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25 – 27 luglio 2020: criminali omissioni e deportazioni sventate

Report su pratiche di solidarietà e rottura del regime della frontiera liquida nel Mediterraneo. 

Le pratiche di cooperazione e attiva solidarietà che una molteplicità di attori, compresa Mediterranea Saving Humans, è stata capace di agire nel corso dell’ultimo fine settimana, tra la sera di sabato 25 e la mattina di lunedì 27 luglio, descrivono la situazione di permanente ed aggiornata violazione dei diritti fondamentali delle persone nel Mediterraneo Centrale, ma al tempo stesso indicano anche come sia possibile contrastarle con una certa efficacia.

A partire dal primo, decisivo dato: nei due diversi casi affrontati, rispettivamente 95 e 45 persone (poi soccorse quest’ultime, nella serata di domenica a meno di 6 miglia dalla zona SAR di competenza italiana a Sud di Lampedusa, da una motovedetta della Guardia di Finanza) tra donne, bambini, uomini, il cui destino rischiava di essere irrimediabilmente segnato o dalla morte per sete e stenti o da quella per annegamento, o dal forzato ritorno nell’inferno libico, sono state invece salvate e hanno potuto approdare e sbarcare in un “porto sicuro”.

Com’è accaduto?

Tutto inizia alle 23:55 di sabato scorso, quando Alarm Phone, il centralino telefonico animato 24 ore al giorno, 7 giorni su 7 da una straordinaria rete di attiviste e attivisti, africani ed europei, delle due sponde del nostro mare, rende pubblico di aver comunicato alle Autorità marittime di Malta e Italia che una imbarcazione in legno con a bordo 95 persone, sapremo poi tutte di origine eritrea, si trova alle coordinate 34°24’N 012°04’E in zona di Ricerca e Soccorso (SAR) di competenza maltese, ma molto vicina ai limiti delle zone SAR tunisine e libiche. Alle 02:45 di domenica le persone a bordo contattano nuovamente Alarm Phone (AP): la barca è sovraffollata, non riescono a svuotare l’acqua che entra, “aiuto, stiamo morendo” urlano al telefono satellitare. A circa 20 miglia nautiche dalla barca si trova la nave Maridive 230: potrebbe ricevere l’ordine di soccorrerli, ma RCC Malta, il centro di coordinamento marittimo de La Valletta, non risponde alle chiamate di AP. Alle 03:45 i naufraghi informano AP di aver ricevuto una telefonata da un numero maltese: “stiamo venendo a prendervi” dice la voce. Alle 08:36 del mattino le persone a bordo continuano a dare la loro posizione, ma nessuno interviene: c’è una nave in vista ma non si avvicina, continua ad entrare acqua nella barca – dicono disperati – due persone si sono buttate in acqua e una è scomparsa tra i flutti.

Intanto però tante e tanti si attivano a terra: le comunità della “Diaspora Eritrea” in Europa e Africa, un’avvocata come Giulia Tranchina, che è con loro in contatto, e una giornalista come Sara Creta, minacciata dalle gang libiche al pari di Nello Scavo per il suo impegno nella denuncia dell’orrore dei campi in Libia. Pare tra l’altro che la maggior parte dei naufraghi provenga dal famigerato centro di detenzione di Tajoura. A cooperare fin dall’inizio con Alarm Phone, nello spirito della “Civil Fleet”, la flotta di soccorso della società civile europea, e agendo come l’embrione in divenire di un “Civil MRCC”, sono il team Airborne di Sea-Watch che con gli aerei Moonbird e Seabird tiene monitorato questo mare, e Mediterranea Saving Humans. Vengono attivativi i contatti con la Chiesa Cattolica, la società civile e i media indipendenti a Malta: non si può permettere che, ancora una volta, le Autorità de La Valletta si rendano responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale. Perché il loro disegno è chiaro da subito: come avvenuto più volte negli ultimi mesi, stanno aspettando che sul “target” arrivino le motovedette della cosidetta Guardia costiera libica, vogliono che si realizzi un nuovo “push-back”, la deportazione di questi profughi, tutti pacificamente titolari di protezione internazionale, di nuovo verso la Libia da cui stanno scappando. Ma non può, non deve finire così.

