News

Fuga di massa, rimpatri forzati e solidarietà della flotta civile al largo delle coste della Libia, 9-12 gennaio 2020

Foto di Maurice Stierl
13 Gennaio 2020

Comunicato Stampa di Alarm Phone

In soli 4 giorni, tra il 9-12 gennaio 2020, Alarm Phone è stato allertato di 22 imbarcazioni, con a bordo 1.150 persone in fuga dalla Libia, che si trovavano in una situazione di grave pericolo. Circa 400 delle persone che ci hanno contattato sono state portare in salvo in Europa e in tutto, delle circa 1,500 persone che hanno tentato di fuggire dalla Libia in questi 4 giorni, 503 ci sono riusciti. 237 persone a bordo di 5 imbarcazioni diverse che si trovavano in grave pericolo sono state salvate grazie agli sforzi delle ONG e alla cooperazione della flotta della società civile: Sea Watch 3, Moonbird, Open Arms e Alarm Phone. Al momento 119 persone si trovano a bordo della Sea Watch 3 e 118 sulla Open Arms. 266 sono state messe in salvo dalle forze armate maltesi, allertate da Alarm Phone. Siamo a conoscenza dello sbarco in Italia di 97 persone arrivate autonomamente. Allo stesso tempo, circa 700 delle persone che hanno contattato Alarm Phone sono state intercettate dalla cosiddetta guardia costiera libica e riportate a forza in Libia. È stato notificato un naufragio in cui, stando a quanto riportato dalle autorità libiche, si sono salvate le 65 persone a bordo, ma non c’è stato modo di verificare questa informazione.

Nel corso di questi 4 giorni, abbiamo informato le autorità competenti di diversi incidenti in cui varie imbarcazioni al largo della costa libica si trovavano in grave pericolo e le autorità non hanno agito in maniera celere o adeguata alla situazione. Per esempio, lo scorso venerdì 10 gennaio, siamo stati notificati della presenza nella zona SAR maltese di due imbarcazioni in stato di pericolo con a bordo 50 persone una e 54 l’altra. Abbiamo informato la nave Sea Watch 3 e le autorità maltesi. Secondo testimonianze ricevute dalle persone a bordo delle imbarcazioni in pericolo e dall’equipaggio della Sea Watch 3, navi delle forze armate maltesi erano presenti sulla scena, e stavano monitorando almeno una delle due imbarcazioni in difficoltà senza però iniziarne il salvataggio, mettendo a repentaglio la vita di tutte le persone a bordo. Le forza armare maltesi hanno iniziato un’operazione di salvataggio solo grazie alla pressione fatta dall’equipaggio della Sea Watch 3 (https://twitter.com/seawatch_intl/status/1215982102535200771?s=20).)

Nel caso di molti altri allarmi ricevuti, non siamo a conoscenza di cosa sia successo alle imbarcazioni che si trovavano in pericolo e alle persone che si trovavano a bordo. Temiamo che molte siano state intercettate dagli alleati dell’Europa, la sedicente guardia costiera libica. Temiano che invece di essere state portate al sicuro, queste persone siano invece state riportate alla dura e violenta realtà dei campi di tortura libici da cui stavano cercando di fuggire. Temiamo anche che molte vite siano state perse in mare. In entrambi i casi, la loro sparizione sarà nascosta dagli occhi dell’opinione pubblica e cadrà nel silenzio. 

Alarm Phone è stato informato di un’altra operazione di respingimento per mano di privati. Una imbarcazione mercantile ha illegalmente riportato 64 persone in Libia dopo averle salvate al largo della piattaforma petrolifera di Bouri. Al loro arrivo a Tripoli, alcune delle 64 persone si sono rifiutate di scendere dalla nave, e,  secondo i racconti dei testimoni terrorizzati che hanno contattato Alarm Phone, le autorità libiche hanno sparato a una d queste persone, il cui cadavere è stato poi gettato in mare. (https://twitter.com/alarm_phone/status/1216042802699739136?s=20).

Nelle prossime settimane, con l’aggravarsi del conflitto in Libia, si vedrà un aumento nel numero di persone che tenteranno la fuga per ottenere asilo in Europa. Ognuno di loro si troverà a dover scegliere tra la violenza atroce della guerra e dei campi di tortura e la violenza invisibile del mare e delle misure deterrenti impiegate dall’Europa. Quante vite dovranno essere perse prima che l’Europa si decida a creare un passaggio sicuro per le persone in cerca di libertà e sicurezza?

