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Aboliamo Frontex, mettiamo fine al regime delle frontiere dell’UE

Ai governi degli stati membri dell’UE, la Commissione europea, il Consiglio europeo, il Consiglio dell’UE, il Parlamento europeo e l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) 

Oltre 740 persone sono morte quest’anno cercando di attraversare il Mediterraneo, alla ricerca di un luogo sicuro. Il regime di frontiera dell’UE li ha costretti a prendere rotte migratorie pericolose, spesso su imbarcazioni insicure; ha arruolato i paesi vicini per fermarli sul loro cammino; li ha accolti con violenza e respingimenti; o si è rifiutato di salvarli, lasciandoli annegare in mare.

Queste vite sono state perse a causa dell’ossessione dell’Unione Europea di rafforzare le frontiere piuttosto che proteggere le persone. A quale costo? Le politiche della fortezza Europa hanno ucciso oltre 40.555 persone dal 1993. Lasciate a morire nel Mediterraneo, nell’Atlantico e nel deserto, fucilate alle frontiere, morte per suicidio nei centri di detenzione, torturate e uccise dopo essere state deportate. L’UE ha le mani sporche di sangue.

Al centro di questa violenza c’è l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), la forza di polizia di frontiera dell’UE. Nei suoi 15 anni di esistenza, Frontex è stata tanto un’accanita promotrice come la principale esecutrice delle violente politiche europee contro i migranti. Spesso nascosta al controllo pubblico, negli ultimi mesi una serie di indagini di giornalisti e gruppi per i diritti umani ha messo Frontex sotto i riflettori. Ampie prove hanno rivelato come la forza di frontiera dell’UE sia ripetutamente coinvolta in respingimenti illegali e violazioni dei diritti umani.

Queste rivelazioni non sono coincidenze sfortunate, malintesi o incidenti isolati. Sono la punta dell’iceberg, e il risultato intrinseco del regime di confine militarizzato dell’UE. Ogni morte alla frontiera e ogni caso di violenza è una politica fatta dall’UE – per scelta e per progetto.

Frontex ha ora assicurato un budget di 5,6 miliardi di euro fino al 2027 e, per allora, avrà un proprio esercito di 10.000 guardie di frontiera armate; avrà anche più poteri che mai nel coordinare le deportazioni a livello europeo. Nel frattempo, l’Europa ha costruito oltre 1.000 chilometri di muri e recinzioni di confine. I confini militarizzati dell’UE sono sostenuti da una sorveglianza intensa e aggressiva e collegati da banche dati piene di informazioni personali – in particolare biometriche. Per impedire alle persone di raggiungere il suolo europeo, i paesi terzi sono sottoposti a forti pressioni per fungere da avamposti di guardia alle frontiere.

Queste politiche sono costruite su una narrativa che inquadra la migrazione come un problema di sicurezza, dipingendo i disperati in movimento come una minaccia. Sono state progettate in stretta collaborazione con l’industria militare e della sicurezza, che sta facendo miliardi di euro di profitti grazie come risultato.

Queste politiche non proteggono le vite. Le mettono in pericolo. Alimentano l’ascesa dell’estrema destra in tutta Europa, rafforzano il razzismo e si fondano su secoli di colonialismo, oppressione e sfruttamento.

Allo stesso tempo, l’Unione Europea continua a contribuire alle cause profonde delle migrazioni – dalle esportazioni di armi all’estrazione di risorse e alla sua responsabilità per la crisi climatica.

La fortezza Europa ci riempie di vergogna, sopprime i diritti e impedisce la giustizia. Ma non deve essere così.

Oggi, attivisti e organizzazioni all’interno e all’esterno dell’UE si stanno unendo con una sola richiesta: Abolire Frontex e il sistema di cui è a capo.

Non vogliamo vedere altre vite perse in mare o nel deserto; vite sprecate in detenzione o in campi profughi disumani. Ci opponiamo a un mondo sempre più diviso da confini fortificati per proteggere la ricchezza dei ricchi dalla disperazione e dalla giusta rabbia dei poveri e degli oppressi.

Crediamo nella libertà di movimento per tutti, nel dare sostegno e riparo ai migranti, e nel lavorare per un mondo in cui le persone non siano più costrette a fuggire dalle loro case e possano vivere dove scelgono di farlo.

In questo contesto, Frontex non può essere riformata. Deve essere abolita. Come firmatari di questa lettera, ci impegniamo a raggiungere questo obiettivo. Non esistono scuse, indagini o procedure di riforma a metà che possano giustificare l’esistenza di Frontex.

Chiediamo che le strutture e le politiche che causano violenza e morte siano smantellate. Dobbiamo costruire invece un sistema che garantisca giustizia e sicurezza per tutti. Esigiamo l’abolizione di Frontex e la fine del regime delle frontiere dell’UE che rappresenta.

Per ulteriori informazioni: 
abolishfrontex.org

facebook.com/Abolish-Frontex-107627841544877

twitter.com/abolishfrontex

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MEDReport maggio 2021

di Eleana Elefante

Sono  almeno 6 i naufragi consumatisi nelle acque del Mediterraneo centrale nel corso del mese di maggio. Dopo l’indignazione espressa dall’Europa dinanzi all’ultima tragedia annunciata del 22 Aprile, in cui persero la vita 130 persone, avevamo tanto sperato di non dover più assistere a certi episodi, di non dover più ascoltare le urla strazianti dei naufraghi in quegli ultimi istanti di vita, di non dover più vedere le lacrime per un figlio, una madre o un padre scomparso. Ed invece il copione continua a ripetersi come sempre, tra soccorsi negati, autorizzazioni tardive ed un numero sempre più alto di respingimenti in Libia.

Si continua a scomparire e a morire nel Mediterraneo Centrale, così come si continuano ad esercitare vere e proprie catture su procura in un mare pressoché impoverito di supporti umanitari e di navi del soccorso civile. Di fatto, i respingimenti operati dalla sedicente Guardia Costiera libica da inizio anno coinvolgono circa 10.446 persone. Nel solo mese di maggio 3.169 push-back, a fronte di almeno 640 persone decedute.

 

Secondo i dati emessi dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza aggiornati al 31/05/2021, da Gennaio sono 14.412 le persone approdate sulle nostre coste contro le 5.024 del 2020. Nel mese appena concluso 5.399 persone contro le 1.654 del mese corrispondente al precedente anno. Dalle identificazioni effettuate si evince che, in controtendenza con quanto riscontrato in passato,  il maggior numero dei migranti arrivati in Italia sono cittadini provenienti dal Bangladesh con 2.520 persone (18%), a cui fanno seguito cittadini della Tunisia con 1.981 persone (14%) e della Costa d’Avorio con 1.379 persone (10%). Il dato non è da sottovalutare vista l’alta presenza ed il forte sfruttamento dei lavoratori bengalesi in Libia. In crescita anche il numero dei minori non accompagnati che, da inizio anno, sfiorano le 2.279 unità.

Di seguito la ricostruzione cronologica dei flussi migratori del mese di Maggio nel Mediterraneo Centrale con brevi cenni sugli eventi di politica internazionale che li influenzano.

