L’ultima tattica per respingere i migranti dall’Europa? Una flotta privata e clandestina


Stando alle dichiarazioni di alcuni funzionari maltesi e del capitano di un peschereccio, il governo di Malta ha assoldato tre barche per la pesca a strascico per intercettare migranti nel Mediterraneo e riportarli in zona di guerra.

Di Patrick Kingsley e Haley Willis, The New York Times


30 aprile 2020

Con l’inizio del coronavirus, Malta aveva annunciato di essere troppo occupata nella battaglia contro l’epidemia per poter riuscire a salvare anche i migranti che provano ad attraversare quel tratto di Mediterraneo, dove nell’ultimo decennio la piccola nazione insulare è stata suo malgrado in prima linea in tema di immigrazione.

Tuttavia, le autorità maltesi hanno lavorato segretamente, e senza sosta, per assicurarsi che nessun migrante potesse effettivamente raggiungere l’isola.

Durante il mese di aprile, Malta ha infatti inviato una piccola flotta di navi mercantili private per intercettare i migranti e riportarli con la forza in Libia, zona di guerra, secondo le informazioni fornite dal capitano di una di quelle navi, da un comandante della guardia costiera libica e da un ex funzionario maltese.

Tre imbarcazioni per la pesca a strascico, di proprietà privata, sono state riconvertite e hanno seguito chiare istruzioni delle forze armate di Malta, come detto dal capitano e dagli altri personaggi coinvolti.

L’operazione clandestina, che secondo esperti di diritto internazionale sarebbe da considerarsi del tutto illegale, è solo l’ultima misura di dubbia legittimità adottata negli ultimi anni per arginare l’immigrazione africana e dal Medio Oriente e che ha alimentato le diverse spinte populiste alla base del caos in tutta la politica europea.

Dal 2017, gli stati dell’UE – capitanati dall’Italia – hanno dato finanziamenti al governo libico per trattenere e riprendere i migranti in fuga dalla Libia, hanno fatto sì che navi mercantili di passaggio potessero intercettarli prima che entrassero in acque territoriali europee, e hanno ostacolato con ogni mezzo le organizzazioni non governative che tentano invece di portarli in salvo in Europa.

Ma secondo gli esperti, quest’ultima tattica messa in atto da Malta sarebbe davvero eclatante, perché sarebbe stato richiesto a una flotta di navi private, con sede in un porto europeo, di intercettare ed espellere i richiedenti asilo dalle acque internazionali, quando invece la responsabilità sarebbe delle varie guardie costiere europee.

“In una situazione di abusi ed ingiustizie in costante crescita nei confronti dei richiedenti asilo, questo nuovo approccio costituisce un salto di qualità”, ha affermato Itamar Mann, esperto di diritto marittimo e asilo presso l’Università di Haifa, in Israele, “con metodi che assomigliano in modo agghiacciante a quelli della criminalità organizzata, e risultano a tutti gli effetti simili alle operazioni dei trafficanti di esseri umani, che i politici europei denunciano in modo categorico.”

“I dati a nostra disposizione dimostrano come dobbiamo essere davvero preoccupati dal fatto che sia emerso un metodo nuovo per il respingimento sistematico, che addirittura scarica le responsabilità penali sugli stessi funzionari statali maltesi”, ha aggiunto il dott. Mann.

Il governo maltese non ha voluto rispondere alle nostre molteplici richieste di commento.

Le attività di cui diamo conto in questo articolo sono state documentate per la prima volta la sera del 12 aprile, quando tre pescherecci a strascico hanno lasciato il porto di Grand Harbour de La Valletta, capitale maltese, un’ora l’uno dall’altro. Le tre barche – Dar Al Salam 1, Salve Regina e Tremar – sono partite su esplicita richiesta delle autorità maltesi, secondo quanto dichiarato dal capitano della Tremar, Amer Abdelrazek.

Un ex funzionario maltese, Neville Gafa, ha poi dichiarato di essere stato ingaggiato dal suo governo quella stessa notte per garantire il passaggio sicuro delle prime due barche in Libia attraverso la sua rete di contatti in quel paese. Le barche non hanno dovuto mostrare alcun documento agli agenti dell’immigrazione, navigando con i dispositivi di geo-localizzazione satellitare spenti dal momento in cui avevano lasciato il porto maltese, come dimostrato dai database marittimi.

La loro missione era ben studiata, ha detto Gafa, affermando di aver ricevuto l’incarico di coordinare l’operazione addirittura dal capo di stato maggiore del Primo Ministro maltese, Clyde Caruana. Quest’ultimo non ha voluto rispondere ad alcuna domanda, ma un portavoce del governo ha dichiarato al quotidiano Times of Malta che a Gafa era invece stato chiesto di contattare i libici per un’altra questione, non collegata a questo episodio.

I pescherecci sono stati mandati ad intercettare e poi riportare in Libia una imbarcazione che inviava richieste di soccorso da almeno 48 ore e che stava tentando di raggiungere Malta, ha dichiarato Gafa.

Secondo le coordinate fornite dai naufraghi con un telefono satellitare ad Alarm Phone, una organizzazione indipendente di soccorso, la barca era ancora in acque internazionali, ma aveva già raggiunto l’area il cui monitoraggio è competenza delle forze armate di Malta, facendo diventare così di Malta la responsabilità del salvataggio e dell’assistenza sanitaria ai sensi del diritto marittimo internazionale.

