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Tragedia sulla Moby Zazà: prima vittima delle insensate navi quarantena: ennesima misura del Governo italiano che trasforma la risposta al COVID-19 in uno strumento per sabotare il soccorso.

Comunicato congiunto di Mediterranea Saving Humans, Sea Watch, Proactiva Open Arms e Medici Senza Frontiere.

La notte fra il 19 e il 20 maggio un uomo è morto annegato a poche miglia dalla costa italiana. Era stato soccorso in mare e avrebbe potuto essere accolto a terra. Invece, insieme ad altri 120 esseri umani, si trovava a bordo del traghetto Moby Zazà, fermo davanti a Porto Empedocle, dal quale si è gettato in acqua.

È questa la prima vittima di una delle misure illogiche intraprese dal governo italiano che si sono tramutate in strumenti inutili e lesivi dei diritti delle persone soccorse. Il decreto che dispone l’utilizzo di navi private messe a disposizione dal governo per espletare l’obbligo di quarantena è diretta conseguenza di quello del 7 aprile scorso, con il quale l’Italia ha dichiarato non sicuri i suoi porti.

Abbiamo inoltre già sottoposto le nostre perplessità sul dispositivo delle navi quarantena alle autorità competenti, chiedendo di sapere su quali basi giuridiche si fondi il procrastinato sbarco dei naufraghi che potrebbero espletare le misure di quarantena a terra. Anche prima di questo tragico episodio, altre recenti incongruenze e prove di forza inaccettabili sulla pelle delle persone soccorse hanno messo in evidenza l’inadeguatezza delle misure adottate dal governo in tema di soccorso in mare durante l’emergenza Covid-19.

Il 9 maggio scorso, per esempio, la nave cargo Marina, battente bandiera di Antigua e Barbuda, ha finalmente potuto far sbarcare a Porto Empedocle i 78 naufraghi che aveva soccorso una settimana prima nella zona SAR maltese, in prossimità di Lampedusa. Il governo non ha ritenuto necessario ricorrere all’utilizzo di “navi quarantena” e i naufraghi sono stati accolti a terra, mentre l’equipaggio, ripartito subito dopo le operazioni di sbarco, non è stato sottoposto alla misura di quarantena né a controlli che avrebbero costretto la nave a ulteriori ritardi.

Non possiamo fare a meno di notare come la gestione di questo caso presenti delle evidenti difformità e contraddizioni rispetto al trattamento riservato dal governo italiano alle navi umanitarie. Le navi Alan Kurdi e Aita Mari, delle ONG sea-eye e Salvamento Marítimo Humanitario, sono sottoposte a fermo amministrativo, mentre il Mediterraneo è privo di assetti navali umanitari in un periodo in cui, come abbiamo constatato, gli stati europei vengono costantemente meno al loro dovere di garantire i soccorsi in mare. Non contestiamo il diritto delle autorità a effettuare controlli, ma se questi fossero motivati, come dichiarato, da una preoccupazione per la sicurezza delle persone accolte a bordo, il governo dovrebbe sopperire con i propri assetti navali all’assenza di mezzi di ricerca e soccorso in mare provocata dai fermi amministrativi.

Il provvedimento di fermo appare particolarmente ingiusto, dal momento che le due navi umanitarie hanno effettuato soccorsi in giorni in cui nessun’altra imbarcazione era intervenuta per soccorrere le oltre 200 persone in pericolo avvistate dagli assetti Frontex.

Le ONG di ricerca e soccorso hanno cercato sempre di operare in coordinamento con gli Stati di bandiera e tutte le autorità marittime competenti, dell’Italia così come degli altri stati costieri interessati.

Abbiamo sempre richiamato la necessità di un maggiore impegno da parte degli stati europei per la costituzione di un sistema strutturato di ricerca e soccorso che veda impegnati assetti governativi oltre che umanitari.

Abbiamo ribadito la necessità di un’equa redistribuzione delle persone soccorse su tutto il territorio europeo, compatibilmente con la garanzia dei loro diritti fondamentali, e una maggiore assunzione di responsabilità da parte di tutta l’Unione europea.

Chiediamo pertanto che, nell’interesse di tutti, a cominciare dalla salvaguardia delle persone che rischiano la vita in mare per fuggire dalla Libia, il governo italiano abbandoni questo atteggiamento vessatorio nei confronti delle ONG e non ostacoli le attività di ricerca e soccorso delle navi umanitarie senza garantire, in alternativa, un intervento con assetti propri e dei partner europei.

L’emergenza sanitaria che ha travolto il mondo non può essere l’ennesima scusa per giustificare pratiche di non assistenza in mare. La vita e la dignità delle persone devono tornare a essere la priorità.

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Sabotaggi, Ritardi e Non Assistenza: Un altro giorno nella zona SAR di Malta – Alarm Phone

3 Maggio 2020

Ricostruzione di Alarm Phone del caso di emergenza durante il quale un’imbarcazione con 66 persone a bordo sembra essere stata sabotata dalle Forze Armate maltesi (8-10 Aprile 2020)

A seguito di un’inchiesta sui i membri delle Forze Armate Maltesi (FAM) per sabotaggio del motore di un’imbarcazione in situazione di emergenza nella zona Search and Rescue (SAR) maltese, questo report di AlarmPhone ha lo scopo di fornire un rapporto dettagliato del caso di emergenza del quale siamo stati allertati nelle prime ore dell’8 Aprile 2020.  Presenteremo qui una sequenza di eventi che si sono svolti tra l’8 e il 10 aprile, con le trascrizioni di due chiamate, durante le quali, le 66 persone in situazione di emergenza ci hanno informato del sabotaggio del loro motore da parte delle FAM e che le stesse li stavano tenendo sotto osservazione, senza far nulla per soccorrerli. 

Nonostante fossero state informate di questa situazione di emergenza, via telefono e email, nonostante la ricezione delle coordinate GPS da parte di Alarm Phone, le FAM non hanno soccorso le 66 persone a mare per circa 40 ore.  Invece di soccorrere, hanno semplicemente tenuto sotto osservazione queste persone in stato di necessità tramite i propri mezzi aerei.  Tutto ciò ha prolungato in maniera inutile la sofferenza di queste persone, ponendo inoltre in pericolo le loro vite.  Le imbarcazioni instabili e cariche oltre capienza possono capovolgersi molto facilmente, e ogni ritardo nei soccorsi può causare vittime, come si è visto con le 12 morti avvenute solo pochi giorni dopo nella zona SAR maltese, nel contesto del respingimento illegale di 51 sopravvissuti alla guerra e alla tortura in Libia. 

In aggiunta alla mancanza di invio immediato di assistenza e soccorso agli individui in situazione di emergenza nella zona SAR maltese, va detto che le FAM hanno anche sabotato attivamente l’imbarcazione dei migranti.  Mentre le FAM hanno sostenuto, successivamente, che tagliare uno dei cavi del motore dell’imbarcazione fosse una procedura standard durante un’operazione SAR, le testimonianze delle persone in stato di emergenza, insieme al susseguirsi degli eventi, provano che non sia stato affatto così. Il primo compito di un soccorritore è quello di calmare le persone, dal momento che il panico a bordo può mettere in pericolo sia il soccorritore che i soccorsi.  Il fatto che le FAM abbiano minacciato, verbalmente e fisicamente, queste persone in una situazione di emergenza, fa pensare che il loro obiettivo non fosse quello di soccorrere l’imbarcazione. 

Mentre l’imbarcazione si trovava in stato di emergenza al largo delle sue coste, Malta ha chiuso i propri porti, dichiarandosi come porto non sicuro a causa dell’epidemia di Covid-19.  Paradossalmente e ipocritamente, la politica dei porti chiusi è stata usata come un modo per proteggere la salute e la sicurezza dei migranti. Secondo questa linea di ragionamento, ad essi sarebbe stato così risparmiato di mettere a rischio la propria vita, impedendogli di attraversare il Mediterraneo.  Questa giustificazione per la ‘salute pubblica’ non prende in considerazione non solo le condizioni di devastazione della Libia, una zona di guerra nella quale i migranti sono sistematicamente sottoposti a torture, abusi e detenzione indiscriminata, ma fa sì che essi siano anche sottoposti a ulteriori sofferenze e alla perdita della vita nella zona SAR maltese. 

In questo report, mostreremo in dettaglio i modi e la frequenza coi quali Alarm Phone ha cercato di mobilitare i soccorsi, allertando le autorità maltesi.  Alarm Phone ha cercato di raggiungere l’RCC di Malta 42 volte:  34 volte per telefono, ricevendo risposta solo 11 volte, la maggior parte delle quali senza ricevere alcuna informazione e otto volte via mail.   Inoltre, forniremo un resoconto dettagliato delle testimonianze delle persone in situazione di emergenza, che forniscono prove che contraddicono la narrativa dominante fornita dalle FAM riguardo agli eventi. 

Nonostante il tentativo di descrivere la situazione corrente come “eccezionale” e dovuta all’epidemia di Covid-19, giustificando così le drastiche misure di controllo delle frontiere che sono già costate varie vite, non è solo di recente che l’RCC di Malta e le FAM hanno seriamente messo in pericolo vite a mare.1Come mostreremo in un report successivo, le FAM hanno uno storico di pratiche di non-assistenza, soccorsi ritardati e operazioni di respingimento in mare, una seria violazione di diritti umani, delle leggi marittime e delle convenzioni internazionali sui rifugiati. 

Cronologia di un Caso di Emergenza – 08-10 Aprile 2020

8 Aprile 

Alle 03.00h CEST, Alarm Phone ha ricevuto una chiamata di soccorso da parte di 66 persone in acque internazionali (N 34°12’, E013°55’), vicino alla zona Search and Rescue maltese (SAR). Dopo questa chiamata, Alarm Phone ha perso il contatto con queste persone in stato di emergenza per le successive 14 ore.  Più volte, Alarm Phone ha contattato l’MRCC di Roma e l’RCC di Malta per allertarli della situazione di emergenza.  Mentre l’RCC di Roma ha preso nota delle informazioni, l’RCC di Malta non era raggiungibile su nessuno dei suoi tre numeri d’emergenza (+35621257267, +35621809279 e +35622494202).

Alle 05.32h, Alarm Phone ha informato l’RCC di Malta e l’MRCC di Roma con un’email, che non ha ricevuto risposta. Il primo contatto diretto con l’RCC di Malta ha avuto luogo alle 05.47h CEST, quando l’agente di turno ha dichiarato che l’imbarcazione si trovava in zona SAR libica.  Alarm Phone ha precisato che si era perso il contatto con le persone in situazione di emergenza e che nel frattempo l’imbarcazione poteva aver raggiunto la zona SAR maltese. 

Alle 11.42h, Alarm Phone è riuscita a contattare telefonicamente un ufficiale della sedicente guardia costiera libica (scLYCG), il Commodore Masoud Abdalsamad, che ha sostenuto che ci sarebbero volute due ore perché la guardia costiera libica si organizzasse per lanciare un’operazione, dovendosi dotare di equipaggiamento anti-Covid prima della partenza. 