  • 1 Maggio. Viene assegnato al Porto di Augusta lo sbarco delle 236 persone soccorse il 27 Aprile dalla Ocean Viking. La Sea Watch International, diffonde in rete le immagini ed i video dei respingimenti delle ultime ore che, raccontano tutta la violenza con la quale la cosiddetta Guardia Costiera libica cattura e costringe i migranti a ritornare in Libia. Immagini simili ad una mattanza e di struggente sconforto. Intanto, Alarm Phone dirama una richiesta di soccorso per due imbarcazioni: la prima in Libia al largo di Al-Khoms, partita nella notte con 125 persone a bordo e la seconda in zona SAR maltese con 97 persone su un barcone di legno, molte stipate sotto coperta e in mare da 3 giorni. La Sea Watch 4 riuscirà a raggiungere questa seconda imbarcazione dopo il mancato intervento delle autorità maltesi. E’ il quinto soccorso per la nave umanitaria che, sin qui, ha messo in salvo 405 persone. Ne seguirà un sesto, in meno di 72h, di una imbarcazione in legno con a bordo altre 51 persone. Ora, la nave umanitaria con 455 persone a bordo, necessita di un Place of Safety (POS). Nelle stesse ore, una costante ondata di sbarchi si riversa su Lampedusa. 749 persone  su 7 imbarcazioni arrivate a poche miglia dall’isola e scortate dalle motovedette della Guardia Costiera in meno di 12 ore. I primi 4 barconi sopraggiunti durante la notte con a bordo 503 persone ( 58+85+285+75). Le ultime 3 imbarcazioni con 246 persone (95+100+51). Molte le donne e i minori non accompagnati. La prima imbarcazione partita dalla Tunisia con 58 persone a bordo, fra cui 25 donne e 4 minori, di diverse nazionalità sub-sahariane. La seconda barca, partita da Zuwara con 85 persone a bordo per lo più provenienti dal Bangladesh, dall’Algeria e dalla stessa Libia. La terza imbarcazione, anch’essa partita da Zuwara con ben 285 persone, fra cui circa 30 minori non accompagnati e solo 2 donne, di diverse nazionalità tra cui Eritrea, Siria, Egitto, Sudan, Camerun, Marocco, Algeria e Bangladesh. Seguiranno gli arrivi  di altre 4 imbarcazioni alle prime luci dell’alba con a bordo rispettivamente 75, 95,100 e 51 persone. In Libia, la motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera”, intercetta e respinge a Tripoli in operazioni separate, 172 persone tra cui 24 donne e 16 minori. Nazionalità: Mali 60, Sudan 25, Nigeria 15, Somalia 15, Guinea 11, Senegal 9, Burkina Faso 7, Camerun 5, Costa d’Avorio 7, Gambia 3, Chad 2, Ghana 2, Egitto 1, Siria 1 e Togo 1. Verranno tutti traferiti in centri di detenzione illegale.
  • 2 Maggio. Il primo naufragio del mese si consuma al largo della Libia. Una imbarcazione con un numero imprecisato di persone a bordo, si capovolge davanti alle coste di Zawiya. 12 persone sopravvissute, 11 corpi riportati a riva ma, secondo fonti della Mezzaluna Rossa, sono almeno 50 le vittime. Nel mentre, Alarm Phone dirama molteplici richieste di soccorso per una imbarcazione alla deriva in zona SAR libica. A bordo circa 95 persone in evidente pericolo perché, con il motore in avaria, sono stati raggiunti da una forte perturbazione meteo. In area ci sono diverse navi mercantili. Il rimorchiatore Vos Aphrodite, cargo al servizio logistico delle piattaforme petrolifere e la nave Olympiysky Prospect, sono così vicine da poter essere visibili ai naufraghi ma, nessuna di queste riceverà l’autorizzazione ad intervenire dalla sala operativa di coordinamento dell’evento SAR. Qualcuno fra i naufraghi, pensa persino di gettarsi in mare e di raggiungerle. Cala il buio e dopo oltre 24 ore dalle prime richieste di aiuto, la situazione rimane invariata. Interverrà  la motovedetta Fezzan della cosiddetta Guardia Costiera libica per effettuare l’ennesimo respingimento per procura in Libia. Nazionalità: Egitto 85, Sudan 2, Siria 5.
  • 3 Maggio. In Libia, la Mezzaluna Rossa recupera un cadavere non identificato incagliato nel porto di Zawiya.
  • 8 Maggio. A Lampedusa, 524 persone vengono scortate dalla Guardia di Finanza sino al Molo Favarolo. Viaggiavano su 4 barche partite dalla Tunisia e dalla Libia (325+85 tra cui una neonata+98+16). Fra loro 17 donne di cui le prime 11 a bordo di un barcone di 20 metri intercettato a 8 miglia dalla costa mentre, le altre 6 viaggiavano su una seconda imbarcazione con altre 79 persone. Tutti accompagnati all’hotspot di Contrada Imbriacola perché al momento non sono attraccate sull’isola navi quarantena (la nave Allegra, ha lasciato l’isola nei giorni scorsi con 446 persone in quarantena). In Tunisia, durante la notte, sventate 4 partenze verso l’Italia: 215 persone vengono trattenute e poste in stato di fermo. Fra loro 128 diverse nazionalità africane fra cui 77 uomini, 42 donne, 9 bambini e 85 tunisini. Intanto, scatta un nuovo fermo amministrativo per la Sea Watch 4, attraccata nel porto di Trapani dopo aver qui trasferito le 455 persone messe in salvo in sei operazioni si soccorso. La buona notizia è che, la SeaEye4, nave umanitaria della omonima Ong tedesca Sea Eye, ha lasciato il porto di Burrina per raggiungere il Mediterraneo centrale. E’ ripartita anche la Aita Mari, della Ong basca Salvamento Marittimo Humanitario.
  • 9 Maggio. A Lampedusa, tra la notte e il pomeriggio sono arrivate 878 persone, con undici diverse imbarcazioni in legno partite dalla Libia e dalla Tunisia. Nel corso della mattinata, altri 398 persone, di cui  24 donne e 6 bambini, sono stati trasbordati sulle motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza da un vecchio e arrugginito motopesca in avaria a 3 miglia dalla costa. Tra mezzogiorno e le 13.00 ancora due arrivi: prima 97 persone, tutti uomini, portati sul molo da una motovedetta della Guardia Costiera che li ha prelevati da una barca rotta a 2 miglia dalla costa; poi una motovedetta della Guardia di Finanza ha scortato una barca con 38 persone, tutte tunisine, tra loro due donne e un bambino. Nel pomeriggio, ancora tre barconi: il primo, con 109 persone, di origine sub-sahariana è stato scortato in porto dalla Guardia di Finanza; quindi 19 persone tunisine e un maliano su una barca di 6 metri sono stati scortati al molo dalla Guardia Costiera. Ancora, 46 persone tunisine su una barca di 12 metri, sono state condotte in porto dalla Guardia di Finanza. Nel tardo pomeriggio, altre 5 barche: da due barchini la Guardia Costiera ha trasbordato 35 persone (tra loro due donne e due bambini) tutte tunisine e un libico; poco dopo, una motovedetta dalla Guardia di Finanza ha scortato prima un barchino con 19 persone tunisine e poi uno con altre 10 persone. E ancora, 89 persone su una barca di 20 metri intercettati a 6 miglia dall’isola; per finire, altre 18 persone tunisine su una piccola imbarcazione. Dopo i primi controlli, tutte le persone sono state man mano trasferite nell’hotspot di contrada Imbriacola dove verranno effettuati i controlli anti-Covid. Poi, la Prefettura di Agrigento organizzerà i trasferimenti sulla nave traghetto Sansovino di linea per Porto Empedocle. Intanto, nel Mediterraneo centrale ci sono altre imbarcazioni in pericolo: Alarm Phone, chiede soccorsi urgenti per almeno altre tre barche in difficoltà nella zona SAR maltese con rispettivamente a bordo circa 55, 80 e 96 persone. Tra loro donne e minori. In Libia, una barca con 54 persone a bordo, fra cui 4 bambini, in un primo momento inspiegabilmente, si arena sulle coste libiche di Tajoura. Si verrà a sapere poi che, l’imbarcazione, intercettata in mare al largo della costa di Mitiga dalla fregata turca TCG Gaziantep, è stata da questi scortata sino alle coste libiche. I malcapitati riferiranno che erano convinti di essere approdati in Italia. Intanto la “Guardia Costiera” libica procede con i suoi push-back. La motovedetta PB P-301, intercetta 143 persone, tra cui 5 donne. Nazionalità: Algeria 2, Bangladesh 24, Camerun 2, Egitto 6, Eritrea 8, Etiopia 34, Ghana 27, Costa d’Avorio 3, Marocco 6, Nigeria 4, Senegal 5 e Sudan 22. La motovedetta Zawiya, in separate operazioni, intercetta e respinge a Zawiya altre 442 persone partite da Zuwara. La maggior parte dei naufraghi a bordo è del Bangladesh. La motovedetta Fezzan, in separate operazioni, intercetta e respinge altre 291 persone. Nel frattempo, nell’area di Qarabolli, si consuma il secondo naufragio del mese: una barca con un numero imprecisato di persone a bordo si capovolge. Sopravvivranno 40 persone e verranno recuperati 4 corpi dalla Mezzaluna Rossa tra cui quello di una donna e di un bambino.
  • 10 Maggio. Il terzo naufragio del mese si consuma al largo delle coste libiche. I corpi di 5 persone senza vita vengono avvistati in mare ma, solo uno verrà recuperato. Dei pescatori libici e la sedicente Guardia Costiera libica hanno ricondotto le 42 persone sopravvissute a Tripoli, in arbitraria detenzione. Tra loro anche 16 minori. Altre 23 persone risultano invece essere disperse. Tutti i naufraghi provenivano dal Sudan.
  • 11 Maggio. Il Ministro dell’Interno del Governo di Unità Nazionale (Gnu) libico, Khaled Mazen, in un goffo tentativo di lustro mediatico, ha dichiarato alla Conferenza di Lisbona sulla gestione dei flussi migratori che, la Libia è impegnata nella “grande battaglia della lotta alle reti del traffico di esseri umani nel Mediterraneo, ha ottenuto buoni risultati nel controllo e nel salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, nonostante la mancanza di sostegno”, sostenendo che “a tutti i migranti sono stati forniti aiuti umanitari e medici, in preparazione alla loro deportazione nei loro Paesi”. Ma, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, la Libia non è considerata un “porto sicuro” e i voli di rimpatrio dei migranti che intendono rientrare nei Paesi di origine sono stati ridotti a causa della pandemia Covid-19 e delle precarie condizioni di sicurezza a Tripoli.
  • 12 Maggio. Un corpo non identificato viene ritrovato dalla Mezzaluna Rossa libica nella zona di Al-Mutrad. Verrà trasferito presso l’obitorio di Zawiya per tentarne il riconoscimento e procedere con la sepoltura.
  • 13 Maggio. Il quarto naufragio del mese si consuma a largo della costa tunisina. 17 persone sono annegate due giorni dopo la partenza da Zuwara, in Libia. Nel mentre, la “Guardia Costiera” libica, intercetta e riporta e Tripoli, due gommoni con 151 persone (51+100). Nella prima operazione di respingimento, effettuata dalla motovedetta “Zawiya”, sono stati recuperati circa 51 migranti di varie nazionalità africane: Mali 10, Camerun 9, Costa d’Avorio 14, Guinea 8 , Senegal 1, Sierra Leone 5, Nigeria 2 e Benin 2. Tutti sono stati portati nel centro di detenzione di Abu Salim, ad eccezione di una donna della Costa d’Avorio che è stata ospitata nel Centro di Raccolta e Riconsegna a Tripoli. La seconda operazione di respingimento è stata effettuata dalla motovedetta Ubari della “Guardia Costiera” libica che ha ricondotto in detenzione altre 100 persone  di differenti nazionalità africane. Intanto, in un  Mediterraneo senza dispositivi di soccorso e con decine di migliaia di persone pronte a tentare la traversata, Medici Senza Frontiere decide di tornare alle missioni in mare con una nuova nave umanitaria. Si chiama Geo Barents e batte bandiera norvegese. Era una nave per analisi geologiche, lunga 77 metri e ha due ponti: uno sarà utilizzato per gli uomini soccorsi, l’altro per le donne. Ha una clinica, una stanza ostetrica e una per le visite. La nave è dotata altresì di due gommoni veloci e di un equipaggio di 12 persone a cui si aggiungono i 20 operatori di Medici Senza Frontiere.
