Comunicato Stampa

Basta con le celebrazioni della violazione della Convenzione di Ginevra

Basta con le celebrazioni della violazione della Convenzione di Ginevra. Basta con la violazione sistematica dei diritti umani. Basta con le catture in mare e le deportazioni di persone migranti, richiedenti asilo e profughe operate dalla cosiddetta “Guardia Costiera Libica”.
Il Governo italiano ha annunciato la consegna, celebrata in pompa magna, di un nuovo mezzo con cui la cosiddetta e famigerata “guardia costiera libica” potrà catturare e deportare donne, uomini e bambinə che provano a fuggire, attraverso il mare, dall’inferno dei lager libici.
Nel giorno in cui altre terribili notizie di morte arrivano dal Mediterraneo, trasformato nella fossa comune più grande del pianeta, si annuncia una “cerimonia”, con tanto di ministri italiani e libici, per santificare quella che ormai è una pratica criminale e consolidata: la violazione della Convenzione di Ginevra su profughə e rifugiatə. Violazione operata per mezzo di quelle milizie grossolanamente fatte passare come “soccorritori” dalle nostre istituzioni, che ricevono centinaia di milioni di euro per il lavoro sporco del trattenimento “ad ogni costo e con ogni mezzo” di esseri umani che chiedono asilo all’Europa.

La Libia, che non è nemmeno uno stato ma altresì un paese frammentato e dilaniato da una guerra per bande, non può gestire nessuna operazione di “soccorso”, poiché non è un “POS” (place of safety) per le persone che vengono catturate in mare. Le violente operazioni che l’Italia e l’Europa finanziano sono in realtà quelle di una “polizia di frontiera” illegittima ed illegale, in totale disprezzo del destino di persone innocenti.

Saremo Lunedì 6 febbraio davanti a quei cantieri: non provino gli esponenti del governo ad impedire che uno scorcio di verità su una delle vergogne del secolo possa rompere l’ipocrisia.

Diamo appuntamento a tuttə lə attivistə, alle realtà sociali del territorio e agli operatori dell’informazione alle ore 15.00 nel piazzale antistante i cantieri “Vittoria” di Adria.

MEDITERRANEA Saving Humans

Civil Fleet

Tragica operazione nel Mediterraneo: Sea-Eye soccorre 109 persone in difficoltà in mare durante la notte e piange due morti.

Traduzione del comunicato stampa diramato da Sea Eye

Nella prima delle due operazioni effettuate nella notte tra giovedì e venerdì, i soccorsi sono arrivati troppo tardi per due persone. L’equipaggio della SEA-EYE 4 ha potuto solo recuperare i corpi, tra cui quello della madre di un bambino, che ora sta venendo curato, insieme al padre sopravvissuto, a bordo della nave di soccorso.

 

Ratisbona, Roma

Sono state ore drammatiche nel Mediterraneo centrale: nella notte tra giovedì e venerdì, l’equipaggio della SEA-EYE 4 è riuscito a soccorrere un totale di 109 persone in difficoltà in mare, tra cui numerosǝ bambinǝ. Durante la prima operazione, è stato possibile soccorrere 32 persone. Tuttavia, il soccorso è stato oscurato da due decessi avvenuti prima dell’arrivo della SEA-EYE 4. Una delle persone decedute aveva compiuto la pericolosa traversata con il suo bambino e suo marito. Subito dopo, la nave di soccorso è partita verso un secondo caso di distress. Durante la notte sono state soccorse altre 77 persone, tra cui una donna incinta. La SEA-EYE 4 è ora in viaggio verso Pesaro con un totale di 109 sopravvissuti a bordo. Il porto assegnato dall’Italia dista circa cinque giorni di navigazione. Le autorità italiane non hanno risposto alla richiesta di un porto più vicino che era stato richiesto entro venerdì a mezzogiorno.

Sei giorni fa le persone del primo caso di soccorso erano in viaggio su un’imbarcazione di metallo non idonea alla navigazione. L’emergenza è stata scoperta e segnalata dall’aereo civile di ricerca e soccorso Seabird di Sea-Watch nel tardo pomeriggio di giovedì. Essendo l’unica nave di soccorso che si trovava in quel momento nell’area di intervento, SEA-EYE 4 è partita immediatamente. Il viaggio è durato in tutto 6 ore. Quando lǝ soccorritorǝ hanno raggiunto la scena, due delle 34 persone presenti sulla barca erano già morte. L’equipaggio di Sea-Eye ha potuto solo recuperare i loro corpi. Moltǝ dellǝ sopravvissutǝ hanno dovuto essere curatǝ nell’ospedale di bordo. L’équipe medica si trova  ancora in una difficile situazione e sta curando diversi feriti. Una persona era in condizioni così gravi che è stata evacuata dalle autorità maltesi con un elicottero di soccorso venerdì mattina.

