Abbiamo chiesto alla Corte Europea dei diritti umani se il governo italiano, impedendo lo sbarco, stia violando i diritti fondamentali delle persone soccorse da Sea-Watch 3


Abbiamo chiesto alla Corte Europea dei diritti umani (CEDU) se il governo italiano, impedendo lo sbarco, stia violando i diritti fondamentali delle persone soccorse da Sea-Watch 3.

 

 

Negli scorsi giorni i cittadini stranieri soccorsi dalla nave Sea-Watch 3, il suo capitano e il capo missione, questi ultimi anche a tutela dei minori non accompagnati presenti a bordo, hanno inviato una richiesta di “misure urgenti” alla Corte Europea dei Diritti Umani chiedendo di porre fine alla violazione dei diritti fondamentali prefigurata dal fatto di impedire l’ingresso nel porto della SW3 e lo sbarco di tutte le persone a bordo. La Corte EDU ha infatti il compito di valutare i ricorsi individuali di persone soggette alle violazioni dei diritti tutelati dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani.
Com’è noto, un’operazione di soccorso in mare, secondo il diritto internazionale, si dichiara conclusa solo con lo sbarco in un porto sicuro, che deve essere garantito nel più breve tempo possibile. Ciò non può essere subordinato ad alcuna negoziazione tra Stati in merito a una eventuale redistribuzione delle persone soccorse, o per qualunque altro motivo. Un porto si considera sicuro anche in base al reale trattamento che le persone subirebbero una volta sbarcate: per questa ragione la Libia non è riconosciuta dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea come un porto sicuro di sbarco.

 

 

Ad essere valutata dalla Corte è quindi la condotta del Governo italiano e delle amministrazioni coinvolte in questa vicenda, nei termini in cui prefigura una gravissima violazione dei diritti fondamentali delle persone soccorse, e in particolare del loro diritto a non subire trattamenti inumani e degradanti (art. 3 della Convenzione).
Impedire alle persone di scendere dalla nave costituisce anche una forma di illegittima e informale detenzione di fatto, in chiara violazione di quanto stabilito dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo sull’inviolabilità della libertà personale (di cui si può essere privati solo sulla base di provvedimenti formali, ben motivati, e per periodi di tempo ben definiti), libertà che appartiene a chiunque, a prescindere dalla cittadinanza o dal tipo di ingresso sul territorio.
La Sea-Watch 3, infatti, non è stata autorizzata fin dalla giornata del 25 gennaio a lasciare il “punto di fonda” nel quale è ancorata e tutte le persone a bordo sono di fatto trattenute sulla nave in condizioni igieniche e di salute psico-fisica che si stanno deteriorando velocemente (come dichiarato anche dai medici indipendenti saliti a bordo).
A ciò si aggiunge il fatto che nella giornata di ieri è stata pubblicata un’ordinanza della capitaneria di porto di Siracusa che impedisce qualsiasi attività civile nell’arco di 0,5 miglia nautiche di distanza dalla nave che è quindi tenuta in condizioni di isolamento.

 

 

Riteniamo che l’offerta di generi di prima necessità, sebbene essenziali, non possa essere considerata misura sufficiente a porre termine alla violazione dei diritti delle persone a bordo. In questa situazione, il prolungato trattenimento anche dei minori, nonostante la richiesta della Procura di Catania di farli sbarcare immediatamente, prefigura chiaramente una violazione nella violazione.

 

 

Si ringrazia anche ASGI per la collaborazione.

 

 

Attendiamo con rispetto e fiducia il pronunciamento della Corte.

 

 

Sea Watch e il Team legale di Mediterranea

 

Siracusa, 29 gennaio 2019

 

Comunicato 29012019