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I naufraghi salvati dalla Alex denunciano i crimini contro l’umanità in Libia. L’Europa? Complice

Ricordiamo bene i volti e le storie delle 59 persone che abbiamo soccorso il 4 luglio scorso con la barca a vela Alex & Co.

Ricordiamo la loro dignità, il loro coraggio, la forza straordinaria che hanno avuto in quelle 50 ore in cui i governi ci avevano abbandonato, loro e noi, naufraghi coi naufraghi, senza un porto sicuro nonostante fossimo in 70 su una barca di appena 18 metri, con i bagni da subito inutilizzabili, senza acqua nei serbatoi, con pochissime scorte di cibo.

Ricordiamo la consapevolezza che quelle donne e quei ragazzi avevano delle violenze subite. Le loro parole: “meglio una vita su questa barca con voi che un minuto di più in Libia”, i numeri che avevano scritti addosso, anche i bambini: marchiati. I loro visi terrorizzati mentre la motovedetta regalata dall’Italia ai libici ci inseguiva e poi si affiancava a noi, e ancora non sapevano se li avremmo riconsegnati alle bombe e alle torture.

E ricordiamo anche, con un moto di indignazione che ritorna, l’ordine del centro di coordinamento italiano avvertito da noi del loro gommone in difficoltà, che ci diceva che avremmo dovuto fare riferimento alla Libia. Allora, come in tutte le altre volte, abbiamo rifiutato.

Il 6 luglio entravamo con la nostra barca a vela Alex nel porto di Lampedusa dichiarando lo stato di necessità e violando il decreto sicurezza bis. Stavamo rispettando, facendolo, il diritto dei diritti umani, il diritto del mare e la nostra Costituzione. Ma negli ultimi anni, nel Mediterraneo, tutto è stato capovolto e paradossale, e la Alex ha avuto una multa di 66.000 euro per quel salvataggio ed è ancora sotto sequestro e a concreto rischio di definitiva confisca da parte dello Stato. 

Una “punizione” ancora più paradossale, alla luce del fatto che le persone che abbiamo portato in salvo sono oggi testimoni di un’inchiesta sui reati di tortura, stupro, omicidio, perpetrati in Libia da carcerieri che adesso si trovano in Italia e che i nostri compagni di viaggio hanno riconosciuto. Raccontano, finalmente ascoltati, dei cavi elettrici sui loro corpi, delle bastonate fino alla morte, delle uccisioni, delle violenze di massa sulle donne, all’interno di un sistema definito dallo stesso Procuratore di Agrigento come un crimine contro l’umanità. 

La giustizia e la verità sono riaffermate dal basso: dal coraggio eccezionale di chi attraversa il Mediterraneo fuggendo l’orrore della Libia per riconquistare la propria dignità di essere umano anche a rischio della vita, e in piccola parte dalle navi della società civile che hanno il privilegio di incontrare queste persone. Ma è solo l’inizio di un lungo processo che deve risalire la catena di responsabilità istituzionali rispetto alle violazioni gravissime e reiterate che ormai da anni segnano il Mediterraneo.

I torturatori riconosciuti come tali e su cui si sta indagando agivano dentro centri governativi libici. Quelli finanziati dall’Italie e dall’Ue. Il sistema di cattura, estorsione, rimessa in mare, ancora cattura, ancora tortura, ancora estorsione, funzionava e funziona sulla base del memorandum d’intesa con la Libia firmato del governo italiano nel febbraio del 2017. Le motovedette della cosiddetta guardia costiera libica sono italiane e vengono guidate dagli assetti aerei dell’Unione europea quando intercettano e riportano indietro i profughi di guerra per rimetterli nelle mani di carcerieri e trafficanti.

I complici di questo crimine contro l’umanità sono in Europa, e hanno funzioni politiche istituzionali.

Gli accordi con la Libia vanno solo stracciati, e sarà sempre troppo tardi quando ciò verrà fatto, perché la Storia ha già giudicato.

