La Libia è una zona di guerra. Perché l’UE sta ancora mandando i rifugiati laggiù?


Di Sally Hayden* – Da The Guardian

“Alcuni nel mondo stanno sostenendo che i diritti umani sono obsoleti, che l’interesse nazionale può giustificare la soppressione dei diritti individuali e collettivi”, così ha dichiarato Federica Mogherini, ministro degli esteri dell’UE, la scorsa settimana all’assemblea generale delle Nazioni Unite. “Siamo qui oggi per affermare il contrario … I diritti umani sono reali.”
Mentre diceva questo, ricevevo disperati messaggi su WhatsApp da parte delle migliaia di rifugiati rinchiusi a tempo indeterminato nei centri di detenzione a Tripoli, dopo essere stati costretti a tornare in Libia in conseguenza della politica dell’UE.
Lo stesso giorno, centinaia di persone nel centro di detenzione di Abu Salim erano state minacciate da uomini sconosciuti con armi da fuoco, mentre una donna incinta era collassata a causa di una pesante pioggia. Dal 26 agosto, Tripoli ha vissuto i peggiori combattimenti degli ultimi anni, mentre le milizie rivali combattono per prendere il controllo della città. Nel frattempo il governo appoggiato dall’ONU ha dichiarato lo stato di emergenza e le granate hanno cominciato a cadere indiscriminatamente, mentre i rifugiati e i migranti sono stati abbandonati o rilasciati sulle pericolose strade. Alcuni sono stati costretti a bere acqua dai gabinetti per sopravvivere. Altri sono stati bloccati in prima linea, colpiti o rapiti da presunti trafficanti, o costretti ad ammucchiarsi mentre le bombe esplodevano accanto a loro.
Usando uno smartphone condiviso tra centinaia di persone, il primo gruppo mi ha contattato per chiedere aiuto dopo che il fratello di un uomo ha trovato il mio numero online. Da allora, circa 20 altri migranti e rifugiati si sono messi in contatto, descrivendo periodi in cui sono restati senza cibo anche per 5 giorni, inviandomi immagini di uomini con missili antiaerei che guidano per le strade, o foto come quella che mostra un neonato, la cui madre ha dato alla luce un sala aperta mentre il conflitto infuriava.
“Gli edifici intorno a noi bruciano”, un uomo eritreo mi ha messaggiato, mentre chiedeva l’evacuazione – qualcosa che Medici Senza Frontiere (MSF) ha ripetutamente chiesto.
La politica europea di “fermare le barche” assomiglia sempre più a quella dell’Australia, mentre migranti africani e rifugiati sono bloccati all’infinito dopo essere stati restituiti in Libia dalla guardia costiera libica sostenuta dall’UE. Non hanno accesso ad alcun ufficio giudiziario, mentre sperano nell’aiuto dell’ONU. Pregano di non essere venduti ai trafficanti dalle autorità libiche che regolarmente li minacciano e li insultano. Secondo le Nazioni Unite ci sono circa 7000 persone nei centri di detenzione “ufficiali” di Tripoli, inclusi 640 bambini.
Molti di quelli attualmente incarcerati descrivono il momento in cui sono arrivati più vicini alla libertà: un punto nel Mediterraneo quando pensavano che l’aiuto fosse arrivato, sotto forma di barche italiane, un attimo solo perché le barche si bloccassero fino all’arrivo dei libici per ritirarli.
I dati provvisori pubblicati dall’Istituto italiano di studi politici internazionali questa settimana mostrano che uno su cinque migranti che hanno cercato di fuggire dalla Libia via mare a settembre sono morti o sono scomparsi – la percentuale più alta registrata. Sette su dieci sono stati catturati e restituiti dalla guardia costiera libica, mentre solo uno su 10 è arrivato in Europa. Una delle ultime navi operative di salvataggio private, l’Acquarius di MSF, ha appena perso la registrazione a causa di pressioni politiche.
Mentre l’UE continua a ritenere la Libia un paese sicuro, nonostante le costanti notizie di stupri, torture, sfruttamento, lavoro forzato e abusi fisici sui rimpatriati, i combattimenti scoppiati ad agosto hanno rivelato quanto questo fosse falso.
Mentre i rifugiati mi chiamavano e chiedevano aiuto, ho contattato organizzazioni internazionali tra cui l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Ancora e ancora, hanno detto che non c’era nulla che potevano fare mentre i combattimenti continuavano. I rifugiati sono stati lasciati soli a combattere per la sopravvivenza. Alcuni sono persino stati costretti a diventare attori nella guerra, dopo che le milizie li hanno fatti uscire dai centri di detenzione e li hanno costretti a muovere armi pesanti o impacchettare pallottole, picchiando quelli che hanno resistito.
Inoltre, diventa sempre più chiaro che, in alcuni casi, i messaggi inviati dalle Nazioni Unite sembrano ricostituire una realtà sul terreno che è molto poco vicina a quanto accade. Mentre l’UNHCR affermava di aver “evacuato” i rifugiati in una dichiarazione del 30 agosto, le centinaia di persone che erano state trasferite furono abbandonate in un campo di battaglia giorni dopo, e molti soffrirono la fame anche più a lungo di prima. Mentre le Nazioni Unite hanno detto di aver distribuito coperte, i rifugiati hanno raccontato che non erano ancora arrivati, e quando sono arrivate sono state rubate dalle loro guardie in fuga.
In alcuni centri, meno di un quarto delle persone dei paesi riconosciuti come paesi di rifugiati afferma di essere stati registrati presso l’UNHCR, nonostante l’ONU abbia il mandato di proteggerli. Alcuni hanno aspettato fino a otto mesi.

La scorsa settimana, l’UNHCR ha finalmente ammesso di non avere accesso ai centri e di aver evacuato la maggior parte della sua stessa gente. “Abbiamo meno di una manciata di agenti internazionali che si trovano attualmente nel paese”, mi ha detto Kelly Clements, vice alto commissario dell’UNHCR a New York.
Un secondo cessate il fuoco tra le milizie libiche è stato annunciato lo scorso martedì, anche se resta da vedere se sarà valido (un precedente cessate il fuoco, concordato il 4 settembre, è durato solo pochi giorni).
Per le migliaia di detenuti sfuggiti a dittature o zone di guerra, solo per sopravvivere alla tortura e agli abusi dei contrabbandieri, i proclami sui diritti umani dei politici europei sono un’ipocrisia totale.
“Stiamo perdendo la speranza, anche da parte di Dio,” un rifugiato precedentemente reattivo mi ha messaggiato di recente, dopo una lunga interruzione di contatto. “La mia mente non sta funzionando [come] prima. Tutto sta diventando buio.”

*Sally Hayden è una giornalista specializzata in migrazione, conflitti, diritti umani e crisi umanitarie.

Traduzione a cura di Simonetta Cossu.