  • 14 Maggio. La motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera” libica, intercetta e respinge a Tripoli 81 persone, fra cui 5 donne e 2 minori. Nazionalità: Algeria 4, Egitto 18, Ghana 9, Mali 1, Niger 3, Sudan 41 e Siria 6. Di seguito, la motovedetta Ubari, intercetterà altre 114 persone di cui 107 del Sudan, 4 dell’Egitto e 3 del Niger.
  • 16 Maggio. In due diverse operazioni notturne, 683 persone (312+371) sono state intercettate nella notte e riportate a Tripoli dalla “Guardia Costiera” libica. Fra loro anche i corpi di 4 persone, 15 donne e 9 bambini. Nazionalità: Sudan 110, Mali 102, Bangladesh 164, Marocco 83, Egitto 72, Guinea 33, Costa d’Avorio 25, Nigeria 21, Gambia 20, Eritrea 18, Senegal 9,  Pakistan 8, Burkina Fasu 6, Ghana 4, Camerun 4, Somalia 3, Guinea Bissau 1, Siria e Algeria 1. A Lampedusa, approdate nella notte 2 imbarcazioni con a bordo in totale 134 persone. Sulla prima 61 persone, tra cui 8 minori e 5 donne, due delle quali incinte. Poco dopo è stata intercettata un’altra carretta del mare con 73 migranti, tutti uomini. Dopo un primo triage sanitario, sono stati condotti nell’hotspot di contrada Imbriacola, dove, prima degli ultimi arrivi, vi erano circa 220 ospiti.
  • 17 Maggio. La Marina tunisina salva da un possibile naufragio 113 persone al largo dell’isola di Djerba provenienti da Bangladesh, Sudan, Eritrea ed Egitto e partiti domenica da Zuwara. Intanto, Alarm Phone lancia l’SOS per 110 persone a bordo di un gommone nero in pericolo al largo della costa di Al-Khums in Libia. L’imbarcazione non è raggiungibile da nessun dispositivo cellulare e le autorità libiche non intervengono. Il quinto naufragio del mese è ormai in corso. Dei pescatori locali in zona, affiancano il gommone: riusciranno a mettere in salvo 62 persone ma, gli altri 48 naufraghi caduti in mare, risultano morti e/o dispersi. Durante la notte una barca con 99 persone a bordo, la maggior parte delle quali provenienti dalla Siria, è stata soccorsa dalla Sea Eye 4 che ora naviga con circa 330 naufraghi.  L’equipaggio, già al limite delle forze per i cinque soccorsi effettuati in meno di 4 giorni, effettuerà una sesta operazione, che farà raggiungere il numero di 415 persone a bordo. Tra queste, 150 sono minori. Nel mentre si perpetuano i respingimenti in Libia. La “Guardia Costiera” libica intercetta e respinge a Tripoli 335 persone in separate operazioni. Con la motovedetta Zawiya  244 persone, fra cui 16 donne e 11 minori. Nazionalità: Benin 2, Camerun 9, Chad 8, Egitto 70, Gambia 9, Ghana 12, Guinea 4, Guinea Bissau 7, Costa d’Avorio 2, Mali 20, Marocco 4, Nigeria 37, Senegal 6, Sierra Leone 2, Sudan 45 e Siria 1. Con la motovedetta Fezzan intercetterà altre 91 persone. Nazionalità: Algeria 3, Bangladesh 4, Chad 2, Egitto 1, Guinea 6, Marocco 50 e Sudan 4.
  • 18 Maggio. Un sesto naufragio si consuma nel Mediterraneo centrale. Un barcone con circa 90 persone a bordo e partito domenica da Zuwara si inabissa al largo delle coste di Sfax in Tunisia. Almeno 57 persone Sopravvissute 33 persone, tutte originarie del Bangladesh. A bordo, secondo una prima ricostruzione, ci sarebbero state circa 90 persone. Intanto, la SeaEye4, con 415 persone stremate a bordo, soccorse in 6 operazioni di salvataggio, chiede un Porto Sicuro alle Autorità italiane. Alarm Phone lancia diverse richieste di soccorso per due imbarcazioni a rischio naufragio in zona SAR maltese. La prima con a bordo 88 persone a rischio di capovolgimento per via delle forti raffiche di vento e delle onde alte e la seconda, a sole 15 miglia nautiche dalla prima, con 95 persone in mare senza più cibo e acqua da due giorni. Allertato per il soccorso anche il mercantile Maridive 230 a soli 10 miglia nautiche di distanza. Nel tardo pomeriggio, l’allarme verrà lanciato anche per un terzo natante che sta imbarcando acqua al largo della Libia. A bordo sono presenti 25 persone, tra cui 2 bambini. La “Guardia Costiera” libica con la motovedetta Fezzan, li intercetterà e riporterà a Tripoli 213 persone (fra cui le 25 persone segnalate da Alarm Phone). Nazionalità delle persone coinvolte in questo ennesimo respingimento: Bangladesh 95, Burkina Faso 2, Costa d’Avorio 8, Camerun 2, Egitto 24, Ghana 5, Marocco 41, Nigeria 1, Somalia 27 e Sudan 8.
  • 19 Maggio. La SeaEye4, ancora in attesa di ricevere autorizzazione per poter attraccare in un porto sicuro, è dinanzi al Porto di Palermo. A bordo, fra le 415 persone soccorse, vi è un giovane uomo siriano di 25 anni con gravi problemi cardiaci e che necessità, con urgenza, di essere portato sulla terraferma. Una pilotina della Guardia Costiera effettuerà il trasbordo ma, non viene concesso l’attracco alla nave umanitaria. Il Sindaco della città Leoluca Orlando, esprime piena disponibilità nell’accogliere tutti i naufraghi a bordo ma, le Autorità centrali, in tarda serata, decideranno di assegnare il Porto di Pozzallo per sbarco delle restanti 414 persone. Una decisione quantomeno scomoda date le circa 30 ore di navigazione che separano i due approdi.
  • 20 Maggio. Aita Mari, la piccola nave umanitaria della Ong basca Salvamento Maritimo Humanitario, risolca le acque del Mediterraneo centrale e sarà, in queste ore, la sola nave civile presente in area.
  • 21 Maggio. Giunge finalmente a Pozzallo la SeaEye 4. Intanto, da Malta, a un anno di distanza dalla “Strage di Pasquetta” del 2020 in cui, in zona SAR maltese, vennero lasciate morire 12 persone e 53 superstiti furono ricondotti in Libia, giungono le prime risultanze del procedimento giudiziario in corso: fu allestita una vera e propria “flotta fantasma” per nascondere la riconsegne illecite dei migranti alla Libia riconducibile all’armatore Carmelo Grech, proprietario di alcuni motopesca. Lo stesso ha ammesso di essere stato ingaggiato e pagato, almeno quattro volte dal governo maltese, per riportare illegalmente i migranti in Libia senza lasciare tracce. A coordinare le operazioni era Neville Gafà, già capo dello staff del primo ministro laburista Joseph Muscat e assoldato anche dal premier Abela per tenere i rapporti con i guardacoste tripolini.
  • 22 Maggio. Terminato lo sbarco nel porto di Pozzallo delle 414 persone a bordo della SeaEye4, tra cui 150 minori, molti dei quali non accompagnati. Tutti i tamponi test Covid-19 risulteranno negativi. In Libia, la motovedetta Zawiya della “Guardia Costiera” libica, in separate operazioni, intercetta e respinge a Tripoli 261 persone tra cui 15 donne e 7 minori. Nazionalità: Bangladesh 43, Ghana 49, Mali 37, Sierra Leone 23, Benin 19, Burkina Faso 2, Camerun 9, Gambia 18, Nigeria 16 e Senegal 9. Sempre in Libia, un altro corpo non identificato viene ritrovato dalla Mezzaluna Rossa nella zona di Al-Mutrad e trasferito nell’obitorio dell’ospedale di Zawiya per il completamento delle procedure di sepoltura. In Italia, a Torino, muore suicida Musa Balde, il giovane 23enne originario delle Guinea, salito alle cronache il  9 Maggio per aver subito un violento pestaggio a Ventimiglia da parte di 3 italiani che, con una spranga, lo avevano malmenato sino allo sfinimento. Emersa in ospedale la sua irregolarità sul territorio nazionale, Musa è stato dimesso e trasferito nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino (i suoi aggressori, invece, sono rimasti a piede libero). Qui, tenuto in isolamento sanitario e in assenza di qualsivoglia supporto psicologico, si è impiccato con le lenzuola del suo stesso letto. Probabilmente, non sapremo mai a quali traumi pregressi si sia sommato questo ultimo abuso subito da Musa ma, certo è che nessuno se ne è realmente interessato.
  • 23/24 Maggio. Nel pomeriggio Alarm Phone dirama un SOS per una imbarcazione al largo di Sabratha e partita dalla Libia. A bordo 95 persone in grave pericolo a causa del forte vento e del mare mosso che rischia di capovolgere la barca. Sia la Guardia Costiera libica che il Comando Generale della Capitaneria di Porto di Roma (MRCC – Maritime Rescue Coordination Center), responsabile del coordinamento di ricerca e soccorso nelle operazioni SAR, non interverranno perché, in un primo momento, non sarà possibile ottenere l’esatta posizione Gps. In serata, Alarm Phone, riuscirà a riprendere il contatto con le persone a bordo e a fornire le coordinate precise ma, nessuno presterà assistenza. Due mercantili battente bandiera maltese, il First Brother e la Sea Loyalty, monitoreranno per oltre 20 ore l’imbarcazione dei naufraghi. Infine, il 24 maggio, sopraggiungerà la Guardia Costiera tunisina, che li scorterà nel porto di Sfax. Fra loro 10 donne ed 8 minori di diverse nazionalità africane. In Libia, le unità di Polizia del Dipartimento investigativo anti-crimine di Zawiya, sventa la partenza di 31 persone, tutti uomini di diverse nazionalità africane e li trasferisce  nel centro di detenzione per immigrati clandestini di Triq Al Sekka a Tripoli.
  • 25 Maggio. La sabbia di Zuwara restituisce i corpi di due piccolissimi bambini e di una donna. Pare fossero lì abbandonati da almeno 3 giorni. Potrebbero essere fra le vittime dell’ultimo naufragio del 18 Maggio, in cui hanno perso la vita almeno 57 persone. Le immagini agghiaccianti, simbolo ulteriore della disumanità del nostro tempo, sono velocemente circolate in rete ma, in questa sede, per rispetto e pudore nei confronti delle vittime, ne evitiamo la pubblicazione ed il commento.
  • 26 Maggio. Un mercantile attracca nel Porto di Augusta dopo aver messo in salvo 38 persone di nazionalità irachena e iraniana, fra cui 2 donne e 2 bambini, su una barca a vela alla deriva nel Mediterraneo.
  • 27 Maggio. La nave umanitaria basca Aita Mari ha messo in salvo 50 persone partite dalla Libia e alla deriva nel Mediterraneo centrale. Fra loro 4 bambini. A Lampedusa, sopraggiungono quattro barchini con 127 persone a bordo, salvate dalle motovedette della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera. Altri due barchini, ognuno con 18 persone di nazionalità tunisina sono arrivati in porto durante la notte mentre, in mattinata, sono state salvate 205 persone a bordo di un barcone partito dalle coste del nord della Libia, al confine con la Tunisia, dove i trafficanti di uomini hanno spostato i campi di prigionia. In Libia, la cosiddetta Guardia Costiera intercetta e respinge a Tripoli un totale di 502 persone in separate operazioni: la motovedetta Ras Jadar riporterà 308 persone, fra cui 8 donne e 5 minori. Nazionalità: Sudan 111, Bangladesh 66, Camerun 4, Egitto 38, Etiopia 12, Ghana 1, Nigeria 3, Marocco 11, Siria 22 e Somalia 40; la motovedetta Zawyia ne intercetterà altre 194 persone fra cui 5 donne e 2 minori. Nazionalità: Bangladesh 74, Egitto 53, Sudan 28, Mali 15, Nigeria 8, Costa d’Avorio 7 e Algeria 6.
  • 28 Maggio. La Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese incontra, per la terza volta dal 2019, i rappresentanti delle Ong impegnate nella ricerca e soccorso nel Mediterraneo i quali chiedono, all’unisono, di poter definire azioni concrete a salvaguardia della vita umana in mare. Segue il comunicato congiunto. Il Viminale ha parlato della “preziosa opera dell’Unhcr e dell’Oim, per il rispetto dei diritti umani nei centri allestiti nel Paese nordafricano ma,
    dalla Libia, le agenzie delle Nazioni Unite smentiscono tale affermazione: “Non abbiano nessuna possibilità di cambiare la situazione rispetto ai diritti umani”.