Nel frattempo, noi torneremo in mare, come facciamo dal 4 ottobre del 2018, per sottrarre alla morte e alle torture più bambini, più donne, più uomini che potremo.

Alessandra Sciurba

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Sette giorni di violazioni, omissioni e abusi: esposto di Mediterranea alla Procura della Repubblica

Il 4 settembre del 2019 abbiamo inviato un esposto alla Procura di Agrigento e alla Procura di Roma.

Le prime 30 pagine offrono una ricostruzione dettagliata di tutti gli eventi intercorsi dall’alba del 28 agosto, quando la nostra nave ha soccorso 98 persone, tra cui 22 bambini piccoli, a rischio di morte su un gommone sovraffollato, fino alle prime ore del 3 settembre, quando al nostro comandante e al nostro armatore sono stati assurdamente notificati il sequestro amministrativo di Mare Jonio e una sanzione di 300.000 euro per avere violato il divieto di ingresso in acque territoriali, nonostante fossimo entrati con formale autorizzazione delle autorità competenti.

La lista di violazioni e abusi commessi in questa vicenda è lunga, e non è certamente a carico del nostro equipaggio. È un dovere etico riaffermare pienamente la verità e la giustizia rispetto a quanto accaduto, e continuare a tutelare i diritti delle persone che abbiamo soccorso e del nostro equipaggio. Ancora una volta siamo noi a chiedere che le indagini vengano aperte, certi di avere sempre agito – a differenza di alcuni dei massimi vertici del governo in carica fino a ieri – in piena conformità col diritto internazionale e con la nostra Costituzione.

Speriamo che venga anche ricostruita dall’autorità giudiziaria la catena delle responsabilità istituzionali e personali riguardanti il nostro caso, poiché, riportando fedelmente l’esposto:

“Si ritiene che la vicenda che ha riguardato la gestione dell’evento SAR del 28 agosto 2019 prima; l’adozione del provvedimento inibitorio di accesso alle acque territoriali in seguito; ed il sequestro amministrativo della nave MARE JONIO e di applicazione di sanzione pecuniaria per l’asserita violazione della diffida ministeriale, per finire, sia segnata da una serie di gravissime omissioni istituzionali; di provvedimenti assunti in difetto delle condizioni di legge e in violazione di obblighi internazionali e di norme di rango costituzionale; di comportamenti di dubbia liceità e fortemente lesivi della integrità psico-fisica, dignità e dei diritti dei migranti soccorsi, dell’equipaggio e di tutte le persone a bordo, con particolare riferimento a:

il tentativo di respingere in Libia 98 profughi di guerra in grave condizione di vulnerabilità, vittime di reiterati atti di sevizie e violenze nei campi di detenzione libici, tra cui numerosi bambini e donne in gravidanza, con la consapevolezza di esporli, in tale maniera, al rischio concreto di essere torturati o uccisi;
l’omesso coordinamento dell’evento SAR da parte delle Autorità nazionali a ciò preposte, pur essendo state costoro informate, per prime, del soccorso e dunque avendone l’obbligo legale;
l’omessa assegnazione del PoS in violazione degli obblighi internazionali e nazionali in tema di salvataggio delle vite in mare;
l’emissione del provvedimento inibitorio di accesso nelle acque territoriali da parte dei Ministri competenti in assenza di alcuna istruttoria atta ad accertare la sussistenza delle ragioni di pericolosità per l’ordine e la sicurezza nazionale richiamate nel decreto n. 59/2019 convertito in legge n. 77 e in diretta violazione degli obblighi internazionali e nazionali in tema di salvataggio delle vite in mare;
l’ingiustificato trattenimento di tutte le persone a bordo della MARE JONIO – nave, peraltro, battente bandiera italiana, come tale territorio flottante dello Stato – costretti a rimanere sul rimorchiatore contro la loro volontà per 6 giorni in condizioni inumane ben note alle competenti autorità in quanto documentate da sanitari di bordo e ministeriali e dalla psichiatra, dott.ssa Carla Ferrari Aggradi e reiteratamente comunicate alle competenti autorità;
il ritardo nell’adozione dei provvedimenti di evacuazione medica pur a fronte dei numerosi solleciti e delle relazioni del sanitari di bordo e ministeriali e della relazione psichiatrica che paventava il rischio, in caso di prosecuzione della permanenza a bordo, di atti di autolesionismo o di reazioni violente, che ha cagionato un progressivo aggravamento delle condizioni psico fisiche dei naufraghi soccorsi fino ad ingenerare condotte autolesive, ansia, panico, disturbi del sonno, rifiuto del cibo e scioperi della fame;
l’omessa indicazione di un punto di fonda all’interno delle acque territoriali, in temporanea deroga all’inibizione, per garantire la sicurezza di tutte le persone a bordo della MARE JONIO a fronte dell’allerta meteo diramata dalle Autorità competenti;
l’omessa, tempestiva, adozione, da parte delle competenti Autorità, dei necessari provvedimenti a tutela della salute e della sicurezza di tutte le persone a bordo per contenere il rischio di un’emergenza sanitaria e la diffusione di malattie comunitarie, pur essendo stati reiteratamente informati delle precarie condizioni igieniche della MARE JONIO a causa della disfunzione dell’impianto di dissalazione dell’acqua, e della conseguente assenza di acqua corrente, e del rischio di diffusione di malattie comunitarie per l’impossibilità di garantire una corretta igiene personale e degli ambienti;
l’aver, come conseguenza delle condotte sopra richiamate, sottoposto i naufraghi soccorsi dalla MARE JONIO a trattamenti inumani e degradanti, fortemente lesivi della loro dignità di persone e dei loro diritti fondamentali, contribuendo ad aggravarne le condizioni di stress psico-fisico al punto da ingenerare reazioni di tipo autolesive, depressive, rifiuto del cibo, ansia e panico;
l’adozione del provvedimento di sequestro amministrativo della MARE JONIO e della sanzione pecuniaria per violazione dell’art. 12 comma 6 bis del Decreto Legislativo n. 286/1998, pur a fronte dell’autorizzazione all’ingresso in acque territoriali rilasciata dalle competenti Autorità portuali.”

Abbiamo chiesto alla Procura della Repubblica di procedere ad accertare tutti gli estremi di reato riconducibili a queste condotte, al fine di perseguire e punire a norma di legge chi ne è autore. è un atto di giustizia che travalica anche le vicende che ci vedono direttamente protagonisti.

Perché ripristinare lo stato di diritto nel Mediterraneo significa costruire argini all’abuso e alla violenza del potere anche a terra.

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Luca Casarini: «Contro di noi il colpo di coda di Salvini»

Proprio quando lo stallo sembrava risolto, l’equipaggio della Mare Jonio ha dovuto affrontare una nuova, inattesa emergenza. Questa volta nelle acque agitate di un vero e proprio scontro istituzionale. Lunedì pomeriggio era stato autorizzato «per motivi sanitari» lo sbarco delle ultime persone salvate il 28 agosto scorso. Qualche ora dopo la capitaneria di porto di Lampedusa ha dato il via libera all’ingresso nelle acque territoriali della nave umanitaria. A bordo era rimasto solo l’equipaggio. In seguito, però, alcuni ufficiali della guardia di finanza hanno raggiunto l’imbarcazione e notificato l’ennesimo sequestro e una maximulta da 300 mila euro. Abbiamo intervistato il capomissione Luca Casarini, poco prima che l’imbarcazione attraccasse finalmente nel porto dell’isola siciliana.

Cosa è successo dopo il trasbordo degli ultimi naufraghi?

