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Comunicato – 6 marzo 2021

La Procura della Repubblica di Ragusa sta indagando la società armatoriale di Mediterranea Saving Humans, Idra Social Shipping, per l’intervento effettuato l’11 settembre 2020: quando la Mare Jonio ha soccorso i 27 naufraghi della petroliera Maersk Etienne che da 38 giorni erano abbandonati in mezzo al mare tra Malta e Lampedusa, a bordo della portacontainer che li aveva tratti in salvo. Le accuse avanzate sono favoreggiamento dell’immigrazione clandestina pluriaggravato e violazione alle norme del Codice della Navigazione. La pena prevista per questi reati può arrivare a 30 anni di carcere.

Idra social shipping è la compagnia armatoriale che abbiamo creato per gestire la Mare Jonio e i servizi di bordo. È una impresa social oriented riconosciuta dal Fondo Sociale Europeo. Significa che non vi sono “dividendi” tra soci, ma ogni singolo centesimo deve essere reinvestito nella mission di impresa: offrire ad associazioni della società civile navi di ricerca e soccorso. È la prima compagnia armatoriale social oriented per la ricerca e il soccorso in mare in Europa.

Per la Procura di Ragusa Idra Social Shipping si è accordata preventivamente con la compagnia Maersk Etienne per ospitare i 27 naufraghi sulla Mare Jonio in cambio di un compenso economico. Sia Idra sia la stessa Maersk Etienne hanno smentito le accuse. Entrambe in due diversi comunicati hanno sottolineato che a distanza di mesi dall’operazione di salvataggio, nel contesto di riunioni con le Organizzazioni di rappresentanza degli Armatori danesi ed europei e sulla base della Convenzione di Londra del 1989 che prevede forme di riconoscimento anche economico tra armatori per l’assistenza tra navi in acque internazionali, la Maersk Etienne si è offerta volontariamente di aiutare Idra nella e di coprire parte dei costi sostenuti a seguito del soccorso. Dopo quell’operazione infatti, nonostante i riconoscimenti e la gratitudine espressi da ogni parte d’Europa e anche dalle Nazioni Unite, Mare Jonio è stata bloccata dalle autorità italiane, come spesso accade purtroppo a chi pratica il soccorso in mare.

Volendo rimanere nella più assoluta formalità e trasparenza, la compagnia Maersk ha stabilito una cifra e ha deciso di riconoscerla attraverso la Convenzione di Londra. Idra social shipping, come prevede la legge, ha emesso regolare fattura certificata per “servizi di assistenza in acque internazionali”.

Non c’è stato quindi nessun accordo preventivo, nessuna trattativa, ma invece un importante esempio di solidarietà e riconoscimento tra chi opera in mare, dell’importanza di creare e sostenere, anche tra privati, il soccorso civile in mare, in assenza di dispositivi istituzionali che rendono così drammatica e pericolosa per migliaia di persone la situazione del Mediterraneo.

La stessa Procura di Ragusa, scritto nero su bianco sugli atti che motivano questa vasta operazione di polizia giudiziaria, ammette di non avere alcuna prova, ma solo ipotesi.

Quello della Mare Jonio è stato un intervento di soccorso doveroso nei confronti di 27 persone vittime di terribili abusi, violenze e torture subite nei campi di detenzione della Libia; 27 persone che sono state abbandonate in mare dagli Stati europei per 37 giorni, in piena emergenza sanitaria.

Le accuse rivolte Idra Social Shipping puntano solo a colpire il soccorso civile in mare. Come confermano le operazioni analoghe partite nello stesso momento contro altre ONG da altre due Procure siciliane, Trapani e Catania.

Un soccorso che al momento risulta necessario visti i numeri di naufragi nel Mar Mediterraneo Centrale. Idra social shipping non ha mai fatto nulla di illegale e lo dimostrerà presto nelle sedi competenti. Anzi.

Sarà di grande interesse pubblico accertare se qualcuno stia indagando sul perché quei profughi e naufraghi, fossero lasciati da 37 giorni sul ponte di una petroliera, all’aperto, senza che nessuna autorità si sia nemmeno ptteoccupata di inviare un medico. Gli avvocati del nostro Collegio di difesa, depositaranno nei prossimi giorni un’istanza di riesame del provvedimento cautelare adottato dalla Procura di Ragusa, “perché l’ingresso sul territorio nazionale non è stato illegale ma è avvenuto nel rispetto delle procedure di legge”.

Le 27 persone soccorse l’11 settembre del 2020 erano in uno stato di difficoltà e necessità. L’intervento della Mare Jonio ha permesso loro di accedere a un porto sicuro, come le normi internazionali prevedono: la Convenzione di Amburgo e la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, che l’Italia ha sottoscritto, e che Mare Jonio ha fatto rispettare.

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Comunicato stampa dei Garanti di Mediterranea

Mare Jonio, i Garanti di Mediterranea: sicuri che tutto sarà chiarito. Vicini a chi salva vite in mare.

Come garanti continuiamo a essere orgogliosi di aver dato il nostro contributo e di fare parte della comunità di uomini e donne che hanno messo in mare e fanno navigare la missione umanitaria collettiva Mediterranea.

Saremo sempre a fianco di chi salva vite in mare fiduciosi che da questa inchiesta, come dalle altre, Mediterranea e la Mare Jonio, usciranno senza alcuna ombra. Abbiamo fiducia nella magistratura e per questo confidiamo che l’inchiesta dimostrerà come l’operazione di trasbordo di 27 migranti dalla portacontainer della Maersk Etienne alla Nave Jonio sia stata effettuata, come tutte le altre operazioni di soccorso di Mediterranea, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo italiano.

La solidarietà e il soccorso in mare non sono e non potranno mai essere reato. Al contrario sono azioni che assecondano la legge del mare e le leggi internazionali, ma soprattutto che salvano l’onore dell’Italia e dell’Europa.

Così i Garanti di Mediterranea, l’associazione di rappresentanti istituzionali che sostiene la missione umanitaria, sull’inchiesta di Ragusa (Bruno Bossio, De Petris, Fratoianni, Majorino, Migliore, Muroni, Orfini, Palazzotto, Pini, Raciti, Rizzo Nervo, Smeriglio e Usuelli).

Comunicato dei Garanti di Mediterranea del 2 marzo 2020

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Mare Jonio, domanda errata nell’inchiesta di Ragusa

L’accusa collega solidarietà e profitto: ipotesi di un reato che non c’è

Di STEFANO ZIRULIA, Giurista Università Statale di Milano, per l’Avvenire, edizione del 5 marzo 2021.

Caro direttore,

«L’hanno fatto per un ritorno economico, non per solidarietà». Possono riassumersi così le dure accuse che serpeggiano da qualche giorno nei confronti all’equipaggio della nave ‘Mare Jonio’, in relazione al trasporto a Pozzallo di 27 migranti tratti in salvo dal mercantile danese Etienne.

La Procura di Ragusa ha infatti aperto un fascicolo per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare sostenendo di avere le prove che l’operazione di trasbordo dei naufraghi dalla nave danese a quella italiana si sia svolta sulla base di un accordo commerciale, in virtù del quale la società armatrice della prima avrebbe versato un’ingente somma quale corrispettivo per il servizio reso dalla seconda. Fermo restando che l’accertamento di ciò che è davvero accaduto dovrà avvenire in sede processuale, l’enfasi che è stata posta sui profili economici appare obiettivamente sproporzionata, e finisce per distrarre l’attenzione dai veri interrogativi che attraversano la vicenda. In Italia, infatti, la responsabilità penale per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare non dipende dall’avere agito per scopo di lucro; dipende, più semplicemente, dall’avere illegalmente trasportato in Italia stranieri senza documenti (articolo 12 del Testo Unico Immigrazione).

Se il fatto è commesso per ricavarne un profitto, scatta una circostanza aggravante, che prevede pene ancora più severe; ma la punibilità sussiste anche in assenza di scopo di lucro. Del resto, è proprio per questa ragione che è nato il problema del ‘reato di solidarietà’: la legge italiana, per come è testualmente formulata, porta sul banco degli imputati tanto chi agisce per un ritorno economico, quanto chi agisce per finalità altruistiche. Sennonché, una recente sentenza della Corte di Cassazione (quella che ha dichiarato illegittimo l’arresto di Carola Rackete all’inizio del 2020), ha finalmente chiarito come l’articolo 12 del Testo Unico Immigrazione non sia, per così dire, un corpo isolato; ma debba essere interpretato e applicato dai giudici tenendo conto del quadro giuridico nel quale si inserisce, compreso il diritto internazionale che disciplina le operazioni di soccorso in mare. Ecco allora, ha spiegato la Corte, che non può ritenersi ‘illegale’ il trasporto in Italia di naufraghi, nemmeno quando sono stranieri privi di documenti: ciò in quanto il dovere di soccorrere vite umane in pericolo, sancito dalle Convenzioni sul diritto del mare (Unclos, Sar, Solas), prevale sull’interesse statale alla protezione delle frontiere.