  • 31 Maggio. Il settimo naufragio del mese si consuma al largo delle coste di Zitlen in Libia. 16 persone sono Viaggiavano su una imbarcazione con 87 persone. La sedicente Guardia Costiera libica, allertata da Alarm Phone, aveva rassicurato via e-mail alle 12.26: “L’operazione di salvataggio è andata a buon fine!”. Nel corso della notte, intercetta e respinge a Tripoli altre 285 persone in due diverse operazioni. 184 persone con la motovedetta Ras Jadar, fra cui 6 donne e 2 minori; 101 persone con la motovedetta Zawiya, fra cui 11 donne e 2 minori. Alla Aita Mari, dopo 4 giorni in mare con a bordo 50 persone, viene finalmente assegnato il Porto di Augusta per l’approdo dei naufraghi messi in salvo. L’arrivo è previsto in porto per le ore 22.00.

 

In Africa, nella mappa dei luoghi più mortali per i migranti, subito dopo il deserto tra il Niger e la Libia, c’è la costa libica con Bani Walid, Sabratha, Zuwara e Tripoli.  Sebbene i centri libici siano universalmente ormai riconosciuti come luoghi di tortura e mortificazione della dignità umana, il Governo italiano non ha, sin qui, modificato l’attuazione degli accordi con le autorità di Tripoli. Si stima che circa 1,3 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria in Libia. Di questi, 348 mila sono minori che hanno urgente bisogno di ogni genere di sostegno per poter vivere dignitosamente. Circa 393 mila sono sfollati interni e più di 43 mila sono rifugiati e richiedenti asilo che provengono da differenti regioni dall’Africa sub-sahariana. Si sottolinea che, se gli ospiti dei campi ufficiali sono circa 4.000, mancano all’appello i 10.000 migranti catturati quest’anno, finiti chissà dove.

Secondo il Libyan Observer, la 444° Brigata ha di recente fatto irruzione nei centri clandestini di Bani Walid, liberando profughi torturati e stuprati, per ricondurli nel circuito formale ma, la differenza tra strutture legali e illegali in Libia spesso è solo burocratica. Migliaia di persone sono sottoposte a sparizioni forzate, dopo essere state trasferite in luoghi di detenzione non ufficiali, compresa la ‘Fabbrica del Tabacco’ di Tripoli, sotto il comando di una milizia affiliata al Gna (il Governo Nazionale).

Per tutto questo è fondamentale che gli Stati membri dell’Unione Europea si impegnino a cessare ogni forma di collaborazione con i respingimenti in Libia delle persone soccorse in mare.

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Incontro con la Ministra Lamorgese: “Chiediamo azioni concrete a salvaguardia della vita umana in mare”

Questo pomeriggio le organizzazioni impegnate in azioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale hanno incontrato la Ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, per un confronto sulle attività di ricerca e soccorso.

I rappresentanti di Emergency, Medici Senza Frontiere, MEDITERRANEA Saving Humans, Open Arms, ResQ-People saving People, Sea-Watch e SOS MEDITERRANEE, prendono atto dell’apertura al dialogo offerta dalla Ministra, ribadendo allo stesso tempo come il soccorso in mare non possa essere mai negoziabile.

“Le discussioni sulle politiche migratorie non possono diventare un impedimento al soccorso in mare, obbligo giuridico oltre che morale” hanno detto i rappresentanti delle organizzazioni. Se è vero che i cosiddetti “Stati di primo approdo” come l’Italia, devono poter contare sulla solidarietà degli altri membri della UE, l’emergenza in mare non si ferma e anzi diventa ogni giorno più letale. Le ONG chiedono all’Italia e all’Europa di istituire un efficace sistema di ricerca e soccorso che abbia come scopo primario quello di salvaguardare la vita umana nel Mediterraneo.

