Navigare nella crisi, progettare la speranza – Lettera agli equipaggi di terra e di mare


Carissime tutte e carissimi tutti, 

equipaggi di terra e di mare,

le nostre riflessioni si uniscono a quelle di molti e molte che in queste ore cercano di capire, e anche di esorcizzare paure e incertezze per il futuro. Si condividono punti di vista, stati d’animo, immagini da peculiari luoghi di osservazione della realtà. Non rimanere in silenzio e solitudine, seppure a distanza fisica necessaria, ma invece cercare nei legami sociali la forza per superare questo periodo, è una risorsa fondamentale. Si sta ritracciando una mappa di comunità solidali e pensanti, per riorientare bussole e immaginare nuove rotte, per continuare a navigare anche in un paese a “contenimento forzato” nel pieno di una pandemia globale. 

Iniziamo con una comunicazione inevitabile e difficile. 

Tra gennaio e febbraio Mediterranea ha ottenuto il dissequestro della nave Mare Jonio e della barca a vela Alex: una conquista fondamentale, senza nulla togliere all’amarezza per il tempo che ci hanno fatto perdere tra ricorsi, appelli, udienze, ispezioni e quant’altro, mentre potevamo stare in mare, ad aiutare persone che ne hanno bisogno, a fare il nostro lavoro.

Eravamo pronti a ripartire, con la tenacia e la determinazione di sempre: pronte le navi, pronti gli equipaggi.

Ma lo svilupparsi della pandemia nella quale ci troviamo immersi, e le sacrosante misure adottate per tentare il contenimento del contagio, e per tentare di salvare le persone più fragili ed esposte, ci impone oggi congelare l’attività operativa in mare. Per ragioni di obbligo e di scelta, che ci impongono di rispettare prescrizioni sanitarie e limiti negli spostamenti che rendono impraticabile per il nostro equipaggio raggiungere adesso Licata, porto di partenza della missione, e imbarcarsi in tempi ragionevoli, ma anche per valutazioni sulla sostenibilità generale della missione stessa in questo momento. Dunque, da qui la decisione di congelare la partenza della nostra missione in mare, monitorando giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, l’evolversi della situazione fino a quando l’emergenza COVID-19 renderà possibile tornare ad essere operativi. 

Ma Mediterranea non declina #iorestoacasa con #noirestiamoinporto.

Gli effetti di questa scelta obbligata ci fanno soffrire, perché in mare c’è chi rischia la morte ogni giorno. Dopo tre settimane di maltempo, le partenze sono inevitabilmente ricominciate. Unico sollievo è la possibile, speriamo, presenza operativa nel Mediterraneo Centrale in questo periodo di altri assetti della società civile, di quella che chiamiamo “Civil Fleet”, e a cui daremo ogni supporto possibile.  Il fatto che la nave non possa adesso partire, non significa che noi restiamo fermi. La nostra Mare Jonio, lo sapete, prima che di lamiere, scafo, timone e motori, è fatta da quello che abbiamo dentro, ognuna e ognuno di noi e di come riusciamo a metterlo insieme. Quella nave adesso deve solcare il mare della crisi, attraverso i suoi equipaggi che la portano con loro in quello che fanno. E già sta navigando. Sono quasi un centinaio i medici e paramedici, membri degli equipaggi di terra e di mare di Mediterranea, che dal primo giorno del contagio sono in prima linea contro il virus, all’interno degli ospedali italiani. Sono decine e decine gli attivisti che stanno dando supporto alla Protezione civile nei vari comuni, che lavorano nei servizi di ambulanza e di assistenza. Mediterranea, l’abbiamo sempre detto, si fermerà solo quando non ci sarà più bisogno delle nostre missioni. E, se ciò valeva e vale per il soccorso in mare, vale oggi anche per il nostro impegno a terra. Fino a quando qualcuno sarà costretto a rischiare la vita nel Mediterraneo, o in qualsiasi altra parte del mondo, avrà senso continuare ad essere Mediterranea. Finché l’assurda logica delle frontiere chiuse, della quale i virus hanno tra l’altro mostrato di fregarsene, produrrà ingiustizie e imbarbarimento, sofferenza e morte, avrà per noi senso esistere.

Non ci si salva da sol*

Non ci si salva da sol*: niente come la situazione attuale lo potrebbe insegnare meglio. Se un risvolto di speranza può esserci rispetto alla condizione drammatica in cui la diffusione del virus ha gettato il mondo, è l’evidenza della vulnerabilità e dell’interdipendenza di ognuno di noi in quanto essere umano, oltre ogni differenza e frontiera: la sfida è che ora questa diventi una consapevolezza nuova e una nuova capacità di concepire comunità solidali e aperte, e sicure proprio in quanto tali. La pandemia è la dimostrazione lampante di quanto la violenza triste e brutale ai confini non protegga proprio nessuno. Di quanto invece le condizioni di marginalizzazione, di diseguaglianza, di miseria e terrore, in cui si fanno vivere milioni di persone alle porte dell’Europa, siano una delle prime cause di pericolosità e insicurezza per tutti.  