Ma se è così – e qui torniamo alla vicenda odierna – allora la partita della responsabilità penale dell’equipaggio della ‘Mare Jonio’ non si gioca sul piano del (presunto) profitto, bensì, ancora una volta, dell’adempimento del dovere di soccorso in mare. E siccome tale dovere comprende pacificamente non solo il recupero dei naufraghi, ma anche il loro successivo sbarco in un porto sicuro, allora la domanda che occorre porsi è se l’intervento dell’equipaggio di Mediterranea, consistito nel prendere in carico i 27 migranti, sia servito a sbloccare una situazione di stallo che stava provocando un ingiustificato ritardo nello sbarco.

Stando alla informazioni disponibili, pare proprio che la risposta sia affermativa: i migranti si trovavano a bordo della ‘Etienne’ da ben 37 giorni (un periodo ben più lungo, per intenderci, di quelli che hanno innescato le indagini per sequestro di persona nei casi ‘Gregoretti’ e ‘Open Arms’), le loro condizioni psicofisiche stavano progressivamente deteriorando e le loro reiterate richieste d’aiuto erano rimaste inascoltate. A fronte dell’inerzia delle autorità, l’intervento della ‘Mare Jonio’ non ha fatto altro che garantire che le persone fossero trasportate in un porto sicuro ‘in tempi ragionevoli’, come richiesto dalla Convenzione di Amburgo, che l’Italia ha ratificato.

Esattamente come nel caso Rackete, anche qui l’adempimento del dovere comporta il venire meno del reato; e parlare di aggravante del profitto in assenza del favoreggiamento è come pensare di arredare una casa che non ha ancora il tetto e i muri: un nonsenso. La Procura di Ragusa ne è certamente consapevole; ma sarebbe opportuno che lo fosse anche il dibattito che accompagna questa delicata vicenda.

Stefano Zirulia, Giurista Università Statale di Milano

Questo articolo è stato pubblicato su l’Avvenire il 5 marzo 2021.

  

 

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MedReport Febbraio 2021

di Eleana Elefante

A due mesi esatti dall’inizio del nuovo anno, sono 5.033 i migranti approdati sulle nostre coste, contro i 2.359 del 2020 e i 269 del 2019. Nel solo mese di febbraio sono arrivati, autonomamente o con il supporto delle flotte civili e della Guardia Costiera Italiana, 3895 migranti, di cui 398 minori, tutti disperatamente in fuga da mondi in cui è ormai impossibile sopravvivere.

I casi sono pressoché raddoppiati rispetto all’anno precedente e triplicati in accostamento al mese di febbraio 2020 in cui giunsero 1.211 persone. Sono in forte crescita le partenze dalla Tunisia, copiose già dal mese di agosto a seguito dell’insostenibile crollo economico che continua a diffondere instabilità nel Paese.

In allarmante aumento anche i respingimenti operati in Libia dalla cosiddetta Guardia Costiera. Dall’inizio dell’anno al 1 marzo, sono 4.029 le persone intercettate e ricondotte in arbitraria detenzione, 222 minori, almeno 142 dispersi e 28 corpi restituiti dal mare. Restano per il momento ancora senza volto e senza nome le vittime dei tre naufragi registrati nel corso del mese: il primo, a Lampedusa venerdì 19 febbraio durante un’operazione notturna di trasbordo effettuata dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza in cui si salveranno 47 persone; il secondo in acque SAR libiche sabato 20 febbraio, a seguito di una operazione di soccorso effettuata dal rimorchiatore Vos Triton su una imbarcazione con 120 persone a bordo. Si salveranno in 77; il terzo a pochi Km dalle coste libiche il 28 febbraio in cui si salveranno 95 persone su 125. Decine di migliaia di persone vittime di inenarrabili brutalità per mano di trafficanti e miliziani lungo tutta la rotta che porta, attraverso la Libia, al Mediterraneo centrale.

Di seguito la ricostruzione cronologica, di quanto avvenuto durante il corso del mese appena concluso in comparazione con i dati emessi dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza aggiornati al 01/03/2021.