Molta della violenza al largo della costa libica degli ultimi giorni sarebbe rimasta invisibile e dimenticata senza la presenza della flotta civile. Oltre a garantire la sicurezza delle centinaia di persone salvate, le ONG di soccorso, Moonbird e Alarm Phone svolgono un ruolo cruciale nella contro-sorveglianza del Mediterraneo, nel monitoraggio degli sforzi di deterrenza anti-migranti delle autorità e delle violazioni di massa dei diritti umani in atto alle frontiere marittime.

News

Mediterranea alle sardine: grazie.

Ieri una moltitudine di persone ha riempito come non accadeva da anni Piazza San Giovanni a Roma, raccogliendo l’appello lanciato dal “movimento delle sardine”.

Una moltitudine di tantissimi e diversi tra loro, accomunati dal desiderio di vivere in un paese che non sia sequesteato dall’odio e dalla violenza, dal razzismo e dalla menzogna. Dal palco gli interventi, tra i quali quello di Pietro Bartolo e di Giorgia Linardi di Sea-Watch, hanno ribadito l’urgenza di conquistare un cambio di rotta per la politica italiana ed europea, sul tema dei migranti, dei profughi, dei diritti umani.

Da quel palco è stata data voce al sentire comune di quella moltitudine, che chiede di cancellare la vergogna dei decreti Salvini, di dissequestrare le navi del soccorso in mare, Sea-Watch3, Mare Jonio, Alex, Eleonore, tenute bloccate da provvedimenti amministrativi semplicemente perché hanno salvato centinaia di vite in mare di donne, uomini e bambini in fuga dai campi di detenzione libici.

I corridoi umanitari e l’evacuazione dalla Libia per coloro che soffrono la guerra, la schiavitù e le indicibili violenze, sono le uniche soluzioni concrete che l’Italia e l’Europa dovrebbe attuare, non la criminalizzazione di chi salva vite in mare.

Anche Mediterranea era in quel mare ieri a San Giovanni.

Ci riconosciamo profondamente nelle richieste fatte dal palco, e siamo grati a coloro che hanno dato voce e sostegno anche a noi attraverso quelle parole.

Grazie sardine, grazie moltitudine, grazie perché non siamo soli. E non lo sono quegli esseri umani che proveranno ad attraversare il mare fuggendo dall’inferno. Noi da loro vogliamo tornare, per stringere le loro mani e non permettere che muoiano, per abbracciarli e dirgli che c’e’ anche un altro mondo possibile.

Porteremo prima che possiamo l’abbraccio anche di piazza San Giovanni, che sentiamo come la nostra gente, il nostro mare.

Grazie.

News

‘Un anno con Mediterranea’, l’agenda di chi salva vite in mare

Il regalo di Natale per sostenere Mediterranea Saving Humans

Un anno con Mediterranea’ è l’agenda per il 2020 che l’Arci nazionale ha creato a sostegno della piattaforma Mediterranea-Saving Humans.

L’Arci, dopo il 5X1000 e numerose iniziative in tutta Italia, continua a supportare l’organizzazione di cui è tra i fondatori insieme a tante altre associazioni, movimenti e singole persone, che salva vite in mare.

L’Agenda raccoglie parole, immagini e testimonianze dell’equipaggio di Mediterranea e di scrittori, giornalisti e illustratori amici di Mediterranea, per accompagnare ogni giorno dell’anno all’insegna dell’impegno umanitario, convinti che restare umani tutti i giorni sia una condizione necessaria.

L’intero ricavato sostiene Mediterranea affinché continui a prestare soccorso in mare alle persone in fuga dall’inferno libico, difendendo così i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione e dalle convenzioni internazionali.

L’agenda è disponibile, previa prenotazione, su ‘Open DB-Distribuzioni dal Basso’ al link http://bit.ly/Med2020 , ma è anche possibile richiederla presso la rete delle sedi Arci.