Quando l’ultima persona salvata è scesa a terra, nel porto di Lampedusa, abbiamo considerato concluso l’evento Sar di ricerca e soccorso. A bordo era rimasto solo l’equipaggio, erano quindi venute meno le condizioni ostative all’ingresso nelle acque territoriali italiane. Noi siamo comunque rimasti in attesa dell’autorizzazione. Abbiamo contattato il centro di coordinamento per il soccorso in mare (Mrcc) di Roma, che ci ha detto che la competenza sull’ingresso era della capitaneria di porto di Lampedusa. Questa ci ha chiesto di svolgere le normali pratiche. Lo abbiamo fatto, inviando tutti i documenti. Successivamente la capitaneria ci ha ricontattato attraverso il canale radio Vhf 16 che, insieme a mail e telefono satellitare, è uno dei tre strumenti che utilizziamo per le comunicazioni con le autorità. Ha autorizzato l’entrata nelle acque territoriali e ci ha indicato le coordinate del punto assegnato. Così abbiamo varcato il limite delle 12 miglia, ci siamo diretti dove richiesto e abbiamo comunicato che ci trovavamo nelle coordinate convenute, chiedendo quando saremmo potuti entrare nel porto dell’isola. Ci hanno risposto di attendere la mattina seguente. Ci stavamo apprestando a farlo…

Invece?

Invece siamo stati raggiunti da una telefonata della guardia di finanza che poco dopo ci ha affiancato con un gommone militare. Degli ufficiali sono saliti a bordo comunicandoci che la Mare Jonio era sotto sequestro per effetto del decreto sicurezza bis. Quando abbiamo spiegato che l’ingresso era stato autorizzato dalla capitaneria di porto, ci hanno risposto soltanto: «A noi non risulta». Lì abbiamo capito che era in corso un conflitto tra due istituzioni.

Dopo cosa è accaduto?

Io, in qualità di capomissione, e Giovanni Buscema, comandante della nave, siamo stati portati in caserma dove ci hanno notificato una multa da 300 mila euro e il nuovo sequestro della Mare Jonio. Un sequestro che questa volta preluderebbe alla confisca. Adesso, però, c’è spazio per i ricorsi. I nostri avvocati sono già a lavoro. Dimostreremo di nuovo che chi ha usato in termini di illegalità la propria posizione di potere non siamo certo noi, ma qualcuno che una volta faceva il ministro. Non abbiamo paura, ma ci fa rabbia dover perdere ancora del tempo. Saremmo potuti ripartire subito per tornare nel Mediterraneo centrale, dove c’è bisogno di noi.

Qualche giorno fa la guardia costiera ha trasmesso alle procure di Agrigento e Roma i 37 nomi della catena di comando che ha portato al rifiuto di concedervi un porto sicuro. Adesso questo scontro con il Viminale. Come interpreta questi segnali?

Mi pare che questa mossa compiuta a notte fonda sia l’ultimo colpo di coda di chi voleva vendicarsi di Mediterranea. Che alla fine ha fatto semplicemente ciò che andava fatto. Perché nonostante decreti, divieti, blocchi, sequestri, abbiamo salvato 98 persone e affermato i principi delle convenzioni internazionali e di umanità. Capiamo che tutto ciò dia fastidio a qualcuno, ma il fastidio passa. Come passano i ministri.

Da domani infatti ne arriverà uno nuovo. Mediterranea ha qualche messaggio da recapitare?

In questo periodo si parla tanto dei decreti sicurezza. Bisogna denunciare la ratio di questi provvedimenti. Spingono all’illegalità non solo chi compie i salvataggi, ma anche gli uomini dello Stato. Perché questi agenti, questi ufficiali, questi comandanti che compiono atti illeciti in base agli ordini ricevuti saranno tutti indagati. Non è che viene indagato solo chi ha l’immunità parlamentare. E qui si tratta di crimini gravissimi, come le violazioni di diritti umani o i trattamenti inumani e degradanti. Queste leggi vanno cancellate anche per questo, perché sono criminogene: producono crimini.

 

(Via il manifesto)

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Mare Jonio: sequestro e multa da 300mila euro. Paradossale e disumana applicazione del Decreto Sicurezza Bis.