“Negli ultimi sei anni, in più di due dozzine di missioni, siamo sempre arrivatǝ in tempo per evitare la perdita di vite umane. Ma questa volta siamo arrivatǝ troppo tardi per due persone. Sono rimasti in balia del brutale regime di frontiera europeo per sei giorni. È imperdonabile. Una madre ha perso la vita ancora prima che potessimo raggiungere la barca. Un bambino è diventato orfano. Un uomo ha perso la moglie. Siamo profondamente addoloratǝ. I nostri pensieri sono rivolti alle famiglie in lutto delle persone decedute. Ora stiamo portando in salvo lǝ sopravvissutǝ”, ha dichiarato Gorden Isler, presidente di Sea-Eye.

La notizia che il nostro aiuto non è arrivato in tempo per due persone ci rende profondamente tristi e allo stesso tempo molto arrabbiatǝ. È disumano e vergognoso che gli Stati membri dell’UE siano rimasti inerti a guardare le persone morire nel Mediterraneo per anni. I nostri pensieri sono rivolti ai parenti di coloro che sono mortǝ, a coloro che sono statǝ soccorsǝ e all’equipaggio della SEA-EYE 4 auguriamo di riuscire a rendere stabili le condizioni dellǝ sopravvissutǝ e di portarlǝ presto in un porto sicuro”, spiega il dottor Harald Kischlat, presidente di German Doctors,  l’ONG che fornisce regolarmente medicǝ di bordo volontariǝ per le missioni della SEA-EYE 4, compresa questa.

 

News

Anche il Consiglio d’Europa chiede il ritiro del decreto Piantedosi

Traduciamo la lettera della Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa

Il governo italiano dovrebbe prendere in considerazione il ritiro del decreto legge che potrebbe ostacolare le operazioni di ricerca e salvataggio in mare delle ONG

 

Strasburgo, 26 gennaio 2023

Gentile Ministro,

in qualità di Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, il mio mandato è quello di promuovere l’effettiva osservanza dei diritti umani in tutti i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa. A tal fine, mi impegno a dialogare con i governi degli Stati membri per assisterli nell’affrontare eventuali carenze nelle loro leggi e pratiche. I diritti umani dellǝ rifugiatǝ, dellǝ richiedenti asilo e dellǝ migranti sono un’area tematica centrale di questo lavoro. Le scrivo quindi in merito al Decreto Legge n. 1/2023, emanato il 2 gennaio 2023, la cui conversione in legge, a quanto mi risulta, sarà presto discussa dal Parlamento. Il nuovo decreto fornisce un quadro normativo per le navi delle ONG che effettuano operazioni di ricerca e salvataggio in mare. Temo che l’applicazione di alcune di queste norme possa ostacolare la fornitura di soccorso vitale da parte delle ONG nel Mediterraneo centrale e, quindi, possa essere in contrasto con gli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani e di diritto internazionale.

In particolare, il Decreto prevede che le navi che hanno effettuato un soccorso debbano raggiungere senza ritardi il porto assegnato per lo sbarco. Questa disposizione, tuttavia, rischia di essere applicata in modo tale da impedire un’efficace ricerca e soccorso da parte delle navi delle ONG. Come è già successo nella pratica, la disposizione impedisce alle ONG di effettuare soccorsi multipli in mare, costringendole a ignorare altre richieste nella zona se hanno già persone a bordo, anche quando hanno ancora la capacità di effettuare un altro soccorso. Rispettando questa disposizione, i comandanti delle ONG verrebbero di fatto meno ai doveri di soccorso previsti dal diritto internazionale.

Noto inoltre con preoccupazione che alle navi delle ONG sono stati assegnati porti sicuri lontani, nel Centro e Nord Italia. Questo prolunga le sofferenze delle persone soccorse in mare e ritarda indebitamente la fornitura di un’assistenza adeguata per soddisfare i loro bisogni fondamentali. Espone inutilmente le persone a bordo ai potenziali pericoli dovuti alle condizioni meteorologiche avverse. La permanenza prolungata a bordo tende a portare a un rapido deterioramento delle condizioni di salute di tutte le persone coinvolte e rischia di aggravare le condizioni dei soggetti più vulnerabili a bordo.

Mi risulta che l’adozione di questa pratica sia nata dall’intenzione di garantire una migliore ridistribuzione dellǝ migranti e dellǝ richiedenti asilo sul territorio nazionale. Questo obiettivo, tuttavia, potrebbe essere raggiunto sbarcando rapidamente le persone soccorse e assicurandosi che vengano messe in atto pratiche alternative per ridistribuirle in altre zone del Paese.

Inoltre, la vaghezza della nozione di “conformità ai requisiti tecnici” inclusa nel testo del decreto potrebbe comportare lunghe e ripetute ispezioni di sicurezza delle imbarcazioni delle ONG, impedendo loro di riprendere il lavoro di soccorso. In quanto Stato membro del Consiglio d’Europa, l’Italia è tenuta a creare un ambiente sicuro e favorevole allǝ difensorǝ dei diritti umani, comprese le ONG che salvano vite umane in mare. Quando sorgono problemi di conformità ai requisiti tecnici o amministrativi, questi devono essere risolti in uno spirito di cooperazione, consentendo all’imbarcazione di riprendere le sue operazioni il più rapidamente possibile.