Le organizzazioni hanno anche auspicato un superamento del clima ostile al soccorso civile. “Abbiamo chiesto alla Ministra di riconoscere il ruolo delle organizzazioni umanitarie, colpite dalla criminalizzazione, liberando le nostre navi ancora sotto fermo” hanno affermato i rappresentanti delle organizzazioni.

Al centro del colloquio anche gli accordi con la Libia. “Bloccare le partenze, a scapito della tutela dei diritti umani e delle continue morti in mare, non potrà mai essere la soluzione” dicono le ONG. “Questa forma di supporto e finanziamento va interrotta il prima possibile. Vanno trovate soluzioni di medio-lungo periodo per costruire canali sicuri di accesso regolare verso l’Europa. Ma, nel frattempo, non si può continuare a lasciare che le persone muoiano in mare o vengano riportate in un Paese dove sono costrette a subire abusi di ogni genere”.

Durante l’incontro, le ONG hanno sollecitato la ministra Lamorgese ad assumersi un ruolo di effettivo coordinamento con gli altri ministeri coinvolti, in particolare con il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, per quanto riguarda i fermi amministrativi e con il ministero della salute per i protocolli Covid e la gestione delle quarantene.

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“Seafarers’ Award“ 2021: gli equipaggi della MARE JONIO e MAERSK ETIENNE premiati a Copenhagen

Queste le motivazioni lette alla Cerimonia di consegna del premio:

Motivazione ufficiale per la premiazione degli equipaggi di MARE JONIO e Maersk ETIENNE

Lo scorso 4 agosto 2020, la petroliera Maersk Etienne ha risposto a una richiesta di aiuto di ventisette persone in difficoltà nel Mediterraneo. Rispondendo e soccorrendo i naufraghi, il capitano e l’equipaggio della Maersk Etienne stavano solo compiendo il loro dovere secondo il diritto internazionale. Tuttavia, quella che avrebbe dovuto essere una questione relativamente semplice di portare le persone a riva, si è trasformata in trentotto giorni di contrattazione politica e di disperazione, poiché nessuna nazione avrebbe permesso loro di sbarcare. Il capitano e il suo equipaggio fecero del loro meglio per curare le persone a bordo, ma la situazione era insostenibile, con tre persone gettatesi in mare nel tentativo di nuotare verso la riva. L’equipaggio è riuscito a farli risalire rapidamente a bordo, ma l’incidente ha evidenziato la situazione disperata.

Dopo trentotto giorni, Maersk Etienne ha chiesto aiuto medico e solo la nave-ONG Mare Jonio ha risposto. Le persone sono state trasferite sulla Mare Jonio il cui personale medico ha esaminato la salute fisica e mentale delle persone recuperate. Mare Jonio è di proprietà e gestita dalla ONG Mediterranea Saving Humans.

In conformità con lo spirito e lo scopo di Søfartsprisen, i capitani di Maersk Etienne e Mare Jonio sono stati premiati perché hanno dimostrato un coraggio straordinario e un’immensa attenzione umanitaria in una situazione disperata. Entrambi i capitani e i loro equipaggi hanno dimostrato, in ciascuna delle loro azioni, il forte spirito dei marittimi che non voltano mai le spalle alle persone in difficoltà in mare. Inoltre, i 38 giorni di stallo politico, senza una soluzione immediata, hanno evidenziato la situazione insostenibile nel Mediterraneo, dove lo sbarco sicuro e rapido non è garantito. Mediterranean Saving Humans è intervenuta e ha provveduto all’esame medico, al trasferimento e, infine, allo sbarco. Così facendo, l’ONG ha fatto quello che né lo stato di bandiera danese, né l’UE, né nessun altro stakeholder coinvolto sono stati in grado di fare nonostante gli enormi sforzi diplomatici.

Qui il comunicato della Danish Shipping association:
https://www.danishshipping.dk/en/press/news/maritime-prize-awarded-at-danish-shippings-annual-event/

Qui il testo del discorso del Capo Missione di Mediterranea Saving Humans, Giuseppe Caccia

https://mediterranearescue.org/wp-content/uploads/2021/05/Giuseppe_Caccia.pdf

27-05-2021

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La Mare Jonio in cantiere. Mediterranea tornerà in missione

LA NAVE “MARE JONIO” IN CANTIERE. MEDITERRANEA TORNERÀ IN MISSIONE: “PRESENZA NECESSARIA. IL NOSTRO OBIETTIVO? SAREMO IN MARE ENTRO GIUGNO”

 

La MARE JONIO – unica nave del soccorso civile battente bandiera italiana e gestita dalla piattaforma della società civile italiana Mediterranea Saving Humans APS – è entrata in cantiere a Venezia per importanti lavori di manutenzione che, nel giro di qualche settimana, le consentiranno di essere di nuovo pronta a navigare.

Nel mar Mediterraneo centrale si è avuta notizia, dopo la strage del 21 aprile scorso, di almeno altri tre naufragi, con decine di vittime e dispersi. Intanto altre navi non governative sono state sottoposte a fermi amministrativi arbitrari. Di fronte alla latitanza degli Stati europei che non intervengono, come dovrebbero, con una missione militare di ricerca e soccorso e di fronte al grido di dolore di donne, uomini, bambini in fuga dagli orrori della Libia, anche la nostra presenza è necessaria.

Ci prepariamo a tornare in mare nonostante il pesantissimo attacco a cui siamo sottoposti. Le inconsistenti accuse, rivolte al nostro equipaggio e ai nostri armatori dalla Procura della Repubblica di Ragusa, hanno provocato il congelamento del progetto di una nuova e più grande nave da soccorso. Perciò abbiamo deciso di affrontare i lavori indispensabili a riprendere le missioni con la Mare Jonio. Il nostro obiettivo è di essere pronti a salpare entro il mese di giugno.

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Sea-Eye 4 ha salvato oltre 400 persone nella sua prima missione di salvataggio

La nave Sea-Eye 4 dell’omonima organizzazione non governativa, acquistata ed equipaggiata grazie al supporto di “United for Rescue”, ampia coalizione della società civile tedesca che comprende associazioni, gruppi e Chiese di diverso orientamento, sta chiedendo in queste ore alle Autorità italiane – come previsto dal diritto marittimo e umanitario internazionale – l’assegnazione di un “Place of Safety” cioè di un porto sicuro di sbarco per le oltre 400 persone soccorse che si trovano a bordo.

MEDITERRANEA Saving Humans sostiene con tutte le sue forze questa richiesta.

Pubblichiamo qui volentieri, in traduzione italiana, il comunicato di Sea Eye che ricostruisce le circostanze e il contesto delle operazioni di salvataggio realizzate nei giorni scorsi e le responsabilità comprovate di Autorità europee nell’omissione o nella collaborazione con milizie libiche in azioni illegali di cattura e deportazione:

 

L’equipaggio della nuova nave SEA-EYE 4 ha salvato più di 400 persone da barche non adatte all’alto mare in sei missioni di salvataggio domenica 16 e lunedì 17 maggio 2021. Tutte le persone sono state portate a bordo della SEA-EYE 4 e sono state esaminate dal team medico sanitario. Tra i salvati ci sono molti bambini, un neonato di 8 mesi e diverse donne incinte.

“Gli stati dell’UE hanno intensificato la crisi umanitaria in corso nel Mediterraneo centrale. Fuggire diventa sempre più pericoloso perché la gente non osa più nemmeno chiamare aiuto, perché i centri di coordinamento dei soccorsi europei mandano solo la cosiddetta guardia costiera libica”, dice Gorden Isler, presidente di Sea-Eye e. V.

“La SEA-EYE 4 ha salvato delle vite per la prima volta – che bella notizia! Siamo molto felici e orgogliosi che la nostra seconda nave sia riuscita a portare in salvo più di 400 persone. Il dovere di soccorrere in mare è stabilito da una legge internazionale – anche se questo dovere è attualmente svolto solo dal soccorso marittimo civile e non dagli stati membri dell’UE”, dice Thies Gundlach, presidente di United4Rescue.

Per la prima volta German Doctors supporta operativamente una missione di salvataggio di Sea-Eye. Il medico della missione, Stefan Mees, ha visitato a bordo le persone salvate: “25 persone hanno necessitato cure più a lungo nell’ospedale di bordo. Tra loro tre donne incinte – una all’ottavo mese. Anche 3 bambini piccoli erano in cattive condizioni, ma nel frattempo siamo riusciti a stabilizzarli. A un uomo è stata diagnosticata una polmonite. Per essere sicuri, gli abbiamo fatto un test corona, che fortunatamente è risultato negativo. I problemi principali sono: ipotermia, disidratazione, malnutrizione, mal di mare e svenimenti”.

Nelle ultime 48 ore, la cosiddetta guardia costiera libica ha riportato centinaia di persone indietro in un paese dove c’e una guerra civile. In questo momento sono minacciati di internamento e di gravi violazioni dei diritti umani. Come hanno mostrato i media, Frontex sta collaborando con la cosiddetta guardia costiera libica. Anche l’equipaggio della SEA-EYE 4 ha potuto osservare questo. Per esempio, venerdì, l’equipaggio ha ricevuto una chiamata di soccorso da circa 50 persone su una piccola barca di legno inoltrata da Alarm Phone. Quando l’equipaggio ha trovato la barca, non c’era traccia delle persone. Durante l’operazione, la SEA-EYE 4 ha avvistato un aereo di Frontex.