News

Organizzazioni in mare a Lamorgese: “Diritto internazionale unico Codice di Condotta possibile. Dialogo aperto se obiettivo comune è salvare vite”

5 dicembre 2019 – A tre mesi dall’insediamento del nuovo governo, le organizzazioni impegnate in attività di ricerca e soccorso in mare si rivolgono alle autorità italiane e in particolare alla Ministra dell’Interno Lamorgese per ribadire l’urgenza di ripristinare il diritto internazionale nel Mediterraneo centrale e affrontare il drammatico impatto umanitario delle politiche in corso. Le organizzazioni si dicono inoltre disponibili a continuare un dialogo con l’obiettivo comune di salvare vite in mare, ma non se l’unica azione in discussione è il controllo delle navi umanitarie, che non sono il problema ma parte della soluzione.

Rispetto alle ripetute anticipazioni del Ministro dell’Interno su un nuovo regolamento per le organizzazioni in mare, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms e Sea Watch riaffermano che il diritto internazionale è l’unico “Codice di Condotta” possibile, già in vigore e del tutto sufficiente. Deve urgentemente essere messo al centro di ogni decisione in materia di ricerca e soccorso affinché venga rispettato da tutti gli attori coinvolti, a partire da quelli istituzionali, come è sempre stato fatto dalle organizzazioni in mare in ogni operazione di salvataggio.
“Apprezziamo i passi avanti in termini di dialogo e coordinamento europeo, ma servono soluzioni reali. Concentrare l’attenzione sulle navi umanitarie, che hanno sempre rispettato le leggi del mare e rappresentano una minima parte degli arrivi, non è che una distrazione dal problema. L’obiettivo comune deve essere fermare morti e sofferenze, secondo gli obblighi del diritto internazionale che tutti, a partire dagli Stati, devono rispettare” dichiarano le organizzazioni. “Nessun essere umano dovrebbe rischiare la vita affidandosi a reti criminali per fuggire da persecuzioni e violenze. Saremmo felici di non dovere più svolgere il nostro lavoro umanitario in mare, ma continueremo a farlo finché sarà necessario.”

Il primo punto sollevato dalle organizzazioni è la necessità di assicurare un efficace coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso, che preveda un meccanismo di sbarco coordinato a livello europeo in grado di garantire la tempestiva indicazione di un vicino porto sicuro e la ricostituzione di una capacità di ricerca e soccorso governativa con l’impegno di risorse dall’Italia e da tutti gli Stati membri. Le organizzazioni chiedono anche l’interruzione del supporto fornito alle autorità libiche, con cui il governo italiano ha rinnovato un Memorandum di Intesa che ha come conseguenza diretta l’intercettazione in mare di migliaia di persone in fuga che vengono riportate sistematicamente in un paese in guerra e nelle disumane condizioni dei centri di detenzione, in violazione del diritto internazionale.

Infine ribadiscono l’urgenza di una drastica modifica dei decreti sicurezza, ancora in vigore con tutte le loro conseguenze – compresi i sequestri amministrativi che trattengono in porto quattro navi, che peraltro il governo avrebbe il potere di liberare immediatamente facendole tornare a salvare vite – e di superare una volta per tutte l’approccio criminalizzante, smentito da tutte le indagini giudiziarie avviate, del lavoro delle organizzazioni non governative in mare.
Nonostante la riapertura del dialogo con le organizzazioni, i soccorsi delle navi umanitarie sono ancora soggetti a incertezze e sospetto, mentre la concessione del porto di sbarco resta condizionata ad accordi per la redistribuzione negoziati caso per caso, peraltro in una stagione che rende la permanenza in mare ancora più penosa per la salute e la sicurezza dei naufraghi e degli equipaggi. Intanto i naufragi continuano: almeno 743 persone sono morte quest’anno nel Mediterraneo centrale, migliaia sono state intercettate e riportate in Libia.

News

“Solidarietà dal mare alle città”: a Bologna il quarto incontro della piattaforma europea per la Carta di Palermo

Il 28 e 29 novembre 2019 si sono riuniti a Bologna presso Labàs alcune ONG di soccorso in mare, organizzazioni della società civile, attiviste e attivisti, e rappresentanti di Città europee per rafforzare il comune lavoro nel Mediterraneo e la collaborazione transnazionale tra città solidali in Europa. La nostra rete è nata a Palermo nel 2018 e nello spirito della Carta di Palermo, con la sua richiesta centrale del diritto alla mobilità. La nostra parola d’ordine continua ad essere: “From Sea to Cities! Dal mare alle città!”