Alle 13.07h, Alarm Phone ha mandato una seconda mail all’RCC di Malta, chiedendo aggiornamenti riguardo eventuali attività di soccorso – email che non ha ricevuto risposta.

Alle 13.17h, Alarm Phone ha contattato l’MRCC di Roma, che si è dichiarato non responsabile del salvataggio di questa imbarcazione in condizioni d’emergenza.

Alle 17.31h, le persone in condizione d’emergenza hanno richiamato Alarm Phone, fornendo coordinate GPS che dimostravano il loro posizionamento all’interno della zona SAR maltese (34°48’N, 013°27’E). Hanno dichiarato di essere in mare da quattro giorni, che stavano imbarcando acqua e che il loro motore stava iniziando a dare segni di avaria.  Hanno dichiarato, inoltre, di essere in una situazione di pericolo, chiedendo aiuto immediato.  Le persone in condizione di emergenza hanno anche informato Alarm Phone che un’imbarcazione maltese, la P51, si era avvicinata alla loro, intimandogli di lasciare le acque maltesi. 

Alle 18.17h, Alarm Phone ha informato l’RCC Malta via email riguardo all’urgenza della situazione, ritrasmettendo le coordinate GPS aggiornate della barca in situazione di emergenza. 

Alle 18.17h, Alarm Phone ha parlato per la terza volta con le persone  in situazione di emergenza.  Ancora una volta, queste hanno fatto richiesta di aiuto urgente, dal momento che la barca stava imbarcando acqua.  Hanno anche raccontato di aver ricevuto una chiamata al proprio telefono satellitare da un numero maltese. 

Alle 18.31h ed alle 18.40h, Alarm Phone ha nuovamente cercato di contattare l’RCC Malta, invano, usando tutti e tre i numeri a disposizione.

Alle 21:07h, un elicottero delle FAM, AW139 (AIS marittima: SAR 2281), si è recato alle coordinate dell’imbarcazione in condizione di emergenza, secondo i dati tracciati come riportato dal giornalista Sergio Scandura. Secondo la piattaforma di tracciamento Vessel FInder, l’elicottero è tornato alle 23:00h circa. Un secondo velivolo delle FAM (B200 AS1731) è stato tracciato come in movimento in direzione sud-ovest alle 20:34h, per una missione della durata di 129 minuti.

Di nuovo, dalle 23.40h, Alarm Phone ha tentato varie volte di raggiungere l’RCC di Malta via telefono, ma senza successo.  

9 Aprile

Alle 00.16h, Alarm Phone ha chiesto all’RCC di Malta e all’MRCC di Roma, ancora una volta via mail, di lanciare un’operazione di soccorso immediato.

Alle 00.27h, Alarm Phone ha chiamato l’RCC di Malta a tutti e tre i numeri, senza successo.

Alle 00.36h, Alarm Phone ha chiamato l’MRCC di Roma. Quest’ultimo ha confermato la ricezione dell’email riguardante la situazione di emergenza, ma si è rifiutato di fornire ulteriori informazioni.

Alle 03:50h, Alarm Phone ha chiamato l’RCC di Malta invano, a più numeri.

Per svariate ore, Alarm Phone ha cercato di rimettersi in contatto con le persone in situazione di emergenza, senza successo.

Alle 09.55h, le persone in situazione di emergenza hanno cercato di allertare Alarm Phone due volte, ma la cattiva connessione ha reso impossibile la comunicazione.

Alle 10.10h, le persone in situazione di emergenza hanno richiamato Alarm Phone.  Questa volta è stato possibile comunicare.  Hanno passato una nuova coordinata GPS incompleta:  N35°33.642 E°14.11 (il numero 11 non è chiaro). Hanno confermato che il loro motore funzionava ancora. 

Alle 10.43h, Alarm Phone ha inviato le coordinate GPS aggiornate all’RCC di Malta e all’MRCC di Roma via email. Durante una serie di chiamate con l’RCC di Malta (11.08h) e l’MRCC di Roma (11.24h), entrambi hanno confermato la ricezione della email e delle coordinate GPS aggiornate, ma hanno rifiutato di fornire ulteriore informazioni riguardanti le proprie intenzioni o la mancata volontà di lanciare un’operazione di soccorso SAR.

Alle 14.16h, Alarm Phone ha contattato l’RCC di Malta via telefono e l’agente ha detto:  “La politica di Malta, dovuta al Corona, è che niente può uscire da Malta, né nulla può entrarvi, ciò include i migranti.”  Quando gli è stato ricordato del loro obbligo di salvataggio delle persone in mare, l’agente ha risposto che stavano investigando il caso, come fanno con tutti gli altri casi. 

Alle 17.34h, le persone in situazione di emergenza hanno contattato Alarm Phone, dichiarando di essere a mare da cinque giorni.  Hanno condiviso le proprie coordinate GPS aggiornate, che li indicavano a 17 miglia nautiche dalla coste maltesi (35° 39’N, 014° 13’E). Hanno raccontato che il loro motore era in avaria, che stavano finendo il carburante e che stavano imbarcando acqua.  Le persone in situazione di emergenza hanno anche dichiarato di essersi messe in contatto con  le Forze Armate Maltesi con il proprio telefono satellitare, per informarli della propria situazione di pericolo e per chiedere soccorso.  Hanno dichiarato che le Forze Armate Maltesi gli hanno detto di continuare da soli. 

Qualche minuto dopo, alle 17.38h, le persone in situazione di emergenza hanno contattato Alarm Phone ancora una volta, dichiarando che una nave militare aveva tagliato loro la corda del motore e aveva detto loro di morire a mare. 

Qui forniamo estratti della loro testimonianza ad Alarm Phone, tratti dalle registrazioni: 

Alarm Phone: “Buonasera, parla WatchTheMed Alarm Phone.”

Persona in barca: “Pronto, pronto, vi abbiamo chiamato ieri.” [Incomprensibile]. Abbiamo bisogno del vostro aiuto, abbiamo bisogno del vostro aiuto.  Abbiamo un’emergenza signore, abbiamo un’emergenza signore.  Ora vedo Malta, vedo Malta.  [Incomprensibile]. I militari di Malta, i militari di Malta sono venuti e ci hanno tagliato il cavo elettrico del motore.  E i militari di Malta sanno che stiamo imbarcando acqua ora, proprio ora.  Ha detto “nessuno entra a Malta”.  L’ha detto.  E quando è andato via, ha detto “vi lascio, vi lascio morire in acqua, ma nessuno entra a Malta.”  Vi mando le coordinate, le mie coordinate, le coordinate GPS.  [Incomprensibile]. Per favore, per favore chiamate qualcuno che ci aiuti. 

Alarm Phone: “Dove vi trovate ora?”

Persona in barca: “Okay okay sì. Signore?  35 gradi Nord, 39.454, 014 gradi Est, 12.817.”

Subito dopo questa chiamata, alle 17.45h, Alarm Phone ha chiamato Malta, ma l’agente si è rifiutato di prendere nota delle coordinate GPS dell’imbarcazione in situazione di emergenza e ha attaccato.  Alarm Phone ha provato a chiamare l’RCC di Malta varie volte ancora e ogni volta la chiamata veniva messa in attesa. 

Alle 18.00h, le persone in situazione di emergenza hanno contattato Alarm Phone.  È stato detto loro che stavamo ancora cercando di organizzare il loro salvataggio. 

Alle 18.02h, Alarm Phone ha inviato le coordinate GPS aggiornate all’RCC di Malta e all’MRCC di Roma via email, chiedendo urgentemente che l’imbarcazione fosse soccorsa.  Poco dopo, alle 18.10h, l’RCC di Malta  ha confermato la ricezione dell’email e hanno detto che stavano investigando sul caso.

At 18.27h, Alarm Phone ha ricevuto una nuova chiamata dall’imbarcazione alla deriva, a bordo della quale c’era il panico e dalla quale è stato detto che potevano vedere due navi militari maltesi, inclusa la nave AFM P52. Hanno confermato ancora una volta il sabotaggio del motore da parte dei militari e hanno detto che stavano cercando di sottrarre loro il telefono. 

Qui forniamo estratti della loro testimonianza ad Alarm Phone, tratti dalle registrazioni:

Alarm Phone: “Buonasera, parla WatchTheMed Alarm Phone.”

Persona in barca: “Buonasera signore, per favore, prenda questo numero. I militari maltesi vogliono prendermi il telefono.”

 Alarm Phone: “Vogliono prenderti il telefono?”

Persona in barca: “Per favore, per favore aiutateci Ti chiamo ancora una volta.  “Per favore, per favore aiutateci Moriremo, moriremo in acqua.  Pronto?”

Alarm Phone: “Sì, ti sentiamo, ti stiamo registrando, okay?”

Persona in barca: “Per favore, prendi questo numero e mandaci una nave che ci aiuti, per favore, dai.” 

Alarm Phone: “Puoi dirmi il numero dela nave che hai davanti?  E’ P51? 

Persona in barca: [Incomprensibile]. “Puoi mandare qualcuno che ci aiuti?”

Alarm Phone: “Puoi dirmi il numero della nave che hai davanti, la nave militare?

Persona in barca: “Ok, ok [Incomprensibile]. Per favore, stiamo per morire, moriremo nelle acque maltesi.”

Alarm Phone: “Abbiamo passato la vostra posizione alla guardia costiera maltese” 

Persona in barca: “Okay, i militari maltesi sono [vicini a?] noi.   Il numero è P52.  Per favore. Stiamo per morire, moriremo.

Alarm Phone: “Il vostro motore è in avaria, vero”?

Persona in barca: “Ok, ok, il cavo del motore, i militari maltesi hanno tagliato il cavo.. Ora, ora siano da 5 giorni in acqua e l’acqua nella nave ora Per favore, che qualcuno di voi ci aiuti.  Per favore.”

Alarm Phone: “Un’altra domanda, quanto è lontana da voi la nave militare? Quanto è lontana?

Persona in barca: “Ehm, non lo so, ma ce ne ne sono due, due navi militari maltesi.” P52, il numero dell’altra non lo so. 

Alarm Phone: “Ok, ha lo stesso aspetto? Le due navi sono uguali?” 

Persona in barca: “Ok, vogliamo aiuto, vogliamo aiuto, vogliamo aiuto.  Ci serve il nostro aiuto, o moriremo.”

Alarm Phone: “Le due navi sono uguali? Sono la stessa nave?”

Persona in barca: “Una qualunque nave che ci aiuti ci mandi in Europa, non in Libia Per favore, per favore aiutateci Okay, ecco il numero di coordinate.” 

Alarm Phone: “La nave militare.  La nave militare.”

Persona in barca: “Alan Kurdi o Sea-Watch, una qualunque.  Vogliamo una vita, per favore…  Nord… Nord…”

Alarm Phone: “Per favore, mi puoi dire se le due navi sono uguali, se hanno lo stesso aspetto? La nave militare?”

Persona in barca: “Okay okay okay, prendi queste coordinate… 35 gradi Nord, 35.423.”