A causa della riduzione delle operazioni di ricerca e soccorso in mare gestite dagli Stati, le ONG hanno fornito un’assistenza preziosa agli Stati membri per salvare vite umane in mare. L’attuazione del decreto, insieme alla pratica di assegnare porti sicuri distanti, avrà la prevedibile conseguenza di privare la rotta migratoria più letale dell’assistenza salvavita fornita dalle ONG. Pertanto, invito il Suo governo a prendere in considerazione il ritiro del decreto o, in alternativa, ad accogliere tutte le modifiche necessarie nell’imminente dibattito parlamentare per assicurarsi che il testo sia pienamente conforme agli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani e diritto internazionale.

Vorrei richiamare la Sua attenzione sulla mia Raccomandazione sul Mediterraneo centrale e sul relativo rapporto di approfondimento, in cui ho sottolineato che gli Stati hanno chiari obblighi in relazione alle persone trovate in pericolo in mare, che possono anche includere l’intervento o il coordinamento di operazioni di soccorso al di là della propria zona SAR, se necessario. Ho anche ribadito che un’operazione di soccorso può considerarsi conclusa solo quando viene garantito il rapido sbarco in un “porto sicuro”, e che la “sicurezza” della destinazione deve essere conforme ai diritti umani internazionali e al diritto dei rifugiati.

Il Memorandum d’intesa con il Governo libico di Accordo Nazionale, che sarà rinnovato automaticamente il 2 febbraio, svolge un ruolo centrale nel facilitare le intercettazioni di rifugiatǝ, richiedenti asilo e migranti in mare e il loro successivo ritorno in Libia. Nonostante le numerose prove che documentano le gravi violazioni dei diritti umani subite da rifugiatǝ, richiedenti asilo e migranti in Libia, finora non è stata intrapresa alcuna azione concreta per affrontare la questione. Pertanto, colgo l’occasione per ribadire il mio invito a sospendere la cooperazione con il Governo libico in materia di intercettazioni in mare e a subordinare ogni futura attività di cooperazione con Paesi terzi nel campo della migrazione a garanzie complete in materia di diritti umani, come stabilito nella mia raccomandazione sopra citata.

Infine, gradirei ricevere informazioni sulle accuse sollevate da recenti notizie dei media riguardo all’esistenza di una pratica di rimpatrio di persone dall’Italia alla Grecia su navi commerciali, dove sarebbero state private della libertà in condizioni molto preoccupanti e senza aver avuto la possibilità di presentare una domanda di asilo in Italia. Ricordo che, nel 2014, la Corte Europea dei Diritti Umani, nel caso Sharifi e altri contro Italia e Grecia, ha riscontrato molteplici violazioni della Convenzione Europea dei Diritti Umani in relazione a pratiche che sembrano essere molto simili a quelle recentemente denunciate. Come ho spiegato nella mia Raccomandazione sulla fine dei respingimenti in Europa, la valutazione individuale delle circostanze di ogni persona che arriva alla frontiera rimane uno strumento cruciale per garantire una protezione efficace contro il respingimento e prevenire le espulsioni collettive.

Infine, ma non per questo meno importante, elogio gli sforzi straordinari intrapresi dalle autorità italiane per salvare vite in mare. Sono anche consapevole delle sfide significative che devono affrontare i Paesi che, come l’Italia, sono in prima linea nei movimenti migratori verso l’Europa. Le assicuro che continuerò a chiedere maggiore solidarietà da parte degli altri Stati membri del Consiglio d’Europa, anche attraverso la condivisione delle responsabilità per un’adeguata capacità di soccorso e la ricollocazione delle persone soccorse.

Attendo con impazienza di ricevere la Sua risposta e di impegnarmi in un dialogo costruttivo volto a rafforzare il rispetto dei diritti umani in Italia, su queste e su altre questioni rilevanti, in uno spirito di sincera cooperazione.

 

Cordiali saluti,

Dunja Mijatović

News

Basta con i confini che uccidono, dappertutto.

I confini non sono quelli segnati sulla carta geografica. Sono un metodo. Un modo di distinguere: chi può e chi non può.
Non uccidono sempre, spesso si limitano a fare male. Impediscono di passare, o segnano per sempre chi li attraversa. Con una violenza esplicita e orribile come quella dei lager o con una violenza paziente, quotidiana come quella dei controlli selettivi sui bus e nelle piazze. A volte le stesse persone in una sola vita attraversano tanti confini, tanti tipi di questo confine.

Si può annegare nel Mediterraneo a causa della barriera eretta dalla Fortezza Europa, ma anche nel cuore di questo “continente della democrazia”, in un fiume o in un fosso, come è accaduto a Fares Shgater, Khadim Khole, Oussama Ben Rebha.

Ogni Centro di Permanenza per il Rimpatrio è circondato da un confine, fatto di mura come quelle del carcere. Talvolta un confine può anche materializzarsi all’improvviso, nella furia ceca dei razzisti che individuano un nemico da colpire e che, proprio come i confini, talvolta, ma suvvia solo talvolta, uccidono.