  • 3 Febbraio. La “Guardia Costiera” libica, a bordo della motovedetta PB P-300, intercetta e riporta a Tripoli 179 persone in due separate operazioni. Fra loro 14 donne e 5 minori. Nello stesso giorno la “Guardia Costiera” libica intercetta e riporta a Tripoli in altri due interventi, effettuati con la motovedetta Fezzan, 148 persone. Fra loro 4 donne e un minore. Nazionalità: Egitto 48, Marocco 37, Etiopia 16, Bangladesh 15, Sudan 13, Eritrea 5, Algeria 5, Nigeria 4, Tunisia 3, Ghana 2.
  • 4 Febbraio. La “Guardia Costiera” libica, a bordo della motovedetta Ubari, intercetta e riporta a Tripoli 118 persone. Fra loro 14 donne e 8 minori. Nazionalità: Mali 73, Guinea 26, Nigeria 6, Gambia 4, Liberia 3, Costa d’Avorio 2, Sudan 2, Senegal 1, Sierra Leone 1. Successivamente la motovedetta Fezzan intercetta e riporta a Tripoli 257 persone. Fra loro 29 donne e 14 minori. Nazionalità: Benin 12, Burkina Faso 7, Camerun 15, Chad 1, Gambia 11, Ghana 19, Guinea 56, Guinea Bissau 2, Costa d’Avorio 69, Liberia 2, Mali 27, Nigeria 18, Senegal 11, Sierra Leone 7. Nelle stesse ore, in due operazioni di soccorso la Ocean Viking di SOS Mediterranee salverà 237 persone (121+116) mentre a Lampedusa si verificheranno tre sbarchi autonomi per un totale di 289 persone (99+48+142).
  • 5 Febbraio. La Ocean Viking effettuerà altre due operazioni salvando 187 persone (71+116) mentre la Astral di Open Arms, in altri due interventi, salverà 119 persone (45+74). Contemporaneamente in Libia, si registrano altri quattro respingimenti da parte della “Guardia Costiera”. La motovedetta PB P-300 intercetta e riporta a Tripoli 49 persone. Fra loro 2 corpi e 3 dispersi secondo quanto testimoniato dai sopravvissuti. Di seguito, prima la motovedetta PB P-107 intercetta e riporta a Tripoli 30 persone; poi la motovedetta Fezzan intercetta e riporta a Tripoli 271 persone in diverse operazioni di salvataggio. Fra loro 31 donne e 12 minori; infine la motovedetta Ubari intercetta e riporta a Tripoli altre 108 persone. Fra loro 21 minori e 6 bambini. Non ci sono segnalazioni di vittime o dispersi. Nazionalità: Bangladesh 6, Benin 11, Burkina Fasu 1, Cameroon 21, Central Africa 3, Chad 6, Congo 2, Egitto 1, Gambia 5, Guinea 29, Costa d’Avorio 15, Liberia 1, Mali 63, Nigeria 28, Senegal 4, Sierra Leone 5, Somalia 12, Sudan 150, Tanzania 1.
  • 6 Febbraio. La motovedetta PB-P300 della “Guardia Costiera” libica, in due operazioni, intercetta e riporta a Tripoli 208 persone, fra cui 14 donne e 3 minori. Non ci sono segnalazioni di vittime o dispersi. Nazionalità: Sudan 48, Senegal 49, Guinea 22, Mali 37, Costa d’Avorio 10,Marocco 8, Ghana7, Guinea Bissau 6, Burkina Faso 5, Sierra Leone 2, Somalia 2, Africa Centrale 2, Chad 1. Poco dopo, la motovedetta Fezzan intercetta e riporta a Tripoli 94 persone. Fra loro 12 donne e 4 minori. Nazionalità: Nigeria 82, Ghana 5, Sierra Leone 2, Sudan 1, Cameron 1, Kenya 1, Liberia 1. Nel mentre si verificano 2 sbarchi autonomi a Lampedusa (64+139) per un totale di 203 persone.
  • 7 Febbraio. La motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera” intercetta e riporta a Tripoli 32 persone. Tra loro 3 famiglie libiche. Nazionalità: Libia 21, Egitto 9, Tunisia 2.
  • 11 Febbraio. Sempre la motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera” libica intercetta e respinge altre 209 persone fra cui 25 donne e 13 minori. Nel mentre sulla costa di Garabulli un corpo senza vita veniva restituito dal mare. È facile dunque sospettare che sono molte le imbarcazioni presenti e non ancora segnalate nel Mediterraneo centrale. Il meteo avverso, in queste ore, ha spinto sulla riva di Zuwara un altro gommone con a bordo un gruppo di migranti non ancora identificati.
  • 12 febbraio. Un’imbarcazione con a bordo 48 persone, partita dal porto di Sfax, si è capovolta. A intervenire in soccorso è stata la Marina Militare tunisina che è riuscita a mettere in salvo 25 persone (fra cui 6 donne) in condizioni meteo-marine talmente proibitive da aver dovuto interrompere le operazioni di soccorso più volte. È stato anche recuperato il corpo senza vita di un uomo, mentre non si hanno più tracce degli altri 22 migranti scomparsi fra le onde e le forti correnti. A Lampedusa, nello stesso giorno, si sono contati due sbarchi autonomi provenienti dalla Tunisia. In totale 99 migranti. Il primo di una imbarcazione con a bordo 53 persone (tra loro 5 donne e 4 minori); il secondo di una imbarcazione con a bordo 46 persone (tra loro 15 donne e 4 minori). In Libia, la motovedetta Fezzan, durante un’operazione notturna, ha intercettato e respinto a Tripoli altri 90 migranti.
  • 13 Febbraio. Viene finalmente assegnato un Porto sicuro (POS) alle 146 persone salvate, in due distinte operazioni, dalla Astral di Open Arms (40 il 12 febbraio e 106 il 13 febbraio). Fra loro molte donne e bambini. I naufraghi verranno fatti sbarcare a Porto Empedocle per espletare le procedure di quarantena previste dal protocollo Covid-19. Durante l’operazione di soccorso del 12 febbraio, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha tentato di impedire l’intervento della ONG spagnola mentre tentava di rintracciare l’imbarcazione con a bordo i 40 naufraghi, fra cui una donna con un bambino di soli 3 mesi e 3 minori non accompagnati. La Astral, seguendo la geo-localizzazione indicata dal velivolo Seabird di Sea Watch International che aveva segnalato il natante a 7 miglia nautiche da Zuwara, è stata fatta arretrare dalla motovedetta Fezzan P658 della cosiddetta Guardia Costiera libica con l’accusa di aver “violato intenzionalmente le acque nazionali libiche e di svolgere attività di sorveglianza clandestina delle imbarcazioni migranti”. Coraggiosamente, l’equipaggio della Open Arms è riuscita, nonostante tutto, a mettere in salvo i naufraghi che stavano profusamente imbarcando acqua.
  • 17 Una imbarcazione con 42 persone proveniente dalla Tunisia raggiunge Pantelleria. Un’altra imbarcazione, partita dal porto di Sfax con 108 persone a bordo, arriva a Lampedusa. Un’altra ancora con 47 persone partita dall’Algeria giunge in Sardegna.
  • 18 Febbraio. Si registrano altri 5 piccoli sbarchi autonomi sempre a Pantelleria dalla Tunisia per un totale di 56 persone, tra cui una donna incinta (21+12+9+8+6). Parallelamente a Lampedusa arriveranno 238 persone su 3 imbarcazioni partite dal porto di Sfax. In Libia una imbarcazione con 87 persone a bordo verrà respinta a Zuwara, questa volta, a causa delle forti correnti. In queste ore riprendono anche le richieste di soccorso provenienti da imbarcazioni in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Il velivolo Moonbird di Sea Watch International, ne individua sei fra la zona SAR maltese e quella libica. Due di esse verranno respinte in Libia (un gommone e una imbarcazione in legno che verrà poi incendiata). Due verranno soccorse dalla nave Aita Mari della ONG Salvamento Marittimo Humanitario che in due operazioni riuscirà a mettere in salvo 148 persone (102+46) in zona SAR Maltese. Fra loro, 8 donne e un bambino. Restano in mare altre due imbarcazioni, in zona SAR libica, una con 120 e l’altra con 90 persone.
  • 19 febbraio. Due imbarcazioni vengono scortate dalla Guardia di Finanza al Molo Favarolo di Lampedusa. La prima in acque territoriali, partita dalla Tunisia con a bordo 27 persone. La seconda partita da Mellitah, Libia, con a bordo 106 persone. Nazionalità: Algeria, Costa d’Avorio, Egitto, Marocco, Eritrea, Guinea e Bangladesh.

Nel mentre, in Libia, la motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera” intercetta e respinge 4 gommoni con a bordo un totale di 341 persone.