Alarm Phone: “35.423.”

Persona in barca: “Sì, di nuovo.”  35 gradi Nord, 35.423.”

Alarm Phone: “Est? Est?”

Persona in barca: 014 gradi Nord, 13.067.”

Alarm Phone: 014 gradi Nord, 13.067.”

Persona in barca: “Sì, sì.  I militari maltesi [Incomprensibile] il telefono. Per favore, questo, questo.” 

Alarm Phone: “Per favore, cerca di tenere il telefono.” 

Persona in barca: “Ok, mandate, mandate, mandate chiunque.  Per favore. Per favore, per favore aiutateci.”

Alarm Phone: “Ci proveremo.  Abbiamo già allertato la guardia costiera Maltese. Okay.”

Persona in barca: “[Incomprensibile]. Sì, sì, puoi dirlo… I militari maltesi ci hanno derubato.  Okay?”

Alarm Phone: “Un’altra domanda, okay? Ci sono due navi.  Due navi.  Malta.  Okay?”

Persona in barca: “Per favore, fate in fretta.”

Questa è stata la nostra ultima chiamata con le persone alla deriva. 

(foto) coordinate GPS dell’imbarcazione alla deriva, nel momento del sabotaggio

Alle 19.00h, Alarm Phone ha inviato una mail all’RCC di Malta e all’UNHCR/ACNUR Malta, informandoli che secondo le testimonianze delle persone in situazione di emergenza, una nave militare maltese si era avvicinata alla loro imbarcazione alla deriva e ne aveva sabotato il motore, dicendogli che li avrebbero lasciati morire in mare.  In questa mail, Alarm Phone ha espresso la propria preoccupazione per gli eventi, e richiesto un chiarimento immediato, oltre che un salvataggio urgente. 

Alle 19.08h, Alarm Phone ha scritto su Twitter: “Hanno richiamato, dicendo:  Per favore aiutateci! Moriremo.  Moriremo in acqua. Moriremo in acque maltesi. Il numero della nave militare maltese è P52, è il numero della nave.  Per favore, moriremo.  Siamo a mare da 5 giorni e imbarchiamo acqua. Per favore aiutateci.” 

Ale 19.47h, Alarm Phone ha ricevuto una chiamata da un agente dell’RCC di Malta. L’agente ha dichiarato che l’imbarcazione segnalata da Alarm Phone non era in situazione di emergenza e che non è competenza di Alarm Phone decidere se un’imbarcazione sia in situazione di emergenza o meno.  L’agente ha dichiarato, inoltre, che tutti i porti maltesi erano chiusi e che, per legge, nessuno sarebbe entrato o uscito da Malta.  L’agente ha anche dichiarato che chiunque fosse entrato illegalmente a Malta sarebbe stato detenuto per aver infranto la legge.  Quando gli è stato chiesto cosa sarebbe accaduto all’imbarcazione in situazione di emergenza, l’agente ha risposto che non era tenuto a rilasciare informazioni su alcuna procedura. 

Alle 20.25h, Alarm Phone ha scritto su Twitter: “Abbiamo perso il contatto con le persone alla deriva.  Speriamo che questo sia un segnale che la nostra pressione sia servita e che Malta abbia deciso di prendere queste persone a bordo.  La nave maltese P51 si era avvicinata alla nave già ieri, ma era scomparsa, come riportato dai migranti alle 17.32h CEST dell’8/04.  Poco dopo abbiamo twittato: “Le Forze Armate maltesi non hanno agito alle nostri appelli di riscatto. I migranti sono sopravvissuti e si sono avvicinati a Malta.  Siamo riusciti a metterci in contratto con loro solo stasera, quando ci hanno raccontato dell’attacco in mare. Dichiarano di aver avuto vicino due navi militari.”

Alle 21.13h, Alarm Phone ha chiamato l’RCC Malta ancora una volta, ma l’agente si è rifiutato di fornire qualunque informazione sulla situazione. 

Verso le 21.15h, il  governo maltese ha pubblicato un comunicato stampa dichiarando che “le autorità maltesi non sono nella posizione di garantire il salvataggio di immigrati proibiti su ogni tipo di barca, nave o altri natanti, non garantisce altresì nemmeno la disponibilità di un “porto sicuro” su territorio maltese per nessuna persona soccorsa in mare.” 

Alle 22.13h, Alarm Phone ha richiamato l’RCC di Malta. L’agente si è nuovamente rifiutato di fornire qualsiasi aggiornamento sulla situazione e non è stato in grado di contattare l’ufficiale responsabile. 

Alle 23.40h, Alarm Phone ha richiamato l’RCC di Malta. L’agente ha dichiarato di non avere alcuna informazione. 

10 Aprile

Alle 00.58h, Alarm Phone ha richiamato l’RCC di Malta. L’agente ha dichiarato che avrebbe inoltrato la chiamata all’ufficiale responsabile e ha poi attaccato il telefono. 

Alle 07.35h, Alarm Phone ha richiamato l’RCC di Malta e ha ricevuto informazione riguardo il fatto che fosse stato effettuato un salvataggio di 66 persone la sera precedente

Alle 08.37h, Alarm Phone ha scritto su Twitter: “Stamattina, finalmente, alle 7.35h di oggi, Malta ci ha confermato che le persone (66 in totale) sono state sbarcate alle ~22.30h ieri notte, ~41h dopo la prima allerta. Chiediamo a Malta di porre fine alla non assistenza e agli attacchi alla gente in pericolo! Che non si usi il #Covid19 come scusa per violare i diritti umani fondamentali!”

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La fase 2 nel Mediterraneo Centrale: l’Italia rispetti e faccia rispettare i diritti umani di tutte le persone

Mediterranea Saving Humans chiede al Governo di sbarcare i 78 naufraghi  bordo del mercantile “Marina” e di offrire risposte dignitose a Lampedusa.

In questi giorni abbiamo contribuito a disvelare le pratiche disumane ed illegali di deportazione di donne, uomini e bambini in fuga attraverso il mare dall’inferno libico. Abbiamo contribuito a rendere note le responsabilità del Governo Maltese, ed impedito che centinaia di esseri umani avessero lo stesso destino dei 12 morti di Pasqua o dei 51 riconsegnati ai carcerieri libici. Ma i ritardi nei soccorsi, utilizzando l’alibi delle zone SAR di competenza, anche se le richieste d’aiuto provenivano da poche decine di miglia dalle nostre coste, hanno riguardato anche l’Italia. Non è più accettabile che il Governo Italiano si presti al gioco criminale del formalismo, quando si tratta di salvare vite umane.

Anche se questo significa soccorrere fuori dalle acque territoriali italiane e nella zona SAR maltese. Non si può stare a guardare mentre vengono commessi crimini come quelli dell’omissione di soccorso e della deportazione in Libia. L’Italia, e con essa l’Unione Europea tutta, non possono essere complici di tutto questo.

Chiediamo che l’Italia accolga subito i 78 naufraghi salvati dalla nave mercantile “Marina” che sta attendendo da più di 24 ore l’assegnazione di un porto sicuro.

Chiediamo che il Governo Italiano si occupi innanzitutto della salvaguardia delle vite umane e poi del contenzioso politico-diplomatico con Malta.

Chiediamo a gran voce che l’Italia si comporti da Paese che mette al centro i diritti umani e le Convenzioni internazionali sul soccorso in mare e sul diritto di asilo, che pratichi quella solidarietà che in questo momento chiede giustamente all’Europa.

Chiediamo che nessuna trattativa sulla ricollocazione dei profughi, che fuggono da torture e guerra e che vengono salvati dalla morte in mare, avvenga utilizzandoli come ostaggi.

Chiediamo che la difficile situazione dell’isola di Lampedusa, con il sovraffollamento dell’hotspot e i naufraghi tenuti in condizioni non accettabili sul molo di sbarco, venga affrontata e risolta con soluzioni efficaci e razionali, che permettano il rispetto della dignità delle persone soccorse e degli abitanti dell’isola, e insieme misure di prevenzione e contrasto del contagio.

Chiediamo che Lampedusa non sia lasciata sola, o peggio trasformata in un palcoscenico per giustificare assurde chiusure dell’accoglienza di chi ha tutti i diritti di essere accolto.

Chiediamo tutto questo al Governo italiano perché, per non diventare disumani come altri, bisogna che l’umanità sia praticata con le azioni concrete, non descritta a parole e poi negata dai fatti.

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Mediterranea scrive a Malta: “Subito un porto sicuro per i 90 naufraghi, no a violazione dei diritti umani”

Roma, 3 maggio 2020
La Presidente di Mediterranea Saving Humans, Alessandra Sciurba, ha inviato alle autorità maltesi una lettera urgente in merito al caso del barcone con 90 persone a bordo da poco soccorse dal cargo Marina, con il coordinamento del MRCC di La Valletta. La missiva è indirizzata al Primo Ministro di Malta Robert Abela e per conoscenza anche agli Special Rapporteurs delle Nazioni Unite che si occupano di diritti umani, al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e alle autorità italiane.


“Alla luce dei recenti casi delle ultime due settimane, uno dei quali ha portato al respingimento illegale dei naufraghi in un porto della Libia, paese da cui stavano fuggendo, con questa comunicazione noi vi chiediamo formalmente quali misure intendiate adottare per salvaguardare la vita di queste circa 90 persone in mare, salvandole e recuperandole, e garantendo lo sbarco in un porto europeo sicuro, appropriato “Place of Safety” in conformità con il diritto internazionale”.

“Vi avvertiamo – conclude la lettera – che prendere provvedimenti, come ad esempio ordinare il loro trasferimento ad un paese in guerra, può costituire gravi violazioni del diritto marittimo e internazionale, in particolare l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato e gli articoli 2 e 3 della Convenzione europea sulla tutela dei Diritti Umani, e che il risultato ripetuto di queste violazioni costituisce un crimine contro l’umanità”.

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L’ultima tattica per respingere i migranti dall’Europa? Una flotta privata e clandestina

Stando alle dichiarazioni di alcuni funzionari maltesi e del capitano di un peschereccio, il governo di Malta ha assoldato tre barche per la pesca a strascico per intercettare migranti nel Mediterraneo e riportarli in zona di guerra.

Di Patrick Kingsley e Haley Willis, The New York Times


30 aprile 2020

Con l’inizio del coronavirus, Malta aveva annunciato di essere troppo occupata nella battaglia contro l’epidemia per poter riuscire a salvare anche i migranti che provano ad attraversare quel tratto di Mediterraneo, dove nell’ultimo decennio la piccola nazione insulare è stata suo malgrado in prima linea in tema di immigrazione.

Tuttavia, le autorità maltesi hanno lavorato segretamente, e senza sosta, per assicurarsi che nessun migrante potesse effettivamente raggiungere l’isola.

Durante il mese di aprile, Malta ha infatti inviato una piccola flotta di navi mercantili private per intercettare i migranti e riportarli con la forza in Libia, zona di guerra, secondo le informazioni fornite dal capitano di una di quelle navi, da un comandante della guardia costiera libica e da un ex funzionario maltese.

