Finalmente liberi in Europa i 27 ostaggi del caso Maersk Etienne. La missione di Mediterranea continua.


L’immagine dell’autobus in partenza dal molo di Pozzallo verso il centro di accoglienza di Siracusa chiude il calvario inferto dalle Autorità maltesi e dai Governi europei a 27 naufraghi salvati il 5 agosto dalla nave mercantile Maersk Etienne e abbandonati in mezzo al mare per 40 giorni.  

Persone, esseri umani, già vittime di torture e detenzioni nei campi di detenzione libici, in fuga da un inferno dove infuria anche una guerra civile, di quelle guerre per procura dove le grandi potenze si spartiscono come a Risiko i pozzi di petrolio. Ma i cadaveri sono veri, non di plastica. 

La Mare Jonio è ormeggiata in banchina. L’equipaggio saluta questi nuovi fratelli conosciuti in mezzo al mare dove tutto si condivide, anche l’orrore di una frontiera illegale e disumana tra le più pericolose al mondo. Siamo andati a prenderli, dopo che per 38 giorni il comandante della nave commerciale aveva chiesto disperato un aiuto a qualcuno, senza ricevere mai risposta. La tecnica delle omissioni di soccorso, applicata scientificamente da due Stati europei come Malta e Grecia, si inserisce nella strategia articolata dei “respingimenti per procura”, che hanno nell’attività della cosiddetta “Guardia costiera libica” la loro punta di diamante. 

L’Italia, anche con questo governo e in piena continuità con quelli precedenti, finanzia con centinaia di milioni di euro, attraverso un trattato bilaterale siglato nel 2017 con il governo fantoccio di Tripoli, la formazione e la dotazione di mezzi di una vera e propria “polizia di frontiera”, messa in piedi in fretta e furia riciclando tagliagole e trafficanti di esseri umani ben noti alle cronache. 

Quanti crimini sono stati commessi e avallati contro migliaia di donne, uomini e bambini in nome della Ragion di Stato? Oggi possiamo solo guardare ai fatti che accadono davanti ai nostri occhi, e di fronte ai quali il 3 ottobre del 2018, abbiamo deciso di metterci su una nave e andare lì dove le cose accadono. 

La Maersk Etienne è una nave mercantile di una grande compagnia danese. Solca avanti e indietro quel mare che hanno trasformato in una gigantesca e terribile fossa comune, come fanno centinaia di altre navi e barche di ogni tipo. È il primo grande paradosso delle frontiere: ci passa di tutto, ogni tipo di merce, ma per una certa categoria di esseri umani, la condanna inflitta è la morte. Sono frontiere che questi fratelli e sorelle sembrano aver disegnate sulla pelle fin dalla nascita. Si tratti di un check-point della polizia in un quartiere di Minneapolis, o di un’isola della Grecia trasformata in prigione, o delle acque del Mediterraneo Centrale. Queste frontiere perennemente aperte, diventano un muro davanti a una famiglia, a un bambino, a una donna incinta o un ragazzo di vent’anni. Il colore della pelle spesso accomuna questi migranti, vengono dal Sud del mondo e vanno verso Nord. Li accomuna anche un’altra cosa: sono tutti poveri. 


La Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans ha lasciato il porto di Licata giovedì pomeriggio alle ore 14.40, per dirigersi per la sua nona missione nella zona SAR Libica, in acque internazionali, nel mar Mediterraneo centrale. Missioni di monitoraggio e osservazione che non hanno mai mancato di soccorrere naufraghi durante la navigazione, di rispondere a richieste di aiuto, a segnalazioni di imbarcazioni e persone in pericolo. Come previsto d’altronde dalle Convenzioni internazionali e dalle leggi del diritto marittimo. Previsto ormai solo sulla carta a giudicare dai comportamenti delle autorità statali ed europee.

“Soccorrere è un obbligo”, recitano carte firmate da stati. Norme scritte nella Costituzione italiana.

Sappiamo purtroppo che non è così. Accade invece il contrario. 