Le pressioni sul Governo maltese si moltiplicano: attiviamo anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), si muovono i suoi uffici in Italia, a Malta, fino al quartier generale di Ginevra. Anche la comunicazione svolge un ruolo decisivo: l’audio della telefonata satellitare, con la disperata richiesta di aiuto arrivata da bordo ad AP, fa il giro del mondo. Nessuno potrà mai dire che non sapeva quale crimine si stesse per consumare sotto gli occhi di tutti.

Alle 18:15 i naufraghi, senz’acqua da ore e allo stremo delle forze, segnalano che un’altra nave mercantile era nelle vicinanze, ma si è allontanata senza fornire assistenza. Studiamo i tracciati per capire di che assetto si trattasse: lì, a meno di 10 miglia nautiche dal barcone in legno alla deriva, c’è una petroliera battente bandiera maltese diretta verso un porto italiano. Allora contattiamo la Compagnia petrolifera e questi, con grande sensibilità, in serata interloquiscono con l’armatore: soccorrere le persone è un obbligo, chi non lo fa commette un delitto sanzionabile. La nave allora – prima della mezzanotte – torna sulla sua rotta, si avvicina all’imbarcazione con le 95 persone, distribuisce giubbotti di salvataggio, acqua e viveri ai naufraghi, e rimane lì accanto, in attesa di istruzioni da parte di RCC Malta. “Monitorate la situazione – dicono le Forze Armate Maltesi – stiamo arrivando.” In realtà ci vorranno altre sei ore, hanno provato fino all’ultimo istante utile a riconsegnare i profughi nelle mani dei loro aguzzini libici, ma alla fine, poco dopo le 6 del mattino di lunedì si presenta sulla scena una motovedetta maltese e trae in salvo tutti gli occupanti del barcone.

Nel pomeriggio saranno sbarcati a La Valetta: finalmente in un “porto sicuro”, in Europa, con la possibilità di costruirsi un futuro diverso, lontano dalle persecuzioni che li hanno colpiti in patria, dai pericoli del lungo viaggio, dagli orrori che hanno patito in Libia. Ma perché tanta altra inutile sofferenza, per oltre quarantott’ore in mare? Perché tante colpevoli omissioni di soccorso da parte di Governi ed Autorità europei? Perché questo “doppio regime”, veloci interventi di intercettazione e cattura da parte delle motovedette libiche, silenzio e abbandono in zona di competenza maltese? Perché tanto accanimento a difesa di una invisibile, ma non meno feroce, frontiera liquida? Perché, con collaborazione e soldi europei, si cercano di trasformare le milizie libiche in una Polizia di frontiera in subappalto? Perché si trattano le zone di Ricerca e Soccorso in acque internazionali come se fossero aree di sovranità statale, quando invece su di esse ricade – lo prescrive, a chiare lettere, la vigente Convenzione SAR di Amburgo 1979 – una condivisa responsabilità delle Autorità contigue, come l’Italia?

A queste domande ha dato risposta, in questi due casi dello scorso fine settimana, un’ampia alleanza della società civile capace di rompere il regime della mortifera disciplina dei confini. Lo abbiamo fatto, ci siamo riusciti, continueremo a farlo. Per questo stiamo cercando di tornare al più presto in missione con la nostra Mare Jonio.

Perché, senza la “flotta civile” europea in mare, le scelte criminali dei governi avrebbero mano libera e il coraggio di donne e uomini migranti rimarrebbe tragicamente solo.

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Sciurba: “Ennesimo respingimento in Libia. Europa e Italia sacrificano vite e diritto”.

Ieri abbiamo seguito con crescente preoccupazione le sorti di 120 persone che rischiavano di annegare mentre i governi europei restavano a guardare, o forse ad aspettare.

