Il caso el hiblu mostra tutto ciò che c’è di sbagliato in come l’europa tratta i migranti


 

Giardini di Gardjola a Senglea: Da un lato l'ingresso del porto, dall'altro dove la 
El Hiblu 1 è attraccata dopo aver sbarcato le 108 persone salvate il 28 marzo 2019. 
Foto: Campagna El Hiblu 3

ll caso dei tre giovani accusati di “terrorismo” mostra tutto ciò che c’è di sbagliato nel modo in cui l’Europa tratta i migranti, come denunciato dalla conferenza tenutasi sabato scorso a Malta.

Il 26 e 27 marzo scorsi si è svolta a La Valletta una Conferenza Internazionale della campagna per la liberazione dei “Tre della El Hiblu”. Vi hanno preso parte le persone direttamente coinvolte nel caso, rappresentanti delle comunità straniere che vivono a Malta, accademici e intellettuali da tutta Europa, esponenti religiosi e di Organizzazioni Non Governative locali e internazionali, attiviste e attivisti della Civil fleet, tra cui Sea Watch, Louise Michel e MEDITERRANEA.
 
È stata un’importante occasione per ricostruire la vicenda giudiziaria che vede tre giovani migranti (due dei quali minorenni all’epoca dei fatti) imputati di reati gravissimi, con la sola colpa di aver evitato la deportazione in Libia per sé e per oltre un centinaio di altri naufraghi che erano stati soccorsi dalla nave mercantile battente bandiera turca.
 
La loro situazione è purtroppo esemplare delle innumerevoli violazioni del diritto internazionale, dei diritti fondamentali delle persone, e dei più profondi principi della convivenza umana, da parte di Stati membri e istituzioni dell’Unione Europea, che vengono quotidianamente commesse nel Mediterraneo Centrale.
 
In particolare, insieme all’Italia, Malta rappresenta, per la sua posizione geografica e per il ruolo giocato dalle sue Autorità in questi anni nella crisi umanitaria in mare, uno dei luoghi decisivi dove intervenire nella battaglia per la libertà di movimento e il rispetto dei diritti e dignità di ogni singola persona.
 
Per questo MEDITERRANEA Saving Humans ha aderito alla campagna #FreeElHiblu3 fin dall’inizio e continuerà a seguirla (maggiori informazioni al sito: https://elhiblu3.info ).
 
Pubblichiamo intanto qui volentieri l’articolo che il Times of Malta, autorevole quotidiano indipendente dell’isola, ha dedicato lo scorso 27 marzo alla Conferenza internazionale.
“Il caso dei tre El Hiblu incarna tutto ciò che c’è di sbagliato nel modo in cui i migranti non bianchi sono trattati dall’Europa: un mondo alla rovescia in cui coraggiosi mediatori sono chiamati pirati, mentre le autorità statali compiono atti di pirateria in mare”, ha detto Lorenzo Pezzani, co-direttore di Border Forensics.
“Tuttavia, questo caso rappresenta anche un simbolo potente della resistenza dei migranti di fronte alla violenza delle frontiere. La campagna Free El Hiblu 3 è l’esempio di come sia possibile mettere in primo piano il loro coraggio e metterci in ascolto delle loro straordinarie voci”, ha aggiunto.
Pezzani fa parte di una coalizione internazionale composta da difensori dei diritti umani, studiosi e rappresentanti religiosi che chiedono la libertà per Kader, Amara e Abdallah.
I membri di questa commissione internazionale si sono uniti alle ONG locali Moviment Graffitti, Fondazione Aditus, Integra, Kopin e JRS per una conferenza di due giorni organizzata dalla campagna “Free the ElHiblu 3”.
Neil Falzon, direttore di Aditus, ha ricordato alla conferenza come siano passati tre anni da quando i tre giovani sono stati accusati di terrorismo, da allora intrappolati in un complicato limbo giudiziario.
“Potrebbero vivere il resto della loro vita in prigione oppure no. Restiamo fiduciosi, in quello che è un caso legale confuso ed estremamente complesso”, ha detto.
Anche i tre giovani stessi sono intervenuti alla conferenza, ricordando il momento in cui sono stati separati dal gruppo di persone con cui avevano lasciato le coste della Libia in cerca di migliori prospettive di vita.