Nella serata di giovedì 10 settembre, dopo 40 miglia di navigazione verso Sud, al ponte di comando della Mare Jonio arriva una mail inviata direttamente dal comandante della nave Maersk Etienne, ferma da 37 giorni al largo di Malta. Chiede aiuto alla Mare Jonio: la situazione a bordo si è aggravata, spiega, in particolare una donna incinta ha bisogno di assistenza medica. La Etienne è in queste condizioni da quando il 5 agosto ha prestato soccorso ad una barca che stava affondando. A bordo 27 persone stremate, raccolte appena in tempo dal mare prima di inabissarsi. La Etienne, come dice il suo comandante, non poteva lasciarli morire. Ma la “punizione” per chi soccorre e salva vite umane, è durissima: l’abbandono. Malta, responsabile di quel tratto di mare, rifiuta di concedere un porto sicuro. L’Italia, lo Stato costiero più vicino, scarica su Malta. Il governo danese, sua è la bandiera del mercantile, prova ad organizzare la deportazione in Tunisia (paese non sicuro) dei naufraghi. Le istituzioni europee, nonostante l’appello a Bruxelles di decine di parlamentari, stanno a guardare. Il calvario dell’Etienne diventa una delle vergogne d’Europa, insieme ai campi di concentramento finanziati sul territorio libico, e al campo di Moria in Grecia che brucia, con i suoi 13.000 reclusi innocenti dentro. 

La Mare Jonio fa quello che si deve fare: ascolta la richiesta di aiuto, cambia rotta, si dirige sulla posizione. Venerdì 11 settembre alle prime ore del mattino, il gommone di salvataggio ABBA1 della Mare Jonio, affianca la Etienne, e sale a bordo con il nostro personale medico-sanitario. In 37 giorni nessuno si era degnato di inviare nemmeno un medico. 

Il report non lascia dubbi: situazione drammatica e gravissima sotto l’aspetto psico-fisico per i 27 naufraghi, in particolare per la donna incinta. Non possono stare un minuto di più in quelle condizioni. Il comandante della Etienne chiede formalmente al comando della Mare Jonio di autorizzare il trasbordo sulla nostra nave, che ha un Team sanitario e un’infermeria attrezzata per prestare cure di primo soccorso. Vengono richieste a Malta istruzioni, senza ottenere risposta. Il trasbordo avviene con il mare che si sta alzando: scendere da una petroliera con le paratie alte decine di metri, attraverso una scaletta di corda non è una operazione facile né sicura. Bisogna fare presto. 

Alle ore 17 circa si conclude l’operazione di trasferimento. Le autorità maltesi e anche quelle italiane sono costantemente informate. Malta risponde solo per dire che non ha nessuna intenzione di occuparsi del caso e che non concederà nessun porto ai naufraghi. “Rivolgetevi all’Italia” la loro sprezzante risposta. 

Il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma, scrive alla Mare Jonio che la responsabilità era di Malta, ma dopo 24 ore di attesa, su indicazione del governo, assegna il porto di sbarco a Pozzallo. La signora incinta, insieme al marito che l’accompagna, viene evacuata subito, venerdì sera, dalla Mare Jonio per il ricovero in ospedale. Gli altri vengono accolti sul molo di Pozzallo sabato 12 settembre alle ore 21.00. 

Si conclude dunque questa odissea durata 40 giorni. Mare Jonio ha fatto quello che era giusto fare. E la cosa più importante di tutta questa vicenda è avere restituito la dignità di esseri umani a 27 persone. Rifiutate, trattate come merci scadute, abbandonate prima in Libia e poi in mare. 

Ma vi sono anche altri significati dietro a ciò che è accaduto, ai fatti. 

Qual è il senso di questo comportamento delle autorità nazionali ed europee nei confronti della Maersk Etienne? Il messaggio che veniva dato, attraverso quella che per noi è una vergogna e una violazione palese della legge, era chiaro: se provate a soccorrere, voi navi commerciali, voi pescherecci, vi blocchiamo in mezzo al mare, vi abbandoniamo lì, vi facciamo perdere un sacco di soldi e passare un sacco di guai. Non ci provate. Dovete lasciarli morire. E dunque, altro che vergogna! Il tentativo di sistematizzare, di trasformare in prassi e poi in norma, l’omissione di soccorso. Come per il diritto di asilo, come per la Convenzione di Ginevra e il suo articolo 33 che vieta i respingimenti. La Maersk Etienne era un’arma nelle mani di chi, dall’alto della sua sovranità statale ed europea, vuole cambiare le leggi, le convenzioni, i trattati attraverso una prassi criminale che va consolidata. Hanno in mente di imporre leggi contro la vita, l’umanità, i poveri. Hanno in mente che tutti poi siano costretti ad ubbidirvi, rientrando nei ranghi. Ma l’obbedienza non è più una virtù, diceva Don Milani.

Un’Europa diversa viaggia sulle navi della Civil Fleet. Un mondo diverso viaggia su quell’autobus. 

Buona fortuna, fratelli e sorelle.