Aspettare cosa? Quello che poi è accaduto: i miliziani libici sono arrivati nella notte e le hanno catturate tutti, donne, uomini e bambini. In questo momento si trovano di nuovo in mezzo alla guerra e alle violenze dalle quali, da profughi, avevano cercato di salvarsi anche a rischio della vita.

Sappiamo che molti di loro avrebbero preferito morire che essere riportati indietro, lo sappiamo perché quando, dopo aver effettuato un soccorso, ci siamo trovati in mezzo al mare di fronte ai libici che provavano a dettare legge abbiamo raccolto esattamente queste parole “lasciateci annegare ma non ridateci a loro”.

Purtroppo il recente voto in Parlamento che ha rifinanziato la missione in Libia si traduce esattamente nel fornire risorse e mezzi per questi atti di cattura e respingimento, atti letteralmente criminali perché violano i principi fondativi del diritto internazionale oltre a quelli della nostra Costituzione.

Violazioni che peraltro costano molti soldi ai contribuenti italiani, molti di più di quanti ne servirebbero per attivare corridoi umanitari dalla Libia.

E allora perché?

In nome di cosa Italia e Europa stanno sacrificando vite di migliaia di persone e con loro quel diritto e quei diritti posti a tutela della dignità umana?

 

Alessandra Sciurba – Presidente Mediterranea Saving Humans

 

Foto © Moonbird / Sea-Watch

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La storia di N., respinto dalla Asso 28 e salvato dalla Alex di Mediterranea

Articolo di Lorenzo D’Agostino – Giornalista freelance


Ci sono due navi che N. ricorderà per il resto della sua vita. Entrambe battono bandiera italiana, ma una l’ha condotto all’inferno, l’altra alla salvezza.

N. mi ha raccontato la sua storia in un bar di Lampedusa il 10 luglio del 2019, in uno dei suoi primi momenti di tranquillità dopo un’odissea durata anni. Quattro giorni prima, il veliero Alex di Mediterranea era entrato in porto con a bordo 46 persone in fuga dalla Libia.

N. era tra questi, ma il suo primo tentativo di fuga risaliva all’anno precedente: ‘Il 30 luglio 2018 ero in mare, e una grande petroliera ci riportò in Libia. Ci dissero che stavamo andando in Italia. Ho ancora il nome di quella barca nella mia testa, non dimenticherò mai quella barca: Asso 28 di Napoli, UT734N’. L’Asso 28 è uno dei mercantili usati dall’ ENI nelle piattaforme di petrolio offshore nelle acque internazionali tra la Tunisia e la Libia. N. non ne ha dimenticato neppure il numero di registrazione: ‘Per colpa di quella barca ho vissuto l’inferno’.

Con lunghe pause, tenendosi la testa tra le mani, N. mi raccontò di come l’equipaggio dell’Asso 28 aveva consegnato lui e un altro centinaio di persone alla sedicente guardia costiera libica. Di come la guardia costiera li rinchiuse nella prigione di Ain Zara a Tripoli, dove per mesi soffrirono sevizie, saltarono pasti, e furono costretti a bere l’acqua del water. Di come si liberarono durante un attacco armato contro la prigione da parte di una milizia ribelle, in cui molti rimasero uccisi.

Dopo mesi di lavori forzati, a N. fu concesso di imbarcarsi di nuovo verso l’Europa. Anche questa volta, il suo barcone in procinto di affondare fu intercettato da una nave italiana, il veliero Alex, e anche questa volta un gruppo di libici armati fece la sua comparsa pochi minuti dopo il salvataggio: ‘Iniziarono a gridare, gridare, gridare contro la ONG. Tutti a bordo preferivamo morire a ritornare in Libia. Ma l’ONG disse no ai libici, erano arrivati tardi. Ci dissero: siete in territorio italiano e sbarcherete solo in un porto sicuro; fu un momento incredibile, molti di noi scoppiarono a piangere’.

Per entrare nel porto di Lampedusa, l’Alex si vide costretta a forzare il blocco imposto dal ministro Salvini: il veliero fu messo sotto sequestro e parte dell’equipaggio indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’indagine è ancora aperta ma come molte inchieste simili si concluderà con ogni probabilità con un nulla di fatto, perché la legge internazionale è chiarissima nel proibire il respingimento dei richiedenti asilo verso un paese in guerra.

