Baumbesetzer: gli occupanti degli alberi


Da oltre un anno centinaia di attivisti per l’ambiente stanno occupando il Dannenröder Forst, una foresta di 27 ettari vecchia oltre 300 anni. Lo Stato federale tedesco ha deciso di abbatterlo per l’avanzamento dei lavori dell’autostrada A49, un progetto infrastrutturale nato alla fine degli anni ‘60 con l’obiettivo di connettere la città di Gießen a quella di Kassel. 

Il primo ottobre scorso il Governo federale ha reso noto l’inizio dello sgombero degli occupanti incaricando il Land Hessen, guidato da una coalizione CDU-Verdi, di procedere in via definitiva con le operazioni di asfaltatura.

Centinaia di poliziotti arrivati da tutta la Germania armati di tenaglie e scavatrici si sono però dovuti confrontare non solo con la resistenza degli occupanti, ma anche con una manifestazione di oltre 5000 persone il 4 ottobre. D’altronde questa non è la battaglia di alcuni hippie contro la modernità come buona stampa allineata intende far credere. 

Da oltre 40 anni, infatti, la comunità locale al grido di “Ihr zerstört unsere Heimat” (“State distruggendo la nostra casa”) difende la propria foresta dove quotidianamente trascorre il suo tempo ad allenarsi, fare passeggiate o picnic nei weekend.

Una collaborazione fondamentale per le centinaia di occupanti che quotidianamente godono del sostegno pratico che si manifesta nella preparazione di piatti caldi, nell’acquisto di materiale utile alla costruzione delle case e delle altre strutture fino al vero e proprio sostentamento economico per tutti gli extra.

Ed è soprattutto grazie a questa cooperazione che i “Baumbesetzer” (gli occupanti degli alberi) sono stati in grado di costruire case di legno su alberi alti 15 metri, treppiedi di 2,5 metri dove siedono persone di guardia o tappeti pensili legati da una corda attaccata ai due estremi degli alberi: strutture in grado di rallentare moltissimo le operazioni di sgombero dei poliziotti nonché la capacità d’ingresso delle macchine scavatrici. 


Le autorità hanno così deciso di innalzare il livello di scontro e dall’11 novembre la situazione ha raggiunto un livello di escalation senza precedenti. Domenica, 15 novembre la polizia ha tagliato la corda di sicurezza di un occupante facendolo cadere da un’altezza di 4-5 metri. L’attivista è stato immediatamente portato in ospedale, ma per fortuna secondo l’ufficio del Pubblico Ministero, non è più in pericolo di vita; il poliziotto responsabile del taglio della corda è però sotto indagine. Un fatto che però non ha affatto fermato gli sgomberi da parte della polizia, nonostante le proteste si siano estese a Wiesbaden, capitale del Land Hessen, davanti alla sede dei Verdi e sulla strada nazionale 62 con un corteo pacifico che ha bloccato i collegamenti tra Niederklein e Lehrbach. Venerdì 20 novembre, l’arrivo di ulteriori di forze e mezzi speciali, tra cui un idrante pronto a riversare cannonate d’acqua e un panzer antisommossa. Uno di questi è stato individuato e bloccato dai manifestanti che alla lunga si sono dovuti arrendere. Mentre la polizia avanza con gli sgomberi, la situazione e’ in costante aggiornamento come dimostra l’ennesimo abbattimento di un treppiede che ha portato alla caduta di un Baumbesetzer avvenuto nella mattina di sabato 21 novembre.     


In totale parliamo già di oltre 130 attivisti arrestati, tra questi anche Carola Rackete: “sono qui perché le emissioni di CO2 sono in aumento da 30 anni e perché tutte le petizioni e gli accordi internazionali sono inutili”. Ci vuole la disobbedienza civile per creare cambiamenti. 

 

Secondo l’attivista, le leggi si devono adattare ai nuovi limiti imposti dal pianeta stesso, non si può partire da ciò che sembra politicamente possibile. Tutte le proposte della politica non fanno altro che muoversi all’interno della stessa logica di sistema, ma l’uomo pretende di costruire un sistema come se potesse muoversi in avanti all’infinito quando in realtà la Terra segue una logica circolare muovendosi in un sistema finito: abbiamo un solo pianeta sferico e non infinito. 


“Finché gli Stati si porranno domande all’interno del sistema esistente, continueranno a darsi risposte sbagliate”. 

Ciò che più preme al governo tedesco in questo momento è di evitare che si ripetano i fatti di Hambach. Qui a gennaio 2020 attivisti e comunità locali sono riusciti a fermare il disboscamento del Hambacher Forst dopo 8 anni di lotte e occupazione. È stata una vittoria della società civile su RWE, uno dei giganti energetici tedeschi, che voleva utilizzare la superficie disboscata per l’estrazione di carbon fossile.

Non è solo un semplice concetto di resistenza fine a se stessa, ma la capacità di immaginare e praticare uno stile di vita alternativo, come dimostra la scelta di Clumsy, uno degli storici attivisti, che da 8 anni vive nella foresta e che, nonostante la vittoria, ha deciso di continuare a vivere nella foresta assieme a centinaia di altre persone.

Questo momento ha segnato un nuovo punto di svolta per il tema dell’ambientalismo in Germania e dato ulteriore impulso alle occupazioni di altre foreste nonché al movimento stesso tra cui Fridays For Future (FFF). 


“Il conflitto che ora corre tra foresta e strada, tra gli attivisti e l’iniziativa popolare locale da un lato e la polizia dall’altro, tra il partito dei Verdi e il movimento per il clima, tra il governo federale e il Land e tra scienza e politica è stato oggetto di molte discussioni fin dall’inizio delle evacuazioni nelle adiacenti foreste Herrenwald (Herri) e Maulbach (Mauli) avvenute un mese fa”.

Da questi conflitti nasce la domanda fondamentale sul rispetto del patto sociale e sul rispetto della legge. La domanda è “quale legge?”.

Una domanda che ci permette di collegarci all’articolo apparso sullo Spiegel lo scorso 12 ottobre a firma di Carola Rackete e Luisa Neubauer, leader di FFF Germania, dal titolo: “Chi ha il potere di rompere i contratti?”

In terra come in mare, verrebbe da dire, visto che l’UE non rispetta neanche le leggi che si è data da sola come dimostrano gli infiniti casi di respingimenti dei barconi verso la Libia o le torture e violenze subite dalle persone in movimento confermando di fatto il mancato rispetto della Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati.

Perché il sistema favorisce una serie di contratti tra aziende e stati che regolano lo sfruttamento di alcune materie prime fossili in termini di infrastrutture, come quelli tra il Land Renania-Vestfalia e la società carboniera RWE o come quelli che il Gruppo Adani ha firmato con Siemens AG per una miniera di carbone in Australia? 


Gli attivisti, che da mesi costruiscono case sugli alberi del Dannenröder Forst e vi bloccano i veicoli forestali non hanno un mandato formale così come non ce l’hanno le singole persone che salgono sulle navi per salvare i migranti da una morte quasi certa nel Mediterraneo. 

 

Un mandato formale dunque no, ma un mandato etico e civile che obbedisca a un diritto più alto si.

D’altronde sono anni che ormai parliamo del cambiamento climatico come una delle cause principali che obbliga le persone a dover abbandonare la propria terra. Una scelta che nessuno compie con leggerezza.

 

Le leggi attuali sono state scritte su un pianeta che non è più ecologicamente paragonabile a quello su cui viviamo oggi. Il pianeta ci sta mostrando i suoi limiti, è arrivato il momento di agire.