Quando nel 2018 i governi europei hanno cercato di cancellare le navi di soccorso dal Mare Mediterraneo, la Mare Jonio ha preso il largo e con lei i RHIB dedicati ad Abba, Abdoul Guibre ucciso dal razzismo nel 2008 a Milano. Quando dopo lo scoppio della guerra in Ucraina solo alcuni profughi potevano passare il confine, siamo andatə là con la missione Safe Passage, affinchè potessero passare anche lə altrə.

Oggi non possiamo che invitare tuttə ad essere a Padova Sabato 28 gennaio e non fermarsi qua. Come nel Mediterraneo centrale, anche nelle nostre città servono gli occhi di una flotta civile, la pratica concreta di corpi che si oppongono al confine, alla deportazione, alla razzializzazione e rifiutano l’idea di clandestinità.

Per ulteriori informazioni: https://coordinamentoantirazzista.wordpress.com/

Civil Fleet

ECHOES: la newsletter del Civil MRCC

 

ECHOES,  il bollettino di notizie e analisi sulla situazione delle attività SAR nel Mediterraneo Centrale, è prodotto dal CivilMRCC, ovvero dal “Centro civile di coordinamento del soccorso marittimo”, una piattaforma di documentazione e cooperazione per le persone in difficoltà nel Mar Mediterraneo centrale.

Buona lettura!

 

ECHOES #4 – Gennaio 2023 – link per il download

 

4.CMRCC_Echoes_ITA_Gennaio_2023_1

 

Leggi i numeri precedenti:

ECHOES #3 – Novembre 2022 – scaricalo qui

ECHOES #2 – Settembre 2022 – scaricalo qui

ECHOES #1 – Luglio 2022 – scaricalo qui

News

DETENUTƏ SOTTOCOPERTA – un inchiesta di Lighthouse Report

Pubblichiamo sul nostro sito la traduzione di un'inchiesta di Lighthouse Report 
Link all'originale: https://www.lighthousereports.nl/investigation/detained-below-deck/

Come lǝ richiedenti asilo sono detenutǝ in prigioni segrete sui traghetti per facilitare i respingimenti illegali dall’Italia alla Grecia.

Mentre lǝ vacanzierǝ sorseggiano birra fresca e cocktail sul ponte di un traghetto passeggeri, nell’aria c’è un brusio di eccitazione, sottocoperta la situazione è molto diversa. Nelle viscere di questa nave ci sono persone, tra cui bambinǝ, incatenate e rinchiuse in luoghi bui contro la loro volontà.

Si tratta della meno nota pratica europea di respingimento, che prevede l’uso di prigioni segrete su navi private per deportare illegalmente lǝ richiedenti asilo da dove sono venutǝ.

La sistematica negazione del diritto di chiedere asilo alle frontiere terrestri dell’UE è stata ben documentata negli ultimi anni. L’anno scorso, Lighthouse Reports e i suoi partner hanno rivelato l’esistenza di “siti neri” – luoghi di detenzione clandestini – dove rifugiatǝ e migranti si vedono negare il diritto di chiedere asilo e vengono imprigionatǝ illegalmente prima di essere rimpatriatǝ.

Il fatto che ha ricevuto meno attenzione è la pratica illegale di negare l’opportunità di richiedere asilo alle frontiere all’interno dell’UE e i brutali respingimenti che avvengono tra gli Stati membri – in particolare dall’Italia alla Grecia – per mare.

Abbiamo scoperto che lǝ richiedenti asilo, compresə lǝ bambinǝ, sono detenutǝ in prigioni non ufficiali – sotto forma di scatole di metallo e stanze buie – a volte per più di un giorno, nelle viscere delle navi passeggeri dirette dall’Italia alla Grecia, come parte di respingimenti illegali da parte delle autorità italiane.

Nel 2014, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che l’Italia aveva rimpatriato illegalmente lǝ richiedenti asilo in Grecia, negando loro la possibilità di presentare una domanda di protezione. A otto anni di distanza, nonostante le autorità italiane abbiano ripetutamente affermato che questa pratica è cessata, abbiamo scoperto che continua a pieno regime.

 

I METODI

Lighthouse Reports, in collaborazione con SRF, ARD Monitor, Al Jazeera, il Domani e Solomon, ha ottenuto fotografie, filmati e testimonianze che rivelano che alle persone che rischiano la vita imbarcandosi sui traghetti diretti ai porti italiani dell’Adriatico, come Venezia, Ancona, Bari e Brindisi, nella speranza di chiedere asilo, viene negata la possibilità di farlo.

Vengono invece trattenutǝ al porto prima di essere rinchiusǝ sulle navi con cui sono arrivatǝ e rispeditǝ in Grecia.

Nella prima prova fotografica di questo tipo, ottenuta durante numerosi viaggi di reportage tra l’Italia e la Grecia su navi commerciali di proprietà del gigante greco dei traghetti Attica Group, abbiamo catturato immagini dei luoghi utilizzati per trattenere lǝ richiedenti asilo su queste navi, a volte ammanettatǝ a scaffali metallici, mentre vengono deportatǝ illegalmente.

Abbiamo scoperto che su un traghetto, l’Asterion II, le persone sono rinchiuse in un ex bagno con docce e servizi igienici rotti, insieme a due materassi. I nomi e le date dellǝ detenutǝ sono scarabocchiati sui muri in diverse lingue. Abbiamo una prova video di questa stanza, ottenuta con una piccola telecamera attraverso il buco della serratura, che corrisponde alle descrizioni fornite dallǝ richiedenti asilo.

