Adesso dormite: storia di un respingimento italiano in Libia


Intervista a Sarita Fratini, scrittrice attivista

«Vi portiamo in Italia. Adesso dormite». Sulla nave Asso Ventinove ci sono quasi 300 migranti (276 secondo i libici, 262 secondo gli italiani). Non si risveglieranno in Italia, ma in Libia. Tra di loro ci sono 29 donne, almeno una incinta e 54 minorenni.

Nel diario di bordo della nave e nella relazione del comandante Corrado Pagani è scritto tutto nero su bianco. «In quelle carte è descritto ciò che è successo dal momento in cui è stata coinvolta l’Asso Ventinove», spiega Sarita Fratini, scrittrice attivista, «senza congiunzione perché le due cose sono strettamente connesse», dice lei. Cercando le vittime del respingimento avvenuto il 30 luglio del 2018 sulla nave Asso Ventotto, Sarita ha scoperto che le autorità italiane avevano coordinato e organizzato un altro pushback: sulla Asso Ventinove, questa volta, di proprietà della compagnia Augusta Offshore. Più di 200 persone, provenienti da 16 paesi diversi, diventati prigionieri nei centri di detenzioni libici. Adesso cinque di loro, grazie all’aiuto di Asgi, Amnesty International Italia e di Sarita, hanno intentato una causa civile contro il Consiglio dei ministri, il comandante dell’Asso Ventinove e la compagnia Augusta Offshore.

La scoperta – Mentre racconta la storia di queste 276 persone, Sarita utilizza più volte il termine «deportare». «Queste persone non sono state respinte, sono state deportate», dice. Utilizzare i termini giusti è importante. Sarita ha scoperto questo respingimento, l’ennesimo probabilmente, quasi due anni fa parlando con un ragazzino detenuto nel lager di Zintan. Lo chiama Ato Solomon per proteggere la sua identità. «Gli avevo chiesto se sapesse qualcosa di un gruppo di persone arrivate in Libia su una nave italiana, in quel momento stavo ancora cercando le vittime della Asso Ventotto. Ato mi ha detto che lui era una di quelle persone. Le date però non coincidevano: lui mi ha raccontato di essere arrivato a Tarek al Matar il 2 luglio e di essere stato trasferito dopo un po’ a Zintan. Il respingimento della Asso Ventotto era accaduto il 30 luglio. Qualcosa non tornava», racconta Sarita.

Le ricerche – A Zintan c’erano molte persone che erano state deportate insieme ad Ato quella notte. Sarita le intervista. Inizia a ricostruire quello che è successo. Capisce di aver a che fare con un’altra deportazione. «Mi andai a spulciare tutti i report sulle catture in mare che la Marina libica pubblicava su Facebook, era segnalato anche questo respingimento. Parlavano di 276 persone, il report raccontava quello che io ero venuta a sapere». Continua a cercare, rintraccia le altre persone deportate quella notte. C’era anche una donna incinta: Dahia. Trascorrono i mesi, Sarita si scrive su whatsapp con Ato che ormai la chiama «Sister». Contatta Asgi, gli avvocati decidono di aiutarla, ma per aprire un procedimento civile i migranti devono scappare dalla Libia: lì è impossibile prendere le procure legali dei rifugiati.

Sarita non demorde. Il 13 maggio del 2019 decide di fondare un collettivo per dare voce e giustizia alle vittime della Asso Ventinove. Il collettivo si chiama “Josi e Loni project”, dal nome di due deportati: Josi è uno degli amici di Ato, morto sul pavimento del lager di Zintan; Loni è il figlio di Dahia, nato sul pavimento di un altro centro di detenzione libico, Triq al Sikka.