Tre imbarcazioni per la pesca a strascico, di proprietà privata, sono state riconvertite e hanno seguito chiare istruzioni delle forze armate di Malta, come detto dal capitano e dagli altri personaggi coinvolti.

L’operazione clandestina, che secondo esperti di diritto internazionale sarebbe da considerarsi del tutto illegale, è solo l’ultima misura di dubbia legittimità adottata negli ultimi anni per arginare l’immigrazione africana e dal Medio Oriente e che ha alimentato le diverse spinte populiste alla base del caos in tutta la politica europea.

Dal 2017, gli stati dell’UE – capitanati dall’Italia – hanno dato finanziamenti al governo libico per trattenere e riprendere i migranti in fuga dalla Libia, hanno fatto sì che navi mercantili di passaggio potessero intercettarli prima che entrassero in acque territoriali europee, e hanno ostacolato con ogni mezzo le organizzazioni non governative che tentano invece di portarli in salvo in Europa.

Ma secondo gli esperti, quest’ultima tattica messa in atto da Malta sarebbe davvero eclatante, perché sarebbe stato richiesto a una flotta di navi private, con sede in un porto europeo, di intercettare ed espellere i richiedenti asilo dalle acque internazionali, quando invece la responsabilità sarebbe delle varie guardie costiere europee.

“In una situazione di abusi ed ingiustizie in costante crescita nei confronti dei richiedenti asilo, questo nuovo approccio costituisce un salto di qualità”, ha affermato Itamar Mann, esperto di diritto marittimo e asilo presso l’Università di Haifa, in Israele, “con metodi che assomigliano in modo agghiacciante a quelli della criminalità organizzata, e risultano a tutti gli effetti simili alle operazioni dei trafficanti di esseri umani, che i politici europei denunciano in modo categorico.”

“I dati a nostra disposizione dimostrano come dobbiamo essere davvero preoccupati dal fatto che sia emerso un metodo nuovo per il respingimento sistematico, che addirittura scarica le responsabilità penali sugli stessi funzionari statali maltesi”, ha aggiunto il dott. Mann.

Il governo maltese non ha voluto rispondere alle nostre molteplici richieste di commento.

Le attività di cui diamo conto in questo articolo sono state documentate per la prima volta la sera del 12 aprile, quando tre pescherecci a strascico hanno lasciato il porto di Grand Harbour de La Valletta, capitale maltese, un’ora l’uno dall’altro. Le tre barche – Dar Al Salam 1, Salve Regina e Tremar – sono partite su esplicita richiesta delle autorità maltesi, secondo quanto dichiarato dal capitano della Tremar, Amer Abdelrazek.

Un ex funzionario maltese, Neville Gafa, ha poi dichiarato di essere stato ingaggiato dal suo governo quella stessa notte per garantire il passaggio sicuro delle prime due barche in Libia attraverso la sua rete di contatti in quel paese. Le barche non hanno dovuto mostrare alcun documento agli agenti dell’immigrazione, navigando con i dispositivi di geo-localizzazione satellitare spenti dal momento in cui avevano lasciato il porto maltese, come dimostrato dai database marittimi.

La loro missione era ben studiata, ha detto Gafa, affermando di aver ricevuto l’incarico di coordinare l’operazione addirittura dal capo di stato maggiore del Primo Ministro maltese, Clyde Caruana. Quest’ultimo non ha voluto rispondere ad alcuna domanda, ma un portavoce del governo ha dichiarato al quotidiano Times of Malta che a Gafa era invece stato chiesto di contattare i libici per un’altra questione, non collegata a questo episodio.

I pescherecci sono stati mandati ad intercettare e poi riportare in Libia una imbarcazione che inviava richieste di soccorso da almeno 48 ore e che stava tentando di raggiungere Malta, ha dichiarato Gafa.

Secondo le coordinate fornite dai naufraghi con un telefono satellitare ad Alarm Phone, una organizzazione indipendente di soccorso, la barca era ancora in acque internazionali, ma aveva già raggiunto l’area il cui monitoraggio è competenza delle forze armate di Malta, facendo diventare così di Malta la responsabilità del salvataggio e dell’assistenza sanitaria ai sensi del diritto marittimo internazionale.

Due dei pescherecci – il Dar Al Salam 1 e il Tremar – hanno raggiunto la barca di migranti nelle prime ore del 14 aprile, guidati da un elicottero militare maltese, ha dichiarato Abdelrazek. Diversi migranti erano già annegati, secondo le testimonianze raccolte in seguito da Alarm Phone.

I circa 50 sopravvissuti sono stati quindi fatti salire a bordo del Dar Al Salam 1.

Dar Al Salam 1 e Salve Regina hanno quindi fatto rotta per Tripoli il 15 aprile. Il primo trasportava i migranti e il secondo trasportava diverse tonnellate di acqua e cibo, in segno di riconoscenza verso il governo libico, come confermato sia da Abdelrazek che da Gafa. Il Tremar è invece rimasto in attesa in acque internazionali.

Secondo quanto dichiarato poi da Masoud Abdalsamad, incaricato delle operazioni internazionali per la guardia costiera libica, le autorità maltesi avrebbero riferito ai loro omologhi libici che il Dar Al Salam 1 era invece una nave maltese chiamata Maria Cristina. Per nasconderne ulteriormente l’identità, l’equipaggio della barca aveva anche cancellato il nome Dar Al Salam 1 dallo scafo e aveva issato bandiera maltese, in modo da confondere del tutto la guardia costiera libica.

Sebbene abbia sede nel porto di Malta e sia di proprietà di un armatore maltese, la nave è legalmente registrata a Tobruk, porto della Libia orientale controllato dagli oppositori del governo di Tripoli. L’equipaggio del Dar Al Salam 1 non voleva quini rischiare di innervosire il governo di Tripoli mettendo in bella mostra i suoi legami con Tobruk, e ha nascosto dunque il suo nome e il suo porto di origine.

Dopo lo sbarco, i migranti sono stati portati in un centro di detenzione gestito da una milizia filo-governativa, dove è noto che i migranti vengano sistematicamente torturati, tenuti in prigione in attesa di un riscatto o di essere venduti ad altre milizie. Questo carcere è peraltro vicino a un deposito di armi e l’area circostante è anche stata colpita dai bombardamenti lo scorso dicembre.

Le condizioni nel centro di detenzione sono “assolutamente spaventose”, ha detto Safa Msehli, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, parte delle Nazioni Unite. “Le persone sono messe in gabbie sovraffollate con quasi nessun accesso a cibo o strutture igienico-sanitarie.”

“Molti ci raccontano degli abusi subiti e dei modi disumani in cui vengono sfruttati”, ha aggiunto la Msehli. “Siamo estremamente preoccupati per la situazione di queste persone, utilizzate per caricare armi, illegittimamente e pericolosamente rinchiuse in prossimità di strutture militari”.

Una volta lasciata Tripoli, il Dar Al Salam 1 ha riacceso il suo sistema di identificazione satellitare e la barca è riapparsa al largo della costa libica la sera del 15 aprile, secondo i dati disponibili grazie al database marittimo di Marine Traffic.

L’armatore della Salve Regina, Dominic Tanti, tramite un suo intermediario ha rifiutato di rilasciare commenti e l’armatore del Tremar, Yasser Aziz, non ha invece voluto fare alcun commento.

L’armatore del Dar Al Salam 1, Carmelo Grech, non risposto direttamente alle molteplici domande inviate via sms, con messaggi vocali e con una lettera consegnatagli a mano presso il suo appartamento. Questi ha però confermato ad un giornale maltese il coinvolgimento della sua barca nella vicenda e diversi altri mezzi di comunicazione, tra cui il quotidiano italiano Avvenire e il blogger maltese Manuel Delia, ne hanno messo in luce le responsabilità.

Grech e la sua nave hanno una storia piuttosto equivoca, il che solleva ulteriori domande sul motivo per il quale il governo di Malta lo abbia voluto coinvolgere in questa operazione di carattere nazionale. Grech ha già raccontato in passato come nel 2011 la sua nave, allora nota come Mae Yemanja, portava rifornimenti ai ribelli libici durante la rivoluzione in corso nel paese. Nel 2012, in base a documenti del tribunale maltese, si legge come l’imbarcazione fosse sotto sequestro in seguito alle accuse di contrabbando di sigarette dalla Libia a Malta nei confronti di Grech, in seguito assolto.

Nel 2015, Grech è stato sequestrato per diversi giorni da una fazione libica, per quello che in seguito è stato descritto come un malinteso riguardo ai suoi visti.

I registri navali maltesi ottenuti dal NTY dimostrano come Grech abbia cancellato – per motivi che non sono stati resi noti – la registrazione della sua barca a Malta in febbraio, per poi ridipingerla e dimostrare così la registrazione presso Tobruk. 

Anche Abdelrazek ha precedenti penali alle spalle, essendo stato condannato nel 2014 per falsificazione di documenti, come verificato presso il tribunale.

Dopo essere apparsi brevemente a Malta la scorsa settimana, il Dar Al Salam 1 e il Salve Regina sono tornati di nuovo in mare domenica scorsa. I loro localizzatori satellitari sono stati nuovamente spenti poco dopo.

Patrick Kingsley scrive da Berlino, Haley Willis da New York. A questo articolo hanno contribuito Karam Shoumali da Berlino, Jon Borg da La Valletta e Christoph Koettl da New York. Marc Tilley ha contribuito alla ricerca da Marsiglia.