Questo è il quarto incontro del percorso della Piattaforma della Carta di Palermo. Combattiamo le continue violenze prodotte dal regime di controllo dei confini europei, cerchiamo di promuovere corridoi di solidarietà per i migranti per raggiungere le destinazioni desiderate, e partecipiamo alla costruzione di città-rifugio accoglienti in tutta Europa.
Dopo Palermo, Napoli e Barcellona, ci siamo riuniti questa volta a Bologna, una delle città dove nel 2018 è nata la piattaforma della società civile italiana  “Mediterranea Saving Humans” e dove migliaia di persone scendono in piazza per lottare contro Salvini e la sua Lega.
Proprio mentre era in corso il nostro incontro, altre centinaia di persone hanno cercato di fuggire dalla Libia via mare e molte di loro sono state intercettate da quelle milizie libiche che sono finanziate, equipaggiate e addestrate dagli Stati membri e dalle Istituzioni europee. La migrazione precaria attraverso il Mediterraneo continua, anche durante i mesi invernali. Tre imbarcazioni di migranti, che sono riuscite a mettersi in contatto con Alarm Phone, sono state salvate dalle navi “Alan Kurdi” di Sea-Eye e “Ocean Viking” di SOS Mediterranée e MSF, dimostrando ancora una volta quanto sia cruciale il lavoro della flotta civile.
Mediterranea Saving Humans, Alarm Phone, Welcome to Europe, Sea-Watch, Open Arms, Iuventa10/Solidarity at Sea, Civilfleet, Seebrücke, borderline-europe, Inura, e i rappresentanti di diverse Comuni e Municipalità europee
News

Il pronunciamento del Tribunale dei Ministri dimentica i diritti umani e le convenzioni internazionali

L’ex Ministro degli Interni, sempre in servizio permanente all’Ufficio Propaganda, sta strombazzando ai quattro venti la “grande vittoria” ottenuta dal pronunciamento del Tribunale dei Ministri di Roma, chiamato a decidere sulla sua condotta dopo le palesi violazioni dei diritti umani e delle Convenzioni Internazionali sottoscritte dall’Italia, sul caso Alan Kurdi dell’aprile scorso.

In effetti il responso dei giudici dei ministri addossa – riteniamo (e, con noi, lo affermano ben più qualificati esperti, giuristi e magistrati, di diritto marittimo internazionale) erroneamente – la responsabilità di gestire i casi di soccorso di naufraghi, “al primo stato direttamente chiamato in causa dall’appartenenza di bandiera” fino all’identificazione del porto sicuro di sbarco.
Non dicono invece da nessuna parte, i giudici, che i naufraghi debbano essere sbarcati nel territorio dello stato al quale appartiene la bandiera della nave che ha soccorso: evidentemente i titolisti di una delle principali testate nazionali si sono confusi. E il Piazzista della Propaganda ci ha marciato.

Libera interpretazione della legge applicata ai casi concreti, “diritto vivente”, certo, e non mera trasposizione meccanica della norma. Tutto vero. Ma può questa libera interpretazione spingersi così palesemente a giustificare una violazione dei valori fondamentali che motivano le leggi stesse? Può una decisione come questa fare carta straccia di quello che dice chiaramente la Convenzione di Amburgo, che ha rango di legge costituzionale, pensata proprio per implementare la sicurezza e il soccorso delle persone in mare, per non lasciare nemmeno un metro di mare scoperto da aiuto a chi lo chiede?

Se colpevolmente lo Stato di bandiera se ne dovesse infischiare di una sua nave coinvolta in un soccorso, allora l’Italia o Malta sarebbero autorizzate a far morire quelle persone? Potrebbero ritardare i soccorsi, magari causando il fatto che un barcone si ribalta, per poi ci ritrovarci nel gioco degli eroi e delle lacrime per i bambini che affogano davanti alle nostre coste? Può dunque un paese che si dica civile, rispondere con un crimine ancora peggiore alla negligenza di qualcun altro? E per quanto riguarda l’obbligo dell’assegnazione del più vicino porto sicuro di sbarco nel più breve tempo possibile, quale sarebbe la “responsabilità” dello Stato di bandiera a fronte di quelle esplicitamente in capo ai Paesi costieri? Ma visto che il diritto è vivente, dove stanno in questa visione, i diritti degli esseri umani?