Due dei pescherecci – il Dar Al Salam 1 e il Tremar – hanno raggiunto la barca di migranti nelle prime ore del 14 aprile, guidati da un elicottero militare maltese, ha dichiarato Abdelrazek. Diversi migranti erano già annegati, secondo le testimonianze raccolte in seguito da Alarm Phone.

I circa 50 sopravvissuti sono stati quindi fatti salire a bordo del Dar Al Salam 1.

Dar Al Salam 1 e Salve Regina hanno quindi fatto rotta per Tripoli il 15 aprile. Il primo trasportava i migranti e il secondo trasportava diverse tonnellate di acqua e cibo, in segno di riconoscenza verso il governo libico, come confermato sia da Abdelrazek che da Gafa. Il Tremar è invece rimasto in attesa in acque internazionali.

Secondo quanto dichiarato poi da Masoud Abdalsamad, incaricato delle operazioni internazionali per la guardia costiera libica, le autorità maltesi avrebbero riferito ai loro omologhi libici che il Dar Al Salam 1 era invece una nave maltese chiamata Maria Cristina. Per nasconderne ulteriormente l’identità, l’equipaggio della barca aveva anche cancellato il nome Dar Al Salam 1 dallo scafo e aveva issato bandiera maltese, in modo da confondere del tutto la guardia costiera libica.

Sebbene abbia sede nel porto di Malta e sia di proprietà di un armatore maltese, la nave è legalmente registrata a Tobruk, porto della Libia orientale controllato dagli oppositori del governo di Tripoli. L’equipaggio del Dar Al Salam 1 non voleva quini rischiare di innervosire il governo di Tripoli mettendo in bella mostra i suoi legami con Tobruk, e ha nascosto dunque il suo nome e il suo porto di origine.

Dopo lo sbarco, i migranti sono stati portati in un centro di detenzione gestito da una milizia filo-governativa, dove è noto che i migranti vengano sistematicamente torturati, tenuti in prigione in attesa di un riscatto o di essere venduti ad altre milizie. Questo carcere è peraltro vicino a un deposito di armi e l’area circostante è anche stata colpita dai bombardamenti lo scorso dicembre.

Le condizioni nel centro di detenzione sono “assolutamente spaventose”, ha detto Safa Msehli, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, parte delle Nazioni Unite. “Le persone sono messe in gabbie sovraffollate con quasi nessun accesso a cibo o strutture igienico-sanitarie.”

“Molti ci raccontano degli abusi subiti e dei modi disumani in cui vengono sfruttati”, ha aggiunto la Msehli. “Siamo estremamente preoccupati per la situazione di queste persone, utilizzate per caricare armi, illegittimamente e pericolosamente rinchiuse in prossimità di strutture militari”.

Una volta lasciata Tripoli, il Dar Al Salam 1 ha riacceso il suo sistema di identificazione satellitare e la barca è riapparsa al largo della costa libica la sera del 15 aprile, secondo i dati disponibili grazie al database marittimo di Marine Traffic.

L’armatore della Salve Regina, Dominic Tanti, tramite un suo intermediario ha rifiutato di rilasciare commenti e l’armatore del Tremar, Yasser Aziz, non ha invece voluto fare alcun commento.

L’armatore del Dar Al Salam 1, Carmelo Grech, non risposto direttamente alle molteplici domande inviate via sms, con messaggi vocali e con una lettera consegnatagli a mano presso il suo appartamento. Questi ha però confermato ad un giornale maltese il coinvolgimento della sua barca nella vicenda e diversi altri mezzi di comunicazione, tra cui il quotidiano italiano Avvenire e il blogger maltese Manuel Delia, ne hanno messo in luce le responsabilità.

Grech e la sua nave hanno una storia piuttosto equivoca, il che solleva ulteriori domande sul motivo per il quale il governo di Malta lo abbia voluto coinvolgere in questa operazione di carattere nazionale. Grech ha già raccontato in passato come nel 2011 la sua nave, allora nota come Mae Yemanja, portava rifornimenti ai ribelli libici durante la rivoluzione in corso nel paese. Nel 2012, in base a documenti del tribunale maltese, si legge come l’imbarcazione fosse sotto sequestro in seguito alle accuse di contrabbando di sigarette dalla Libia a Malta nei confronti di Grech, in seguito assolto.

Nel 2015, Grech è stato sequestrato per diversi giorni da una fazione libica, per quello che in seguito è stato descritto come un malinteso riguardo ai suoi visti.

I registri navali maltesi ottenuti dal NTY dimostrano come Grech abbia cancellato – per motivi che non sono stati resi noti – la registrazione della sua barca a Malta in febbraio, per poi ridipingerla e dimostrare così la registrazione presso Tobruk. 

Anche Abdelrazek ha precedenti penali alle spalle, essendo stato condannato nel 2014 per falsificazione di documenti, come verificato presso il tribunale.

Dopo essere apparsi brevemente a Malta la scorsa settimana, il Dar Al Salam 1 e il Salve Regina sono tornati di nuovo in mare domenica scorsa. I loro localizzatori satellitari sono stati nuovamente spenti poco dopo.

Patrick Kingsley scrive da Berlino, Haley Willis da New York. A questo articolo hanno contribuito Karam Shoumali da Berlino, Jon Borg da La Valletta e Christoph Koettl da New York. Marc Tilley ha contribuito alla ricerca da Marsiglia.