  • 20 febbraio. Subito dopo la mezzanotte, riprendono gli sbarchi sull’isola di Lampedusa. Il primo è di una imbarcazione proveniente dalla Tunisia con 50 persone. Poi, verso l’1.20 la Guardia Costiera ne soccorrerà un’altra con 64 persone. Alle 3.30 del mattino, si consumerà il primo naufragio del mese accertato in acque territoriali: la Guardia Costiera riuscirà a salvare 47 persone. Due donne incinte verranno trasferite d’urgenza in ospedale a Palermo mentre sugli altri si riscontrerà un evidente stato di ipotermia. Molti altri compagni di viaggio, andranno dispersi in mare durante le operazioni di trasbordo. All’alba, altre 89 persone sbarcheranno autonomamente a Cala Pulcino, alle 7 del mattino altre 80 persone verranno condotte al Molo Favarolo dalla Guardia Costiera e in serata altre 105 persone. Contemporaneamente, in Libia, la motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera” intercetta e respinge in 3 operazioni 283 persone tra cui 9 donne e 3 bambini. Nazionalità: Sudan 143, Benin 4, Burkina Faso 1, Cameron 10, Chad 4, Mali 32, Gambia 10, Guinea 37, Costa d’Avorio 20, Nigeria 1 e Senegal 10. Nello stesso giorno, Alarm Phone riceverà un nuovo segnale dal gommone con a bordo 120 persone partite dalla Libia il 18 febbraio fra le quali 6 donne (una di essa incinta) e 4 bambini. L’imbarcazione, ormai colma d’acqua, non lascia loro molte speranze di sopravvivenza. In quelle interminabili 48 ore in mare, 6 persone moriranno cadendo in acqua e altre 2 annegheranno nel tentativo di raggiungere un’imbarcazione avvistata in lontananza. Dopo circa tre ore dall’ultimo contatto, la Vos Triton, nave battente bandiera di Gibilterra e al servizio di una piattaforma Total al largo della Libia, tenterà un salvataggio ma, nella difficile e delicata operazione, 41 persone perderanno la vita fra cui 3 bambini e 4 donne, di cui una lascia un neonato attualmente accolto a Lampedusa. È il secondo naufragio del mese, registrato poche ore dopo quello avvenuto a Lampedusa. L’equipaggio del rimorchiatore riuscirà a salvare 77 persone e a recuperare un solo corpo fra le almeno 43 vittime. Dalle indagini in corso effettuate dalla Procura di Agrigento, pare che la Vos Triton avesse concordato con le autorità libiche lo sbarco dei migranti a Tripoli per poi invertire la rotta su Lampedusa dove, al largo di Cala Pisana, ha effettuato l’evacuazione medica di una famiglia composta da tre persone. Da quanto emerge, pare che il manifestato disappunto dei migranti a bordo, terrorizzati dal ritorno in Libia e le esortazioni dell’equipaggio di Moonbird di Sea Watch International che dall’alto monitorava il rimorchiatore, abbia indotto il Capitano di bordo a dirottare il rimorchiatore verso la costa siciliana evitando l’ennesimo respingimento in Libia dei migranti soccorsi in zona SAR di competenza tripolina. Ricordiamo che la Vos Triton, a marzo 2019, riportò in Libia 54 migranti recuperati a 70 miglia dalle coste africane. Nelle stesse ore, Asso 30, piattaforma petrolifera dell’Eni, salverà 232 persone in fuga dalla Libia.
  • 21 Febbraio. La motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera” libica, intercetta e respinge in 2 operazioni 197 persone, 6 donne e 9 bambini. Su uno dei due gommoni, l’equipaggio ha recuperato anche i corpi senza vita di due uomini. Nazionalità: Sudan 114, Mali 56, Chad 15, Guinea 5, Togo 4, Costa d’Avorio 2 e Gambia 1. In altre 3 operazioni, la motovedetta Fezzan intercetta e respinge altre 105 persone incluse 5 donne, 4 neonati e 3 minori. Nazionalità: Mali 33, Sierra Leone e Sudan 28, Costa d’Avorio 18, Camerun 7, Chad 3 e Ghana 3. Nel primo pomeriggio la motovedetta PB P-300 della “Guardia Costiera” libica intercetta e respinge altre 94 persone tra cui 10 donne e 2 bambini. Nazionalità: Camerun 10, Ciad 1, Ghambia 5, Guinea 13, Costa d’Avorio 13,Liberia 1, mali 6, Nigeria 11, Senegal 14, Sierra Leone 17 e Sudan 3.
  • 22 Febbraio. Vos Triton giungerà a Porto Empedocle per trasferire i naufraghi a bordo. Fra loro anche il corpo di un uomo ormai senza vita. In 50 risulteranno positivi al Covid-19. Dopo le procedure di foto segnalamento, i minori sono stati accompagnati al centro d’accoglienza di Villa Siculiana e gli adulti, compresi i 50 positivi al Covid-19, sono stati imbarcati sulla nave quarantena Allegra. Nello stesso giorno, sempre a Porto Empedocle, sbarcheranno anche i 232 naufraghi e un’altra salma trasportati sulla Asso 30. Nel porto di Augusta è invece arrivata la nave umanitaria Aita Mari della ONG basca Salvamento Maritimo Humanitario con le 148 persone salvate il 18 febbraio.
  • 26 febbraio. Una imbarcazione al largo delle coste libiche, con a bordo 150 persone, lancia una richiesta di soccorso ad Alarm Phone. Il contatto è disturbato e non è possibile localizzare con esattezza il natante ma, si sentono voci disperate che riferiscono di persone cadute in acqua. Giunti a sera, ancora alcuna notizia di intervento da parte delle Autorità allertate. Nel frattempo la Sea Watch 3 interviene in zona SAR libica a 33mn nord-ovest di Zawiya nel salvataggio di un gommone con 45 persone a bordo, in realtà molto più simile ad un canotto da spiaggia. Fra loro 5 donne (di cui una incinta), 15 minori non accompagnati e 2 bambini. Tutti viaggiavano scalzi e senza giubbotti di salvataggio. A bordo erano presenti in tutto 5 salvagenti gonfiabili, 12 bottigliette d’acqua e 7 grandi taniche di benzina. Una di queste, rovesciandosi, ha provocato ustioni a molti dei sopravvissuti. Da lì a poco, l’equipaggio della Sea Watch 3 assisterà alla comparizione sulla scena della motovedetta Fezzan (donata nel 2018 dal Governo Lega-5 Stelle alla cosiddetta Guardia Costiera) che intercetterà e respingerà in Libia in due separate operazioni le 151 persone che in mattinata avevano lanciato l’SOS ad Alarm Phone. Fra loro 15 donne e 3 minori. Nazionalità: Benin 21, Camerun 2, Gambia 6, Ghana 6, Guinea 38, Costa d’Avorio 12, Kenia 1, Mali 41, Nigeria 7, Senegal 1, Sierra Leone 4, Sudan 12. Dopo il recupero dei migranti, l’equipaggio della “Guardia Costiera” libica ha distrutto entrambe le imbarcazioni per “prevenire un potenziale riutilizzo da parte dei trafficanti di esseri umani”.
  • 27 Febbraio. Intorno alle 6.30 del mattino, la Sea Watch 3 effettua un secondo soccorso in meno di 48h. Riuscirà a salvare 102 persone che, con le 45 del giorno precedente, raggiungono un totale di 147 naufraghi. In Libia, la motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera”, intercetta e respinge 35 persone fra cui sette minori. Nazionalità: Burkina Fasu 1, Gambia 4, Guinea 4, Guinea Bissau 4, Costa d’Avorio 5, Mali 9, Nigeria 1, Senegal 7.
  • 28 Febbraio. Durante la notte, la Sea Watch 3 effettuerà il suo terzo soccorso. Salverà 73 persone a bordo di un gommone con un tubolare ormai sgonfio. Tra i naufraghi, 16 donne ed alcuni bambini. Su molti le ustioni della benzina riversatasi nell’imbarcazione. Sulla nave della ONG, sono già in 220. Seguirà il soccorso di altre 97 persone su una imbarcazione di legno. A bordo ci sono ora 317 naufraghi. Ma non è ancora finita: Moonbird, il velivolo della Sea Watch International, avvista altri tre natanti in difficoltà. In un terzo intervento di giornata, la Sea Watch 3 metterà in salvo altre 44 persone, per un totale a bordo di 361 naufraghi. Intanto, Alarm Phone, riceverà altre richieste di intervento da tre imbarcazioni. Due delle tre presumibilmente avvistate poco prima da Moonbird ed un’altra con 125 persone a bordo a 8 km dalle coste libiche. Quest’ultima sta affondando, molti dei naufraghi sono finiti già in mare ma la motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera” libica interverrà con diverse ore di ritardo rispetto alle richieste di soccorso. Dichiarerà, smentendolo subito dopo, di aver soccorso tutti i 125 naufraghi ma, a Tripoli, giungeranno solo 95 persone, fra cui 6 donne e 2 minori. Nazionalità: Camerun 27, Guinea 16, Mali 27, Senegal 9, Sierra Leone 5, Sudan 6, Gambia 1, Nigeria 1, Costa d’Avorio 3.  Gli stessi sopravvissuti riferiranno al personale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni presenti in loco che, almeno 15 delle persone presenti sull’imbarcazione sono annegati. In realtà, il bilancio è almeno del doppio. In serata, la motovedetta Ubari della “Guardia Costiera” libica, intercetta e respinge a Tripoli altre 86 persone fra cui 9 donne e 6 minori. Nazionalità: Mali 58, Costa d’Avorio 17, Guinea 11.
  • 1 marzo. Durante la notte a cavallo tra il 28 febbraio ed il 1 marzo, viene localizzato un barcone con 90 persone a 36 miglia nautiche da Lampedusa. Fra loro vi sono anche 14 bambini. Sea Watch 3 li assisterà fornendo loro giubbotti e zattere di salvataggio ma, con a bordo già 361 persone, non è possibile effettuare un salvataggio. Verranno allertate le Autorità maltesi ed italiane ma i soccorsi tarderanno ad arrivare. Solo dopo 7 ore, una motovedetta della Guardia Costiera italiana verrà a soccorrerli e li condurrà a Lampedusa. In Libia, la motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera”, intercetta e respinge a Tripoli altre 70 persone L’identificazione di queste ultime è in corso, così come non è ancora noto il POS (Porto Sicuro) che verrà assegnato all’equipaggio ed ai naufraghi della Sea Watch 3.

Un flusso migratorio così imponente, altro non è che la fotografia di un fronte, quello Nord-Africano, sempre più instabile, corrotto e compromesso le cui vittime incolpevoli sono le migliaia di persone costrette a tentare la via del mare pur di non subire una detenzione arbitraria caratterizzata da quotidiani abusi, torture e gravi violazioni dei diritti umani. La Libia non è da considerarsi un porto sicuro. È dunque oggi più che mai necessario, stabilire un patto fra le istituzioni e la società civile (sino ad oggi criminalizzata per atti di solidarietà) affinché, in linea con gli obblighi internazionali, venga regolamentato il diritto/dovere di salvare queste donne, uomini e bambini alla deriva, indipendentemente dalla loro nazionalità e dello status giuridico ad essi conferito.

 

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Comunicato Stampa – Lunedì 1 Marzo 2021

Questa mattina all’alba è scattata una vasta operazione di polizia contro Mediterranea Saving Humans. La Procura della Repubblica di Ragusa ha coordinato perquisizioni effettuate da decine e decine di agenti in tutta Italia, in abitazioni, sedi sociali, e sulla nave Mare Jonio. Le accuse sono pesanti, ma in realtà puntano a colpire la pratica del soccorso civile in mare che Mediterranea promuove dal 2018, attraverso la sua compagnia armatoriale, Idra social shipping, che fornisce all’associazione la nave di ricerca e soccorso e cura la gestione degli equipaggi.

