2 febbraio 2017 – 2 febbraio 2020. L’orrore della Libia e l’anniversario di un’Italia criminale


Sono certamente cambiate alcune cose dalla prima volta che Mediterranea ha messo in mare una nave italiana. Tante di queste sono cambiate anche dentro la scia che quella nave ha lasciato dietro di sé ad ogni missione, in mare e in terra.

È caduto un governo, innanzitutto, e se n’è fatto uno nuovo che ha proclamato fin dal primo giorno di voler agire nel segno della discontinuità. Le notizie delle Ong che salvano le vite in mare non hanno più i titoli delle prima pagine dei giornali, perché la guerra contro di loro è scemata nei toni e in alcune modalità. Mentre scrivo a Proactiva Open Arms è stato assegnato il porto sicuro di Pozzallo per i suoi 363 profughi di guerra e naufraghi soccorsi, contro di loro non è stato inscenato lo spettacolo della cattiveria lasciandoli settimane davanti alle acque nazionali di uno Stato europeo, anche se, per farli scendere a terra, si è prolungata la loro pena in attesa degli esiti del negoziato per la loro redistribuzione in diversi paesi europei, quando invece tutte le norme prevedono lo sbarco nel “più breve tempo possibile”, incondizionatamente.

Abbiamo imposto in tante occasioni, con la Mare Jonio, la Alex e le altre navi della società civile, il diritto internazionale del mare e dei diritti umani, in lunghissimi mesi in cui abbiamo rischiato molto e pagato un prezzo alto: navi sequestrate e multe a cinque zeri, capi missione e comandanti indagati per pesanti ipotesi di reato. 

Lo scorso 27 gennaio la Procura di Agrigento ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta a carico di Pietro Marrone e Luca Casarini per i fatti del marzo 2019, quando, nel corso della prima missione di Mediterranea che ha direttamente soccorso delle persone, la nostra nave Mare Jonio è entrata nel porto di Lampedusa attenendosi agli articoli della nostra Costituzione – che impone che le norme vincolanti del diritto internazionale prevalgano sempre – e non agli ordini illegittimi delle autorità nazionali. Le 23 pagine di questa richiesta sono un riconoscimento senza mezzi termini di tutto quello che abbiamo fatto in questo anno e mezzo di vita: nessuna condotta antigiuridica, scelte non contestabili e assolutamente legittime, adempimento dei doveri previsti dalle norme sovraordinate. Da quel mese di marzo, tante altre navi sono entrate in porto dopo avere salvato degli esseri umani, in nome di principi e leggi di fronte ai quali un hashtag, un tweet, anche se digitati da un Ministro degli interni, non valgono niente.  E per questo, una volta compreso di non potere sconfiggere sul piano del diritto penale la flotta civile che difende le vite nel Mediterraneo, il Decreto Sicurezza bis ha dirottato tutto sul livello dell’arbitrio politico e del diritto amministrativo, esautorando le procure e trasformando le nostre navi in ostaggi politici nelle mani dei prefetti. Ad oggi, le nostre Mare Jonio e Alex, e la Eleonore di Lifeline, restano sequestrate a causa di questi provvedimenti, nati come vendetta di chi ha usato a questo scopo le istituzioni pubbliche.

Se qualcosa è cambiato, quindi, troppe altre cose non sono cambiate affatto. Non solo e non tanto il sequestro delle nostre navi non è stato revocato dai nuovi ministri che avrebbero potuto farlo con una firma. Soprattutto, dietro lo smorzamento dei toni e dell’aggressività, l’Italia continua a rimanere complice, di più, promotrice e prima sostenitrice, di crimini contro l’umanità.

Il 3 febbraio ricorre il terzo anniversario del Memorandum firmato tra il Governo italiano, allora rappresentato da Paolo Gentiloni, e Al Serraj, uno dei capi delle milizie oggi in guerra conclamata in Libia. Già nel 2017 questo accordo era “privo di validità” – citando la richiesta di archiviazione della Procura di Agrigento che cita a sua volta la sentenza del GIP di Trapani sul caso Vos Thalassa,-  perché “in contrasto con una norma imperativa del diritto internazionale”, ovvero il principio di non refoulement, il “non respingimento” che impone di non riportare nessuno in un posto dove la sua vita sia in pericolo e rischi di incorrere in trattamenti inumani e degradanti.