Su un’altra nave commerciale, il Superfast I, le persone sono tenute in un container di metallo con il tetto a gabbia nella sala garage su uno dei ponti inferiori. Qui fa molto caldo durante i mesi estivi. Abbiamo visitato la stanza e realizzato filmati e fotografie. Corrisponde alle descrizioni dellǝ richiedenti asilo. Sul pavimento c’è solo un pezzo di cartone. Sembra che le persone abbiano cercato di scrivere parole nella polvere sul muro di metallo.

Un richiedente asilo afghano che dice di essere stato trattenuto in questo luogo racconta: “È una stanza lunga 2 metri e larga 1,2 metri. È una stanza piccola […] Hai solo una piccola bottiglia d’acqua e niente cibo […] Abbiamo dovuto rimanere in quella piccola stanza all’interno della nave e accettare le difficoltà”.

Su un terzo traghetto, il Superfast II, lǝ richiedenti asilo sono detenutə in una stanza dove vengono raccolti i bagagli. Un uomo afgano è riuscito a scattarsi un selfie mentre era ammanettato ad alcuni tubi di metallo. Ci siamo recati lì e abbiamo fatto delle riprese, che corrispondono all’ambiente circostante nel selfie.

Tra lǝ detenutǝ ci sono anche bambinǝ. Abbiamo verificato tre casi in cui minori di 18 anni sono stati deportatǝ in questo modo, via traghetto, dall’Italia alla Grecia. Un diciassettenne afghano di nome Baloosh ci ha raccontato: “Mi hanno rimandato in Grecia in barca, illegalmente. Non mi hanno chiesto nulla sulla mia richiesta di asilo o altro”.

Oltre alle testimonianze e alle prove fotografiche, abbiamo avuto conferma da alcunǝ membrǝ dell’equipaggio che questi luoghi venivano utilizzati per detenere lǝ richiedenti asilo che venivano rispeditǝ in Grecia. Hanno definito questi luoghi “prigioni”. Espertǝ legali e ONG hanno confermato ulteriormente i risultati, affermando di aver ricevuto numerose segnalazioni di queste pratiche negli ultimi anni.

STORIE

In base a un accordo bilaterale di “riammissione” tra il governo italiano e quello greco – in vigore dal 1999 nonostante non sia stato ratificato dal Parlamento italiano – l’Italia è in grado di rimpatriare le persone migranti prive di documenti arrivate dalla Grecia. Tuttavia, questo accordo non può essere applicato a coloro che chiedono asilo.

Invece, abbiamo scoperto che lǝ richiedenti asilo provenienti da Afghanistan, Siria e Iraq sono statə sottopostǝ a questo trattamento negli ultimi 12 mesi. I dati forniti dalle autorità greche mostrano che negli ultimi due anni sono stati centinaia i casi di rimpatrio dall’Italia alla Grecia, con 157 persone nel 2021 e 74 nel 2022 – anche se lǝ espertǝ ritengono che non tutti i casi siano documentati.

Dopo la sentenza della CEDU del 2014, l’Italia ha ripetutamente affermato che questa pratica è cessata e ha fatto pressione affinché il monitoraggio ufficiale delle procedure di frontiera al porto – messo in atto in seguito alla sentenza della CEDU – venga interrotto sulla base del fatto che le violazioni non si verificano più.

L’avvocata italiana specializzata in immigrazione Erminia Rizzi ha dichiarato che questi rimpatri forzati avvengono “frequentemente” e vedono lǝ richiedenti asilo, compresi lǝ minori, “impossibilitatǝ ad accedere al territorio, in violazione di tutte le regole e con procedure informali”.

Wenzel Michalski, direttore di Human Rights Watch Germany, ha sollevato la questione della complicità dell’UE, affermando che i risultati mostrano come “l’Europa si sia permessa di tollerare tali circostanze”.

 

Potete leggere un estratto dell’inchiesta nell’articolo di Sara Creta su Domani:

https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/migranti-respingimenti-adriatico-ancona-grecia-pakistan-fk27v32h

 

MEDreport

MED report dicembre 2022

a cura della redazione del MEDreport

Nel mese di dicembre il numero di persone che si sono ritrovate costrette a fuggire, ad attraversare il Mediterraneo e che sono riusciti ad arrivare in Italia è pari a 10.799.  Tra questi, vi sono 735 minori non accompagnati. Oltre centomila persone sono arrivate in Italia nel 2022. Il 28 dicembre, in particolare, è stato il giorno del mese di dicembre con più arrivi: 939. Il mese con più sbarchi, invece, è stato agosto, con 16.822.

Dopo l’approvazione del decreto del governo italiano che impone un nuovo codice di condotta sulle attività di salvataggio in mare da parte delle Organizzazioni non governative, critiche sono arrivate dal Garante dei detenuti e delle persone private della libertà, Mauro Palma, il quale ha espresso una serie di perplessità. Riflessioni aventi ad oggetto le domande di protezione internazionale a bordo, al soccorso singolo, alle sanzioni emesse in via amministrativa e senza il vaglio della magistratura.

