Coronavirus, la forza di Fabrizio: il volontario che salvava i migranti ora guida l’ambulanza a Brescia


Gatti, 57 anni, bresciano, volontario di Mediterranea, è la risposta a chi dubita che le organizzazioni umanitarie siano impegnate nell’emergenza Covid-19. “Intervenire in terra o in mare per noi non cambia, si tratta di aiutare le persone”

Di Fabio Tonacci, per la Repubblica. Foto copertina di Francesco Bellina.


Prese Simba, lo alzò al cielo in una notte di fine agosto, e sembrava che volesse urlare all’Europa intera: ecco chi stiamo respingendo, spiegateglielo voi a questo bimbo di quattro mesi perché non lo volete, perché vi fa paura, perché non c’è posto per lui. Era il 28 agosto, la Mare Jonio doveva stare lontano dodici miglia da Lampedusa per decreto di Salvini, e quell’uomo che, tra onde alte due metri, passò Simba ai guardiacoste italiani, immortalato in una foto che ha fatto il giro del mondo, adesso si trova a Brescia, alle prese con un altro mare in tempesta e con un’altra emergenza umanitaria. Con altre uomini e altre donne che affogano. Guida un’ambulanza, ha un equipaggio di tre persone. E la Storia sa essere davvero prodiga di coincidenze, visto che, quando era in missione con Mediterranea, pilotava un gommone di salvataggio e aveva un equipaggio. Di tre persone.

Si chiama Fabrizio Gatti, è bresciano, ha 57 anni, fa parte dell’impresa sociale che gestisce il parco scientifico AmbienteParco della sua città, dal 1986 è volontario della Croce bianca. Ed è la risposta vivente a chi, in queste ore, maliziosamente, va chiedendosi: adesso che c’è il Coronavirus dove sono le Ong? Cosa fanno, ora che ad aver bisogno di una mano sono gli italiani e non i migranti? Risposta: sono sulla prima linea della catastrofe, ognuno come può, come deve, come sa. Come sempre.

Fabrizio è il protagonista involontario di quello che Repubblica – che era a bordo di Mare Jonio con un inviato e documentò quanto accadde con un video – ha ribattezzato “il trasbordo della vergogna”: sessantaquattro naufraghi spostati dalla nave che li aveva recuperati alla motovedetta della Guardia Costiera nel pieno della notte, con un mare talmente grosso che le due imbarcazioni si alzavano e si abbassavano come due altalene. Tra loro anche il bambino ivoriano, che per tutti diventò subito Simba, perché quella foto ricordava una scena del film Il Re Leone. “Ancora ci ripenso… una follia pura, e folle fu chi ha dato quell’ordine, ma mi ricordo che anche i militari erano arrabbiatissimi per ciò che erano chiamati a fare”, racconta Gatti.

Dalle onde di Lampedusa al dramma dei morti di Brescia, con gli ospedali che non ce la fanno più e i contagiati in aumento. Che impressione le fa?

“Intervenire in strada o in mare per me non cambia niente: si tratta sempre di guidare un mezzo e degli equipaggi per salvare persone. Qui le porto in ospedale, laggiù li portavo a bordo. Abbiamo tre ambulanze a Brescia che partono per il 118, altre due per servizi secondari”.

Neanche una differenza?

“Beh, in mare eravamo preparati, sapevamo chi doveva fare cosa, come e quando. Qui invece siamo stati travolti: è un delirio quotidiano, rincorriamo l’emergenza ma non le stiamo dietro”

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Qual è la situazione?

“Surreale…in trent’anni che faccio il volontario non ho mai visto una cosa del genere. E ho 57 anni, di acqua sotto i ponti ne è passata. Le ambulanze neanche entrano più in ospedale, arrivano nei tendoni fuori dai pronto soccorso, tendoni che sono stracolmi di pazienti”.

Dove si trova adesso?

“A casa, in quarantena. Un paio di settimane fa abbiamo fatto uno dei primi interventi di rianimazione a domicilio su un paziente, un uomo di 69 anni, che poi è risultato essere Covid-positivo ed è morto. Aveva la febbre da una decina di giorni e niente altro, sembrava una persona senza problemi. Pur noi indossando i dispositivi di protezione, ci hanno fatto una visita e sia il mio equipaggio sia l’automedica siamo stati messi in quarantena. La visita me l’hanno fatta in una di quelle dieci tende montate davanti all’ospedale di Brescia: allora erano vuote, eravamo in sei dentro. Oggi non bastano per tutti. Tra poco la quarantena finisce, ma sto continuando a dare una mano, come gli altri volontari di Mediterranea”.

Come, se non può uscire di casa?

“Al telefono. Aiuto il coordinamento degli equipaggi di terra di Mediterranea che stanno dando assistenza alla protezione civile per la consegna della spesa agli anziani e ai senzatetto. Ci sono poi i 112 medici e sanitari che fanno parte del nostro coordinamento sanitario: lavorano tutti nel sistema sanitario nazionale e dall’inizio dell’epidemia sono negli ospedali, molti a Bergamo e Brescia. Ma non solo”.

Cos’altro?

“Nella missione di agosto erano a bordo anche la dottoressa Donatella Albini e la psichiatra Carla Ferrari Agradi, che sono, come me, bresciane. Donatella fa la consulente medica alle politiche sanitarie del comune, passa le giornate in ospedale per gestire l’emergenza; Carla ha messo in piedi un servizio di assistenza psichiatrica al telefono con 15 addetti che risponde alle chiamate: il problema, mi ha spiegato, è che i pazienti psichiatrici, lasciati da soli in casa, fanno confusione con le medicine da prendere”.

La guarda ancora quella foto di lei con Simba in braccio?

“Sì, ogni tanto. E mi viene da sorridere perché tengo Simba troppo in alto, in modo innaturale, ma non è stata una cosa voluta: stavo passando ai guardiacoste le persone adulte, molto più pesanti, e quando è stato il turno di quel piccoletto, con la pelle nera e il pannolino bianco, senza accorgermene ho usato troppa forza. In una frazione di secondo era lassù!”

Cosa si ricorda di quel momento?

“Lì per lì ero concentrato e freddo. La botta mi venne il giorno dopo: mi sono isolato, sono rimasto in un angolo della Mare Jonio, non riuscivo a parlare, né a spiegarmi perché qualcuno da terra avesse dato l’ordine di effettuare il trasbordo in quelle condizioni”.

E Simba lo ha rivisto?

“Sì, sul cellulare. Francesco Bellina, il fotografo che fece lo scatto, lo ha rintracciato quattro mesi dopo a Torino e mi ha mandato la sua foto. Non lo riconoscevo nemmeno, in quattro mesi era cambiato, era diventato più cicciotto. Era, come dire… rifiorito”.