Il Procuratore di Ragusa, ha più volte esternato pubblicamente la sua crociata contro le Ong arrivando a sostenere che “bisogna che non passi l’idea che sottrarre i migranti dalle mani dei libici possa essere una cosa consentita”. Quello di oggi è un vero e proprio “teorema giudiziario”, in cui si ipotizza che le attività di soccorso e salvataggio siano preordinate allo scopo di lucro. La “macchinazione” ipotizzata è talmente surreale da rendere evidente quale sia il primo e vero obiettivo di questa operazione: creare quella “macchina del fango” che tante volte abbiamo visto in azione nel nostro paese, dal caso di Mimmo Lucano alle inchieste di questi giorni contro chi pratica la solidarietà ai migranti che attraversano la rotta balcanica, e sparare ad alzo zero contro chi come noi non si rassegna al fatto che da inizio gennaio ad oggi siano già centinaia le donne, uomini e bambini lasciati morire nel Mediterraneo, e si contino già a migliaia i catturati in mare e deportati nei campi di concentramento libici, finanziati con i soldi dell’Unione Europea e dell’Italia. Le perquisizioni cercano “prove” perché in realtà l’accusa, nonostante migliaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, si fonda solo su congetture che si scioglieranno presto come neve al sole.

La vicenda in esame riguarda il soccorso prestato ai 27 naufraghi della Maersk Etienne che da 38 giorni erano abbandonati in mezzo al mare tra Malta e Lampedusa, a bordo della portacontainer che li aveva tratti in salvo. Fu definito la “vergogna d’Europa” quel disumano abbandono, il più lungo stand – off che si ricordi per dei naufraghi che in teoria, secondo ciò che impongono le Convenzioni Internazionali, avrebbero dovuto raggiungere “tempestivamente” un porto sicuro. Idra social shipping non ha mai fatto nulla di illegale e lo dimostrerà presto nelle sedi competenti. E Mediterranea non si fermerà a causa di questo attacco, triste e prevedibile, e continuerà ad essere in mare, lì dove i crimini che vengono commessi e sono quelli di strage, tortura, stupri, sevizie.

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Processo alla solidarietà

Solo pochi giorni fa firmavamo come Mediterranea questo articolo sulla criminalizzazione della solidarietà. Non potevamo sapere che lo stesso giorno saremmo venuti a sapere di un altro gravissimo episodio che ha riguardato l’associazione Linea d’ombra di Trieste che presta assistenza ai migranti alla frontiera con la Slovenia.
https://www.lineadombra.org/2021/02/23/lorena-e-gian-andrea-sotto-accusa-per-reato-di-solidarieta/
Alla luce di questo assurdo atto ci sembra opportuno riproporre questa riflessione.

Quando Abramo (nome di fantasia) riceve la richiesta di aiuto da due giovani donne in fuga sta lavorando nei campi come raccoglitore di angurie, in un paese a lui straniero, dove da poco ha trovato a sua volta rifugio e dove si guadagna da vivere per una paga irrisoria e «al nero». La scena non risale alle rivolte contro la schiavitù di un secolo e mezzo fa, ma è tratta dalle intercettazioni dell’inchiesta «Agaish» (ospiti in lingua tigrina), sulla base della quale il 23 febbraio si aprirà a Roma il processo in Corte di Appello per 4 imputati eritrei, tutti rifugiati politici, condannati in primo grado per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

PER AVER RISPOSTO a quella richiesta di aiuto, acquistando a proprie spese i biglietti che hanno consentito alle donne di raggiungere il Nord d’Italia, Abramo ha già scontato oltre 18 mesi di carcere e affrontato un processo in cui il pubblico ministero aveva chiesto in primo grado 14 anni di reclusione.

A evocare la schiavitù non sono tanto le immagini della piantagione, dell’asservimento della manodopera allo sfruttamento estremo di un nascente capitalismo predatorio e estrattivo, delle donne in fuga da un regime, quanto la circostanza che rendere illegale la fuga e trattare da criminale chi la rendeva possibile fosse essenziale a perpetuare il sistema schiavistico.

È lo stesso filo rosso che collega il processo che si aprirà a Roma il 23 febbraio, quelli che vedono coinvolte le Ong per i salvataggi in mare e la disobbedienza di Carola Rackete contro le leggi mortifere del controllo dei confini: ora come allora, colpire la solidarietà è funzionale a dissuadere la fuga, a disperdere la reti di relazioni che rendono possibile la libertà di movimento attraverso i confini, anche quando questa è volta a salvarsi e a salvare vite. Nel processo di primo grado, le imputazioni per il reato associativo che collegavano la presunta cellula romana al trafficante di uomini Mered Medhaine sono cadute di fronte alle contestazioni puntuali di un collegio difensivo composto da tutte avvocate.

D’altro canto, non senza clamore mediatico, l’uomo incarcerato a Palermo come Mered Medhaine era stato oggetto di uno scambio di persona e liberato senza troppe scuse dopo una lunga carcerazione. Ciononostante, non sono caduti i processi satellite che avevano preso avvio dall’inchiesta e, anzi, altri ne sono scaturiti negli anni.

NELL’IMPIANTO ACCUSATORIO, il traffico di esseri umani è configurato come una sorta di impresa logistica che consente, seguendo un’unica trama, la mobilità dei migranti dal Corno d’Africa al Nord d’Europa; ogni nodo è collegato, non da rapporti materiali, ma dalla calotta interpretativa del reato associativo, senza distinzione tra chi gestisce i lager libici e chi offre ospitalità o aiuto.

È una distinzione che, però, sanno fare bene i migranti, come ha mostrato il processo di primo grado contro i rifugiati eritrei, dove le presunte persone offese dal reato, a loro volta riconosciute come rifugiati, hanno testimoniato a favore degli imputati che li avevano aiutati nel viaggio. Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, lo stesso che è contestato tra gli altri capidi imputazione a Carola Rackete, così come ai capitani e capi missione delle Ong che effettuano salvataggi in mare, è una bestia a più corna. Il traffico (smuggling, in inglese) è perseguibile anche in assenza dello scopo di lucro, richiesto però, nella misura dell’ingiusto vantaggio, per il favoreggiamento della permanenza sul territorio.

MENTRE L’IMPUTAZIONE di «scafisti» per chi effettua i soccorsi in mare può essere fatta cadere grazie alle scriminanti dell’adempimento di un dovere e dello stato di necessità, per il favoreggiamento della permanenza sul territorio opera una clausola di salvaguardia umanitaria che raramente viene riconosciuta a favore degli stranieri che prestano soccorso ai connazionali, evidentemente assegnati a un universo morale in cui la solidarietà è esclusa sulla base dell’appartenenza razziale.

Le indagini e il processo che hanno portato alle condanne in primo grado dei quattro eritrei romani non hanno accertato alcun vantaggio economico nell’aiuto prestato ai connazionali, ma hanno comunque configurato le condotte come «altri atti» volti a favorire l’attraversamento illegale dei confini interni all’Europa. Ancora una volta, aiutare qualcuno ad acquistare un biglietto ferroviario o offrirgli da dormire è, insomma, considerato il nodo di una rete logistica che in quanto tale va smantellata.

Le modifiche ai decreti Salvini del governo Conte bis hanno ridotto le sanzioni pecuniarie per lo Ong, ma non hanno modificato il quadro penale su cui si basano i processi.

Rispetto al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il Tribunale di Bologna ha recentemente sollevato un’eccezione di legittimità costituzionale, contestando le pene sproporzionate previste dalla fattispecie aggravata dell’utilizzo di documenti falsi.

LA PAROLA SUGLI ASPETTI TECNICI del reato spetta ora alla Corte Costituzionale, e si vedrà se dimostrerà la stessa apertura che, nel 2018, ha mostrato il Consiglio Costituzionale francese nella pronuncia scaturita dal celebre caso di Cedric Herrou, scriminando i comportamenti di solidarietà e riconoscendo a ciascuno la libertà di portare aiuto agli altri. Si tratta, nondimeno, di una battaglia che non può essere lasciata solo alle aule dei tribunali, ai collegi difensivi dei casi celebri o alle avvocate che, con meno clamore, a Roma come a Palermo, difendono chi si ritrova imputato per aver guidato il gommone in cambio di uno sconto sul prezzo della fuga o, ancora più spesso, per la stessa contropartita si presta a denunciarsi come scafista. Proprio come contro la schiavitù, quella da combattere è una battaglia per l’abolizionismo.

NON QUELLO ASTRATTO delle frontiere, ma quello concreto dei dispositivi repressivi che impediscono la libertà di movimento e la fuga attraverso le frontiere. Quello contro gli apparati di controllo che hanno trasformato i confini in siti di morte, così come contro le fattispecie penali che criminalizzano la solidarietà.

Alla chiamata per combatterla, negli ultimi due anni, le Ong del soccorso in mare hanno risposto radicalizzando la loro azione politica, senza farsi intimidire dalla retorica che le voleva affiancare ai trafficanti e, anzi, decostruendola anche grazie agli atti di disobbedienza.