News

Il Governo Maltese deve fornire informazioni sulle operazioni di soccorso in mare

Comunicato congiunto delle Organizzazioni della società civile di Malta con Alarm Phone
30 aprile 2020 ore 11:30
Siamo molto preoccupati che il destino di circa 62 migranti segnalati in difficoltà in mare nella giornata di ieri rimanga circondato dalla segretezza. Da più di 24 ore la situazione di uomini, donne e bambini è conosciuta dalle Autorità europee e di Malta: erano in pericolo nella zona SAR (ricerca e soccorso) di competenza maltese, eppure non si sa nulla delle azioni intraprese per garantire il loro salvataggio. Non sappiamo se il governo abbia deciso di salvarli, di rifiutare il loro ingresso a Malta, di riportarli in Libia o di lasciarli annegare.
È sconcertante che la notizia di migranti che rischiano di annegare e che potrebbero essere salvati da un tempestivo intervento di Malta non faccia scattare alcun tipo di risposta da parte del suo Governo. Siamo pienamente consapevoli delle difficoltà affrontate da Malta nella gestione dell’arrivo di migranti e rifugiati. Troviamo tuttavia ripugnante che queste stesse sfide possano renderci insensibili alla perdita di vite umane davanti alla nostra porta di casa.
Il Governo maltese non deve rimanere in silenzio di fronte a simili tragici avvenimenti e deve rendere del tutto note le proprie politiche, decisioni e azioni che possano causare la perdita di vite umane.
Siamo particolarmente sconcertati dal fatto che il Governo non abbia neppure provato a spiegare il suo rapporto con la nave da pesca privata che riporta i migranti alle atrocità in Libia. Inoltre, le rivelazioni di ieri di Neville Gafá, che confermano il suo ruolo di coordinamento nelle operazioni illegali di respingimento sulla base di istruzioni dell’Ufficio del Primo Ministro, richiederebbero fosse fatta piena chiarezza da parte dello stesso Ufficio.
Il Governo è ben consapevole che il ritorno dei migranti in Libia è una chiara e inequivocabile violazione del diritto internazionale, confermata nel 2013 da un pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo contro Malta. Il tentativo di aggirare questi obblighi attraverso l’ingaggio di una nave privata non solleverebbe in alcun modo Malta dalle sue responsabilità etiche e legali. Al contrario, se tali accuse di collusione dovessero essere confermate, indicherebbero un approccio vile e insensibile alla stessa dignità umana.
Esortiamo pertanto il Governo a fornire informazioni chiare e tempestivamente aggiornate su ogni azione intrapresa dalle Forze Armate di Malta dal momento in cui sono state allertate sulla situazione di circa 62 migranti in difficoltà nella zona SAR maltese.
Ci aspettiamo inoltre che il Governo chiarisca i suoi rapporti con il proprietario del Dar al Salam 1 (ex Mae Yemenija), in particolare se abbiano fornito istruzioni, richiesto o in qualsiasi modo collaborato con l’armatore per assicurarsi il respingimento in Libia di almeno un gruppo di migranti.
Infine, è imperativo che il Governo riveli i dettagli di tutte le attività del signor Gafá in relazione ai respingimenti illegali verso la Libia.
Comunicato firmato da:
  1. aditus foundation
  2. Alarm Phone
  3. Allied Rainbow Communities
  4. Association for Justice, Equality and Peace
  5. Blue Door English
  6. The Daphne Caruana Galizia Foundation
  7. Department for Inclusion and Access to Learning
  8. Doctors for Choice Malta
  9. Great Oak Malta Association
  10. Integra Foundation
  11. Jesuit Refugee Service Malta
  12. Justice and Peace Commission
  13. Kopin
  14. Kunsill Nazzjonali taż-Żgħażagħ
  15. LGBTI+ Gozo
  16. Malta Emigrants’ Commission
  17. Malta House of Prayer Foundation
  18. Malta Humanist Association
  19. Malta LGBTIQ Rights Movement (MGRM)
  20. Migrant Women Association Malta
  21. Moviment Graffitti
  22. Office of the Dean – Faculty of Education
  23. Office of the Dean – Faculty for Social Wellbeing
  24. The People for Change Foundation
  25. Repubblika
  26. SOS Malta
  27. Spark 15
  28. Women’s Rights Foundation
News

La Pasqua della vergogna – Lo spiegone di Mediterranea

LA PASQUA DELLA VERGOGNA 
LO SPIEGONE DI MEDITERRANEA 

I principali esponenti politici dei Governi europei hanno fragorosamente applaudito, nel silenzio di Piazza San Pietro, il “nessuno si salva da solo” di Papa Francesco, prima di voltarsi altrove, dall’altra parte di fronte a chi, in mare, aveva disperatamente bisogno di aiuto. Nei giorni di Pasqua hanno dimostrato quanto abissale possa essere la distanza tra quanto si dice e quanto si fa, abbandonando per giorni in mare chi aveva bisogno di essere salvato, non concedendo il “porto sicuro” di sbarco (PoS – Place of Safety) dopo il soccorso di imbarcazioni in distress operato dalle navi della società civile o, peggio, riconsegnando donne, uomini e bambini ai loro torturatori. 

I governi europei, Italia e Malta in prima fila, utilizzano la retorica peggiore per giustificare la chiusura dei porti: adducono come motivazione la Pandemia Globale, l’emergenza sanitaria, come se questo consentisse di violare ogni diritto umano e l’obbligo del soccorso in mare, e mettono gli esseri umani ancora una volta gli uni contro gli altri – mors tua vita mea – anche in questa condizione di emergenza comune. Al contrario proprio questo avrebbe dovuto essere il momento per affermare con più forza il valore della solidarietà. 

Quello che segue è il resoconto di terribili giornate di mancati soccorsi, di rimpallo delle responsabilità, di colpevoli silenzi e di pratiche criminali da parte delle istituzioni governative. Alcuni dettagli e dati mancano ancora, ma il quadro che si sta delineando porta alla diretta responsabilità della morte di persone innocenti.

Questi giorni hanno visto anche centinaia e centinaia di persone mobilitarsi in ogni modo per salvare la vita dei nostri fratelli e sorelle in mare. Per imporre alle istituzioni di rispettare la legge, le convenzioni internazionali, l’umanità. Lo straordinario lavoro di AlarmPhone, Sea Watch e Mediterranea, che hanno messo tutte le loro strutture operative giorno e notte su questi casi, si intreccia con l’attivazione di una moltitudine di persone della società civile, in ogni paese europeo, e in Italia e a Malta in particolare, che hanno gridato forte SAVETHEM! SALVATELI! Questa è per noi la CIVIL FLEET, e il suo corpo di intervento degli equipaggi di terra. Questa è per noi l’anima della resistenza e del progetto per fare del Mediterraneo un mare di pace, di giustizia, di rispetto e salvaguardia della vita. Grazie a tutti e tutte. Continuiamo, in mare come in terra, a lottare per un mondo diverso.

Ricapitoliamo cos’è accaduto.  

Con il miglioramento delle condizioni meteomarine, come sempre accade, le partenze dalle coste libiche sono nuovamente riprese. In pochi giorni, centinaia di persone hanno preso il mare per fuggire dalla guerra, dalle torture dei campi di detenzione, dalle sevizie, dalla fame, dalla morte: la diffusione del virus non ha fermato gli altri orrori del mondo.

Il 6 aprile, in due differenti salvataggi, la Alan Kurdi dell’ONG tedesca Sea-Eye, unica nave di soccorso della società civile in quel momento nel Mediterraneo centrale, ha impedito l’annegamento di 156 persone, portandole a bordo e da quel momento iniziando a chiedere un porto sicuro di sbarco, come prescrive il diritto internazionale. In suo aiuto, non si è mosso nessuno. Malta, nonostante la sua competenza, si è rifiutata di coordinare le fasi del soccorso e ha negato il Place of Safety (PoS). Il 7 aprile l’Italia ha emanato in fretta e furia un decreto interministeriale assurdo dal punto di vista giuridico e inaccettabile da quello umano: dichiarava l’assenza di porti sicuri sul suolo italiano a causa della pandemia del coronavirus. Una scelta strumentale e disumana, perché è invece assolutamente possibile conciliare i doveri del soccorso con la tutela della salute pubblica di tutti, e perché chiudere i porti alle navi della società civile senza mettere in mare navi governative significa semplicemente condannare a morte le persone che rischiano di annegare. Con prevedibile effetto domino, la stessa scelta è stata immediatamente replicata: da Malta e, ancora più paradossalmente, dalla Libia stessa, che dopo avere intascato in tre anni centinaia di milioni di euro per catturare in mare migliaia di profughi e riportarli alle bombe e alle torture in violazione di tutti i loro diritti, si è improvvisamente accorta di essere in guerra e ha dichiarato “non sicuri” i suoi porti, come se prima di allora lo fossero stati. Per capire quanto il decreto del governo italiano sia stato dannoso, basti pensare che dopo aver dichiarato la “chiusura per guerra” del porto di Tripoli, la Libia ha corretto il tiro ed è passata alla “chiusura per Covid”. Dopo giorni di appelli della società civile e l’intervento di diversi parlamentari, anche di maggioranza, le persone ancora sulla Alan Kurdi (nel frattempo si erano rese evacuazioni mediche di emergenza a causa delle difficilissime condizioni a bordo) dovrebbero essere trasferite oggi, venerdì 17 aprile a ben 11 giorni dal salvataggio, a bordo di una nave passeggeri italiana, appositamente allestita per la quarantena.

In questa stessa ultima settimana, Watch The Med – Alarm Phone segnalava la presenza di altre quattro imbarcazioni in difficoltà nel Mediterraneo centrale, con a bordo complessivamente più di 250 persone, della cui posizione, fin dallo scorso venerdì 10 aprile, i Centri di coordinamento del soccorso marittimo italiano e maltese erano stati quindi, correttamente e costantemente, informati. Nonostante gli allarmi hanno deciso di non intervenire e di non fornire informazioni sulla situazione in corso, nemmeno se interpellati da membri del Parlamento. 

Due di queste imbarcazioni sono riuscite miracolosamente a raggiungere in autonomia le coste siciliane: 101 persone, tutte di origine subsahariana, sono arrivate a Pozzallo e altre 77 a Porto Palo. Tra loro tanti bambini. 

La terza imbarcazione di fortuna, con 47 persone a bordo, tra cui una donna incinta con la figlia di sette anni che stava male, e la cui disperata richiesta di aiuto è stata diffusa da un audio raccolto da AP, è stata soccorsa in extremis il 13 aprile dalla nave civile Aita Mari, della ONG basca Salvamento Maritimo Humanitario, che si stava trasferendo da Siracusa alla Spagna per una sosta tecnica, e che quindi non aveva a bordo personale medico o rescue team. Nonostante questo, giustamente, Aita Mari devia la sua rotta e corre in soccorso delle persone in pericolo. 

Dopo altre ore di attesa, e dopo nuove mobilitazioni della società civile e dei parlamentari italiani, delle associazioni e della Chiesa maltese, le autorità de La Valletta finalmente decidono di prestare un minimo di assistenza inviando viveri e paramedici. Ma per le difficili condizioni meteo, l’elicottero di Air Force Malta non riesce nemmeno a far salire a bordo il medico. Aita Mari, con 39 persone a bordo perché 8 sono state evacuate per motivi di urgenza medica dalla Guardia Costiera italiana, è ancora in attesa di un porto sicuro di sbarco al largo di Lampedusa, fino ad ora negato da Malta, che ne avrebbe l’obbligo essendo stato il salvataggio operato nella sua zona SAR e dalle stesse Autorità maltesi coordinato, né dall’Italia, che comunque potrebbe deciderlo vista la vicinanza con le sue coste.

Rimane il caso della quarta imbarcazione, con a bordo 55 persone, con cui AP perde ogni contatto a partire dal pomeriggio della domenica di Pasqua. Malta decide di inviare un messaggio Navtex con richiesta di intervento alle navi più vicine solo nella serata di lunedi 13 aprile, dopo che un suo assetto aereo ha individuato di notte la posizione del gommone. Assumendo il coordinamento del caso. Il punto rilevato dista 30 miglia da Lampedusa, e 80 da La Valletta. Nella notte tra lunedì e martedì 14 aprile, la nave commerciale ro-ro Ivan, battente bandiera portoghese, raggiunge il gommone in difficoltà, ma alle prime ore dell’alba di martedì, dopo aver affiancato per quasi tre ore l’imbarcazione alla deriva, riceve indicazione dalle Autorità maltesi di proseguire per la sua rotta, perché stavano arrivando soccorsi. Da allora, per un’intera giornata, nessuna notizia. Il Governo Maltese non dichiara più nulla in merito al soccorso. Solo un laconico “il caso è chiuso”. Di fronte a questo silenzio, e sotto la pressione di appelli di parlamentari e della mobilitazione della società civile, anche le Autorità italiane, con mezzi aerei e navali della Guardia Costiera, si mettono finalmente alla ricerca di queste persone. Martedì 14 Aprile, alle 17.30, esce finalmente una CP300 SAR della Guardia Costiera di Lampedusa, coadiuvata da un elicottero.

