La storia della Alex


di Alessandra Sciurba


 

Sono passate due settimane da quando abbiamo salvato 59 persone portandole a bordo della nostra Alex, una barca a vela di 18 metri partita per una missione di monitoraggio e supporto alle navi della società civile nel Mediterraneo centrale. 

Due settimane di proclami politici contro il soccorso in mare, di insulti sessisti sui social contro le donne che attraversano il Mediterraneo per soccorrere chi fugge dalla guerra o per raccontare la verità, di rincorse tra i partiti governativi italiani facendo a gara tra chi si dimostra più cattivo contro la solidarietà e il salvataggio delle vite. 

Eppure, in noi, nessuna paura. Nessuno sconforto. Nessuna resa. 

Riemergono solo ricordi di luce, vita, colori. Metto insieme alcune immagini. Per come ritornano agli occhi continuamente. 

Le lingue di fuoco chimico rossoverdi delle piattaforme petrolifere e all’orizzonte, minuscolo, un puntino azzurro da guardare meglio, perché ci sono ancora a bordo delle persone vive, vive!  

Il pianto di un bambino dentro un giubbotto salvagente più grande di lui. Stringerlo e dirgli: va tutto bene, adesso. Sei salvo. E poi capire senza parlarsi che c’è una sola cosa da fare, che in salvo vanno portati tutti, e poi si vedrà. 

Una motovedetta libica che si ferma a osservare incredula quella piccola barca e la sua umanità e non ha il coraggio di avvicinarsi troppo, prende atto che 59 persone non torneranno alle bombe e alle torture, gira la prua e se ne va. Ed esplodono le grida e le danze (ma non troppo ché altrimenti qui ci capovolgiamo). 

Una ragazza che preme la mano sulla bocca per soffocare la gioia mentre stringe la sua piccola di 5 mesi nel primo momento in cui, dopo anni, il terrore resta dietro alle spalle. 

L’ecografo poggiato sul tavolino accanto al timone, una mamma che guarda le mani piccolissime del bimbo che ha in grembo, mentre decine di delfini saltano più in alto, noi navighiamo piano e il sole tramonta. 

70 bottiglie di plastica tagliate a ciotola per un pastone collettivo di tutti i resti della cambusa, mangiato come fosse il cibo più buono del mondo. 

Scoprire, sotto un tetto d’argento e d’oro di coperte termiche a riparare dal sole, i numeri sulle magliette impressi nei campi della Libia, e promettere che “mai più vi accadrà qualcosa di simile”. 

La notte ad aspettare in silenzio, protetti dal nostro essere insieme, comunque vada. Ore ed ore a condividere ogni pensiero, a immaginare chi a terra ci aspetta e si fida di noi.  

Imparare da chi è arrivato a bordo che non c’è quasi condizione in cui si possa ridurre un essere umano che non permetta di conservare la dignità e la possibilità riconoscersi.  

Una bimba che gioca col il timone e chiede altri guanti di lattice per fare palloncini e ripete i nostri nomi che ha imparato e poi mette la mano nella mia maglietta, la lascia lì e appoggia la testa. 

La calma a ridosso del molo di Lampedusa, mentre va in scena lo spettacolo della cattiveria – non c’è il permesso di scendere – e noi siamo immuni. Solo un ragazzo piange a dirotto perché “è stata troppo dura”, ma adesso siamo qui. 

Lo stupore di quando alla fine quelle persone non vogliono sbarcare senza prima ripulire la barca che le ha salvate e senza prima sapere come possono essere loro, adesso, a proteggere noi. 

Ecco. Non c’è decreto-legge o insulto, non c’è multa o minaccia che possa privarci di tutto questo.  

La vita sta da una parte, la morte dall’altra. L’umanità può ancora scegliere. Le navi della società civile, e a volte anche le barche a vela, le indicano la strada.