Il giudice e la verità. Note a margine della sentenza emessa dal GIP di Trapani sul caso Vos Thalassa


di Alessandra Sciurba


Non è usuale arrivare alla fine di una sentenza e provare un moto di commozione, ma a volte accade.

Può accadere, ad esempio, quando il diritto viene usato come strumento di giustizia sulla base dell’accertamento dei fatti; quando, sulla base del rispetto del principio di eguaglianza,ristabilisce la verità restituendo dignità e libertà alle persone, chiunque esse siano (in questo caso un cittadino ghanese e uno sudanese detenuti in misura cautelare da luglio scorso).

Accade quindi che il diritto sani ingiustizie che rischiavano di perpetrarsi all’infinito su chi ne aveva già subite tante, pur non avendo colpe. E può accadere che, agendo la giustizia in relazione a un singolo caso, un giudice, semplicemente applicando i principi e le norme che ha il dovere di interpretare, dichiari illegittimedecisioni politiche messe in atto dalle principali autorità dello Stato.

È questo il ruolo del diritto, specialmente da quando, col processo di costituzionalizzazione del Secondo dopoguerra, i diritti fondamentali, quelli che difendono beni soggettivi assoluti, sono stati sanciti come limiti al potere, anche democratico; sono stati tutelati dalle Convenzioni internazionali; hanno innervato di sé tutti i Trattati, e sono stati erti a banco di prova incontrovertibile della validità di ogni singolo accordo.

 

La storia della Vos Thalassa è entrata nelle cronache l’estate scorsa, perché questa nave appartenente a una società privata, dopo avere soccorso 67 naufraghi nella cosiddetta zona Sar libica, ha dapprima rivolto la prua verso la Libia, dopo avere ricevuto ordine dal centro di coordinamento marittimo italiano di rivolgersi ai libici, e dai libici di avvicinarsi alle coste africane e, solo in seguito alla ribellione delle persone salvate, ha fatto rotta verso l’Italia, per permettere che le 67 persone fossero trasferite sulla nave Diciotti. Due dei naufraghi, appena sbarcati in Italia, sono stati quindi indagati e cautelativamente detenuti, con l’accusa di avere usato violenze e minacce contro l’equipaggio per costringerlo a non riportarli in Libia.

 

A distanza di quasi un anno, il 3 giugno del 2019, arriva la sentenza del Giudice delle Indagini preliminari del Tribunale di Trapani, che accoglie la richiesta di uno degli avvocati difensori di considerare legittima difesa gli atti compiuti dagli imputati, e quindi di assolverli.

Atti che sono consistiti, innanzitutto, nella minaccia mimata di gettare a mare e di sgozzare; minaccia che, a detta dei testimoni, sembra potersi riferire non a gesti da compiere contro l’equipaggio: buttarsi a mare è la scelta che avrebbero compiuto i naufraghi pur di non tornare in Libia a subire di nuovo le violenze e gli stupri poi certificati. Il gesto dello sgozzamento rappresentava la sorte che tocca a tutte le persone migranti costrette ad attraversare quel Paese.

Provate a immedesimarvi. Avete trascorso mesi o anni in un campo di concentramento, con i vostri bambini o i vostri fratelli. Siete stati torturati per estorcere alla vostra famiglia rimasta in patria denaro su denaro. Se siete donne o giovani uomini siete stati violentati decine di volte. Poi arriva la possibilità di fuggire, su un gommone che quasi sicuramente affonderà, ma tanto vale morire che sopravvivere a stento, tutti i giorni, all’orrore. E invece venite salvati, arriva una nave, vi porta a bordo. Pensate: forse è finita. Forse potrò tornare a sentirmi un essere umano. Vi addormentate, sfiniti. Finché qualcuno dei vostri compagni di viaggio non si accorge, grazie al GPS che ha portato con sé come un tesoro, che quella nave non sta dirigendosi verso un luogo dove trovare finalmente un po’ di umanità e sicurezza, ma vi sta riportando all’inferno. Voi, e i bambini, e le altre donne, e tutti quei ragazzi che portano i segni addosso di ogni violenza.

 

Cosa fareste? Cosa avreste il diritto di fare?

 

Il GIP ha ritenuto che di fronte a una situazione simile, sussistesse una causa di giustificazione delle minacce rivolte all’equipaggio per costringerlo a cambiare rotta: la salvaguardia di diritti primari quali la vita, l’integrità fisica e l’integrità sessuale. Oltre lo “stato di necessità”, si è trattata, appunto, di “legittima difesa”, per come è definita dall’articolo 52 del nostro codice penale. Poiché sotto attacco erano diritti fondamentali, perché l’offesa era ingiusta, perché il pericolo era attuale.

Ciò che stava avvenendo riportando i naufraghi in Libia, si legge poi nella sentenza, era anche una violazione dell’articolo 10 della nostra Costituzione, sia nella parte in cui impegna lo stato italiano ad agire in conformità col diritto internazionale, sia in quella in cui impone il rispetto del diritto d’asilo.