“Poiché Frontex comunica direttamente o indirettamente alla cosiddetta guardia costiera libica le coordinate delle barche che trasportano persone in cerca di protezione, dobbiamo supporre che queste persone siano state vittime di un altro respingimento illegale su istruzione degli stati dell’UE e che le persone sono state riportate nei campi di detenzione della Libia”, ha detto Isler.

Durante il terzo salvataggio di ieri, l’equipaggio si è accorto di un’imbarcazione perché un aereo di Frontex stava girando non lontano da SEA-EYE 4, ma senza informare direttamente Sea-Eye dell’emergenza marittima. Sulla barca c’erano altre 50 persone.

“Gli stati dell’UE stanno usando la guardia costiera libica per trascinare le persone in una guerra civile che dura da più di un decennio. Tutti sanno cosa sta succedendo. Gli stati dell’UE preferirebbero vedere queste persone morte o in Libia piuttosto che assumersi la responsabilità per loro“, ha detto Isler.

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»Die frühen Morgenstunden sind die gefährlichsten« – “Le prime ore del mattino sono le più pericolose”

L’attivista Hagen Kopp vuole salvare i richiedenti asilo dalla deportazione e per questo motivo è di nuovo sotto processo. In un’intervista critica la pratica tedesca e parla del suo procedimento giudiziario.

 

SPIEGEL: Signor Kopp, il 6 maggio avrà luogo un appello contro di lei presso il tribunale regionale di Aschaffenburg. Il pubblico ministero la accusa di “istigazione a delinquere”. Cosa sta succedendo?

 

Kopp:  Esiste un sito www.aktionbuergerinnenasyl.de dove il mio nome è listato tra i contatti. C’è un appello con la frase: “Perciò vi invito a concedere asilo alle persone minacciate di deportazione e a nasconderli nei vostri appartamenti se necessario”.

 

SPIEGEL: Di cosa si occupa il sito “BürgerInnenasyl”?

 

Kopp: Vogliamo dare protezione alle persone, cioè nasconderle quando sono minacciate di deportazione. Sono stato cofondatore di BürgerInnenasyl di Hanau, la prima di 16 iniziative locali. L’abbiamo fondata alla fine del 2016 in risposta alle deportazioni verso l’Afghanistan, zona di guerra. Sul nostro sito c’è un appello, che la gente può firmare, contenente la frase oggetto della mia causa. La forma “io”, dunque, non significa Hagen Kopp, ma può riferirsi a chiunque.

 

SPIEGEL: Lei è stato assolto dalla corte distrettuale l’anno scorso, ma l’accusa ha fatto ricorso.

 

Kopp: Il giudice ha giustificato la mia assoluzione di primo grado dicendo che “persone minacciate di deportazione” può riferirsi anche a chi non ha ricevuto l’asilo (ovvero è temporaneamente “tollerato” ndr). Possono, cioè, essere deportati in determinate circostanze, ma sono in Germania legalmente. Pertanto non può essere considerato reato dare loro rifugio oppure lanciare una campagna a favore. La Procura sostiene nei motivi d’appello che le persone “senza visto d’asilo residenti nella Repubblica Federale non possono essere espulse affatto”. Ma ciò succede continuamente in questo paese. Il processo dovrebbe intimidirmi. Ma non ho paura.

 

 

 

SPIEGEL: Nascondere qualcuno che risiede in Germania senza diritto di soggiorno e che dovrebbe essere espulso, significa favorire la residenza illegale ed e quindi reato. Perché lo sta facendo?

 

Kopp: Perché da 30 anni vedo come le persone vengono intimidite e non riescono a prendere sonno di notte. In una precedente iniziativa ad Hanau avevamo chiesto ai curdi minacciati di espulsione come avremmo dovuto chiamare il progetto. La loro idea era: “Dormire tranquilli”. Ci ha colto di sorpresa: si trattava della loro paura di essere svegliati alle quattro di notte ed essere trasportati all’aeroporto con figli e bagagli.


SPIEGEL: La madre badessa Mechthild Thürmer proveniente dalla Baviera andrà presto a processo perché ha concesso asilo ai rifugiati nella sua chiesa.

 

Kopp: La cosa interessante è che un monaco bavarese, fratello Abraham Sauer di Munsterschwarzbach, è stato appena assolto in un caso simile. La Corte ha ribadito la sua libertà di credo e di coscienza, e il fatto che nessun terzo sia stato danneggiato. Una sentenza storica. Inoltre di recente ho parlato brevemente al telefono con Madre Mechthild che ha detto che avrebbe pregato per me il giorno del mio processo. Mi ha commosso.

SPIEGEL: Quante persone esistono che si impegnano ad impedire i rimpatri?

 

Kopp: Oltre agli asili ecclesiastici, ce ne sono sicuramente alcune centinaia in tutta la Germania – non parliamo solo di alloggio, ma anche di assistenza sanitaria, consulenza e, talvolta in assenza di alternative, la possibilità di migrare in altri paesi.
Ma noi siamo solo la punta dell’iceberg. La gran parte di questo lavoro viene fatto dalla stessa comunità di migranti, da amici, conoscenti e parenti che si sostengono e proteggono a vicenda.

SPIEGEL: Esiste per queste persone una prospettiva di rimanere in Germania, anche se dovrebbero essere rimpatriate? 

 

Kopp: L’obiettivo per la maggior parte di loro è quello di ricevere uno status di residenza definitivo. Prendiamo l’esempio di persone che non hanno ricevuto asilo e sono tollerate temporaneamente: c’è la possibilità di ottenere un soggiorno per motivi di lavoro? Per questo è necessario un contratto di lavoro, tra le altre cose. E guardiamo se la deportazione può essere fermata legalmente. Questo può richiedere mesi, durante i quali le persone possono essere deportate in qualsiasi momento. Ecco perché la gente ha bisogno di spazi protetti.


SPIEGEL: Lei ha mai personalmente ospitato qualcuno?

 

Kopp: Diverse volte. Alcune persone erano così impaurite da voler rimanere chiusi a casa. Alcuni di loro invece dicevano: “Conosco il rischio, ma esco comunque”. Alcuni di loro lavoravano di giorno e ritornavano da me solo per dormire. La notte e le prime ore del mattino sono le più pericolose.

SPIEGEL: Negli ultimi anni sono stati messi degli ostacoli per le deportazioni, così risulta dalle risposte del governo federale date ai politici del partito della Linke in parlamento negli anni 2019 e 2020. Coincide con i racconti delle persone colpite?

Kopp: Sì, sentiamo sempre parlare di violenza contro di loro. Anche i rifugiati che non hanno fatto nulla di male rischiano di essere detenuti e poi deportati. Inoltre, le deportazioni si svolgono in modo sempre più invisibile, si parla di una cosiddetta “charterizzazione”: aerei con personale proprio pronti per la deportazione e un numero di poliziotti tre volte superiore rispetto a quello dei rifugiati. Se uno dei deportati si ribella, nulla viene reso pubblico. 

SPIEGEL: Il numero di deportazioni si e ridotto nell’ultimo anno. Dal 2015 ci sono stati annualmente tra i 20.000 e i 25.000 casi, mentre nell’ultimo anno si sono ridotti a 10.800. E questo un segnale positivo?

Kopp: No perché il traffico aereo è stato ridotto a causa del coronavirus. Le cifre rimangono molto alte e sono stati abbattuti molti tabu. Esempio: qualche settimana fa c’è stata un rimpatrio di massa dei tamil verso lo Sri Lanka, un gruppo etnico che ha subito negli ultimi anni massacri ed è tuttora perseguitato. Oppure la deportazione di un somalo dall’Assia: risiedeva in Germania da quasi otto anni, da tre anni possedeva un contratto di lavoro. È stato preso, arrestato e deportato in un paese dove c’è una guerra civile. In pochi mesi avrebbe potuto ricevere un permesso di lavoro temporaneo, un primo passo verso un permesso di soggiorno stabile.

SPIEGEL: Cosa risponde all’argomento di alcuni critici che la Germania non sarebbe in grado di accogliere tutti a causa dei limiti di spazio e di risorse finanziarie?

Kopp: Dubito che tutte le persone vogliano venire qua. Per gli altri vale quanto segue: se i motivi della partenza come guerra, cambiamento climatico e divario di reddito tra nord e sud continuano a persistere, allora le persone continueranno a lasciare il proprio paese. La migrazione è per me un diritto fondamentale. Rigirerei la frase di Horst Seehofer “la migrazione è la madre di tutti i problemi” in “la migrazione è la madre di tutte le società”. Cosi è sempre stato nella Storia. Respingere le persone che cercano una vita migliore per sé e la propria famiglia è un’ingiustizia razzista che non potrò mai accettare.  

https://www.spiegel.de/panorama/abschiebung-von-asylbewerbern-die-fruehen-morgenstunden-sind-die-gefaehrlichsten-a-41c8dd69-23ce-48c7-862a-62447b90f468

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Rivelazione: 2.000 decessi di rifugiati e rifugiate connesse con i respingimenti illegali operati dall’UE

Tradotto dall'articolo di Lorenzo Tondo apparso su The Guardian:link all'articolo in inglese

Un’analisi del Guardian rivela che gli stati Europei hanno impiegato tattiche brutali per fermare circa 40.000 richiedenti asilo nel loro tentativo di attraversare le frontiere.