Del respingimento illegale di N. e dei suoi compagni dovranno rispondere invece il capitano e l’armatore dell’Asso 28 davanti al tribunale di Napoli, che li ha appena rinviati a giudizio per i fatti del 2018, di cui N. potrebbe diventare un testimone chiave.

Anche a questo servono le navi delle ONG: non solo a salvare vite in mare, ma a fare luce su quel buco nero in cui gli stati europei vorrebbero convertire il Mediterraneo, in cui ogni giorno affondano il diritto internazionale e la giustizia.

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Malta e Italia giocano con la vita di 52 persone salvate dalla nave mercantile TALIA

Chiediamo di essere solidali con i soccorsi e con l’equipaggio di TALIA e chiediamo un porto di sicurezza, a Malta o in Italia!


Venerdì mattina, 52 persone in difficoltà hanno chiamato Alarm Phone. Si trovavano nella zona SAR di Malta. Il centro di coordinamento di Malta è stato immediatamente informato da Alarm Phone, ma non ha in alcun modo collaborato.

Nella tarda serata di venerdì 3 luglio il natante in difficoltà è stato soccorso dalla nave mercantile TALIA battente bandiera libanese. Poco prima l’aereo Seabird di Sea Watch li aveva avvistati.

Il RCC Malta aveva promesso a TALIA di trasbordare i naufraghi su navi delle Forze Armate e di sbarcarli a Malta. Questo, tuttavia, non è accaduto. A TALIA è stato chiesto di dirigersi verso Lampedusa, ma anche l’Italia ha negato alla nave mercantile di entrare nelle acque territoriali italiane.

L’Italia ha poi ordinato a TALIA di muoversi verso Malta ma l’RCC Malta ha negato alla nave mercantile l’entrata nelle acque territoriali maltesi. Pertanto le persone e l’equipaggio sono ancora alla ricerca urgente di un luogo sicuro per lo sbarco.

Questa mancanza di cooperazione tra gli Stati mette a rischio vite umane e scoraggia le operazioni di salvataggio, oltre a essere in palese violazione delle norme internazionali di Search and Rescue.

Alla luce di questa irresponsabilità delle autorità maltesi e italiane, la TALIA si è rivolta ad Alarm Phone e alle organizzazioni della società civile per ottenere supporto e guida.

La TALIA ha agito secondo la legge marittima, salvando le persone in difficoltà e offrendo loro soccorso. Il trasportatore di bestiame ha interrotto la sua traiettoria per effettuare un’operazione di soccorso e ha bisogno di una soluzione immediata. La situazione sanitaria delle persone a bordo sta peggiorando, diverse persone sono in condizioni critiche.

Chiediamo di essere solidali con i soccorsi e con l’equipaggio di TALIA e chiediamo un porto di sicurezza, sia a Malta che in Italia. È responsabilità e dovere di queste autorità coordinare un porto di sicurezza.

Questi giochi con le persone appena sopravvissute a una traversata del Mediterraneo devono cessare immediatamente! Fateli entrare!

Alarm Phone, Sea-Watch & Mediterranea

Addresses to contact and demand a place of safety for the rescued people now:

Prime Minister Dr Robert Abela MP

Address: Office of the Prime Minister, Auberge de Castille Valletta VLT 1061

Email: [email protected] Tel: +356 2200 2400

Minister for European and Foreign Affairs

E-mail: [email protected], [email protected]

 

Rescued but not safe! Europe plays games with 52 lives!

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Nessuno si salva da solo, dalla morte in mare così come dalla pandemia.

Augusta 2 luglio 2020 
Equipaggio Mare Jonio in quarantena nel porto di Augusta. Protocolli anti COVID rispettati scrupolosamente.


Siamo stati informati dalle autorità sanitarie che 8 dei 43 tamponi laringofaringei effettuati ieri pomeriggio sulle persone sbarcate ad Augusta dalla Mare Jonio sono risultati positivi al Covid-19.