Il garante Mauro Palma ha precisato che «il diritto internazionale marittimo non individua il comandante di una nave quale competente a determinare lo status di coloro che ricadono temporaneamente sotto la propria tutela a seguito di un’operazione di salvataggio e non è dunque in alcun modo tenuto a richiedere alle persone soccorse se vogliano presentare domanda di protezione internazionale».

I dati aggiornati all’11 dicembre 2022, forniti dal Missing Migrants Project, a cura dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, testimoniano che dal 2014 a oggi nel Mare Nostrum sono morti o scomparsi 25.331 migranti. Ad aumentare l’orrore dei numeri, è comprendere come si tratti di una cifra comunque inesatta, perché il numero di vittime è sicuramente molto più elevato considerando chi è rimasto vittima o disperso lungo le rotte terrestri attraverso il deserto del Sahara e le zone di confine.

 

 

Qui il report completo del mese di dicembre 2022 (link per il download):

 

 


Questi dati sono elaborati sulla base delle informazioni fornite dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno. I dati si riferiscono agli eventi di sbarco rilevati entro le ore 8.00 del giorno di riferimento.
News

Un altro naufragio e altre vite scomparse: le Autorità e i Movimenti per la Giustizia Sociale devono agire

All’attenzione di:
The International Organisation for Migration (IOM)

The Gambia Government, Ministry of Foreign Affairs
National Human Rights Commission (NHRC)
Civil Society Organisations and Social Justice Movements

7 gennaio 2023, Banjul / Gambia e Italia


A soli due giorni dall’inizio del nuovo anno un altro naufragio al largo delle coste libiche nel Mar Mediterraneo miete le vite di altre persone migranti. Secondo i rapporti dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), circa 48 persone migranti di origine gambiana sono state recuperate dopo l’affondamento dell’imbarcazione e riportate a Tripoli, ma ci sarebbero anche molti dispersi.

Secondo una lettera scritta dall’Associazione gambiana di Tripoli indirizzata al Ministero degli Affari Esteri (MoFA), una delle persone scomparse è Abubacarr Leigh, morto presumibilmente dopo essere stato catturato insieme ad altri migranti da uomini della Guardia costiera libica tra “le ore 04:00 e le ore 09:12 al porto di Tripoli, prima di essere trasferiti al centro di detenzione”.

La lettera rivela inoltre che il corpo di Abubacarr Leigh è stato portato all’obitorio dell’ospedale da un’ambulanza, mentre le altre persone migranti sono state trasferite al centro di detenzione. Tutti sanno che secondo i rapporti internazionali – anche delle stesse Nazioni Unite – le persone nei centri di detenzione libici subiscono “orrori inimmaginabili”.

Trattandosi di una crisi umanitaria di rilevanza internazionale, chiediamo alle autorità competenti e alle organizzazioni della società civile di agire con la tempestività  necessaria ad arginare la continua perdita di vite umane nelle acque del Mediterraneo. Inoltre, è fondamentale che l’attenzione ricada anche sul portare in salvo le persone ancora in vita a bordo delle imbarcazioni in pericolo.

Dato che le Nazioni Unite (ONU) sono già coinvolte e consapevoli della situazione tramite l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), le organizzazioni firmatarie ricordano all’ONU che la crisi migratoria è una crisi di giustizia globale. Le persone devono avere la libertà di migrare in modo sicuro, ma per molte  di loro, provenienti da destinazioni come il Gambia, ciò è quasi impossibile.

Le organizzazioni firmatarie chiedono:

  1. All’ONU di fare pressione sull’Unione Europea, l’Unione Africana e le Guardie Costiere libiche per garantire la sicurezza di tutte le persone migranti in Libia. Inoltre, di continuare i suoi sforzi per fornire un’immagine più chiara del numero di persone attualmente detenute, il numero di persone che sono annegate o morte durante i naufragi.
  2. Al governo del Gambia di compiere maggiori sforzi per garantire la sicurezza dei propri cittadini attualmente detenuti in Libia. Collaborare con le Nazioni Unite, tramite l’IOM, per avere accesso ai centri di detenzione e accertarsi delle condizioni in cui versano i migranti gambiani nelle mani delle autorità libiche. Va inoltre sottolineato che il numero di detenuti Gambiani in Libia non riguarda solo gli ultimi arresti, ma è ben più grande.
  3. Alle Organizzazioni della società civile, alla Commissione Nazionale per i Diritti Umani (NHRC), agli attivisti e ai Movimenti per la Giustizia Sociale in tutto il mondo di incrementare i loro sforzi nel  richiedere  sicurezza  per i migranti, in particolare quelli attualmente detenuti. Sta a noi fare pressioni sulle autorità affinché utilizzino tutti i mezzi necessari per rendere giustizia alle vittime di violazioni dei diritti umani.