Continuiamo a combattere la battaglia dell’informazione

Riteniamo grave che anche in questi giorni non sia mancato un certo tipo di propaganda, unicamente funzionale a coltivare razzismo e divisioni, invece di ricostruire la comunità di cui abbiamo così bisogno, negando proprio la scissione emotiva provocata dal sentirsi “in quanto italiani” respinti alle frontiere. Abbiamo letto articoli che superficialmente, o in mala fede, asserivano che le partenze dalla Libia siano in calo “grazie al coronavirus”, omettendo il fatto che sono state le pessime condizioni metereologiche, insieme alle catture da parte dei libici, ad aver momentaneamente ridotto le partenze o impedito ai profughi di raggiungere l’Europa. Questi articoli, soprattutto, si guardano bene dallo spiegare che “zero arrivi” significa quasi sempre “più naufragi”, e sicuramente più torture e violenze per chi in Libia continua a essere recluso, e non di rado a morire, nei centri noti in tutto il mondo per quelli che le stesse Nazioni Unite hanno definito “inimmaginabili orrori” consumati al loro interno. 

Abbiamo il dovere, come Mediterranea, di non tacere nemmeno adesso su tutto questo: la drammaticità della pandemia che stiamo affrontando non può portare al silenzio rispetto agli altri orrori che continuano a straziare il mondo e che non sono originati da catastrofi naturali, ma da scelte compiute deliberatamente da chi siede negli scranni del e detiene il potere. Abbiamo il dovere di continuare a denunciare il ruolo che le Istituzioni europee, i governi nazionali, le autorità tutte, hanno in questa barbarie e di non smettere di condannare e contrastare le politiche che, insieme ai profughi martoriati sul confine greco-turco, stanno seppellendo l’idea stessa di Europa. Non possiamo, anche in questi momenti, non rivolgere il pensiero ai bombardamenti di Idlib in Siria e alle conseguenze sulle vite di centinaia di migliaia di persone; al ricatto di Erdogan ai governanti europei giocato sui corpi di chi cerca di sfuggire alla morte; alle affermazioni dell’Unione Europea che ha dichiarato compatibili le azioni repressive sulla frontiera greca (inclusi gli attacchi e la “caccia ai profughi” dei neonazisti che nessuno ha deciso di fermare?) con i diritti umani, la convenzione di Ginevra del 1951, e i valori stessi su cui dovrebbero di fondarsi le democrazie occidentali. 

La situazione di Lesbo, microcosmo in mezzo al mare in cui viene spettacolarizzato il nuovo avanzamento della violenza dei confini, ricorda in parte l’utilizzo strumentale di Lampedusa nel corso degli ultimi decenni: isole trasformate in frontiere e zone di concentramento dalle scelte politiche dei governi.

Quello che sta accadendo rende evidente il disastro dell’accordo Ue-Turchia del 18 marzo 2016, non a caso servito come modello per il Memorandum tra Italia e milizie libiche che, oltre a renderci complici di governanti liberticidi e sanguinari, ha sancito la ratifica istituzionale dell’esclusione di una parte dell’umanità dal diritto di vivere, di fuggire dalla morte, di non veder morire i propri figli. E ora che il coronavirus, che invece può aggirare tutti i confini, sta raggiungendo anche le isole greche e le zone di conflitto in cui sono bloccati milioni di profughi, si profila un disastro sanitario di proporzioni mai viste. 

Anche a fronte di tutto questo, non possiamo che continuare a navigare, anche con la missione congelata. Sin dall’inizio, la nostra azione in mare è stata supportata e resa possibile dal sostegno eccezionale dei nostri equipaggi di terra, migliaia di persone in Italia, Spagna, Belgio, Stati Uniti, Francia, Germania, Inghilterra che hanno creduto in noi e ci hanno regalato miglia, speranza, determinazione nel proseguire contro e nonostante i Decreti Sicurezza divenuti legge con il precedente governo e ancora validi oggi. 

In terra come in mare

È il momento di ricambiare, di agire in terra come facciamo sempre in mare, come unico equipaggio che condivide uno stesso spazio, seppur forzatamente “a distanza”, a partire dal quale inventare nuove pratiche solidali.

Siamo a fianco di chi sta chiedendo investimenti immediati nella sanità pubblica, reddito e tutele per i lavoratori in difficoltà quando non licenziati, per gli spazi sociali e comunitari, associativi, delle imprese sociali, piegati dalla sospensione forzata delle loro attività. 

Cerchiamo infine di renderci utili per coloro che più di altr* soffriranno questa crisi, per coloro i cui diritti sono negati, per le persone rimaste in Italia dopo lo sbarco nel tentativo di costruire una vita degna che oggi incontra sempre più ostacoli, per tutti coloro che sono costretti ad affrontare difficoltà materiali, fisiche, psicologiche anche solo per obbedire alla prescrizione “restiamo a casa”, perché non tutti una casa ce l’hanno, e non per tutti, non per tutte, un tetto sopra la testa è garanzia di libertà e rispetto. 

Per come possiamo, stiamo cercando di attivare ogni risorsa di Mediterranea per mettere a servizio di altre ed altri sulla terraferma la nostra esperienza collettiva e le nostre competenze individuali.

Sentiamo la necessità di riconoscerci oggi più che mai come comunità, tra chi tutti i giorni nei Team Operativi continua a lavorare affinché le nostre navi solchino presto, di nuovo, il Mediterraneo Centrale, chi fa parte dei nostri equipaggi di terra, e chi incontreremo ancora sul nostro cammino, perché all’indomani di questa emergenza sia il virus della solidarietà a diffondersi surfando sulle paure. Solo così andrà davvero tutto bene. 

 

Mediterranea Saving Humans