Così in mare come in terra. Riflessioni a margine della morte di un ragazzo a San Ferdinando


Ci sono sistemi che producono morte, traffico di esseri umani e violenze quotidiane.
La chiusura dei canali di ingresso legali, nel caso del Mediterraneo, e la trasformazione della Libia in un imbuto infernale per centinaia di migliaia di persone che per fuggire da quelli che l’Onu definisce “inimmaginabili orrori” possono solo rischiare la vita prendendo il mare.
Il sistema della produzione e della distribuzione dei prodotti agricoli, sul territorio italiano e in quello di tanti stati europei, che si regge sullo sfruttamento e la violazione della dignità di milioni di persone provenienti da paesi diversi, anche europei.
In entrambi i casi, le persone sono rese vittime di tratta poiché viene sottratta loro ogni alternativa possibile. Non a caso, la direttiva europea Anti-tratta (2011/36/UE) definisce la tratta come l’abuso di una posizione di vulnerabilità data dalla mancanza di alternative percorribili.
In entrambi i casi, la politica dei governi europei, in modo demagogico e propagandistico, non attacca il sistema, non fa nulla per aggredirne i fattori strutturali, ma addita come unici colpevoli gli ultimi anelli di una catena che non si ha nessuna intenzione di spezzare realmente: i cosiddetti scafisti, in mare, e i cosiddetti caporali, in terra.
Perché le persone vivono ammassate in baraccopoli come quella di San Ferdinando? Perché da lì vengono reclutate per lavorare in condizioni quasi sempre inumane e degradanti per le aziende italiane, le stesse per cui lavorano gli intermediari (i caporali), che sono solo un piccolo ingranaggio del sistema. Un sistema che avvelena l’intera filiera agroalimentare, che affama gli agricoltori onesti e spinge costantemente allo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici.
Perché le persone continuano a pagare i trafficanti per attraversare le frontiere? Perché queste frontiere non possono essere attraversate in nessun altro modo, e grazie agli accordi con paesi di transito come la Libia che adesso cattura le persone in mezzo al mare e le riporta indietro a subire nuove estorsioni e abusi prima di essere rimessa in mare, la stessa donna, lo stesso uomo, lo stesso bambino, diventano vittime di tratta e rischiano la vita due, tre, infinite volte.
In mare come in terra, si muore perché vengono create dalle politiche europee e nazionali situazioni di ingiustizia e vulnerabilità. E queste stesse politiche, di fronte a queste morti, invocano poi strumenti meramente repressivi che producono altra sofferenza e altre violazioni.
Nel frattempo, in mare come in terra, rischiamo di abituarci alla normalizzazione della morte e di perdere di vista i veri responsabili del degrado, dell’impoverimento, delle iniquità.
Rimettere al centro le persone, tutte le persone, e la loro dignità, è invece l’unico modo per aggredire i sistemi che creano violenze e ingiustizie sociali.
In mare come in terra, Mediterranea Saving Humans è al fianco di chi sta lottando affinché ciò sia ancora possibile.