La Pasqua della vergogna – Lo spiegone di Mediterranea


LA PASQUA DELLA VERGOGNA 
LO SPIEGONE DI MEDITERRANEA 

I principali esponenti politici dei Governi europei hanno fragorosamente applaudito, nel silenzio di Piazza San Pietro, il “nessuno si salva da solo” di Papa Francesco, prima di voltarsi altrove, dall’altra parte di fronte a chi, in mare, aveva disperatamente bisogno di aiuto. Nei giorni di Pasqua hanno dimostrato quanto abissale possa essere la distanza tra quanto si dice e quanto si fa, abbandonando per giorni in mare chi aveva bisogno di essere salvato, non concedendo il “porto sicuro” di sbarco (PoS – Place of Safety) dopo il soccorso di imbarcazioni in distress operato dalle navi della società civile o, peggio, riconsegnando donne, uomini e bambini ai loro torturatori. 

I governi europei, Italia e Malta in prima fila, utilizzano la retorica peggiore per giustificare la chiusura dei porti: adducono come motivazione la Pandemia Globale, l’emergenza sanitaria, come se questo consentisse di violare ogni diritto umano e l’obbligo del soccorso in mare, e mettono gli esseri umani ancora una volta gli uni contro gli altri – mors tua vita mea – anche in questa condizione di emergenza comune. Al contrario proprio questo avrebbe dovuto essere il momento per affermare con più forza il valore della solidarietà. 

Quello che segue è il resoconto di terribili giornate di mancati soccorsi, di rimpallo delle responsabilità, di colpevoli silenzi e di pratiche criminali da parte delle istituzioni governative. Alcuni dettagli e dati mancano ancora, ma il quadro che si sta delineando porta alla diretta responsabilità della morte di persone innocenti.

Questi giorni hanno visto anche centinaia e centinaia di persone mobilitarsi in ogni modo per salvare la vita dei nostri fratelli e sorelle in mare. Per imporre alle istituzioni di rispettare la legge, le convenzioni internazionali, l’umanità. Lo straordinario lavoro di AlarmPhone, Sea Watch e Mediterranea, che hanno messo tutte le loro strutture operative giorno e notte su questi casi, si intreccia con l’attivazione di una moltitudine di persone della società civile, in ogni paese europeo, e in Italia e a Malta in particolare, che hanno gridato forte SAVETHEM! SALVATELI! Questa è per noi la CIVIL FLEET, e il suo corpo di intervento degli equipaggi di terra. Questa è per noi l’anima della resistenza e del progetto per fare del Mediterraneo un mare di pace, di giustizia, di rispetto e salvaguardia della vita. Grazie a tutti e tutte. Continuiamo, in mare come in terra, a lottare per un mondo diverso.

Ricapitoliamo cos’è accaduto.  

Con il miglioramento delle condizioni meteomarine, come sempre accade, le partenze dalle coste libiche sono nuovamente riprese. In pochi giorni, centinaia di persone hanno preso il mare per fuggire dalla guerra, dalle torture dei campi di detenzione, dalle sevizie, dalla fame, dalla morte: la diffusione del virus non ha fermato gli altri orrori del mondo.

Il 6 aprile, in due differenti salvataggi, la Alan Kurdi dell’ONG tedesca Sea-Eye, unica nave di soccorso della società civile in quel momento nel Mediterraneo centrale, ha impedito l’annegamento di 156 persone, portandole a bordo e da quel momento iniziando a chiedere un porto sicuro di sbarco, come prescrive il diritto internazionale. In suo aiuto, non si è mosso nessuno. Malta, nonostante la sua competenza, si è rifiutata di coordinare le fasi del soccorso e ha negato il Place of Safety (PoS). Il 7 aprile l’Italia ha emanato in fretta e furia un decreto interministeriale assurdo dal punto di vista giuridico e inaccettabile da quello umano: dichiarava l’assenza di porti sicuri sul suolo italiano a causa della pandemia del coronavirus. Una scelta strumentale e disumana, perché è invece assolutamente possibile conciliare i doveri del soccorso con la tutela della salute pubblica di tutti, e perché chiudere i porti alle navi della società civile senza mettere in mare navi governative significa semplicemente condannare a morte le persone che rischiano di annegare. Con prevedibile effetto domino, la stessa scelta è stata immediatamente replicata: da Malta e, ancora più paradossalmente, dalla Libia stessa, che dopo avere intascato in tre anni centinaia di milioni di euro per catturare in mare migliaia di profughi e riportarli alle bombe e alle torture in violazione di tutti i loro diritti, si è improvvisamente accorta di essere in guerra e ha dichiarato “non sicuri” i suoi porti, come se prima di allora lo fossero stati. Per capire quanto il decreto del governo italiano sia stato dannoso, basti pensare che dopo aver dichiarato la “chiusura per guerra” del porto di Tripoli, la Libia ha corretto il tiro ed è passata alla “chiusura per Covid”. Dopo giorni di appelli della società civile e l’intervento di diversi parlamentari, anche di maggioranza, le persone ancora sulla Alan Kurdi (nel frattempo si erano rese evacuazioni mediche di emergenza a causa delle difficilissime condizioni a bordo) dovrebbero essere trasferite oggi, venerdì 17 aprile a ben 11 giorni dal salvataggio, a bordo di una nave passeggeri italiana, appositamente allestita per la quarantena.