Proprio il coraggio di questa rivendicazione radicale ha trovato sostegno in tante e tanti attivisti e nella società. Lo stesso sostegno è necessario per decostruire la retorica dei trafficanti che, dietro l’alibi di una stessa fattispecie penale, non distingue tra chi sfrutta e approfitta e chi presta sostegno e aiuto nella fuga.

DURANTE IL PROCESSO di primo grado, la solidarietà che è stata costruita attorno alla comunità eritrea romana di Ponte Mamolo, portata da associazioni locali, da studenti e da qualche attivista, ha trovato spazio solo sulle pagine del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung. A rilanciarla assieme a noi è oggi Mediterranea nell’ambito della rete transnazionale del soccorso in mare. È la stessa “flotta civile” che ha costruito una campagna di solidarietà attorno ai giovani naufraghi accusati a Malta di aver dirottato il mercantile El Hiblu per impedire che riportasse in Libia oltre 100 migranti soccorsi in mare.

Fare nostra la richiesta di giustizia per gli eritrei del processo romano è fondamentale per riconoscere che quella per il salvataggio in mare e quella contro la criminalizzazione della solidarietà dei migranti sono parte di una stessa battaglia per la libertà.

Enrica Rigo e Carlo Caprioglio, Clinica Legale Immigrazione Università Roma TRE*
Lucia Gennari, Mediterranea Saving Humans

*Durante il processo di primo grado le studentesse e gli studenti della Clinica Legale hanno discusso le tesi difensive con le avvocate e hanno portato la loro solidarietà concreta assistendo alle udienze.

Una versione di questo articolo è apparsa su Il Manifesto del 23/02/2021

https://ilmanifesto.it/processo-alla-solidarieta/

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MEDReport 8 – 14 febbraio 2021 – Soccorsi, respingimenti e naufragi.

di Eleana Elefante

L’ultima settimana nel mediterraneo centrale.

Resta parecchio tesa la situazione nel Mediterraneo centrale. Dall’inizio dell’anno, 2274 persone sono state intercettate e respinte nei centri di detenzione in Libia dalla sedicente “Guardia Costiera” libica. Anche durante il corso di questa ultima gelida settimana, sono stati diversi i respingimenti, i naufragi, gli arrivi autonomi e, purtroppo, anche i dispersi registrati.

È infatti di ieri la triste conferma che, una imbarcazione con a bordo 48 persone,  partita nella notte di venerdì 12 febbraio dal porto di Sfax, si è capovolta. Ad intervenire in soccorso, è stata la Marina Militare tunisina che, è riuscita a mettere in salvo 25 persone, fra cui 6 donne, in condizioni meteo-marine talmente proibitive da aver dovuto interrompere le operazioni di soccorso più volte. E’ stato anche recuperato il corpo senza vita di un uomo, mentre non si hanno più tracce degli altri 22 migranti, scomparsi fra le onde e le forti correnti.

Una buona notizia di queste ore è che è stato finalmente assegnato un Porto sicuro (POS) alle 146 persone salvate, in due distinte operazioni dalla Astral di Open Arms (40 il 12 febbraio e 106 il 13 febbraio). Fra loro molte donne e bambini. I naufraghi verranno fatti sbarcare a Porto Empedocle per espletare le procedure di quarantena previste dal protocollo Covid-19.

Una breve nota va qui spesa per riportare un’ episodio che attesta quanto ostile e grevemente minatorio sia l’atteggiamento della cosiddetta Guardia Costiera libica che, il 12 febbraio, ha tentato di impedire l’ intervento della ONG spagnola, nel mentre tentava di rintracciare l’imbarcazione con a bordo i 40 naufraghi, fra cui una donna con un bambino di soli 3 mesi e 3 minori non accompagnati.

La Astral, seguendo la geo-localizzazione indicata dal velivolo Seabird di Sea Watch International che, aveva segnalato il natante a 7 miglia nautiche da Zuwara, è stata fatta arretrare dalla motovedetta “Fezzan P658” della cosiddetta Guardia Costiera libica con l’accusa di aver “violato intenzionalmente le acque nazionali libiche e di svolgere attività di sorveglianza clandestina delle imbarcazioni migranti”.  Coraggiosamente, l’equipaggio della Open Arms è riuscita, nonostante tutto, a mettere in salvo i naufraghi che stavano copiosamente imbarcando acqua.

La stessa motovedetta, durante un’operazione nella notte del 12 febbraio, ha intercettato e respinto a Tripoli altri 90 migranti. L’11 febbraio ne ha intercettato e respinto altri 209 fra cui 25 donne e 13 minori. Nel mentre sulla costa di Garabulli un corpo senza vita veniva restituito dal mare.

È facile dunque sospettare che sono molte le imbarcazioni presenti e non ancora segnalate nel Mediterraneo centrale. Il meteo avverso, in queste ore, ha spinto sulla riva di Zuwara un altro gommone con a bordo un gruppo di migranti non ancora identificati.

I flussi migratori proseguono anche sulle nostre coste. Il 12 febbraio si sono contati due sbarchi autonomi a Lampedusa provenienti dalla Tunisia. In totale 99 migranti. Il primo di una imbarcazione con a bordo 53 persone (tra loro 5 donne e 4 minori); il secondo di una imbarcazione con a bordo 46 persone (tra loro 15 donne e 4 minori).

Anche questa ultima settimana si conclude con un considerevole numero di respingimenti per procura, di omissioni di soccorso da parte delle Autorità e dei  Governi europei e di sbarchi autonomi. L’Europa, l’Italia, ma anche gran parte della pubblica informazione nazionale, tace sul tema anziché intervenire per denunciare, per tutelare vite e diritti e per  assicurare soccorso e cure in ottemperanza di quanto previsto dal diritto internazionale e dalla nostra stessa Costituzione.

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Adesso dormite: storia di un respingimento italiano in Libia

Intervista a Sarita Fratini, scrittrice attivista

«Vi portiamo in Italia. Adesso dormite». Sulla nave Asso Ventinove ci sono quasi 300 migranti (276 secondo i libici, 262 secondo gli italiani). Non si risveglieranno in Italia, ma in Libia. Tra di loro ci sono 29 donne, almeno una incinta e 54 minorenni.

Nel diario di bordo della nave e nella relazione del comandante Corrado Pagani è scritto tutto nero su bianco. «In quelle carte è descritto ciò che è successo dal momento in cui è stata coinvolta l’Asso Ventinove», spiega Sarita Fratini, scrittrice attivista, «senza congiunzione perché le due cose sono strettamente connesse», dice lei. Cercando le vittime del respingimento avvenuto il 30 luglio del 2018 sulla nave Asso Ventotto, Sarita ha scoperto che le autorità italiane avevano coordinato e organizzato un altro pushback: sulla Asso Ventinove, questa volta, di proprietà della compagnia Augusta Offshore. Più di 200 persone, provenienti da 16 paesi diversi, diventati prigionieri nei centri di detenzioni libici. Adesso cinque di loro, grazie all’aiuto di Asgi, Amnesty International Italia e di Sarita, hanno intentato una causa civile contro il Consiglio dei ministri, il comandante dell’Asso Ventinove e la compagnia Augusta Offshore.

La scoperta – Mentre racconta la storia di queste 276 persone, Sarita utilizza più volte il termine «deportare». «Queste persone non sono state respinte, sono state deportate», dice. Utilizzare i termini giusti è importante. Sarita ha scoperto questo respingimento, l’ennesimo probabilmente, quasi due anni fa parlando con un ragazzino detenuto nel lager di Zintan. Lo chiama Ato Solomon per proteggere la sua identità. «Gli avevo chiesto se sapesse qualcosa di un gruppo di persone arrivate in Libia su una nave italiana, in quel momento stavo ancora cercando le vittime della Asso Ventotto. Ato mi ha detto che lui era una di quelle persone. Le date però non coincidevano: lui mi ha raccontato di essere arrivato a Tarek al Matar il 2 luglio e di essere stato trasferito dopo un po’ a Zintan. Il respingimento della Asso Ventotto era accaduto il 30 luglio. Qualcosa non tornava», racconta Sarita.