Gentiloni accettò di firmare un accordo, tessuto da mesi di strategie elaborate dal suo ministro dell’Interno Marco Minniti, che condannò fin da subito migliaia di persone alle torture e centinaia alla morte in Libia, finanziando e fornendo mezzi e aiuto logistico a miliziani libici travestiti da guardia costiera, che spesso coincidevano direttamente con trafficanti e torturatori, come nel caso di Bija, per catturare in mare le persone disperate che fuggivano dall’orrore dei campi di concentramento libici, e riportarle indietro. 

Di più. Come abbiamo dimostrato nel corso della nostra difesa contro le accuse mosse nei confronti di Pietro Marrone e Luca Casarini proprio per il soccorso di marzo 2019, e come la Procura ha affermato ancora nella sua richiesta di archiviazione, le navi della Marina Militare all’ancora nel porto di Tripoli “in realtà sembrano il reale centro operativo di comando” dei libici, svolgendo di fatto le funzioni di centro decisionale della cosiddetta guardia costiera libica. Lo avevamo denunciato dalla sala consiliare del Comune di Palermo lo scorso 18 aprile, rendendo pubbliche le comunicazioni tra Autorità italiane e libiche, riguardanti proprio il caso di marzo. Lo abbiamo denunciato anche rispetto all’Unione Europea, tutte le volte che abbiamo visto con i nostri occhi assetti aerei dei Paesi membri guidare le motovedette libiche nelle catture dei profughi di guerra in mezzo al Mediterraneo.

Sul caso dei respingimenti in Libia su mandato italiano e della UE – con risorse italiane ed europee – un fascicolo è aperto alla Corte penale internazionale dell’Aja, che giudica i crimini contro l’umanità, mentre ormai conosciamo nel dettaglio persino il tipo di torture e violenze sessuali ed esecuzioni che avvengono in Libia ogni giorno su donne, bambini e uomini.

Eppure, il governo della discontinuità non ha avuto il coraggio di interrompere questi accordi. E, del resto, non è contro il suo diretto predecessore che avrebbe dovuto, in questo caso, dimostrarsi discontinuo. È stata una scelta del Ministro Minniti e del governo Gentiloni quella di sacrificare la dignità della vita umana, i diritti e il diritto, il 2 febbraio del 2017, in nome di una proclamata guerra all’immigrazione clandestina. Come è stata una sua scelta quella di inaugurare la battaglia politica contro le Ong nel Mediterraneo, per eliminare testimoni scomodi di troppe violazioni.

Ad oggi pare che le Autorità di Italia e Malta allertino solo i libici quando c’è un’imbarcazione alla deriva in mare. Se e quando le navi non governative arrivano prima, vengono semplicemente tollerate, e solo finché le persone salvate non sono “troppe”.

Nel frattempo, l’Italia non ha smesso nemmeno per un attimo di essere sull’orlo del baratro rispetto a un’ondata velenosa di odio e razzismo che, seppure contrastata da piazze straordinarie come quelle delle Sardine e da tante azioni grandi e piccole di una società civile che non si arrende, porta oggi il 15% dei cittadini e delle cittadine di questo paese a negare persino l’Olocausto del popolo ebraico nella prima metà del XX secolo.

Cancellare gli accordi con la Libia non è un’opzione di strategia politica, è un atto necessario per salvarci. Poi verrà il battere i pugni in Europa per un’evacuazione delle persone bloccate sotto le bombe e nei campi di quel paese. Poi verrà una rinegoziazione delle politiche europee sulle migrazioni. 

Finché ciò non sarà fatto vivremo in un Paese che si rende complice di criminali, in cui ogni giorno con i nostri soldi migliaia di persone subiscono violenze paragonabili a quelle inferte in massa a interi popoli negli anni più bui della storia europea.

Noi abbiamo visto i segni su quei corpi, i numeri sul petto dei bambini neonati, gli occhi di chi stavamo difendendo dalle motovedette italiane con a bordo i miliziani libici furibondi per essere arrivati subito dopo di noi e non avere potuto prendersi, per quel giorno, la loro razione di carne da macello.

Abbiamo rischiato tutto, con le nostre piccole forze, per salvare quelle persone, per salvarci con loro. Ma se una nave può tanto, tantissimo, è un intero Paese che ora deve sollevarsi per riprendersi la sua dignità.

 

Alessandra Sciurba, portavoce e presidente di Mediterranea Saving Humans