Gli stati membri Europei sono ricorsi a operazioni illegali di respingimento alle frontiere europee nei riguardi di almeno 40.000 richiedenti asilo durante il periodo pandemico. Tali metodi sono stati legati alla morte di più di 2.000 persone, rivela il Guardian.

In una delle più massicce operazioni di espulsione degli ultimi decenni, gli stati europei, sostenuti dall’agenzia europea di controllo delle frontiere (Frontex), hanno sistematicamente respinto migliaia di rifugiati, compresi bambini e bambine in fuga dalle guerre, adoperando diverse tattiche illegali che vanno dall’aggressione all’esercizio di violenza durante la detenzione o il trasporto.

L’analisi del Guardian si basa sui resoconti rilasciati dalle agenzie dell’ONU, che vengono incrociati con la banca dati di incidenti che viene prodotta dalle Organizzazioni Non-Governative. Stando a tali Organizzazioni, con l’inizio della pandemia da Covid-19 sia la regolarità che la brutalità delle pratiche di respingimento sono aumentate.

“I resoconti più recenti suggeriscono un aumento delle morti di migranti nel tentativo di raggiungere l’Europa e, allo stesso tempo, un incremento della collaborazione tra stati europei e stati non-europei, come la Libia, che è risultato nel fallimento di diverse operazioni di salvataggio”, dichiara uno dei massimi esperti di diritti umani e migrazioni in Italia, Fulvio Vassallo Paleologo, professore di Diritto di asilo presso l’Università di Palermo. “In tale contesto, le morti in mare, sin dall’inizio della pandemia, sono direttamente o indirettamente collegate con l’approccio dell’UE il cui obiettivo è la chiusura di tutti i passaggi per l’Europa e la progressiva esternalizzazione del controllo dei flussi migratorio verso stati come la Libia”.

I risultati emergono nello stesso momento in cui l’Olaf – l’Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode – ha avviato un investigazione nei riguardi di Frontex per le accuse di molestie, condotte illecite e operazioni illegali volte a impedire ai richiedenti asilo di raggiungere le coste dell’UE.

Stando ai dati forniti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, nel 2020 circa 100.000 migranti sono giunti in Europa per via marina e terrestre, rispetto ai circa 130.000 del 2019 ed i 190.00 del 2017.

A partire dal gennaio 2020, nonostante il calo nei numeri, Italia, Malta, Grecia, Croazia e Spagna hanno inasprito la linea dura in materia di migrazione. Dall’introduzione di chiusure parziali o permanenti delle frontiere nel tentativo di mitigare la diffusione del coronavirus, questi paesi hanno pagato stati non-europei, ed hanno arruolato imbarcazioni private, per intercettare le imbarcazioni in difficoltà in mare e respingere i migranti verso centri di detenzione. Ci sono state ripetute segnalazioni di persone che sono state picchiate, derubate, spogliate nude alla frontiera o lasciate in mare.

Nel 2020 la Croazia, la cui polizia pattuglia la più lunga frontiera esterna dell’UE, ha intensificato il ricorso alla violenza sistematica ed ai respingimenti dellə migrantə in Bosnia. Il Danish Refugee Council (Il Consiglio Danese per i Rifugiati – DRC) ha registrato circa 18.000 migranti respinti dalla Croazia dall’inizio della pandemia. Nell’ultimo anno e mezzo, il Guardian ha collezionato testimonianze di migranti che sono stati presumibilmente frustati, derubati, abusati sessualmente e spogliati nudi da membri della polizia croata. Alcuni migranti hanno raccontato di agenti che hanno dipinto con dello spray croci rosse sulle loro teste ed hanno giustificato il trattamento dicendo che era una “cura contro il coronavirus”.

Secondo il rapporto annuale rilasciato martedì dal Border Violence Monitoring Network (Rete di Monitoraggio della Violenza alla Frontiera – BVMN), una coalizione formata da 13 ONG che documentano i respingimento illegali ai Balcani Occidentali, gli abusi e l’uso sproporzionato della forza era presente in circa il 90% delle testimonianze collezionate dalla Croazia, un aumento del 10% rispetto al 2019.

In aprile, il Guardian ha rivelato che una donna dell’Afghanistan è stata presumibilmente abusata sessualmente, e tenuta sotto minaccia con un coltello, da un ufficiale della polizia di frontiera croata durante un’operazione di ricerca di migranti al confine con la Bosnia.

“Nonostante le intercessioni della Commissione Europea con le autorità croate nei mesi recenti, non abbiamo assistito a nessun progresso, né su investigazioni avviate a partire dal rapporto né sullo sviluppo di meccanismi indipendenti di monitoraggio della frontiera”, dichiara Nicola Bay, il direttore nazionale del DRC per la Bosnia. “Ogni singolo respingimento rappresenta una violazione delle leggi internazionali e dell’UE – che esso implichi violenza o meno”.

Da gennaio 2020, la Grecia ha respinto, dalle proprie spiagge, circa 6.230 richiedenti asilo, secondo i dati raccolti dal BVMN. Il rapporto dichiara che in circa l’89% dei respingimenti “BVMN ha registrato un eccessivo e sproporzionato uso della forza. Questi numeri allarmanti dimostrano che l’uso della forza in maniera abusiva, e pertanto illecita, è divenuto una normalità […]”

“Esempi estremamente cruenti di violenza ad opera della polizia, documentati nel 2020, includono: percosse eccessive e prolungate (spesso su corpi nudi), immersione in acqua, abuso fisico di donne e bambini, l’uso di barre di metallo per infliggere lesioni”. Nelle testimonianze le persone descrivono che le loro mani fossero legate alle sbarre delle celle, ed i loro capi coperti con dei caschi, così da evitare lividi visibili.

Una causa legale depositata nei confronti dello stato greco presso la Corte Europea dei Diritti Umani, accusa Atene di abbandonare migliaia di migranti in zattere di salvataggio in mare, dopo che alcuni o alcune di queste sono stati picchiati. La causa sostiene che le pattuglie di controllo greche hanno rimorchiato i migranti verso le acque turche, abbandonandoli al mare senza cibo, acqua, giubbotti di salvataggio o alcuno strumento per richiedere aiuto.

Secondo BVMN: “Che si tratti di usare la pandemia da Covid-19 o il coprifuoco nazionale per coprire i respingimenti, per costruire prigioni a cielo aperto, o per impedire alle barche di entrare nelle acque greche sparando colpi di avvertimento verso le stesse, le evidenze sottolineano il persistente rifiuto di aderire ai valori democratici, di rispettare i diritti umani e il diritto internazionale ed europeo.

Secondo i dati dell’UNHCR, dall’inizio della pandemia le autorità libiche – con il sostegno italiano dal 2017, ossia quando Roma ha ceduto alla Libia la responsabilità di supervisionare le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo – hanno intercettato e respinto a Tripoli circa 15.500 richiedenti asilo. Tale controversa strategia ha causato il ritorno forzato di migliaia di persone nei centri di detenzione libici dove, secondo rapporti diretti, affrontano diverse torture. Centinaia sono annegati quando né la Libia né l’Italia sono intervenute.

Nel 2020 questa pratica è continuata, con un ruolo sempre più importante svolto dagli aerei Frontex, che avvista le barche in mare e cmunica la loro posizione alla guardia costiera libica”, ha detto Matteo de Bellis, ricercatore sulla migrazione di Amnesty International. “Quindi, mentre l’Italia ad un certo punto ha persino usato la pandemia come scusa per dichiarare che i suoi porti non erano sicuri per lo sbarco delle persone soccorse in mare, non ha avuto problemi con la guardia costiera libica che ha rimpatriato le persone a Tripoli. Anche quando questo era sotto bombardamento o quando centinaia di persone sono state sparate con la forza subito dopo lo sbarco “.

Ad aprile, Italia e Libia sono state accusate di aver deliberatamente ignorato una chiamata del primo maggio da una barca di migranti in pericolo nelle acque libiche, quando le onde hanno raggiunto i sei metri. Poche ore dopo, un battello di salvataggio di una ONG ha scoperto dozzine di corpi che galleggiavano tra le onde. Quel giorno 130 migranti furono dispersi in mare.

Ad aprile, in un’indagine congiunta con la Rai News italiana e il quotidiano Domani, il Guardian ha visto i documenti dei pubblici ministeri italiani che dettagliavano le conversazioni tra due comandanti della guardia costiera libica e un ufficiale della guardia costiera italiana a Roma. Le trascrizioni sembravano esporre il comportamento non reattivo degli ufficiali libici e la loro lotta per rispondere alle chiamate di soccorso che hanno provocato centinaia di morti. Almeno cinque imbarcazioni di ONG rimangono bloccate nei porti italiani poiché le autorità rivendicano motivi amministrativi per trattenerle.