La Pandemia non fa purtroppo distinzione e non conosce i confini e si è evidentemente propagata anche nel continente africano ed in Libia in modo massiccio. Questo impone un intervento umanitario di soccorso che preveda l’evacuazione dai campi di prigionia libici dove le condizioni igenico-sanitarie disastrose rischiano di trasformare quei luoghi in un focolaio senza precedenti.

D’altro canto un’emergenza non esclude l’altra: senza navi da soccorso in mare le persone muoiono a migliaia nel Mediterraneo centrale. In assenza di soccorsi da parte dei governi le navi della società civile non possono fermarsi, adesso meno che mai.

Far morire le persone in mare non può essere un metodo di prevenzione e contenimento del virus. È un discorso inaccettabile. E anche quando i profughi miracolosamente riescono ad arrivare fino alla terraferma in autonomia la sicurezza sanitaria è comunque meno garantita rispetto a quanto le nostre navi riescono a fare.

Le persone che abbiamo salvato sono in quarantena e non rappresentano un rischio per la popolazione siciliana, le procedure adottate da Mare Jonio sono le più avanzate per il contenimento del Covid-19, procedure che permettono di identificare i positivi immediatamente senza rischi di propagazione dell’epidemia.

L’equipaggio di Mare Jonio è adesso all’ancora nel porto di Augusta, già in quarantena. Gli uomini e le donne che sono salpati con Mare Jonio lo hanno fatto, con coraggio, a tutela della vita e della salute, in mare come in terra. L’equipaggio si atterrà scupolosamente a tutte le misure le autorità sanitarie riterranno opportune.

Oggi più che mai Mediterranea fa suo il monito di Papa Francesco.
Nessuno si salva da solo, dalla morte in mare così come dalla pandemia.

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Dalla Siria al Mediterraneo centrale: la loro storia – 43 persone salvate

La storia della famiglia siriana che abbiamo a bordo. Padre, madre e 2 figli. 

Si chiama M. dalla Siria (il nome è cambiato per motivi di sicurezza). 

“Siamo siriani, ma lì la vita è impossibile. 

Ho due figli e anche le scuole non sono sicure. Sono un bersaglio per le bombe. A volte passano uomini armati in motocicletta e sparano proiettili alle finestre delle scuole. 

Vivevamo a Damasco ma dovevamo fuggire il più presto possibile. Erano risse, rapimenti, persone che sparivano ogni giorno. Ho venduto la mia casa per niente e sono scappato. 

Il giorno in cui siamo scappati ci sono stati molti morti, compreso lo zio di mia moglie. Molti miei amici sono stati uccisi. Quando siamo arrivati in Libia ho lavorato e la vita è stata tranquilla per un po’. 

Ma presto un’altra guerra ha bussato alla nostra porta. La guerra in Libia è più feroce che mai. Abbiamo dovuto fuggire di nuovo, i miei figli non potevano camminare per strada. Non ci sono ospedali, né medici. Ogni giorno sentiamo parlare di persone che vengono uccise. In Libia è un caos totale. Eserciti diversi, milizie diverse che si combattono tra loro. 

Abbiamo dovuto fuggire di nuovo. Questa volta c’era una sola strada aperta. Quella del mare.

Era una notte buia quando i libici ci hanno trasferito su una spiaggia e ci hanno ordinato di salire a bordo di questa piccola barca in vetroresina di 5 metri. Pensavo che saremmo stati 10-15 persone, ma eravamo 43! Era impossibile viaggiare così. 

I libici ci hanno accatastati come animali e ci hanno spinto in mare sotto la minaccia delle armi. Ci hanno dato una bussola e ci hanno detto: “Andate a nord”.

Nessuno sapeva guidare, guidavamo a turni. Di conseguenza, facevamo un sacco di zig-zag e abbiamo passato 2 giorni in mare senza alcun segno di speranza. Le onde erano alte, la barca era estremamente sovraccarica e l’acqua stava entrando. Ho pensato “questa è la fine”. 