Alle 20:40 del 2 settembre, a poche ore dallo sbarco degli ultimi 31 naufraghi ancora a bordo della Mare Jonio, la nostra nave ha fatto ingresso in acque territoriali con l’autorizzazione delle competenti Autorità Marittime, avviando le pratiche per l’approdo nel porto di Lampedusa.

Paradossalmente, nella stessa notte, al nostro comandante e al nostro armatore è stato notificato il sequestro amministrativo di Mare Jonio insieme a una multa di 300.000 euro per avere violato il Decreto Sicurezza bis. Un ultimo colpo di coda da parte di chi non è riuscito ad accettare che una storia di umanità e giustizia si concludesse, finalmente, mantenendo intatta tutta la sua bellezza.

Ma se questo era l’intento, chi ha tentato questo ultimo atto di cattiveria vendicativa e insulsa si rassegni. Nei nostri occhi, come in quelli di questo paese, rimane la Nave dei bambini, quella che è arrivata appena in tempo, quella che ha strappato 98 persone dalla guerra e dalla morte in mare. La loro forza, il loro sorriso, il loro futuro, è quello che conta.

Torneremo dove bisogna essere, come abbiamo sempre fatto, e il paradosso che stiamo vivendo è così evidente da suscitare quasi pietà. A chi ha deciso di fermare ancora Mare Jonio, resta però il peso e la responsabilità, oltre a tutte le altre, di tenere lontana un’altra nave, per giorni o settimane, dalla possibilità di salvare chi anche in questo momento sta rischiando di annegare.

Bambini, come quelli che abbiamo abbracciato, pesano sulla sua coscienza. Sulla nostra, solo la certezza di quanto ogni cosa valesse la pena. 237 vite salvate nel 2019 da Mediterranea Saving Humans. E una nave diventata simbolo di un’Italia che non ha paura, che non si fa ingannare, che è riuscita, nonostante tutto, a conservare l’anima e il cuore, e a ricordare che non è disprezzando la vita che si conquistano i diritti.

Che o ci si salva insieme, o non si salva nessuno.

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Quinto giorno dal salvataggio. Mare Jonio, 13 miglia a largo di Lampedusa

Stanotte sulla Mare Jonio il temporale ha terrorizzato i 31 naufraghi ancora a bordo. Lampi, tuoni e vento forte sono bastati per farli iniziare a tremare. Sono persone traumatizzate da un vissuto di violenze e torture di cui portano i segni addosso, e da una tragica traversata in mare in cui hanno perso tra le onde almeno sei compagni di viaggio. Per tutti si è tornati a chiedere un’evacuazione che è stata negata.

Solo a 3 persone, una donna e due ragazzi, nel pomeriggio di ieri, era stato concesso di sbarcare. Ma perché ciò accadesse si erano dovuti ridurre a non riuscire a stare più in piedi.

Intanto abbiamo inviato una richiesta di revoca del divieto di ingresso in acque territoriali ai ministri che l’hanno firmato e siamo tornati a chiedere un porto sicuro di sbarco prima possibile, come è nostro diritto, e soprattutto diritto dei naufraghi, avere.

Il Decreto Sicurezza Bis, illegittimo e incostituzionale, si basa sulla presunzione del pericolo di ingresso delle persone rispetto alla sicurezza dello Stato. Abbiamo allegato alla richiesta le loro storie. Rappresentano un insieme di sofferenze e diritti negati, sono davvero questi i nemici di cui avere paura?

A bordo è sempre più dura, anche se si resiste insieme.

Alcune delle persone soccorse hanno smesso di bere e di mangiare. Ieri si è dovuta imbarcare e rimanere a bordo una psichiatra per dare tutta l’assistenza possibile.

L’equipaggio continua prendersi cura, ora dopo ora, di ognuna di loro, mentre è previsto un peggioramento importante delle condizioni meteomarine che metterà ulteriormente a repentaglio la sicurezza di tutti.

Queste donne e questi uomini non devono essere il nuovo oggetto di liti politiche e propaganda, ma rappresentare il simbolo di un cambiamento culturale possibile, che restituisca l’anima a questo paese rimettendo al centro l’umanità e i diritti.