“Minacce di morte costanti”

La vita in Libia per Amara era caratterizzata dalla costante minaccia di morte, trasformando il suo sogno di una vita migliore in un incubo.

Ha ricordato come, dopo essere riuscito a fuggire dal paese nordafricano perché non aveva altre opzioni, è stato salvato quando ha affrontato di nuovo la morte – questa volta in mare.
Tuttavia, coloro che lo hanno ripescato da un gommone che affondava stavano per riportarlo in Libia, e solo dopo che loro si erano offerti come volontari per mediare tra l’equipaggio e i disperati richiedenti asilo, i loro soccorritori li hanno portati a Malta, un porto sicuro.

“Ci hanno separati dopo 10 giorni”

Il giovane Abdallah ha ricordato che, una volta a Malta, i tre sono stati separati dagli altri e trattenuti in prigione.
“Nonostante questo, sono rimasto forte perché ero con i miei amici. Ma dopo 10 giorni hanno diviso anche noi tre.
“Sono rimasto in prigione, tutto solo. Era molto difficile essere completamente solo. Per mesi mi sono chiesto come avrei fatto ad uscire da lì.
“Un giorno ho ricevuto una lettera dalla campagna El Hiblu 3 che mi diceva di essere forte, che eravamo eroi e che ci avrebbero sostenuto. Ho riacquistato la speranza che avevo perso”, ha ricordato.

“Avevo 16 anni. Avevo perso la speranza. Non riuscivo a dormire”.

Kader ha spiegato che insieme ad Amara, era stato separato da Abdallah e portato in una prigione per minori.
Ha ricordato il suo iniziale stato di confusione e il senso di impotenza:
“Eravamo arrivati con almeno altre 100 persone, ma hanno separato noi tre. Non riuscivo a capire perché, visto che non avevamo fatto nulla di male. Quando sono arrivato in prigione, sono stato trattato in un modo che non mi sarei mai aspettato di ricevere in Europa. Avevo 16 anni. Ho perso la speranza. Non riuscivo a dormire”.
Una volta uscito di prigione dopo diversi mesi, gli è stato detto che non poteva andare a scuola e che doveva trovarsi un lavoro.
Alla fine ha trovato un impiego nell’edilizia – un settore completamente nuovo per lui – ma purtroppo è caduto da un cantiere e si è rotto una gamba.
Oltre a non essere pagato per il suo lavoro, si sta ancora riprendendo dalle ferite, il che rende la sua ricerca di un lavoro stabile ancora più difficile, considerato che deve anche recarsi regolarmente in ospedale e firmare il registro delle cauzioni alla stazione di polizia.

Che cos’è il caso El Hiblu?

Il caso risale al marzo del 2019, quando la nave mercantile El Hiblu ha salvato 108 persone da un gommone in pericolo. Subito alcuni migranti sono rimasti sul gommone perché temevano di essere respinti in Libia.
Sono dispersi e si che siano morti.
El Hiblu aveva ricevuto l’ordine di portare le persone a bordo in Libia, un luogo non sicuro, ma il 28 marzo la nave è entrata a Malta. Le Forze Armate di Malta hanno abbordato la nave mentre si avvicinava alle acque territoriali, in seguito alla voce che i migranti avessero preso il controllo della nave e l’avessero costretta a dirigersi verso l’Europa.
I giovani – allora di 15, 16 e 19 anni – sono stati arrestati e accusati di crimini equivalenti all’attività terroristica. Si sono dichiarati non colpevoli.
Anche Amnesty International ha nel frattempo chiesto che le accuse siano ritirate e ha segnalato il caso nella sua campagna annuale “Write for Rights,” che sollecita le persone a scrivere lettere, firmare petizioni e organizzare eventi per chiedere giustizia per coloro che sono stati imprigionati, attaccati o scomparsi.