Siamo infine curiosi di vedere, in questa assurda battaglia che svilisce la parte migliore della nostra civiltà giuridica, che cosa verrà detto quando i casi da giudicare riguarderanno navi battenti bandiere italiana, come quelle di Mediterranea Saving Humans, ancora sotto sequestro con la sola colpa di aver rispettato alla lettera proprio quel diritto del mare.

News

“Salvare vite in mare non è mai un reato” – Pietro Marrone, pescatore e comandante della Mare Jonio

da Corriere della Sera, di Silvia Morosi


Pietro Marrone, un pescatore ai comandi della Mare Jonio: «Salvare vite in mare non è mai un reato»

Pescatore di Mazara del Vallo, oggi lavora come comandante per le navi della Ong Mediterranea Saving Humans. Ha salvato 49 migranti naufraghi, nonostante la Guardia di Finanza gli intimasse di non avvicinarsi a Lampedusa: «Non è possibile fare diversamente. Si perderebbe la dignità»

continua

News

Liberate la Mare Jonio. #FreeMareJonio

Nel 2019 Mediterranea ha salvato nel Mediterraneo 237 persone, tra cui decine di bambini piccolissimi. Lo ha fatto con la nave Mare Jonio e con il veliero Alex, sfidando le regole illegali e violente imposte da un governo che ha fatto della criminalizzazione del soccorso in mare e del disprezzo della vita umana la sua cifra distintiva. Oggi quel governo è caduto, ed è stato sostituito da chi ha dichiarato, fin dal primo giorno, di volere agire nel segno di una discontinuità.

Mare Jonio e Alex, però, così come Sea Watch 3 e la nave Eleonore di Lifeline, sono ancora sotto sequestro, bloccate nelle banchine dei porti siciliani, mentre le persone che attraversano il Mediterraneo continuano a morire o a venire catturate dalle milizie libiche finanziate ed addestrate dall’Italia e dall’Unione europea per essere riportate alle torture e restituite ai trafficanti.

Il sequestro delle nostre navi non è un sequestro giudiziario, perché non è stato disposto da alcuna procura: si tratta di un sequestro politico, di una presa d’ostaggi, a seguito di provvedimenti firmati congiuntamente dai Ministri italiani degli Interni, della Difesa e dei Trasporti, applicando le norme incostituzionali del decreto sicurezza bis. Quei provvedimenti potrebbero essere revocati, anche domattina, da una firma dei Ministri oggi in carica, permettendoci immediatamente di tornare a fare quello per cui siamo nati: essere nel Mediterraneo centrale per monitorare e denunciare le violazioni dei diritti umani senza mai sottrarci all’obbligo di salvare chi è in pericolo.

Alex è stata sequestrata il 7 luglio del 2019 per avere salvato 59 persone, tra cui 4 neonati, e averle condotte nel porto sicuro più vicino, quello di Lampedusa, dichiarando lo stato di necessità a seguito di 50 ore in cui ci è stato vietato l’ingresso in porto, trascorse in condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza che hanno di fatto messo a rischio la vita dei naufraghi e dell’equipaggio. Oltre a sequestro, è stata comminata a Mediterranea una multa di 66.000 euro.

Mare Jonio è stata sequestrata il 3 settembre del 2019 per avere salvato 98 persone, tra cui 22 bambini piccoli. Nessuna indagine penale è in corso per questo evento a carico del comandante e dell’equipaggio. Questo sequestro appare ancora più paradossale perché i naufraghi sono stati tutti sbarcati su assetti della guardia costiera italiana prima dell’ingresso in acque territoriali, e la nostra nave è entrata in porto solo dopo avere ricevuto esplicita autorizzazione da parte delle autorità marittime. Oltre al sequestro, è stata comminata a Mediterranea una multa di 300.000 euro.

Abbiamo pochi dubbi che in sede giudiziaria la verità verrà affermata, le nostre navi saranno liberate, e i danni subiti da Mediterranea verranno riconosciuti. Ma i tempi della giustizia amministrativa sono lunghi, e nel frattempo è solo una precisa scelta politica a tenerci fermi in banchina, svuotando il mare di testimoni e soccorsi e lasciando ai libici – con i quali intanto è stato tacitamente rinnovato il criminale accordo voluto nel 2017 dal governo Gentiloni – di esercitare potere di vita e di morte nel Mediterraneo.