Abbiamo tagliato le bottiglie di plastica e iniziato a togliere l’acqua dalla barca.

E poi ci avete trovato. Non dimenticherò mai quel giorno e vi ringrazierò eternamente per questo. 

Vogliamo solo sentirci al sicuro. Non vogliamo vivere in guerra, vogliamo scuole, istruzione e un ambiente sicuro per i ragazzi. 

L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è stato salire su quella barca dalla Libia e attraversare centinaia di miglia di mare aperto con la mia famiglia.”

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93 persone respinte tra cui una donna che aveva partorito, 6 morti. È storia di ieri, 26 giugno.

Ore 12.22 del 26 giugno 2020

La Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans, attualmente in pattugliamento nel Mediterraneo centrale, ha ricevuto un messaggio di SOS inviato da Alarmphone a tutte le Autorità competenti per l’area, riguardante un gommone nero in difficoltà con a bordo circa 95 persone, di cui 8 bambini e 20 donne, una delle quali pare abbia partorito durante la navigazione. Risultano partiti alle 22:30 dalla località libica di Al Khoms. Si trovano 50 miglia a Est di Misurata, alla deriva col motore in avaria, a circa 80 miglia dalla nostra attuale posizione.

Mare Jonio ha subito offerto disponibilità a intervenire e si è diretta a tutta forza in quella direzione.

Abbiamo anche scoperto come nell’area più vicina al gommone fossero presenti, dal pomeriggio di giovedì, navi militari europee, tra cui la fregata della Marina Militare italiana Bergamini. Abbiamo quindi scritto a MRCC Roma e al Quartier Generale di Eunavformed chiedendo che siano le navi militari europee a intervenire con urgenza per salvare la vita a queste 95 persone ed evitare che siano nuovamente deportate nell’inferno Libico da cui stanno cercando di fuggire.


Ore 21 del 26 giugno 2020
 
Dichiarazione di Alessandra Sciurba, Presidente di Mediterranea Saving Humans
 

“Vediamo i libici dal radar di Mare Jonio ormai a pochissima distanza dal gommone in difficoltà, con 90 persone a bordo.

A breve decine di persone tra cui un bimbo appena nato saranno catturate e portate alla tortura, con piena responsabilità dell’Italia che ha lanciato la segnalazione ma poi non è intervenuta.

Ci siamo diretti immediatamente verso le coordinate del gommone segnalate da Watch The Med – Alarmphone ma siamo ancora distanti, mentre si sta per compiere questo ennesimo crimine contro l’umanità pagato dai cittadini italiani attraverso i finanziamenti alla cosiddetta guardia costiera libica”.

Alessandra Sciurba – Mediterranea Saving Humans


Ore 23.18 del 26 giugno 2020

Una motovedetta della cosiddetta “Guardia costiera libica” ha completato l’operazione di intercettazione e cattura di “oltre 70 persone” tra cui donne e bambini piccoli a bordo del gommone segnalato da Watch The Med – Alarmphone 52 miglia a Nord est di Misurata.

La nostra Mare Jonio, che si trovava a poche miglia di distanza, ha offerto la propria disponibilità ad imbarcare i naufraghi su un assetto più sicuro, che poteva garantire cure medico-sanitarie adeguate. I miliziani libici si sono rifiutati.

Così come il comando della motovedetta libica ha negato informazioni sulla presenza di otto persone decedute e di una donna che avrebbe partorito a bordo, come invece i naufraghi avevano segnalato.

Ancora una volta soldi e mezzi erogati dall’Italia alla Libia, insieme alla cooperazione degli altri governi europei hanno portato lla deportazione di profughi in un Paese di guerra.


Ore 8.37 del 27 giugno 2020
La portavoce di IOM – UN Migration, Safa Msehli conferma: una donna ha partorito nel gommone durante la traversata, 93 persone sono state respinte in Libia, i naufraghi hanno riportato che altre 6 sono morte.

Sono le persone che l’Italia e l’Europa hanno scelto di non salvare ieri.