A chi serve questo spettacolo della cattiveria? Devono sbarcare tutti in barella? Fateli scendere sulle loro gambe. E basta.

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Abbiamo diffidato le autorità a commettere ancor più gravi violazioni di legge

Con una mail delle 11.28 di questa mattina siamo tornati a chiedere al Centro di Coordinamento Marittimo Italiano un porto sicuro di sbarco rappresentando ancora una volta le condizioni psicofisiche di estrema vulnerabilità delle persone a bordo dovute ai loro tragici vissuti e alle violenze subite in Libia. Condizioni aggravate dall’esperienza della morte di sei compagni di viaggio e dall’attuale situazione di incertezza e di sospensione del diritto in cui versano che si configura come “trattamento inumano e degradante”.

Nel farlo, abbiamo ricordato la recentissima pronuncia del GIP di Agrigento nella vicenda della nave Open Arms, nella quale è stato ribadito come, “sulla scorta delle Convenzioni internazionali UNCLOS, SOLAS, e SAR, per come esplicitate in dettaglio nelle discendenti Linee Guida IMO”, e confluite nella direttiva SOP 009/2015, il Coordinamento delle operazioni di salvataggio ricada “sullo Stato che per primo ha ricevuto notizia di persone in pericolo in mare fino a quando il RCC competente per l’area non abbia accettato tale responsabilità” (proc. Pen. n. 3609/19 RGGIP). Nel nostro caso questo Stato è l’Italia.

Abbiamo inoltre ricordato che “l’obbligo di salvataggio delle vite in mare costituisce un dovere degli Stati e prevale sulle norme e sugli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’Immigrazione irregolare”. La nostra Costituzione di dice chiaramente che il diritto internazionale prevale sul Decreto Sicurezza che in questo momento ci tiene fuori dalle acque territoriali.

Per il caso Open Arms l’autorità giudiziaria ha già aperto un procedimento penale per non avere assegnato un porto sicuro di sbarco.

Torniamo a chiedere con forza che le Istituzioni italiane non continuino in questa violazione del diritto e dei diritti e che prevalga dopo mesi di illegalità e cattiveria gratuita il rispetto delle persone e delle leggi, ribadendo che in caso contrario siamo pronti a denunciare questi comportamenti in tutte le sedi competenti.

Adesso fateli sbarcare.

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A rischio emergenza igienico-sanitaria, dalla Mare Jonio si chiede di entrare in porto

Questa mattina alle 9, il personale sanitario di bordo della Mare Jonio ha inviato alle autorità competenti una nuova richiesta urgente di entrata in porto della nave, a causa del rischio di emergenza igienico-sanitaria.
 
In particolare, a destare allarme è la mancanza di acqua destinata a uso igienico e alle altre necessità di bordo, mancanza che si protrae da ormai 40 ore e di cui le autorità sono informate già dalle prime ore di ieri mattina.
 
Sottolineiamo che questa emergenza non può evidentemente essere risolta con il semplice invio di bottiglie di acqua.
 
Desta allarme inoltre la presenza a bordo di rifiuti derivanti dal salvataggio e dalla permanenza a bordo dei naufraghi (come i vestiti impregnati di benzina e di deiezioni): il rischio di malattie comunitarie è aggravato dalla mancanza d’acqua, con conseguenti possibili danni per la salute di naufraghi ed equipaggio.
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Finalmente sbarcati bambini, donne incinte e naufraghi più vulnerabli. Ancora in 34 a bordo tra le onde. Fateci sbarcare tutti.

Dopo le reiterate richieste che abbiamo avanzato da questa mattina, finalmente le autorità italiane hanno permesso alla Guardia Costiera di venire a trasbordare su una motovedetta, per portarli a terra, i naufraghi più vulnerabili: donne incinte, mamme con bambini, minori non accompagnati.