Il diritto internazionale, per come è stato riempito di contenuto dopo il secondo dopoguerra, sancisce infatti dei diritti soggettivi assoluti che spettano all’essere umano in quanto tale. Questi diritti sono “inalienabili, intrasmissibili, irrinunciabili, imprescrittibili” e rappresentano anche il nucleo della nostra Costituzione. Ad essi si aggiungono i valori della libertà e dell’eguaglianza, da considerare sempre prioritari rispetto ad ogni altra esigenza. Questi diritti e questi valori informano anche il diritto del mare rispetto alla ricerca e al salvataggio delle persone in pericolo che impongono l’obbligo del soccorso e lo sbarco dei naufraghi solo in un porto sicuro, e nel minore tempo possibile. Questa è la responsabilità dello stato che coordina di volta in volta ogni evento SAR e che deve identificare il “place of safety” tutelando anche il principio di non refoulement, ovvero il diritto, spettante ad ogni essere umano,di non essere respinto in luoghi dove si possa diventare o tornare ad essere vittime di trattamenti inumani e degradanti.

I migranti ribelli della Von Thalassa hanno quindi agito, stabilisce il GIP, nel momento in cui hanno esercitato pressione per “dirottare” la nave”, quando i loro diritti fondamentali erano già tutti potenzialmente violati.

Ma la sentenza va ancora oltre, e diventa occasione per denunciare la natura del memorandum firmato tra Italia e Libia nel febbraio del 2017, da cui discende il potere delle autorità libiche di impartire a quelle italiane direttive in vista del rimpatrio in Libia, in contrasto con la Convenzione di Amburgo che impone invece di portare le persone soccorso in un luogo sicuro che la Libia non rappresentava al momento del fatto in questione, e rappresenta ancora meno oggi.

Alla questione di legittimità della stessa Convenzione SAR, sollevata dal Pubblico ministero, il GIP risponde infatti dichiarando il Memorandum illegittimo. Le ragioni sono molte e ben argomentate. La prima e più evidente è, appunto, che la Libia non può in alcun modo essere considerato un porto sicuro, e che il diritto a non subire torture e trattamenti inumani, inevitabilmente violato riportando le persone in Libia, e quindi il principio di non refoulement, non ammette deroghe ed è sempre cogente.

Il Memorandum firmato dall’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è quindi privo di validità perché in contrasto con una norma imperativa del diritto internazionale. Lo stesso memorandum è quindi anche incompatibile con l’articolo 10 della Costituzione italiana, ed è inoltre illegittimo da un punto di vista formale e procedurale, perché è un atto mai ratificato dal Parlamento italiano nonostante si occupi di temi per cui la nostra Costituzione prevede tale ratifica.

Infine, tornando alla condizione degli imputati, la situazione di pericolo in cui queste persone e i loro compagni di viaggio si erano trovate, viene dichiarata dalla sentenza del GIP di Trapani come non è definibile in quanto volontariamente determinata: affrontare il loro terribile viaggio da migranti e mettersi in mare è stata una scelta motivata dalla “spinta di una necessità impellente per salvare la propria vita”.

Gli imputati vengono quindi assolti per avere agito in base alla legittima difesa, poiché, conclude il GIP, “è evidente che il ritorno in Libia costituisse una lesione gravissima di tutte le prospettive dei diritti fondamentali”.

Ribellandosi, hanno salvato se stessi e i loro compagni di viaggio.

Da mesi Mediterranea Saving Humans, tra mare e terra, conduce la sua battaglia per affermare queste verità. Sono semplici, incontrovertibili, se si interpreta il diritto vigente alla luce dei suoi valori costitutivi, pur con tutti i limiti di quello che è e rimane uno strumento che può essere usato per scopi molto differenti tra loro.

Certamente, ogni dichiarazione di diritti, anche la nostra Costituzione, è una convenzione concepita in un determinato momento storico: è un prodotto umano, imperfetto, modificabile.

Ma sarebbe il caso di valutare cosa significhi oggi quello che sta accadendo nel Mediterraneo rispetto alle conseguenze che si abbatteranno e si stanno abbattendo anche in terra, su ciascuno di noi: rinunciare ai diritti umani come limite del potere democratico, per quanto strumentalizzati essi siano stati e per quanto difficile sia la loro affermazione effettiva, significa chiudere un orizzonte fondamentale di lotta per la dignità di ogni persona.

Questa sentenza ci aiuta ad argomentare questa verità, semplice, appunto, oltre che a rivendicare ogni singola scelta che abbiamo compiuto fino ad ora nelle nostre missioni: quando abbiamo obbedito all’obbligo etico e giuridico di salvare; quando abbiamo diretto la nostra nave nel porto sicuro più vicino rifiutandoci di obbedire all’ordine di contattate i libici; quando abbiamo denunciato il ruolo dell’Italia e dell’Europa nelle catture da parte della cosiddetta guardia costiera libica di migliaia di persone: un crimine contro l’umanità che la Storia non potrà che raccontare come tale.

Mare Jonio è ancora sotto sequestro al Porto di Licata, ma Mediterranea procede sulle sue vie di terra, e tornerà presto in mare, perché quello che è in gioco è enorme e non possiamo fermarci adesso. Ne va della nostra salvezza, della nostra umanità, del nostro futuro.