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Mare Jonio è ripartita da Pozzallo ieri sera. A bordo i più avanzati protocolli anti-Covid

Sciurba: “Pandemia non ferma chi fugge. Finché le persone rischiano la vita in mare noi saremo lì”


La nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans è salpata ieri notte dal porto di Pozzallo e si sta dirigendo nel Mediterraneo centrale per portare a conclusione la sua ottava missione dopo aver soccorso venerdì 19, rispondendo a un Mayday lanciato via radio, 67 persone lasciate alla deriva e che avevano già perso ogni speranza di sopravvivere, averle sbarcate del porto sicuro di Pozzallo. Mare Jonio riparte dopo aver completato tutte le procedure sanitarie e aver provveduto alla disinfezione della nave e ai necessari rifornimenti.

Ancora una volta, prima della ripartenza, Mare Jonio e il suo equipaggio hanno superato superato tutte le dovute ispezioni sanitarie, grazie all’applicazione dei più avanzati protocolli di sicurezza anti-COVID19 previsti dalle organizzazioni internazionali dei lavoratori marittimi e degli armatori. La nave è attrezzata con equipaggiamenti di livello ospedaliero per affrontare ogni emergenza e garantire la salute di tutte e tutti.

“La pandemia non ferma chi fugge dalle torture, e per la pandemia non è possibile sottrarsi al dovere di soccorrere – spiega Alessandra Sciurba, presidente di Mediterranea Saving Humans –,  finché non si apriranno corridoi umanitari per donne, bambini e uomini che oggi sono seviziati in massa nei campi libici, i trafficanti continueranno a lucrare, le persone continueranno a rischiare la vita e noi non potremo fermarci. Chiediamo ancora una volta ai nostri equipaggi di terra di accompagnarci in questo viaggio, di essere a bordo con noi, di aiutarci ad affermare sempre, con le azioni e le parole, che le vite umane contano”.

Nella prima parte di questa missione Mediterranea ha dovuto assistere a tutto l’orrore che attraversa il nostro mare: una cattura e un respingimento in Libia a poche miglia di distanza, e poi il corpo di un ragazzo in tale stato di decomposizione che non è stato in alcun modo possibile recuperarne le membra per restituirlo alla sua famiglia, e per cui ha solo potuto avvertire immediatamente le autorità chiedendo di intervenire.

Poco dopo, per fortuna, Mare Jonio è riuscita a trovare e soccorrere 67 persone ancora vive.

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La Mare Jonio ha salvato 67 naufraghi.

Sabato 20 giugno 2020

Mediterraneo centrale


Su indicazione del Centro di Coordinamento del soccorso marittimo italiano (MRCC di Roma), la nostra nave Mare Jonio si sta ora dirigendo verso il porto di Pozzallo, dopo avere effettuato ieri sera il salvataggio di 67 persone che si trovavano alla deriva, a rischio di naufragio, a 48 miglia da Lampedusa. 

Sono stati giorni difficili, in cui abbiamo visto con i nostri occhi la violenza e la morte che attraversano il Mediterraneo. Adesso chiediamo che i profughi che siamo riusciti a portare in salvo, provati dalle condizioni terribili di detenzione in Libia e dalla lunga permanenza in mare, possano essere sbarcati senza esitazione. Chiediamo che la stessa cosa avvenga anche con le 211 persone tratte in salvo da Sea-Watch.

Chiediamo che le nostre navi vengano messe prima possibile nella condizione di tornare a navigare, perché lì fuori adesso non è rimasto più nessuno a portare soccorso, mentre ogni giorno bambini, donne e uomini annegano nel silenzio o vengono catturati dai miliziani libici e riportati agli orrori da cui stavano cercando di fuggire.

Ringraziamo i nostri equipaggi di mare e di terra, che ancora una volta ci hanno permesso di essere dove era necessario e dove dobbiamo tornare ancora.

Ogni giorno in cui una nave della società civile dovesse restare ferma in banchina, sarebbe un giorno in cui altre vite umane rischierebbero di perdersi.