Di questa quarta imbarcazione non si è saputo più nulla fino a mercoledì 15 aprile nel pomeriggio, quando l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) ha avuto conferma di un motopesca libico al largo del porto di Tripoli, in attesa di far sbarcare 47 persone. A bordo cinque corpi senza vita, ma, secondo le testimonianze dei superstiti, altri sette compagni erano già annegati in mare. I morti, dopo sei giorni in mare senza cibo né acqua e con onde alte oltre due metri, risulteranno infine 12. I governi europei, e soprattutto Malta e Italia, avrebbero potuto salvarli in ogni momento.

La più terribile delle ipotesi è diventata realtà. La quarta imbarcazione con circa 55 persone a bordo di cui si erano perse le tracce è stata respinta in Libia, all’inferno, certamente con la collaborazione delle Autorità maltesi, e anche a causa del ritardo del Governo italiano nell’avviare le operazioni di soccorso, nonostante la prossimità con Lampedusa. Per giorni le richieste di soccorso di questi uomini, donne e bambini innocenti sono state semplicemente ignorate. E poi l’operazione di “push-back”, respingimento disumano e illegale, operato con la complicità del governo Maltese e utilizzando un’imbarcazione battente bandiera libica su cui ci sarà molto da capire.

La morte di 12 persone, alcune di esse di sete e di fame, altre nel tentativo disperato di raggiungere a nuoto navi mercantili, le torture che subiranno i superstiti, sono diretta responsabilità delle politiche di gestione delle frontiere da parte dei governi europei.

Da subito l’impegno di Mediterranea, insieme alle altre organizzazioni della #CivilFleet europea, è quello di ricostruire puntualmente i fatti accaduti e trascinare davanti alle Corti internazionali tutti i colpevoli di questo crimine.
Vogliamo giustizia. E non ci fermeremo finché non l’avremo ottenuta.

L’altro nostro principale impegno, nonostante e ancor più in ragione dell’emergenza Coronavirus e dei suoi effetti, è quello di tornare al più presto in mare in missione di monitoraggio, ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale. E non ci fermeremo finché continuerà ad esserci bisogno del nostro intervento.

 

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Lo sportello, di Cristina Alga, volontaria di Mediterranea con la Protezione Civile a Palermo

Sono seduta al di là di una scrivania, uso il mio laptop, nella stanza si entra uno a uno. Quando finisco dico a voce alta “il prossimo” e uno dei miei compagni che sta alla porta, fa entrare qualcun’altro. 

Quando alzo lo sguardo per prima cosa vedo la mascherina e subito dopo gli occhi, mascherine e occhi di ogni specie, mascherine stracciate e occhi neri profondi, pezzi di stoffa infilati dietro le orecchie e occhi rugosi, mascherine chirurgiche con tanto di filtro, occhi lucidi, occhi spavaldi, occhi spauriti.

Ho passato tre giorni a fare servizio volontario negli sportelli allestiti dal Comune di Palermo per raccogliere le richieste di aiuti alimentari, più di 15.000 nella prima settimana. La domanda si fa on-line, poi bisogna stampare l’autocertificazione ma prima di tutto bisogna essere in grado di rispondere correttamente, e il form, che è solo in italiano, non è così semplice e alla fine tra chi non ha internet, chi non può stampare e chi non ha capito, vengono tutti. Tutta l’umanità. 

Dopo giorni di isolamento è stato fortissimo sostenere ognuno di quegli sguardi e ascoltare, spiegare, dire una parola gentile, “buona pasqua”, “buona fortuna”, “non si scoraggi”, “lo vedo eh che mi sorride anche se ha la mascherina”, “lo so, lo capisco ma deve aspettare”.

Brucia come il sale su una ferita che, a più di un mese dall’inizio delle misure di distanziamento sociale, il Comune di Palermo non sia stato in grado di distribuire dei buoni spesa. La mia Palermo, l’inutile fatica, luce che entra dalle crepe ma così tante crepe che non capisci come sta ancora in piedi tutto.

ll primo avviso emanato dal Comune riportava un indirizzo mail e un numero di telefono per ogni circoscrizione, penso da giorni a quel telefono che squilla ininterrottamente a vuoto sulla scrivania di finto legno di un qualche deserto ufficio di circoscrizione. 

Il senso dello Stato appeso a un filo. 

Dopo una settimana circa da quel primo avviso scompaiono i numeri di telefono, restano le mail e  viene lanciato il sistema on-line www.protezionecivile.comune.palermo.it, e un enorme dilemma: chi aveva già mandato le mail ora cosa deve fare? Non si sa, nel dubbio meglio re-iscriversi.

Quelli che si iscrivono adesso on-line aspettano qualche giorno – “tra qualche giorno”, “dopo un po’”, “sicuro dopo Pasqua”, “tra non molto” etc.,- credo di avere usato tutte le locuzioni temporali aspecifiche che la lingua italiana offre. 

Finalmente dopo qualche giorno arriva una mail di risposta con richiesta di compilare l’autocertificazione, modulo piuttosto insidioso con un paio di domande che iniziano con “dichiaro di non avere” e impegnano il lettore in esercizi linguistici che avrebbero fatto godere Bergonzoni nell’azzeccare se rispondere SI o NO. Alla fine metà hanno indovinato, metà no. E così il modulo viene corretto, ma per molti si riparte dal via.  Questo form on-line poi devi scaricarlo, stamparlo, firmarlo, scansionarlo e ri-calicarlo insieme ai documenti anagrafici, oppure visto che non hai stampante, non hai scanner e forse nemmeno una penna puoi fare invio e aspettare ancora. 

Sono già passate due settimane. 

A questo punto arriviamo noi: il Comune chiede aiuto al terzo settore. 

Non chiede aiuto organizzativo, logistico, informatico, lavoro di equipe, conoscenza dei quartieri, segnalazione di casi particolari, no. Chiede i volontari da mandare allo sportello, dove il cittadino finalmente si ritrova faccia a faccia con l’Amministrazione ed esprime la sua valanga di dubbi e domande.  Solo che noi non siamo l’Amministrazione.

Io ero lì come socia di Mediterranea Saving Humans, equipaggio di terra di Palermo. In tanti, di tante associazioni attive e connesse, come sempre abbiamo risposto all’appello, perché alla fine siamo sempre lì a fare quello che va fatto, come si dice quando siamo in mare “prima si salvano le vite e poi si parla”. Ma va detto che il racconto di questi giorni è lo specchio di una situazione non più tollerabile, il terzo settore non serve a mettere pezze e fare mera filantropia, vogliamo essere messi nelle condizioni di pensare, agire e decidere insieme all’amministrazione e non essere “chiamati” a gettare salvagenti da una barca progettata male.

Se non fosse stato per l’impegno di tante associazioni che da sole, procurandosi i fondi, bussando alle porte, con i propri mezzi scarsi e con lavoratori senza reddito tanto quanto le persone che si cercano di aiutare, a Palermo gli assalti ai supermercati ci sarebbero stati davvero, perché se non hai da mangiare e lo Stato non ti aiuta, l’alternativa qui è sempre pronta.

Credo vada riconosciuto alle associazioni della città che si sono mobilitate in questi giorni il grande merito della “tenuta sociale” in centro storico come nelle periferie, ma non si può durare a lungo così, senza risorse.

C’è un gruppo di stacanovisti in assessorato che ha lavorato giorno e notte per mettere in piedi questa procedura, una procedura che deve fare fronte a una previsione di 30.000 richieste, un mare. Al Comune non si può non dare atto del grande sforzo, dell’impegno, dell’averci provato. Non è il tempo di sparare sulla Croce Rossa ma la risposta è stata inadeguata. Dovremo fare i conti con quello che sta succedendo e stiamo vivendo, riconoscere una clamorosa mancanza di struttura organizzativa dell’Amministrazione pubblica a fronte di migliaia di dipendenti, una macchina che si ingolfa subito e finisce come al solito per basarsi sul presunto eroismo di battitori liberi che invece fanno solo il loro mestiere. Come tanti sto rileggendo la peste di Camus in questi giorni e lo dice benissimo: non ci si congratula con il maestro perché insegna che due più due fa quattro. 

Il primo giorno mi ha regalato il mare, mi assegnano allo sportello di Partanna Mondello, mi fermo in pura contemplazione a respirare nella spiaggia deserta, mi sento piena di gratitudine. La sede del punto informativo è la chiesa nella piccola piazza di Partanna. In giro solo anziani, tre panifici aperti a pochi metri uno dall’altro, odore di pane nel sole. Non arriva quasi nessuno e i ragazzi della parrocchia se la cavano benissimo senza di me, dice che forse non hanno avvisato bene le persone, quelle dieci che si presentano loro le conoscono una per una, già gliela portano la spesa, sono soprattutto pensionati e donne energiche che mantengono la famiglia.

Il secondo giorno San Lorenzo, la città nuova dei palazzoni a ridosso di viale Strasburgo, il centro è lontano. E’ un quartiere residenziale del ceto medio, nei dintorni solo una farmacia e un panificio che prende ordinazioni di cassate per Pasqua.

La sede questa volta è un patronato dove fa base l’associazione Il Circolo, riceviamo la mattina circa 40 persone, sono soprattutto “casi covid”, persone che lavoravano ma non hanno risparmi e non hanno ancora ricevuto sussidi. Alla domanda se l’ammontare di depositi, prepagate, conti correnti è superiore o meno a 6000 euro tutti alzano le braccia e nascondono il disagio in una risata o nello sguardo basso: “non ho niente nel conto”, “non ho avuto nessuna entrata nel mese di marzo”. 

Trovo i dati in un’intervista a Salvatore Morelli del Forum Disuguaglianze e Diversità: nel 1995, secondo i dati Ocse, l’Italia si collocava al primo posto fra i paesi con il tasso di risparmio più elevato: «Il 16 per cento del reddito totale disponibile annuale non veniva consumato, ma accantonato. Ma già nel 2008 il tasso di risparmio è sceso all’otto per cento e, per colpa della crisi economa del 2009 e, ancor più per quella del debito sovrano del 2011, la capacità di risparmio degli italiani si è ridotta ulteriormente, al punto che nel 2018 il tasso di risparmio è stato del 2,5 per cento, portando l’Italia in fondo alla classifica tra i paesi economicamente avanzati per tasso di accantonamento.

