Dopo giorni drammatici, gli 11 sopravvissuti lasciati a bordo del peschereccio Nuestra Madre de Loreto sono sbarcati a Malta.


Ciò che è accaduto al peschereccio spagnolo Nuestra Madre de Loreto rappresenta l’ennesimo tentativo di dissuadere le persone dal fare ciò che è giusto, oltre che obbligatorio in termini di legge: salvare la vita umana in mare.
Un equipaggio di pescatori coraggiosi, la notte del 22 novembre, aveva obbedito al diritto vigente, e al proprio senso di umanità, soccorrendo un gommone con 12 persone a bordo, tra cui alcuni minorenni, che rischiavano di morire annegate. Eppure, invece di ricevere supporto immediato ed encomi per questo gesto di alto valore civile, salvatori e naufraghi hanno dovuto affrontare un’odissea che solo 10 giorni dopo può dirsi conclusa.
Effettuato il salvataggio, il peschereccio si era immediatamente rivolto al suo stato di bandiera, contattando il centro di coordinamento marittimo spagnolo. Quest’ultimo aveva comunicato di riferirsi ai libici perché il salvataggio era stato effettuato nella zona dichiarata di loro competenza da una quantomeno controversa decisione dell’IMO che risale allo scorso giugno. Ma la cosiddetta guardia costiera libica usa non rispondere se contattata, e i pescatori hanno comunque deciso di non rivolgere la prua della loro barca verso la Libia e non riportare i profughi indietro all’orrore che avevano già vissuto e che i chiari segni di tortura sui loro corpi raccontavano più di ogni parola. Non facendolo, questi pescatori hanno semplicemente continuato a rispettare il diritto del mare che stabilisce che l’evento di soccorso si dichiara chiuso quando i naufraghi sono portati in un “place of safety”, un porto sicuro. La Libia non lo è, come non ci stancheremo mai di ripetere, come sta ripetendo anche l’Onu attraverso molte delle sue Agenzie e dei suoi Alti Commissariati che hanno il mandato di difendere i diritti umani.
Nonostante questo, per giorni, nessuno stato europeo ha assunto il coordinamento o si è preso la responsabilità di dichiarare l’evento SAR, neppure quando il peschereccio, riparando dalle tempeste, è entrato nella zona di ricerca e soccorso di competenza maltese.
Al fianco dei pescatori e dei naufraghi c’erano solo la nave di Open Arms e Mare Jonio di Mediterranea, entrambe partite da Zarzis, dove stavano effettuando una sosta tecnica della missione congiunta United4Med, di cui fa parte anche la ONG Sea Watch, proprio per correre in aiuto del peschereccio nonostante le condizioni meteo avverse.
Abbiamo per giorni, come altre volte è accaduto in questi primi mesi di missione, cercato di amplificare dal centro del mare la voce di chi era stato salvato eppure rischiava ancora la vita.
Nessuna risposta è arrivata alle richieste di fornire loro un porto sicuro, mentre il centro di coordinamento spagnolo si limitava a non autorizzare nemmeno il trasbordo sulla nave di Open Arms, ben più equipaggiata e solida, perché, appunto, quel tratto di mare non era di sua competenza.
Eravamo lì quando uno dei giovani naufraghi, un ragazzo palestinese, è stato evacuato d’urgenza all’ottavo giorno di sfinente attesa, dopo che da ore aveva perso conoscenza. Le sue condizioni sono di grave debilitazione ma per fortuna ha raggiunto l’ospedale de La Valletta appena in tempo.
Quando ormai il peschereccio stava decidendo, costretto dall’abbandono di tutti i governi, di provare a rientrare in Spagna, è arrivata finalmente, la notte del primo dicembre, la comunicazione che Malta avrebbe accolto i naufraghi. La guardia costiera maltese ha effettuato il trasbordo, mettendo fine a uno stillicidio che stava riducendo tutte le persone a bordo allo stremo delle forze. Da giorni si era iniziato a razionare il cibo e l’acqua, e solo l’intervento dei medici e degli equipaggi di Open Arms e di Mare Jonio hanno evitato che la situazione precipitasse ulteriormente.
Non possiamo che ringraziare i pescatori di Nuestra Madre di Loreto per la lezione di civiltà, dignità e coraggio che hanno offerto all’Europa. E allo stesso modo non possiamo non condannare l’inciviltà, la codardia e la mancanza di umanità, oltre che l’illegalità delle politiche europee che stanno cercando di desertificare il mare dopo averlo reso un cimitero.
Essere a fianco di questi pescatori e delle donne e degli uomini di Open Arms in questi giorni difficili è stato per noi un onore e ci ha restituito il senso di una comunità che non si arrende. Nessuna criminalizzazione può spaventare quando si è così certi della giustezza delle proprie azioni. Nessuno ci convincerà mai a non essere più dove oggi bisogna rimanere: nel centro di quel Mediterraneo che le persone sono costrette ad attraversare per fuggire dalle torture di un paese come la Libia che i governi europei continuano a fingere di considerare un Paese sicuro, con grave danno arrecato anche al popolo libico, nonostante sia retto da un’accozzaglia di milizie armate le une contro le altre.
Un giorno questa storia sarà raccontata alle generazioni future, e non ci saranno sfumature tra vittime e carnefici, tra indifferenti e persone che, nonostante tutto, non si sono voltate dall’altra parte. Siamo tutti e tutte ancora in tempo per scegliere da che parte stare.