Ogni giorno che si tiene una nave della società civile ferma in un porto ci si rende complici delle morti e delle torture di centinaia di donne, uomini e bambini. Niente può giustificare una scelta simile.
Condividiamo questo messaggio: chiediamo tutte e tutti insieme alla Ministra dell’interno Luciana Lamorgese, al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli, al Ministero della Difesa Lorenzo Guerini di restituire immediatamente le navi sequestrate, compiendo un atto dovuto di giustizia e legalità.

Liberate la Mare Jonio.
#FreeMareJonio

News

La memoria è un’eredità sacra: preghiera interreligiosa per i migranti morti in mare

da Redattore Sociale, di Serena Termini


La memoria è un’eredità sacra: preghiera interreligiosa per i migranti morti in mare

Al cimitero dei Rotoli la commemorazione, promossa dal Forum antirazzista di Palermo, a cui hanno partecipato cristiani e musulmani.

continua

News

Memorandum Italia – Libia: inaccettabile il rinnovo dell’accordo con un Paese in guerra in mano a milizie armate non in grado di offrire alcuna garanzia su rispetto dei diritti umani e della vita delle persone.

Comunicato congiunto Mediterranea Saving Humans – Sea-Watch – Proactiva Open Arms – Sea-eye

 

Il 2 novembre prossimo scadranno i termini per il rinnovo del Memorandum d’intesa Italia – Libia siglato il 2 febbraio 2017 dall’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti.

In quella data termineranno infatti i 3 mesi entro i quali l’accordo potrà essere rinnovato o eventualmente ridiscusso, come recita lo stesso articolo 8 del testo ratificato dai due Paesi.

Lo scorso 30 ottobre l’attuale Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha riferito durante il question time alla Camera dei Deputati, di voler rinnovare l’accordo presentando tuttavia alcune modifiche, sostenendo che è innegabile come lo stesso avrebbe svolto un ruolo cruciale nella riduzione di una cifra fatale, corrispondente a una realtà drammatica, ovvero quella delle morti in mare.

Riteniamo grave l’intenzione da parte del Governo italiano di voler confermare un accordo che ha avuto come unico risultato quello di aumentare in modo indiscriminato la violenza e la violazione dei diritti in territorio libico.

Abbiamo più volte sottoposto all’attenzione dell’opinione pubblica le gravi violazioni dei Trattati Internazionali di cui siamo stati testimoni diretti durante le nostre missioni in mare e abbiamo altresì ribadito come la riduzione del numero degli sbarchi sia stata direttamente proporzionale alle morti o alla detenzione illegittima nei centri, veri e propri lager, presenti in quel Paese.

Ecco perché, anche in questa occasione vogliamo ribadire quelli che per noi rimangono punti inderogabili:

  • gli arrivi in Italia sono diminuiti a scapito della protezione delle persone che, catturate dalla cosiddetta guardia costiera libica, sono state riportate in un Paese in cui subiscono reiterate violenze e torture finalizzate alla riscossione di denaro;
  • com’è stato ampiamente dimostrato, l’interlocutore libico del governo italiano non è in grado di rappresentare un’autorità statuale vera e propria, ma trattandosi di un Paese in guerra, si fanno accordi con fazioni che hanno il controllo solo su determinate zone del territorio;
  • il governo libico è stato riconosciuto a livello internazionale ma è di fatto composto da una serie di milizie armate che ne compromettono l’operato;
  • l’equazione meno partenze uguale meno morti, abusata negli ultimi mesi è in realtà fuorviante: come dimostrano i dati dell’UNHCR e dell’OIM, il rapporto tra persone partite e persone decedute nel 2018 era di 1 a 29, mentre nel 2019 è divenuto di 1 a 6.

Per noi, le soluzioni restano altre, ad esempio l’introduzione di soluzioni alternative alle partenze via mare (corridoi umanitari) e la costituzione di una task force politica e istituzionale in grado di garantire la tutela dei diritti umani di chi si trova in Libia.

Chiediamo dunque con forza che si approfitti di questa importante scadenza per dimostrare un cambio di passo e per ribadire che un governo democratico, qual è il nostro, non può stringere patti con Paesi senza pretendere garanzie e tutele che rispettino prima di tutto la nostra Costituzione, ma anche la dignità e la vita delle persone.