La possibilità di risparmiare genera divario. L’accantonamento potrà mai diventare un diritto? Questo è un primo dato che dal mio piccolo osservatorio- sportello emerge evidente del Sud: chi lavorava guadagnava poco e non ha da parte niente; chi lavorava, lavorava poco e male: contratti a termine, part-time assurdi (ricordo una signora che mi ha detto di lavorare per un’impresa di pulizie 45 minuti al giorno), stagionali o pseudo-tali, contratti a singhiozzo, precariato di tutti i tipi.

Nel ceto medio di San Lorenzo ci sono molte donne, single o divorziate, assegni di mantenimento da 200 euro, figli a carico, molta dignità e affitti che non si sa come pagare. 

L’affitto è un altro grande tema, gli aiuti sono per la spesa ma la casa come si pagherà? 

Nel frattempo siccome siamo dentro al CAF viene anche un sacco di gente che vorrebbe aiuto a fare richiesta del bonus per le partite iva dell’inps o che vuole fare l’ISEE che “forse mi serve non si sa mai” e a ora di pranzo arrivano gli altri volontari dell’associazione e aiutiamo a scaricare tre auto piene di cibo da distribuire, scatole di latte e zucchero con il marchio degli aiuti dall’Unione Europea in mezzo a barattoli di ketchup e pizze surgelate donate da aziende locali che finiscono in mezzo alle scrivanie e ai computer, di pomeriggio faranno il giro delle famiglie di nuovo in auto. 

Fa caldo al sole, ho le mani sudate dentro i guanti di lattice e la mia mascherina di stoffa autoprodotta mi soffoca. Guardo la bandiera con le stelle e quelle scritte UE FUND sui pacchi di latte, mi dimentico per un attimo di essere a Palermo.

Terzo giorno, torno a casa: ultimo turno della settimana è da Moltivolti, il ristorante-coworking punto di incontro di amici e compagni; sono felice di essere qui e rivederne alcuni anche se siamo straniti, non ci abbracciamo e ci rimangono solo gli occhi per dirsi i silenzi.

Quartiere Albergheria, mercato di Ballarò, qui ci sono altre storie e varietà di lingue. C’è già la fila e ci sarà tutto il giorno, facciamo tre postazioni e dobbiamo essere veloci, riceviamo almeno 200 persone. 

Ogni ricerca di un cognome è un viaggio nel mondo, da Ballarò al Bangladesh, dal Ghana allo Sri Lanka. Molti non hanno nemmeno fatto il primo step, vengono a chiedere aiuto, si è sparsa la voce, finisco per fare primi inserimenti anche se non dovrei per dare precedenza a chi deve solo consegnare i documenti e validare il secondo passaggio.

Quelle di Ballarò sono storie di non lavoro, di lavoro nero, informale, saltuario, di famiglie numerose, di un reddito di cittadinanza che non basta per tutti. Così, molti, non sono “casi covid” ma è l’emersione del bisogno che c’era anche prima e se apre uno sportello, si va, è un’occasione, si può chiedere. 

E’ la disoccupazione strutturale del sud che si alza come una marea. 

Nessuno si arrabbia, c’è molta calma, molta rassegnazione, si fa la fila, si va via a testa bassa se ancora “no, non c’è la sua domanda”, si dice “grazie”, “posso tornare qui?” magari “può aiutare mio fratello”.

Non so più quante persone ho incontrato, tenere la concentrazione sulle misure anti-contagio dopo tante ore diventa faticoso, finisci per prendere il caffè che un amico ti porta senza levarti i guanti o scosti una ciocca di capelli dal viso. 

Fuori il sole quasi tramonta. Finiamo stanchi e beviamo un cicchetto senza sapere bene a cosa brindare, arriva la notizia che riapriranno cartolerie e librerie. Mi fermo a guardare la sala del ristorante vuota e silenziosa come mai l’avevo vista e penso a quanta vicinanza sociale ha ospitato. 

E no, non è certo finita.

E’ necessario che nessuno rimanga indietro, ma dobbiamo dirci con onestà quanti, tantissimi, erano già indietro, mettere in campo misure radicali e pervasive sul reddito, l’accesso ai servizi, i diritti e farlo con gli enti del terzo settore che fanno innovazione civica non come braccio operativo ma come asset strategico per la ripresa. 

Solo così questa tragedia può diventare riscatto, sovversione di disuguaglianze inaccettabili, ancor di più quando le guardi dritte negli occhi sopra una mascherina.

Cristina Alga

Palermo, 11 aprile 2020

News

Dodici morti e un respingimento segreto verso la Libia – Alarm Phone

Come le autorità maltesi ed europee hanno lasciato morire persone in mare e riportato i superstiti nell’inferno di guerra

Alarm Phone, in collaborazione con Sea-Watch e Mediterranea Saving Humans

Dodici persone hanno perso la vita a causa dell’azione e dell’in-azione europee nel Mar Mediterraneo.

Le Autorità di Malta, Italia, Libia, Portogallo e Germania, così come l’agenzia EU Frontex, erano state informate di un gruppo di 55 persone (in seguito si è scoperto essere 63) in mare in difficoltà, ma hanno preferito lasciare che dodici di loro morissero di stenti o affogate, mentre orchestravano il  respingimento forzato dei sopravvissuti in Libia, luogo di guerra, torture, stupri. 

Come mostreremo in questo report, e contrariamente a quanto dichiarato dal Governo maltese [https://www.gov.mt/en/Government/DOI/Press%20Releases/Pages/2020/April/15/pr200673en.aspx], l’imbarcazione si trovava alla deriva nella zona SAR Maltese, non lontano dall’isola di Lampedusa. Tutte le autorità hanno evitato di intervenire, usando la pandemia globale COVID-19 come scusa per infrangere crudelmente la legge del mare e ogni convenzione per i diritti umani e dei rifugiati. In primo luogo le Forze Armate di Malta, poi tutte queste altre Autorità, sono da ritenere responsabili per la morte di dodici esseri umani e per la sofferenza di decine di altri.

In nome delle vittime e dei sopravvissuti, imprigionati adesso nel disumano centro di detenzione Tarik Al Sikka di Tripoli, riteniamo le autorità responsabili per aver mancato al dovere di intervenire e soccorrere e per aver attivamente creato le condizioni affinché ciò accadesse. 

Questo caso, come tanti altri casi di distress ricevuti da Alarm Phone, evidenzia ancora una volta gli effetti devastanti sulle vite dei migranti causati dalle politiche europee di gestione dei confini.
Non si tratta solo di inefficenza, ma di sforzi concertati per impedire a chi si trova in mare in difficoltà di ragiiungere l’Europa. Ad ogni costo.

La rete Alarm Phone, Sea-Watch e Mediterranea Saving Humans, attraverso l’impegno e la mobilitazione attiva, hanno tentato in ogni modo di evitare altre vittime, purtroppo invano. Sappiamo che niente potrà restituire agli amici e alle famiglie i loro cari, deceduti in circostanze inaccettabili. Sappiamo che i sopravvissuti si trovano di nuovo a vivere nell’inferno libico, costantemente sottoposti a torture e crudeltà inimmaginabili. Abbiamo tentato di far salvare quelle 63 persone finchè erano ancora vive, ma abbiamo fallito. Abbiamo fallito perchè attori istituzionali europei avevano già deciso di lasciarli morire.

In questo report presentiamo la ricostruzione dettagliata del caso di distress, mostrando chiaramente ciò che è accaduto e come Malta e altre Autorità europee abbiano rifiutato di soccorrere il natante in difficoltà. Abbiamo raccolto prove basandoci sui nostri contatti diretti coi naufraghi e coi loro parenti, oltre che sulle testimonianze di coloro che sono stati respinti illegalmente in Libia. Abbiamo raccolto dati sui movimenti degli assetti statali e privati in mare e in cielo. Abbiamo un’enorme quantità di documenti che mostrano nel dettaglio le comunicazioni con le Forze Armate Maltesi, col MRCC italiano, con la cosiddetta Guardia Costiera libica e con le altre parti europee, le quali o si sono rifiutate d’intervenire o hanno compiuto azioni illegali. Mostreremo alcuni di questi documenti, mantenedoci a disposizione, se richiesti, per una condivisione più approfondita.

RIASSUNTO DEI FATTI

Nella notte tra il 9 e il 10 aprile 2020, 55 persone (successivamente confermate 63), di cui sette donne e tre bambini, lasciano la Libia partendo da Garabulli su di un gommone in precarie condizioni.

Venerdi 10 aprile, un assetto aereo di Frontex individua tre gommoni con naufraghi a bordo nella zona SAR libica, stando alle dichiarazioni stampa rilasciate da Frontex all’agenzia ANSA di Roma in data 13 Aprile (ore 16.14): “Nel rispetto delle procedure operative e delle leggi internazionali abbiamo immediatamente informato i Centri di Coordinamento e Soccorso Marittimo (Italia, Malta, Libia e Tunisia) fornendo le coordinate esatte delle imbarcazioni”.

Nella notte tra il 10 e l’11 aprile, i naufraghi alla deriva contattano Alarm Phone. Comunicano che il gommone sta imbarcando acqua e di aver urgente bisogno di assistenza. Dopo aver condiviso la loro posizione GPS, che li collocava in acque internazionali (N 33°41.795′, E 013°34.0124′ ricevute alle 01:52 CEST, 11/04/2020), Alarm Phone contatta le autorità competenti a Malta, in Italia e in Libia. Durante le ore successive, Alarm Phone resta in contatto con le persone a bordo del gommone e comunica costantemente le nuove coordinate e i dettagli del distress alle Autorità competenti.

Sabato 11 aprile, alle 9.20 ora locale, Alarm Phone riesce a contattate le autorità libiche telefonicamente. Essi comunicano che “La Guardia Costiera libica adesso effettua solo manovre di coordinamento a causa del COVID-19: non possiamo attuare alcun salvataggio ma siamo in contatto con Malta e con l’Italia”.

Alarm Phone mantiene il contatto con l’imbarcazione in distress. Svariati aggiornamenti di coordinate vengono condivisi con le autorità. Ciò nonostante, gli organi competenti rifiutano di operare o coordinare il salvataggio per le 55 vite in balìa del mare. 

Domenica 12 aprile, ore 12.45, Alarm Phone riceve nuove coordinate (N34° 29.947′ E013° 37.803′) dal natante, che lo mostrano nella SAR maltese. Alle 14.05 le persone a bordo chiamano ancora, richiedendo disperatamente aiuto. Questo sarà l’ultimo contatto che abbiamo avuto con loro.

Nel pomeriggio di lunedì 13 aprile, in seguito alla perdita di contatto per circa 36 ore e grazie alla pressione di varie parti (vedi il salvataggio effettuato dalla ONG basca Aita Mari –  https://twitter.com/alarm_phone/status/1249734230655066113 ), sia le Autorità Italiane sia quelle Maltesi organizzano missioni di sorveglianza aerea e finalmente identificano la posizione dell’imbarcazione in difficoltà alle ore 23.45 con coordinate 35°01’M 013°06’E.