Le ricerche – A Zintan c’erano molte persone che erano state deportate insieme ad Ato quella notte. Sarita le intervista. Inizia a ricostruire quello che è successo. Capisce di aver a che fare con un’altra deportazione. «Mi andai a spulciare tutti i report sulle catture in mare che la Marina libica pubblicava su Facebook, era segnalato anche questo respingimento. Parlavano di 276 persone, il report raccontava quello che io ero venuta a sapere». Continua a cercare, rintraccia le altre persone deportate quella notte. C’era anche una donna incinta: Dahia. Trascorrono i mesi, Sarita si scrive su whatsapp con Ato che ormai la chiama «Sister». Contatta Asgi, gli avvocati decidono di aiutarla, ma per aprire un procedimento civile i migranti devono scappare dalla Libia: lì è impossibile prendere le procure legali dei rifugiati.

Sarita non demorde. Il 13 maggio del 2019 decide di fondare un collettivo per dare voce e giustizia alle vittime della Asso Ventinove. Il collettivo si chiama “Josi e Loni project”, dal nome di due deportati: Josi è uno degli amici di Ato, morto sul pavimento del lager di Zintan; Loni è il figlio di Dahia, nato sul pavimento di un altro centro di detenzione libico, Triq al Sikka.

Per ricostruire quello che è accaduto nella notte tra il 1 e il 2 luglio del 2018, Sarita insieme agli avvocati di Asgi ha chiesto più volte l’accesso agli atti del ministero dei Trasporti. «Sia durante il Conte 1 sia durante il Conte 2 ci è stato negato. Parlano di segreto militare. Ma perché dovrebbe esserci un segreto militare su eventi di questo tipo?», si chiede Sarita. Ancora oggi quegli atti non sono stati resi pubblici. Tuttavia, nonostante gli ostacoli posti dal governo italiano, Sarita è riuscita a conoscere una parte della verità.

Il diario di bordo – Le responsabilità delle forze dell’ordine italiane sono emerse quando cinque sopravvissuti, tra cui Ato, Dahia e il suo bambino, sono riusciti a fuggire dalla Libia. Racconta Sarita: «A quel punto abbiamo intentato la causa civile e improvvisamente la compagnia Augusta Offshore ha tirato fuori delle carte: il diario di bordo della nave e la relazione del comandante Corrado Pagani, in cui è riscostruita la dinamica del respingimento». A dare gli ordini alla Asso Ventinove è stata la Marina italiana.

Grazie ai documenti ottenuti dalla Augusta Offshore, alle ricostruzioni dei testimoni e ai tracciati di navigazione della Asso Ventinove, Sarita ora può raccontare cosa hanno dovuto sopportare Ato e Dahia quella notte. «Non sappiamo ancora cosa sia successo prima dell’arrivo della Asso Ventinove, ma gli avvenimenti successivi sono noti». Alle 22.10 l’Asso Ventinove, in servizio alla piattaforma della Melitah Oli and Gas (una partecipata dell’Eni), riceve l’ordine della Marina militare italiana a Tripoli di soccorrere la motovedetta Zwara, che alle 19 aveva recuperato 276 naufraghi in fuga. Erano su tre gommoni, uno stava affondando. «All’una di notte l’Asso Ventinove raggiunge la motovedetta Zwara, ma trova lì fermo il cacciatorpediniere lanciamissili della Marina militare italiana “Caio Dullio”. Da quel momento saranno loro a dare istruzioni alla Asso Ventinove», racconta Sarita.  I naufraghi vengono trasferiti dalla motovedetta Zwara alla Asso Ventinove. «Le donne parlano con l’equipaggio italiano, gli dicono di essere eritree e di voler chiedere asilo in Italia. Gli rispondono che le avrebbero portate lì». Come ormai sappiamo, non è andata così. Arrivati a Tripoli, i naufraghi sono stati smistati in diversi centri. Alcuni sono morti.

La causa civile – I compagni che sono riusciti a fuggire e che ora accusano il governo italiano stanno lottando anche per loro. Sarita spera che chi è ancora intrappolato nel lager libico venga liberato. È un diritto, non un favore che qualcuno deve concedergli. «In quei campi non ti danno da mangiare per due o tre giorni. Quelle persone sono state deportate contro la propria volontà», ripete Sarita. Insieme agli avvocati di Asgi Luca Saltalamacchia e Giulia Crescini, venerdì ha tenuto una conferenza stampa per raccontare (denunciare) quello che è accaduto la notte tra il 1 e il 2 luglio del 2018, e per spiegare i fondamenti delle accuse alle autorità italiane. I cinque cittadini eritrei che hanno avviato il procedimento civile hanno ricevuto il riconoscimento della protezione internazionale. Diritto che gli era stato negato con il respingimento. Secondo gli avvocati, non avendo valutato i rischi connessi al rimpatrio, le autorità italiane hanno violato il divieto di respingimento collettivo previsto dalla Convenzione europea per i diritti umani e dal Testo unico sull’immigrazione.

Su questi due anni di ricerche Sarita ha scritto un libro, intitolato «Adesso dormite». Scrive Sarita a pagina 23: «Sul mio telefono, assieme ad immagini della mia famiglia, conservo la foto di Yosef Tesfamariem Kedane, detto Josi, deportato in un lager della Libia dalla nave italiana Asso, di proprietà della Augusta Offshore, e morto dopo la deportazione. Mi aiuta a ricordare perché faccio ciò che faccio».

 

 

 

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MEDReport 03 – 07 febbraio 2021 – Soccorsi, respingimenti e naufragi.

di Eleana Elefante

L’ultima settimana nel mediterraneo centrale.

 

Secondo il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, dall’inizio dell’anno all’8 di febbraio, sono 1758 i migranti sopraggiunti sulle nostre coste dal Nord Africa. Nei giorni fra il 3 e il 7 febbraio, però, si sono registrati molti più casi, stimabili in circa 2991 persone partite dalle coste libiche, fra cui 1956 respinte, 543 salvate in diverse operazioni dalla Ocean Viking di SOS Mediterranee e da Astral di Open Arms e 492 arrivate autonomamente a Lampedusa. Il tutto, in concomitanza della scadenza del quadriennale accordo Italia-Libia (2 febbraio 2017/2 febbraio 2021).

 

 

Nella prima settimana di Febbraio, sono stati molteplici i soccorsi e gli arrivi autonomi sulle nostre coste, con diverse segnalazioni di naufragi e di dispersi, nonché di sciagurate intercettazioni e respingimenti ad opera della cosiddetta “Guardia Costiera” libica.

Nel mentre è in corso il trasferimento al Porto di Augusta di 422 naufraghi soccorsi dalla Ocean Viking di SOS Mediterranee, proviamo a tracciare il bilancio di ciò che è dato sapere sugli ultimi avvenimenti del Mediterraneo centrale, caratterizzati da un elevato numero di migranti partiti dalla Libia e dalla Tunisia.

Di seguito la ricostruzione cronologica di quanto si è potuto accertare:

3/02/2021

  • La “Guardia Costiera” libica (PB P-300), intercetta e riporta a Tripoli 179 persone in due separate operazioni. Fra loro 14 donne e 5 minori;
  • La “Guardia Costiera” libica (Ship Fezzan), intercetta e riporta a Tripoli 148 persone in due separate operazioni. Fra loro 4 donne e un minore. Nazionalità: Egitto 48, Marocco 37, Etiopia 16, Bangladesh 15, Sudan 13, Eritrea 5, Algeria 5, Nigeria 4, Tunisia 3, Ghana 2.

 

4/02/2021

  • La “Guardia Costiera” libica (Ship Ubari), intercetta e riporta a Tripoli 118 persone. Fra loro 14 donne e 8 minori. Nazionalità: Mali 73, Guinea 26, Nigeria 6, Gambia 4, Liberia 3, Costa d’Avorio 2, Sudan 2, Senegal 1, Sierra Leone 1;

 

  • La “Guardia Costiera” libica (Ship Fezzan), intercetta e riporta a Tripoli 257 persone. Fra loro 29 donne e 14 minori. Nazionalità: Benin 12, Burkina Faso 7, Camerun 15, Chad 1, Gambia 11, Ghana 19, Guinea 56, Guinea Bissau 2, Costa d’Avorio 69, Liberia 2, Mali 27, Nigeria 18, Senegal 11, Sierra Leone 7;

 

  • In due operazioni di soccorso la Ocean Viking salverà 237 persone (121+116);
  • Nel mentre a Lampedusa si verificheranno tre sbarchi autonomi per un totale di 289 persone (99+48+142).