Organizzazioni firmatarie
Team Gom Sa Bopa
Refugees in Libya
Mediterranea Saving Humans

Civil Fleet

IL NUOVO DECRETO OSTACOLA IL SOCCORSO IN MARE E CAUSERÀ UN NUMERO MAGGIORE DI MORTI

Noi, organizzazioni civili impegnate in attività di ricerca e soccorso (SAR) nel Mediterraneo centrale, esprimiamo la nostra più viva preoccupazione per l’ultimo tentativo di un governo europeo di ostacolare l’assistenza alle persone in difficoltà in mare.

Il nuovo decreto legge, firmato dal Presidente italiano il 2 gennaio 2023, ridurrà le capacità di soccorso in mare e renderà ancora più pericoloso il Mediterraneo centrale, una delle rotte migratorie più letali al mondo. Il decreto è apparentemente rivolto alle ONG di soccorso civile, ma il vero prezzo sarà pagato dalle persone che fuggono attraverso il Mediterraneo centrale e si trovano in situazioni di pericolo.

Dal 2014, le navi di soccorso civili stanno riempiendo il vuoto che gli Stati europei hanno deliberatamente lasciato con l’interruzione delle proprie operazioni SAR. Le ONG hanno svolto un ruolo essenziale nel colmare questa lacuna e nell’evitare la perdita di altre vite in mare, rispettando sistematicamente le leggi in vigore. Ciononostante, gli Stati membri dell’UE – Italia in testa – hanno tentato per anni di ostacolare le attività di ricerca e soccorso civili attraverso la diffamazione, iniziative amministrative e la criminalizzazione di ONG e attivisti.

Nonostante il già vasto quadro giuridico completo per le attività SAR, ovvero la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (Convenzione SAR), il governo italiano ha introdotto un’altra serie di norme per le imbarcazioni civili SAR, che ostacolano le operazioni di salvataggio e mettono ulteriormente a rischio le persone in pericolo in mare.

Tra le altre regole, il Governo italiano richiede alle navi di soccorso civili di dirigersi immediatamente in Italia dopo ogni salvataggio. Questo provocherebbe ulteriori ritardi nei soccorsi, considerato che le navi di solito effettuano più salvataggi nel corso di diversi giorni.

L’ordine alle ONG di procedere immediatamente verso un porto, mentre altre persone sono in difficoltà in mare, contraddice l’obbligo del comandante di prestare assistenza immediata alle persone in difficoltà, come sancito dall’UNCLOS. Questo elemento del decreto è aggravato dalla recente politica del governo italiano di assegnare più frequentemente “porti lontani”, che distano fino a quattro giorni di navigazione dall’ultima posizione delle navi.

Entrambe le disposizioni sono progettate per tenere le navi SAR fuori dall’area di soccorso per periodi prolungati e per ridurre la loro capacità di assistere le persone in difficoltà. Le ONG sono già messe a dura prova dall’assenza di operazioni SAR gestite direttamente dagli Stati e la diminuzione della presenza di navi di soccorso si tradurrà inevitabilmente in un numero ancora più alto di naufragi.

Un’altra questione sollevata dal decreto è l’obbligo di raccogliere a bordo delle navi di soccorso i dati dei sopravvissuti, che esprimono la loro intenzione di chiedere protezione internazionale, e di condividere queste informazioni con le autorità. È dovere degli Stati avviare questo processo e una nave privata non è il luogo adatto per farlo. Come recentemente chiarito dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), le richieste di asilo dovrebbero essere trattate solo sulla terraferma, dopo lo sbarco in un luogo sicuro, e solo una volta soddisfatte le necessità immediate[1].

Nel complesso, il decreto legge italiano contraddice il diritto marittimo internazionale, i diritti umani e il diritto europeo, e dovrebbe quindi suscitare una forte reazione da parte della Commissione europea, del Parlamento europeo, degli Stati membri e delle istituzioni europee.

Noi, organizzazioni civili impegnate nelle operazioni SAR nel Mediterraneo centrale, esortiamo il governo italiano a ritirare immediatamente il decreto legge appena emanato. Chiediamo inoltre a tutti i membri del Parlamento italiano di opporsi al decreto, impedendone così la conversione in legge.

Non abbiamo bisogno di un altro quadro politico che ostacoli le attività di salvataggio SAR, ma che gli Stati membri dell’UE garantiscano che gli attori civili SAR possano operare, rispettando finalmente le leggi internazionali e marittime esistenti.

 

Organizzazioni SAR firmatarie:

EMERGENCY

Iuventa Crew

Mare Liberum

Médecins Sans Frontières (MSF)

MEDITERRANEA Saving Humans

MISSION LIFELINE

Open Arms

r42-sailtraining

ResQ – People Saving People

RESQSHIP

Salvamento Marítimo Humanitario

SARAH-SEENOTRETTUNG

Sea Punks

Sea-Eye

Sea-Watch

SOS Humanity

United4Rescue

Watch the Med – Alarm Phone

 

Organizzazioni cofirmatarie:

Borderline-Europe, Menschenrechte ohne Grenzen e.V.