 

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Remote control: the EU-Libya collaboration in mass interceptions of migrants in the Central Mediterranean

Le ONG pubblicano un nuovo rapporto sulla collaborazione tra l’UE e la Libia nei respingimenti di massa dei migranti


L’Alleanza delle ONG e gli attivisti pubblicano un rapporto esclusivo che documenta come la collaborazione aerea tra l’UE e la Libia faciliti le intercettazioni e i respingimenti di massa dei migranti nel Mediterraneo centrale.

Alarm PhoneBorderline-EuropeMediterranea Saving Humans e Sea-Watch hanno assistito e documentato direttamente a respingimenti illegali verso la Libia coordinati dalle autorità europee, come Frontex e EUNAVFOR Med, e attuati dalla cosiddetta Guardia costiera libica, un gruppo di milizie (finanziate e addestrate dall’UE) con un passato di palesi violazioni dei diritti umani e di collaborazione con i trafficanti di esseri umani.

Il rapporto “Remote control: the EU-Libya collaboration in mass interceptions of migrants in the Central Mediterranean” delinea e descrive le azioni intraprese dalle unità di sorveglianza aerea dell’UE nelle intercettazioni di massa a largo delle coste libiche.

Il rapporto contiene la ricostruzione di tre eventi specifici di ricerca e salvataggio che si sono conclusi con intercettazioni e respingimenti verso la Libia da parte della cosiddetta Guardia Costiera Libica, fornisce il quadro giuridico delle violazioni commesse e un’analisi del funzionamento operativo della collaborazione tra l’UE e la cosiddetta Guardia costiera libica, con particolare attenzione al coordinamento aereo. Le ricostruzioni si basano su osservazioni di prima mano in mare e comprendono comunicazioni radio ascoltate da diversi attori, come le autorità europee e le autorità libiche, nonché richieste di aiuto da parte di persone in difficoltà in mare.

“I mezzi aerei dell’UE sono impiegati per avvistare le imbarcazioni dei migranti e per guidare la cosiddetta Guardia Costiera Libica. Questa sorveglianza aerea ha portato alla cattura di decine di migliaia di persone e al loro respingimento in zona di guerra libica in operazioni che non sono altro che violazioni dei diritti fondamentali gestite dagli Stati”, dice Bérénice Gaudin di Sea-Watch.

Secondo Lucia Gennari di Mediterranea Saving Humans “l’Unione Europea ritiene che monitorando dai mezzi aerei i casi di emergenza in mare e le intercettazioni da parte della cosiddetta Guardia Costiera libica si possa evitare la responsabilità per le violazioni dei diritti che queste pratiche comportano. Questo rapporto afferma il contrario”.

“La politica dei respingimenti di massa in zona di guerra libica è una vera e propria politica europea, di cui l’UE e i suoi Stati membri sono direttamente responsabili”, aggiunge Kiri Santer di Alarm Phone.

Le autorità dell’UE hanno ulteriormente strumentalizzato la crisi COVID-19 per normalizzare le pratiche già esistenti a violare il principio di non respingimento in mare. In nessun caso la pandemia COVID-19 può giustificare il respingimento dei migranti in fuga verso la Libia.

Sulla base delle pratiche illegali evidenziate in questo rapporto, le ONG chiedono congiuntamente:

  • La revoca immediata della Zona SAR Libica
  • La fine della collaborazione tra le istituzioni dell’UE e gli Stati membri con le autorità libiche, compresa la cosiddetta Guardia Costiera libica
  • La fine della sorveglianza aerea dell’UE mirata a facilitare i respingimenti delle milizie libiche
  • Lo stop alla violazione delle convenzioni internazionali da parte dei centri di coordinamento dei soccorsi europei
  • Il rispetto della Convenzione ONU sui rifugiati del 1951, e in particolare del principio di non respingimento, anche durante la pandemia COVID-19
  • Il rispetto dei principi dei diritti umani nelle operazioni di SAR, comprese quelle che si svolgono nella controversa zona SAR libica
  • La creazione di rotte sicure e legali, riconoscendo che la libertà di movimento è un diritto fondamentale che va garantito a tutti.

 

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