 

5/02/2021

  • In altre due distinte operazioni la Ocean Viking salverà altre 187 persone (71+116);
  • In altre due distinte operazioni la Astral salverà altre 119 persone (45+74);
  • La “Guardia Costiera” libica (PB P-300), intercetta e riporta a Tripoli 49 persone. Fra loro 2 corpi e 3 dispersi secondo quanto testimoniato dai sopravvissuti;
  • La “Guardia Costiera” libica (PB P-107), intercetta e riporta a Tripoli 30 persone;
  • La “Guardia Costiera” libica (ship Fezzan) intercetta e riporta a Tripoli 271 persone in diverse operazioni di salvataggio. Fra loro 31 donne e 12 minori.
  • La “Guardia Costiera” libica (ship Ubari), intercetta e riporta a Tripoli 108 persone. Fra loro 21 minori e 6 bambini. Non ci sono segnalazioni di vittime o dispersi. Nazionalità: Bangladesh 6, Benin 11, Burkina Fasu 1, Cameroon 21, Central Africa 3, Chad 6, Congo 2, Egitto 1, Gambia 5, Guinea 29, Costa d’Avorio 15, Liberia 1, Mali 63, Nigeria 28, Senegal 4, Sierra Leone 5, Somalia 12, Sudan 150, Tanzania 1.

 

6/02/2021

  • La “Guardia Costiera” libica (PB P-300), in due operazioni intercetta e riporta a Tripoli 208 persone (14 donne e 3 minori). Non ci sono segnalazioni di vittime o dispersi. Nazionalità: Sudan 48,, Senegal 49, Guinea 22, Mali 37, Costa d’Avorio 10,Marocco 8, Ghana7, Guinea Bissau 6, Burkina Faso 5, Sierra Leone 2, Somalia 2, Africa Centrale 2, Chad 1;
  • La “Guardia Costiera” libica (ship Fezzan), intercetta e riporta a Tripoli 94 persone. Fra loro 12 donne e 4 minori. Nazionalità: Nigeria 82, Ghana 5, Sierra Leone 2, Sudan 1, Cameron 1, Kenya 1, Liberia 1;
  • Nel mentre si verificano 2 sbarchi autonomi a Lampedusa (64+139) per un totale di 203 persone.

 

7/02/2021

  • La “Guardia Costiera” libica (ship Fezzan), intercetta e riporta a Tripoli 32 persone. Tra loro 3 famiglie libiche. Nazionalità: Libia 21, Egitto 9, Tunisia 2.

A questo triste bilancio, si dovranno poi aggiungere le centinaia di persone disperse, annegate e mai segnalate, di cui forse non conosceremo mai l’identità. Questo è il resoconto sterile e scoraggiante del fallimento delle politiche europee e delle scelte sbagliate del Governo italiano che, inevitabilmente, ricadono come macigni su persone, esseri umani dimenticati, usati ed abusati. A quattro anni dall’evidente fallimento dell’accordo Italia-Libia e a fronte di 785 milioni di euro stanziati per impedire gli arrivi sulle nostre coste, sono ancora migliaia le persone in fuga dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla fame e da indicibili torture. Persone che, senza dubbio, non hanno altra alternativa. Ed è unicamente a loro che dovremmo pensare prima di istituire prossime-future alleanze.

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CommemorAzione 9 Febbraio 2021: in solidarietà con le famiglie delle 91 persone scomparse in mare!

Comunicato di Alarm PhoneAderiamo all’iniziativa CommemorActioninfo qui

Un anno fa, il 9 febbraio 2020, alle 4.09 del mattino, Alarm Phone è stato chiamato da un gruppo di 91 persone in pericolo su un gommone al largo di Garabulli, in Libia, che si stava sgonfiando. Erano nel panico, ma sono riusciti a comunicare chiaramente le loro coordinate GPS, che Alarm Phone ha immediatamente inoltrato alle autorità maltesi e italiane, come anche alla cosiddetta guardia costiera libica. 

Alle 5.35 CET, le persone in pericolo hanno chiamato Alarm Phone per l’ultima volta. Da quel momento è stato perso ogni contatto con la barca.

La cosiddetta guardia costiera libica, finanziata e addestrata dalle autorità italiane ed europee in uno sforzo per delegare il controllo e la violenza alle frontiere, ha detto ad Alarm Phone di non avere alcuna intenzione di cercare e/o soccorrere le 91 persone in pericolo perché i loro “centri di detenzione erano pieni”.

Lo stesso giorno, un’altra barca è stata soccorsa a Malta, e molti speravano che fosse quella che aveva allertato Alarm Phone. Purtroppo, si è poi capito che si trattava di un’altra imbarcazione: un gommone bianco invece che nero, con 82 invece che 91 persone a bordo.

A causa del silenzio delle autorità riguardo la sorte del gommone nero, come riguardo a quella della maggior parte delle barche in difficoltà nel Mediterraneo centrale, Alarm Phone, così come gli amici e le famiglie delle persone in pericolo, deve spesso basarsi su informazioni frammentarie e cercare di collegare dettagli cruciali, ma minimi, per capire cosa sia successo alle persone in pericolo. 

Nei giorni successivi, è diventato chiaro che le 91 persone erano scomparse. Non c’era traccia di loro sulla terraferma, ma niente indicava che fossero ancora in mare.

Un mese dopo, abbiamo scritto una lettera aperta alle autorità chiedendo cosa fosse successo quel giorno e cosa avessero fatto per cercare e per soccorrere le 91 persone in difficoltà. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

Solo dieci mesi dopo, a dicembre 2020, quando abbiamo inviato un’altra richiesta alle autorità, Frontex ci ha risposto – una risposta anomala, che sembra risultare dalla pressione esercitata  delle investigazioni sulla sua partecipazione di Frontex ai respingimenti.

La foto condivisa da Frontex, scattata il 9 febbraio 2020, mostra un gommone nero sgonfio in una posizione vicina a quella riportata dalle 91 persone in pericolo. Nella foto però, non appaiono resti di persone.

Durante tutto l’anno scorso, le famiglie e gli amici delle 91 persone che erano a bordo dell’imbarcazione hanno contattato Alarm Phone e le autorità europee in cerca dei loro cari, ma nessuno ha potuto dar loro alcuna risposta.

Grazie allo sforzo collettivo e all’auto-organizzazione delle famiglie, soprattutto in Darfur, è stata creata la lista delle persone scomparse: 62 nomi e numerose foto che danno un nome, un volto e un sorriso molti di coloro che le autorità europee hanno deciso di lasciar scomparire in mare il 9 febbraio 2020.  

In assenza di corpi su cui piangere e di risposte sugli eventi, le famiglie rimangono in un limbo, senza certezza circa la sorte dei loro cari, ed è per loro impossibile andare avanti.

Le 91 persone scomparse il 9 febbraio non risultano nelle statistiche ufficiali, che contano solo i naufragi confermati dai superstiti. In assenza di testimoni, centinaia di persone scompaiono in questi naufragi invisibili.

Rifiutiamo la logica di ridurre le vite delle persone nere e migranti, e le loro morti a numeri e statistiche. Questa disumanizzazione razzista non rende conto della perdita di Abdul, di Aboubacar, di Adnan, di Afdel. Non rende conto del dolore inflitto alle loro madri, alle loro sorelle, ai loro amici. Non rende conto della violenza suprematista bianca, con la sua azione e con la sua inazione, storica e quanto più attuale, che continua ad assassinare le persone nere e migranti o le lascia morire in mare.

Il silenzio e la invisibilizzazione però negano a intere comunità il diritto di sapere cosa è successo alle persone scomparse. Nega a intere comunità il diritto di seppellire i loro cari, di commemorarli e di portare a termine dolorose ricerche.

Nonostante la violenza di questi silenzi istituzionali, intere comunità si rifiutano di essere messe a tacere e si mobilitano invece per chiedere risposte. Oggi, le famiglie e gli amici delle 91 persone scomparse si riuniscono ad Al Fasher, in Darfur, per commemorare i loro cari e per protestare contro la invisibilizzazione della scomparsa dei loro cari.

In solidarietà con loro, e in solidarietà con gli amici e le famiglie di tutte le persone scomparse o uccise dal violento regime delle frontiere europee, oggi ci riuniamo in diverse città per chiedere risposte. 

Insieme a loro, pronunciamo i loro nomi ad alta voce, per ricordare all’Europa che le vite delle persone nere contano, che non dimenticheremo, e che continueremo a lottare contro questo regime razzista di frontiera.

Insieme a loro, chiediamo la fine immediata di queste violenze e violazioni, dell’uccisione di persone migranti e della loro scomparsa.

Oggi e ogni giorno lottiamo contro le politiche razziste delle istituzioni Europee, e lottiamo per la libertà di movimento per tutti.

Basta morti in mare, adesso!