’Interno


Siamo in mare, e abbiamo raggiunto quella zona che, fino ad ora impunemente, è stata per quasi un anno denominata “sar libica”. Siamo di fronte alla guerra, su uno specchio d’acqua che nasconde un cimitero sterminato, davanti alle coste insanguinate di un paese retto da milizie armate a cui gli Stati europei, e l’Italia in testa, hanno delegato il potere di vita e morte su decine di migliaia di donne, bambini e uomini.


Qualcuno aveva esultato affermando che la nostra nave, Mare Jonio, era stata bloccata. Pura propaganda politica, triste oltre che basata su falsità. Come si fa ad esultare per avere fatto il deserto di umanità e soccorsi dove le persone annegano costantemente.

Nessun blocco, stiamo navigando, e lo abbiamo annunciato ieri alla conferenza stampa fatta a Montecitorio, dove dal mare si è collegato il nostro capo missione e da terra abbiamo ribadito le ragioni, più giuste e forti che mai oggi, del nostro essere dove le cose accadono, senza paura, orgogliosi di poter dare un contributo, per quanto piccolo, di umanità e giustizia in un mare di ipocrisia, indifferenza, menzogne che procurano ogni giorno infinita sofferenza.

Ieri abbiamo annunciato la partenza, dal porto di Marsala, della nostra terza missione del 2019, dopo avere superato 10 ispezioni. Nonostante la direttiva ministeriale ad navem, scritta apposta per ostacolare l’operato di Mare Jonio, e la diffida, arrivata dalla Guardia costiera, a effettuare operazioni di salvataggio in modo sistematico e preordinato.
Abbiamo anche annunciato che il nostro armatore, poche ore prima della conferenza stampa, ha depositato presso la procura di Roma una querela/denuncia per diffamazione e calunnia aggravata contro l’autore della direttiva ministeriale. Perché nessuno dovrebbe più tollerare che un potere, che si pensa superiore a ogni legge e ad ogni senso etico, continui a calpestare diritti e libertà. In quella direttiva venivamo accusati senza processo di reati che mai abbiamo commesso, e abbiamo chiamato a risponderne l’autore che, se si deciderà finalmente a non scappare, dovrà pagare le conseguenze delle sue affermazioni. Un’intransigenza giuridica che intendiamo portare avanti, iniziata con l’esposto contro gli ordini impartiti dall’Italia alla nave di Sea Eye Aylan Kurdi, proseguita con la nostra denuncia pubblica delle comunicazioni relative al caso del 18 marzo che ci ha visti effettuare il salvataggio di 50 persone tra cui 15 minori. Comunicazioni che hanno reso evidente quello che si sapeva dal 2017, ma veniva negato anche in Parlamento a fronte di Interrogazioni rimaste senza risposte: il ruolo delle navi militari italiane ancorate al porto di Tripoli, il ruolo dell’Italia nella gestione, da parte dei libici, dei respingimenti collettivi di almeno 13,500 persone nel solo 2018, per non parlare dei casi in cui le persone sono state invece lasciate annegare, o travolte e uccise dalle motovedette che abbiamo regalato alla Libia.

Rispetto alla diffida, come abbiamo detto ieri, sconforta, dovrebbe indignare, che un’autorità arrivi a diffidare qualcuno dall’effettuare il soccorso delle vite, invece che chiedere a chiunque di attrezzarsi per andare a salvarle. Quasi un’istigazione all’omissione.
La nostra missione è comunque, dal 4 ottobre del 2018, sempre la stessa: essere nel Mediterraneo centrale per monitorare e denunciare le violazioni dei diritti umani senza mai sottrarsi, se necessario, all’obbligo di salvare le persone in pericolo. Persone come quelle che due giorni fa, a poche miglia dalle coste libiche, hanno lanciato un messaggio di aiuto ad Alarm Phone, che lo ha subito rimandato ai centri marittimi competenti. Quello italiano, per la prima volta dopo tanto tempo, ha formalmente assunto il coordinamento di questo evento, ma dal tardo pomeriggio del 29 aprile, di quella piccola barca non si sa più nulla. Nessuna guardia costiera è andata in soccorso.

Caduta finalmente la finzione criminale di una “guardia costiera libica”, sostanzialmente bande colluse coi trafficanti di persone, quel mare si vorrebbe ora definitivamente vuoto. Mentre nessun piano di evacuazione dalla Libia è stato attivato nemmeno per quelle 3.000 persone rinchiuse nei centri di detenzione attorno a Tripoli, una capitale in fiamme, su mandato e finanziamento dell’Italia. Tra loro 1000 bambini, ci dicono le Nazioni Unite. In alcuni di questi luoghi si muore di stenti, in altri si rischia la vita sotto i colpi delle armi da fuoco, come documentato da MSF.

Noi ci siamo, e continuiamo a navigare. Per terra e per mare, grazie a quelle migliaia e migliaia di persone che sono diventate in questi mesi Mediterranea e permettono a questa impresa collettiva di continuare e crescere, di opporsi ad ogni arbitrio e violenza.