In questa stessa ultima settimana, Watch The Med – Alarm Phone segnalava la presenza di altre quattro imbarcazioni in difficoltà nel Mediterraneo centrale, con a bordo complessivamente più di 250 persone, della cui posizione, fin dallo scorso venerdì 10 aprile, i Centri di coordinamento del soccorso marittimo italiano e maltese erano stati quindi, correttamente e costantemente, informati. Nonostante gli allarmi hanno deciso di non intervenire e di non fornire informazioni sulla situazione in corso, nemmeno se interpellati da membri del Parlamento. 

Due di queste imbarcazioni sono riuscite miracolosamente a raggiungere in autonomia le coste siciliane: 101 persone, tutte di origine subsahariana, sono arrivate a Pozzallo e altre 77 a Porto Palo. Tra loro tanti bambini. 

La terza imbarcazione di fortuna, con 47 persone a bordo, tra cui una donna incinta con la figlia di sette anni che stava male, e la cui disperata richiesta di aiuto è stata diffusa da un audio raccolto da AP, è stata soccorsa in extremis il 13 aprile dalla nave civile Aita Mari, della ONG basca Salvamento Maritimo Humanitario, che si stava trasferendo da Siracusa alla Spagna per una sosta tecnica, e che quindi non aveva a bordo personale medico o rescue team. Nonostante questo, giustamente, Aita Mari devia la sua rotta e corre in soccorso delle persone in pericolo. 

Dopo altre ore di attesa, e dopo nuove mobilitazioni della società civile e dei parlamentari italiani, delle associazioni e della Chiesa maltese, le autorità de La Valletta finalmente decidono di prestare un minimo di assistenza inviando viveri e paramedici. Ma per le difficili condizioni meteo, l’elicottero di Air Force Malta non riesce nemmeno a far salire a bordo il medico. Aita Mari, con 39 persone a bordo perché 8 sono state evacuate per motivi di urgenza medica dalla Guardia Costiera italiana, è ancora in attesa di un porto sicuro di sbarco al largo di Lampedusa, fino ad ora negato da Malta, che ne avrebbe l’obbligo essendo stato il salvataggio operato nella sua zona SAR e dalle stesse Autorità maltesi coordinato, né dall’Italia, che comunque potrebbe deciderlo vista la vicinanza con le sue coste.

Rimane il caso della quarta imbarcazione, con a bordo 55 persone, con cui AP perde ogni contatto a partire dal pomeriggio della domenica di Pasqua. Malta decide di inviare un messaggio Navtex con richiesta di intervento alle navi più vicine solo nella serata di lunedi 13 aprile, dopo che un suo assetto aereo ha individuato di notte la posizione del gommone. Assumendo il coordinamento del caso. Il punto rilevato dista 30 miglia da Lampedusa, e 80 da La Valletta. Nella notte tra lunedì e martedì 14 aprile, la nave commerciale ro-ro Ivan, battente bandiera portoghese, raggiunge il gommone in difficoltà, ma alle prime ore dell’alba di martedì, dopo aver affiancato per quasi tre ore l’imbarcazione alla deriva, riceve indicazione dalle Autorità maltesi di proseguire per la sua rotta, perché stavano arrivando soccorsi. Da allora, per un’intera giornata, nessuna notizia. Il Governo Maltese non dichiara più nulla in merito al soccorso. Solo un laconico “il caso è chiuso”. Di fronte a questo silenzio, e sotto la pressione di appelli di parlamentari e della mobilitazione della società civile, anche le Autorità italiane, con mezzi aerei e navali della Guardia Costiera, si mettono finalmente alla ricerca di queste persone. Martedì 14 Aprile, alle 17.30, esce finalmente una CP300 SAR della Guardia Costiera di Lampedusa, coadiuvata da un elicottero.

Di questa quarta imbarcazione non si è saputo più nulla fino a mercoledì 15 aprile nel pomeriggio, quando l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) ha avuto conferma di un motopesca libico al largo del porto di Tripoli, in attesa di far sbarcare 47 persone. A bordo cinque corpi senza vita, ma, secondo le testimonianze dei superstiti, altri sette compagni erano già annegati in mare. I morti, dopo sei giorni in mare senza cibo né acqua e con onde alte oltre due metri, risulteranno infine 12. I governi europei, e soprattutto Malta e Italia, avrebbero potuto salvarli in ogni momento.

La più terribile delle ipotesi è diventata realtà. La quarta imbarcazione con circa 55 persone a bordo di cui si erano perse le tracce è stata respinta in Libia, all’inferno, certamente con la collaborazione delle Autorità maltesi, e anche a causa del ritardo del Governo italiano nell’avviare le operazioni di soccorso, nonostante la prossimità con Lampedusa. Per giorni le richieste di soccorso di questi uomini, donne e bambini innocenti sono state semplicemente ignorate. E poi l’operazione di “push-back”, respingimento disumano e illegale, operato con la complicità del governo Maltese e utilizzando un’imbarcazione battente bandiera libica su cui ci sarà molto da capire.

La morte di 12 persone, alcune di esse di sete e di fame, altre nel tentativo disperato di raggiungere a nuoto navi mercantili, le torture che subiranno i superstiti, sono diretta responsabilità delle politiche di gestione delle frontiere da parte dei governi europei.

Da subito l’impegno di Mediterranea, insieme alle altre organizzazioni della #CivilFleet europea, è quello di ricostruire puntualmente i fatti accaduti e trascinare davanti alle Corti internazionali tutti i colpevoli di questo crimine.
Vogliamo giustizia. E non ci fermeremo finché non l’avremo ottenuta.

L’altro nostro principale impegno, nonostante e ancor più in ragione dell’emergenza Coronavirus e dei suoi effetti, è quello di tornare al più presto in mare in missione di monitoraggio, ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale. E non ci fermeremo finché continuerà ad esserci bisogno del nostro intervento.