Per ricostruire quello che è accaduto nella notte tra il 1 e il 2 luglio del 2018, Sarita insieme agli avvocati di Asgi ha chiesto più volte l’accesso agli atti del ministero dei Trasporti. «Sia durante il Conte 1 sia durante il Conte 2 ci è stato negato. Parlano di segreto militare. Ma perché dovrebbe esserci un segreto militare su eventi di questo tipo?», si chiede Sarita. Ancora oggi quegli atti non sono stati resi pubblici. Tuttavia, nonostante gli ostacoli posti dal governo italiano, Sarita è riuscita a conoscere una parte della verità.

Il diario di bordo – Le responsabilità delle forze dell’ordine italiane sono emerse quando cinque sopravvissuti, tra cui Ato, Dahia e il suo bambino, sono riusciti a fuggire dalla Libia. Racconta Sarita: «A quel punto abbiamo intentato la causa civile e improvvisamente la compagnia Augusta Offshore ha tirato fuori delle carte: il diario di bordo della nave e la relazione del comandante Corrado Pagani, in cui è riscostruita la dinamica del respingimento». A dare gli ordini alla Asso Ventinove è stata la Marina italiana.

Grazie ai documenti ottenuti dalla Augusta Offshore, alle ricostruzioni dei testimoni e ai tracciati di navigazione della Asso Ventinove, Sarita ora può raccontare cosa hanno dovuto sopportare Ato e Dahia quella notte. «Non sappiamo ancora cosa sia successo prima dell’arrivo della Asso Ventinove, ma gli avvenimenti successivi sono noti». Alle 22.10 l’Asso Ventinove, in servizio alla piattaforma della Melitah Oli and Gas (una partecipata dell’Eni), riceve l’ordine della Marina militare italiana a Tripoli di soccorrere la motovedetta Zwara, che alle 19 aveva recuperato 276 naufraghi in fuga. Erano su tre gommoni, uno stava affondando. «All’una di notte l’Asso Ventinove raggiunge la motovedetta Zwara, ma trova lì fermo il cacciatorpediniere lanciamissili della Marina militare italiana “Caio Dullio”. Da quel momento saranno loro a dare istruzioni alla Asso Ventinove», racconta Sarita.  I naufraghi vengono trasferiti dalla motovedetta Zwara alla Asso Ventinove. «Le donne parlano con l’equipaggio italiano, gli dicono di essere eritree e di voler chiedere asilo in Italia. Gli rispondono che le avrebbero portate lì». Come ormai sappiamo, non è andata così. Arrivati a Tripoli, i naufraghi sono stati smistati in diversi centri. Alcuni sono morti.

La causa civile – I compagni che sono riusciti a fuggire e che ora accusano il governo italiano stanno lottando anche per loro. Sarita spera che chi è ancora intrappolato nel lager libico venga liberato. È un diritto, non un favore che qualcuno deve concedergli. «In quei campi non ti danno da mangiare per due o tre giorni. Quelle persone sono state deportate contro la propria volontà», ripete Sarita. Insieme agli avvocati di Asgi Luca Saltalamacchia e Giulia Crescini, venerdì ha tenuto una conferenza stampa per raccontare (denunciare) quello che è accaduto la notte tra il 1 e il 2 luglio del 2018, e per spiegare i fondamenti delle accuse alle autorità italiane. I cinque cittadini eritrei che hanno avviato il procedimento civile hanno ricevuto il riconoscimento della protezione internazionale. Diritto che gli era stato negato con il respingimento. Secondo gli avvocati, non avendo valutato i rischi connessi al rimpatrio, le autorità italiane hanno violato il divieto di respingimento collettivo previsto dalla Convenzione europea per i diritti umani e dal Testo unico sull’immigrazione.

Su questi due anni di ricerche Sarita ha scritto un libro, intitolato «Adesso dormite». Scrive Sarita a pagina 23: «Sul mio telefono, assieme ad immagini della mia famiglia, conservo la foto di Yosef Tesfamariem Kedane, detto Josi, deportato in un lager della Libia dalla nave italiana Asso, di proprietà della Augusta Offshore, e morto dopo la deportazione. Mi aiuta a ricordare perché faccio ciò che faccio».