Caso VOS Thalassa, storica sentenza della Cassazione


OPPORSI ALLA DEPORTAZIONE IN LIBIA NON È UN REATO

 

Il 16 dicembre la Corte di Cassazione ha riformato la sentenza con cui la Corte d’appello di Palermo aveva condannato per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, violenza e resistenza aggravata a pubblico ufficiale due naufraghi soccorsi dal rimorchiatore Vos Thalassa che si erano opposti al rimpatrio in Libia a bordo del mezzo di soccorso.

Il Giudice per le Indagini Preliminari di Trapani aveva ritenuto la condotta scriminata dalla legittima difesa poiché i due giovani, fuggiti dall’inferno libico, avevano agito al fine di salvare sé e gli altri naufraghi dal rischio di patire nuove, gravissime lesioni dei diritti alla vita, alla integrità fisica e sessuale, a tutela della loro prerogativa di essere portati in un place of safety e di ottenere protezione internazionale.

La Corte d’appello di Palermo, il 3 giugno del 2020, aveva riformato la sentenza assolutoria e condannato i due giovani profughi alla pena di tre anni e sei mesi di reclusione e 52.000 euro di multa ritenendo l’approccio del giudice di primo grado “ideologico” sul rilievo che “tali problematiche devono trovare adeguata soluzione nell’unica sede a ciò deputata, ossia quella politica del confronto interstatuale”.

Discostandosi da una simile impostazione la Suprema Corte ha, oggi, ribadito, invece, che il rispetto dei diritti umani è un tema sottratto alle autorità statali, che trova fondamento nelle norme di diritto internazionale a tutela della vita e della integrità della persona affermando che “è scriminata la condotta di resistenza a pubblico ufficiale da parte del migrante che, soccorso in alto mare e facendo vale il diritto al non respingimento, si opponga alla riconsegna allo Stato libico”.

Esprimiamo grande soddisfazione per questa importante pronuncia che, in linea con l’orientamento già espresso nella vicenda della comandante Rackete e, prima ancora, nella sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 23 febbraio 2012, ribadisce, una volta di più, che le operazioni di soccorso in mare che si concludano con il rimpatrio dei naufraghi in Libia costituiscono una violazione di principio del non refoulement e violano il diritto delle persone soccorse ad essere portate in un posto sicuro dove la loro vita non sia più minacciata e sia garantito il rispetto dei loro diritti fondamentali.

avv.ti Fabio Lanfranca e Serena Romano