Siamo felici sollevati per loro e grati agli uomini e alle donne della Guardia Costiera e ai medici del personale sanitario che hanno effettuato il trasbordo in condizioni meteo marine avverse, come segnaliamo da stamattina.

Un approdo in porto o un punto di ridosso protetto dal mare grosso sarebbe stato certamente più sicuro.

Rimangono a bordo 34 persone, tra cui donne sole, uomini in condizioni precarie a seguito di maltrattamenti e torture, e in stato di stress post traumatico.

Chiediamo con forza che questi naufraghi, insieme all’equipaggio, possano sbarcare prima possibile: a bordo la situazione rimane precaria. Si è aggiunto al moto ondoso che non ci lascia tregua un guasto all’evaporatore e al dissalatore che ci privano di acqua corrente: siamo senza rubinetti, cucina e bagno, e rimane solo acqua in bottiglia. Queste persone non possono, non devono aspettare che le loro condizioni di salute si aggravino ulteriormente per essere autorizzati a scendere.

Fateli sbarcare, fateci sbarcare. Tutti.

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Il Viminale blocca la nave dei bambini a 13 miglia da Lampedusa

Alle ore 6 di questa mattina la Mare Jonio ha raggiunto il limite delle acque territoriali a sud di Lampedusa.

Ieri sera alle 23:37 è stato notificato il decreto del Ministro dell’Interno, che ci vieta di entrare. Questa mattina, alle 7, la motovedetta CP312 della Guardia Costiera ha affiancato la Mare Jonio per fare salire a bordo due ufficiali della Guardia di Finanza, che ci hanno notificato il decreto brevi manu.

Allegando un report medico, abbiamo richiesto assistenza al MRCC (Centro di Coordinamento Marittimo) e alla Capitaneria di Porto, per le condizioni di bordo dei 99 naufraghi, in particolare donne incinte e bambini. Alle nostre reiterate richieste di POS (Place of Safety, porto sicuro) fatte alle autorità della nostra bandiera, ancora nessuna risposta.

Stiamo condividendo le informazioni su questa situazione con i nostri fratelli e sorelle a bordo: siamo tutti sulla stessa barca. Per noi il salvataggio si concluderà solo quando ognuno dei naufraghi sarà a terra, curato e assistito.

Fino ad allora noi con loro, loro con noi.

13 miglia nautiche a Sud di Lampedusa.
Da bordo della Mare Jonio, Mediterranea Saving Humans.

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Mattina del 28 agosto: la Mare Jonio ha salvato circa cento persone

Alle 8.35 di questa mattina la Mare Jonio ha completato il salvataggio di circa cento persone tra cui 26 donne di cui almeno 8 incinte, 22 bambini di meno di 10 anni e almeno altri 6 minori.

Abbiamo individuato il loro gommone, sovraffollato, alla deriva e con un tubolare già sgonfio con il nostro radar, e per fortuna siamo arrivati in tempo per portare soccorso. Le persone sono tutte al sicuro a bordo con noi, ci sono casi di ipotermia e alcune di loro hanno segni evidenti dei maltrattamenti e delle torture subite in Libia.

Fuggono tutte dall’inferno.

Restiamo ora in attesa di istruzioni dal centro di coordinamento marittimo italiano, cui ci siamo riferiti mentre ancora il salvataggio era in corso, in quanto nostro MRCC di bandiera.

AGGIORNAMENTO 11:30

Alla nostra richiesta di istruzioni, MRCC ITA (Centro di Coordinamento Marittimo Italiano) ha risposto come sempre di riferirci alle “autorità libiche”.

Abbiamo replicato che sarebbe impossibile per noi riferirci alla forza di un paese in guerra civile dove si consumano tutti i giorni torture e trattamenti inumani e degradanti, rispetto alla sorte delle persone soccorse, ora a bordo di una nave battente bandiera italiana, e la cui sicurezza e incolumità ricadono sotto la nostra responsabilità.

Abbiamo reiterato pertanto all’Italia la richiesta di istruzioni compatibili col diritto internazionale del mare e dei diritti umani.