Human Rights at Sea


[1] Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), Considerazioni legali sui ruoli e le responsabilità degli Stati in relazione al salvataggio in mare, al non respingimento e all’accesso all’asilo, 1 dicembre 2022, disponibile in inlgese https://www.refworld.org/docid/6389bfc84.html o spagnolo https://www.refworld.org.es/docid/63a67fc04.html

Civil Fleet

“L’Italia vuole intervenire pesantemente nel soccorso civile in mare con nuove norme” – il comunicato di Mission Lifeline

Nei giorni scorsi, mentre tre navi della Flotta Civile – la Sea-Eye-4 della omonima organizzazione tedesca, la Life Support dell’italiana Emergency e la Rise Above di Mission Lifeline – erano impegnate in missioni di ricerca e soccorso (SAR) nel Mediterraneo Centrale, il Governo italiano ha annunciato nuove norme, mirate a colpire le attività umanitarie, che dovrebbero tradursi in un decreto legge in approvazione all’inizio del 2023.
 
 Alcuni aspetti di questa nuova strategia sono stati anticipati dal diverso atteggiamento tenuto dalle Autorità Italiane negli ultimi giorni. Alle tre navi civili è stato assegnato da MRCC di Roma un porto di sbarco a poche ore dal completamento di un primo salvataggio: Rise Above, con 27 persone a bordo, a Gioia Tauro; il porto di Livorno, a tre giorni di navigazione dal mar Libico, per Sea-Eye-4 e Life Support, che lungo la rotta verso Nord sono state impegnate in due ulteriori interventi di soccorso.
 
 Pubblichiamo qui volentieri la traduzione italiana del comunicato diffuso da Mission Lifeline che introduce alcune prime valutazioni sulla nuova strategia del Governo italiano:

Foto: Missione Lifeline

Dopo aver soccorso 63 persone in acque internazionali nel Mar Mediterraneo venerdì 16 dicembre e averle trasferite sulla più grande “Sea Eye 4”, l’equipaggio della “Rise Above” dell’ONG Mission Lifeline di Dresda sabato 17 ha preso a bordo 27 persone, tutte di origine siriana tra cui molte donne, neonatǝ e bambinǝ, unǝ dei quali non accompagnatǝ, in un’altra operazione di salvataggio. A differenza di tutte le missioni precedenti, quando l’ingresso in un porto veniva spesso negato per giorni, questa volta alla “Rise Above” è stato assegnato Gioia Tauro come porto sicuro europeo poche ore dopo il soccorso.

Sebbene inizialmente accolta positivamente, questa notizia dovrebbe essere solo un assaggio di ciò che il ministro dell’Interno Piantedosi intende avviare subito dopo le vacanze di Natale: un decreto contenente un codice di condotta per le Ong che si occupano di soccorso in mare.

In base a questo codice, le navi delle organizzazioni umanitarie che effettuano operazioni di soccorso nel Mediterraneo dovrebbero fare scalo in un porto sicuro dopo ogni operazione e trasferire le persone a terra. Non sarebbero quindi autorizzate a rimanere nell’area di ricerca per aiutare altre persone su altre imbarcazioni non idonee alla navigazione e poi farle sbarcare insieme. Secondo Piantedosi, la regola dello sbarco immediato dei migranti è in linea con le convenzioni internazionali che definiscono terminato un salvataggio solo quando le persone soccorse vengono portate a terra in un porto sicuro. Sarebbe vietato anche trasferire le persone da una nave umanitaria all’altra, come spesso accade durante operazioni che vedono impegnate navi piccole, come la Rise Above, che è poco adatta a tenere a bordo un gran numero di persone per diversi giorni.

“Lo scopo di questi nuovi decreti è chiaro. Queste nuove regole hanno come obiettivo quello di diminuire le capacità di soccorso, mentre le persone, fuggendo, combattono per la propria vita. L’interruzione delle nostre missioni dopo ogni soccorso, anche se numericamente piccolo, e l’immediato ritorno a terra si tradurrà inevitabilmente in un aumento dei costi del carburante e in molto tempo perso”, spiega Hermine Poschmann, Membro del direttivo di Mission Lifeline.

Le ONG che non rispettano queste nuove regole dovranno quindi affrontare sanzioni, che non saranno più penali come prima, ma di natura amministrativa e possono comportare multe immediate e il sequestro o la confisca delle navi.

In questo contesto, il progetto italiano si inserisce nel piano d’azione recentemente presentato dall’Unione Europea, che mira anch’esso a ostacolare il soccorso civile in mare.

Già a novembre, Hermine Poschmann ha preso una posizione netta di fronte al Parlamento europeo a Strasburgo:

“Basta violare le leggi e i diritti umani. L’UE deve smetterla inventare nuove regole che hanno il solo scopo di abbandonare le persone in mare indegnamente e illegalmente. Inizi finalmente a trattare le persone in movimento come esseri umani. Inizi a rispettare le leggi esistenti e a implementare un sistema di vera solidarietà in tutta l’Unione Europea”.

“C’è il rischio che l’obbligo di rispettare il diritto internazionale del mare venga completamente compromesso. Con la forte ondata di isteria disumana (da Trump all’Europa) sul tema della migrazione, c’è il rischio di perdere le conquiste civili e dei diritti universali”, aggiunge Axel Steier, anch’esso membro del direttivo di Mission Lifeline.

Dresda, 18 dicembre 2022