Martedi 14 Aprile, ore 00.21, Malta invia un NAVTEX a tutte le unità (https://twitter.com/scandura/status/1249879307813564422?s=20) “A tutte le unità in transito nella zona interessata si richiede attenzione e assistenza se necessario”. La posizione GPS coincide con la rotta in deriva dell’imbarcazione con i 55 migranti a bordo. Dal NAVTEX, traspare un rifiuto di Malta nel fornire un PoS (Place of Safety). In quei minuti, la nave cargo M/V IVAN stabilisce contatto visivo con il gommone in distress. Per l’ennesima volta, Alarm Phone contatta le Forze Armate Maltesi per chiedere se effettivamente stia avvenendo l’operazione di ricerca e soccorso.

Poco dopo, la nave IVAN (https://www.vesselfinder.com/vessels/IVAN-IMO-9112040-MMSI-255786000) si ferma a un miglio dall’unità da soccorrere, mentre Malta ordina di mantenere il contatto visivo fino all’arrivo del mezzo di soccorso. A causa delle onde alte e delle avverse condizioni meteo-marine (peggiorate dall’oscurità e dalla struttura del cargo), IVAN è impossibilitata ad effettuare il salvataggio, e aveva precedentemete ricevuto da Malta l’ordine di non intervenire. Un assetto aereo delle Forze Armate maltesi era sulla scena durante la durata dell’operazione per coordinare la IVAN e comunicare l’arrivo di due imbarcazioni.

Secondo le testimoniaze raccolte dai sopravvissuti, tre naufraghi provano a raggiungere la IVAN a nuoto e affogano. Altre quattro persone, disperate, si tolgono la vita tuffandosi in mare e lasciandosi annegare. Nelle parole di un superstite: “Abbiamo gridato aiuto e cercato di farci vedere. Tre persone hanno provato a raggiungere a nuoto la nave grande quando hanno visto che si allontanava. Sono annegate. Abbiamo fatto segnali all’aereo, mostrando le luci dei telefoni e abbiamo alzato con le braccia il bambino per mostrare che eravamo in grave difficoltà. L’aereo ci ha visti di sicuro, perchè ha emesso un segnale luminoso rosso. Dopo poco un’altra imbarcazione è arrivata da non so dove e ci ha presi”.

Intorno alle 5.00, una nave “di supporto all’attività di pesca” e un’altra unità non ancora identificata sono arrivate sulla scena e hanno effettuato il trasbordo dei sopravvissuti, sotto il coordinamento delle Forze Armate Maltesi. Alla IVAN viene impartito l’ordine di andarsene.

Martedì sera, le Autorità maltesi comunicano ad Alarm Phone che non ci sono più imbarcazioni in distress nella SAR, senza dare informazioni riguardo il natante con le 63 persone a bordo. Le Autorità italiane non sembrano consapevoli dell’avvenuta operazione di respingimento, dato che continuano a sorvegliare la zona con assetti aerei, ovviamente senza esito.

Nella mattina di mercoledì 15 aprile, Alarm Phone riceve l’informazione che 56 persone sono state riportate in Libia a bordo di un peschereccio. Tra di loro ci sono I corpi di 5 persone decedute durante il viaggio per fame e disidratazione. 7 altre persone risultano disperse. Secondo i sopravvissuti, l’equipaggio del “peschereccio” ha fatto creder loro che sarebbero stati condotti al salvo sulle coste europee. In realtà sono stati deportati in Libia.

Mercoledì pomeriggio le Autorità Maltesi ammettono pubblicamente di aver coordinato l’operazione

(link: https://www.gov.mt/en/Government/DOI/Press%20Releases/Pages/2020/April/15/pr200673en.aspx) .

***

Il caso di distress era conosciuto da sei giorni dalle Autorità Europee, dall’avvistamento aereo Frontex del 10 aprile (secondo il comunicato stampa alle agenzie del 13 aprile). Da quel momento Malta, l’Italia e gli altri attori europei coinvolti in missioni nel Mediterraneo Centrale erano a conoscenza della situazione, segnalata anche da Alarm Phone durante la notte tra il 10 e l’11 aprile.

Nonostante l’impossibilità di intervenire da parte delle Autorità Libiche, dichiarata in una telefonata con Alarm Phone la mattina dell’11 aprile in cui l’Ufficiale libico in servizi afferma anche di essere in contatto con Italia e Malta, non vi è stato alcun coordinamento né intervento finalizzato al salvataggio di persone in balia del mare dopo 72 ore di agonia, in violazione della Legge Internazionale del Salvataggio in Mare (3.1.9 SAR Convention, 1979). L’obbligo degli Stati di assicurare la salvaguardia della vita in mare non può mai venir meno, anche se il caso di distress si verifica fuori dalla propria zona SAR di competenza (IMO Guidelines on the treatment of persons rescued at sea, par. 6.7).

Secondo la comunicato stampa ufficiale del Governo Maltese del 15 Aprile, Malta dichiara di aver assunto in ritardo il coordinamento, lanciando il messaggio NAVTEX, solo nella notte tra il 13 e il 14 aprile, dove era tra l’altro specificato che lo Stato non avrebbe fornito un Place of Safety, violando così la già citata cornice normativa.

Decidendo di non effettuare il salvataggio e non assicurando lo sbarco in un porto sicuro, il Governo Maltese si è reso responsabile di aver facilitato il respingimento illegale in Libia di persone in distress nella zona SAR Maltese, violando l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, gli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea sui Diritti Umani e l’articolo 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

Alarm Phone, in collaborazione con Sea-Watch e Mediterranea Saving Humans

16 aprile 2020  

News

Ai fratelli e alle sorelle dei movimenti e delle organizzazioni popolari – Papa Francesco

Cari amici,

Ricordo spesso i nostri incontri: due in Vaticano e uno a Santa Cruz de la Sierra, e confesso che questa “memoria” mi fa bene, mi avvicina a voi, mi fa ripensare ai tanti dialoghi avvenuti durante quegli incontri, ai tanti sogni che lì sono nati e cresciuti, molti dei quali sono poi diventati realtà. Ora, in mezzo a questa pandemia, vi ricordo nuovamente in modo speciale e desidero starvi vicino.

In questi giorni, pieni di difficoltà e di angoscia profonda, molti hanno fatto riferimento alla pandemia da cui siamo colpiti ricorrendo a metafore belliche. Se la lotta contro la COVID-19 è una guerra, allora voi siete un vero esercito invisibile che combatte nelle trincee più pericolose. Un esercito che non ha altre armi se non la solidarietà, la speranza e il senso di comunità che rifioriscono in questi giorni in cui nessuno si salva da solo. Come vi ho detto nei nostri incontri, voi siete per me dei veri “poeti sociali”, che dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose per i problemi più scottanti degli esclusi.

So che molte volte non ricevete il riconoscimento che meritate perché per il sistema vigente siete veramente invisibili. Le soluzioni propugnate dal mercato non raggiungono le periferie, dove è scarsa anche l’azione di protezione dello Stato. E voi non avete le risorse per svolgere la sua funzione. Siete guardati con diffidenza perché andate al di là della mera filantropia mediante l’organizzazione comunitaria o perché rivendicate i vostri diritti invece di rassegnarvi ad aspettare di raccogliere qualche briciola caduta dalla tavola di chi detiene il potere economico. Spesso provate rabbia e impotenza di fronte al persistere delle disuguaglianze persino quando vengono meno tutte le scuse per mantenere i privilegi. Tuttavia, non vi autocommiserate, ma vi rimboccate le maniche e continuate a lavorare per le vostre famiglie, per i vostri quartieri, per il bene comune. Questo vostro atteggiamento mi aiuta, mi mette in questione ed è di grande insegnamento per me.

Penso alle persone, soprattutto alle donne, che moltiplicano il cibo nelle mense popolari cucinando con due cipolle e un pacchetto di riso un delizioso stufato per centinaia di bambini, penso ai malati e agli anziani. Non compaiono mai nei mass media, al pari dei contadini e dei piccoli agricoltori che continuano a coltivare la terra per produrre cibo senza distruggere la natura, senza accaparrarsene i frutti o speculare sui bisogni vitali della gente. Vorrei che sapeste che il nostro Padre celeste vi guarda, vi apprezza, vi riconosce e vi sostiene nella vostra scelta.

Quanto è difficile rimanere a casa per chi vive in una piccola abitazione precaria o per chi addirittura un tetto non ce l’ha. Quanto è difficile per i migranti, per le persone private della libertà o per coloro che si stanno liberando di una dipendenza. Voi siete lì, presenti fisicamente accanto a loro, per rendere le cose meno difficili e meno dolorose. Me ne congratulo e vi ringrazio di cuore. Spero che i governi comprendano che i paradigmi tecnocratici (che mettano al centro lo Stato o il mercato) non sono sufficienti per affrontare questa crisi o gli altri grandi problemi dell’umanità. Ora più che mai, sono le persone, le comunità e i popoli che devono essere al centro, uniti per guarire, per curare e per condividere.

So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze, eppure siete costretti a subirne i danni. I mali che affliggono tutti vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono giorno per giorno senza alcuna garanzia legale che li protegga: venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento… e la quarantena vi risulta insopportabile. Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti.

Vorrei inoltre invitarvi a pensare al “dopo”, perché questa tempesta finirà e le sue gravi conseguenze si stanno già facendo sentire. Voi non siete dilettanti allo sbaraglio, avete una cultura, una metodologia, ma soprattutto quella saggezza che cresce grazie a un lievito particolare, la capacità di sentire come proprio il dolore dell’altro. Voglio che pensiamo al progetto di sviluppo umano integrale a cui aneliamo, che si fonda sul protagonismo dei popoli in tutta la loro diversità, e sull’accesso universale a quelle tre T per cui lottate: “tierra, techo y trabajo” (terra – compresi i suoi frutti, cioè il cibo –, casa e lavoro). Spero che questo momento di pericolo ci faccia riprendere il controllo della nostra vita, scuota le nostre coscienze addormentate e produca una conversione umana ed ecologica che ponga fine all’idolatria del denaro e metta al centro la dignità e la vita. La nostra civiltà, così competitiva e individualista, con i suoi frenetici ritmi di produzione e di consumo, i suoi lussi eccessivi e gli smisurati profitti per pochi, ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione. Voi siete i costruttori indispensabili di questo cambiamento ormai improrogabile; ma soprattutto voi disponete di una voce autorevole per testimoniare che questo è possibile. Conoscete infatti le crisi e le privazioni… che con pudore, dignità, impegno, sforzo e solidarietà riuscite a trasformare in promessa di vita per le vostre famiglie e comunità.

Continuate a lottare e a prendervi cura l’uno dell’altro come fratelli. Prego per voi, prego con voi e chiedo a Dio nostro Padre di benedirvi, di colmarvi del suo amore, e di proteggervi lungo il cammino, dandovi quella forza che ci permette di non cadere e che non delude: la speranza. Per favore, anche a voi pregate per me, che ne ho bisogno.

Fraternamente,

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Città del Vaticano, 12 aprile 2020, Domenica di Pasqua