Le operazioni di push e pull-back sono diventate routine, così come le forme di abbandono marittimo dove centinaia di persone sono state lasciate annegare”, ha detto un portavoce di Alarm Phone, un servizio di hotline per migranti in difficoltà in mare. ” Abbiamo documentato così tanti naufragi che non sono mai stati ufficialmente contabilizzati, e quindi sappiamo che il vero bilancio delle vittime è molto più alto. In molti casi, le guardie costiere europee si sono rifiutate di rispondere: hanno preferito lasciare che le persone annegassero o intercettarle nel luogo da cui avevano rischiato la vita per fuggire. Anche se tutte le autorità europee cercano di rifiutare la responsabilità, sappiamo che la morte di massa è il risultato diretto sia delle loro azioni che delle loro inazioni. Queste morti sono sull’Europa. ”

Malta, che ha dichiarato i suoi porti chiusi all’inizio dello scorso anno, citando la pandemia, ha continuato a respingere centinaia di migranti utilizzando due strategie: arruolare navi private per intercettare i richiedenti asilo e costringerli a tornare in Libia o respingerli con indicazioni per l’Italia. “Tra il 2014 e il 2017, Malta ha potuto contare sull’Italia che si assume la responsabilità di coordinare i soccorsi e consentire gli sbarchi”, ha detto De Bellis. “Ma quando l’Italia e l’UE hanno ritirato le loro navi dal Mediterraneo centrale, per lasciarla nelle mani della Libia, hanno lasciato Malta più esposta. In risposta, dall’inizio del 2020 il governo maltese ha utilizzato tattiche per evitare di assistere i rifugiati e i migranti in pericolo in mare, compreso l’organizzazione di respingimenti illegali in Libia da parte di pescherecci privati, dirottando le barche anziché salvarle, trattenendo illegalmente centinaia di persone su traghetti mal equipaggiati al largo delle acque di Malta e firmando un nuovo accordo con la Libia per impedire alle persone di raggiungere Malta “.

Lo scorso maggio, una serie di messaggi vocali ottenuti dal Guardian ha confermato la strategia del governo maltese di utilizzare navi private, agendo per volere delle sue forze armate, per intercettare i valichi e riportare i profughi nei centri di detenzione libici.

Nel febbraio 2020, la Corte europea dei diritti umani è stata accusata di “ignorare completamente la realtà” dopo aver stabilito che la Spagna non ha violato il divieto di espulsione collettiva, poiché le domande di asilo potevano essere presentate al valico di frontiera ufficiale. Basandosi su questa sentenza, la Corte costituzionale spagnola ha confermato i “respingimenti alla frontiera”, a condizione che si applichino determinate garanzie.

La scorsa settimana, i corpi di 24 migranti dell’Africa subsahariana sono stati trovati dal soccorso marittimo spagnolo. Si ritiene che siano morti di disidratazione mentre tentavano di raggiungere le Isole Canarie. Nel 2020, secondo l’UNHCR, 788 migranti sono morti nel tentativo di raggiungere la Spagna.

Frontex ha detto di non poter commentare le cifre totali senza conoscere i dettagli di ogni caso, ma ha detto che varie autorità si sono attivate per rispondere al gommone che è affondato al largo della costa della Libia in aprile, causando la morte di 130 persone.

“Il centro di soccorso italiano ha chiesto a Frontex di sorvolare la zona. È facile dimenticarlo, ma il Mediterraneo centrale è enorme e non è facile o veloce andare da un posto all’altro, soprattutto in caso di maltempo. Dopo aver raggiunto l’area in cui si sospettava si trovasse la barca, l’hanno localizzata dopo qualche tempo e hanno allertato tutti i centri di coordinamento e salvataggio marittimo (MRCC) della zona. Hanno anche emesso una chiamata di mayday a tutte le barche nella zona (la Ocean Viking era troppo lontana per riceverla)”.

Ha detto che il MRCC italiano, dietro richiesta dell’MRCC libico, ha inviato tre navi mercantili nella zona per assistere. Il cattivo tempo ha reso questo difficile. “Nel frattempo, l’aereo di Frontex stava finendo il carburante e ha dovuto tornare alla base. Un altro aereo è decollato la mattina dopo, quando il tempo lo permetteva, di nuovo con le stesse preoccupazioni per la sicurezza dell’equipaggio.

“Tutte le autorità, certamente Frontex, hanno fatto tutto ciò che era umanamente possibile in queste circostanze”.

Ha aggiunto che, secondo i media, c’era una nave della guardia costiera libica nella zona, ma era impegnata in un’altra operazione di salvataggio.

 

News

95 persone fermate in mare e respinte in Libia. Il caso del 2 maggio 2021

 

95 persone respinte verso torture e abusi.

Come l’Italia ha ordinato ad un’imbarcazione mercantile di assistere ad un respingimento illegale verso la Libia.

Un comunicato congiunto da parte di Alarm Phone e Mediterranea Saving Humans.

Ieri, 2 maggio 2021, alle ore 05:32 CEST, un gruppo di 95 persone in navigazione su un’imbarcazione in legno, ha chiamato Alarm Phone. Nel tentativo di fuggire dalla Libia, si trovavano in una situazione di estremo pericolo, alla deriva in acque internazionali, e più precisamente a poche miglia nautiche a Sud della zona SAR maltese (34°14, E12°11 alle ore 05:32). Il motore dell’imbarcazione non funzionava più ed il meteo era in peggioramento. Le autorità italiane, dopo che la cosiddetta guardia costiera libica ne aveva richiesto l’assistenza, hanno ordinato a due imbarcazioni mercantili, la VOS APHRODITE e la OLYMPIYSKY PROSPECT, di avvicinarsi all’imbarcazione in pericolo e di rimanere in attesa dell’arrivo della cosiddetta guardia costiera libica. Non appena le persone sull’imbarcazione hanno cominciato a rendersi conto che sarebbero state ricondotte in Libia, invece che essere soccorse dall’Italia, la situazione a bordo ha cominciato a degenerare, con la conseguenza che diverse persone sono cadute o si sono gettate in mare nel tentativo di scongiurare la cattura. Alle due imbarcazioni mercantili è stato, pertanto, chiesto di recuperare le persone e di restituirle alla cosiddetta guardia costiera libica, la quale le ha forzatamente ricondotte in Libia.

Sebbene i dettagli di questo violento respingimento siano chiari, rimangono – tuttavia – diverse questioni aperte: Cosa è accaduto nel lasso di tempo tra l’arrivo delle imbarcazioni mercantili e l’arrivo delle autorità libiche? Perché le imbarcazioni mercantili, chiamate dalla guardia costiera italiana sul luogo, si sono rifiutate di soccorrere un’imbarcazione in legno che avrebbe potuto capovolgersi in qualsiasi momento? Cosa è accaduto una volta che la cosiddetta guardia costiera libica è giunta sul luogo? Perché le imbarcazioni mercantili hanno consegnato le persone soccorse alle autorità libiche? Le persone in pericolo sono tutte sopravvissute o ci sono state delle vittime? Le autorità si rifiutano di fornire risposte a queste domande. Cercano di nascondere tutto ciò che accade nel mediterraneo centrale, nascondendo i crimini che accadono in mare.

Il caso di queste 95 persone, fermate in acque internazionali e respinte verso la Libia nonostante continue richieste di aiuto rivolte alle autorità Europee, è un esempio cristallino del complesso meccanismo di violazione dei diritti umani ad opera degli Stati Membri dell’UE (Italia e Malta) e dell’agenzia europea di frontiera, Frontex. Questi attori di fatto cooperano e coordinano le attività delle autorità libiche, che conducono operazioni non dichiarate e illegali di polizia di frontiera piuttosto che attività di ricerca e salvataggio in mare.

Eventi come questo dimostrano la violenza sistematica e coordinata delle infrastrutture e dei regolamenti SAR attualmente esistenti. Dimostrano, inoltre, che gli Stati stanno soltanto proteggendo le frontiere e rifiutando di proteggere la vita delle persone, sottraendosi all’obbligo di eseguire operazioni di soccorso tempestive e respingendo le persone verso luoghi in cui le loro vite sono minacciate.

I tempi sono quindi maturi per la creazione di un centro di coordinamento SAR che si ponga l’obiettivo di prevenire respingimento illegali e la morte in mare, piuttosto che facilitare questi scenari. Tale centro di coordinamento dovrebbe essere organizzato dalla società civile: un Centro Civile di Coordinamento del Soccorso Marittimo (o CCCSM), capace e disposto a raccogliere le chiamate di soccorso, a coordinare le operazioni di ricerca e salvataggio verso un Porto Sicuro (PoS), e – infine – di lavorare per l’abolizione del regime delle frontiere europeo e la sua violenza razzista.

Il report che segue fornisce una dettagliata cronologia degli eventi del 2 maggio 2021, e di come si sono sviluppati prima di dimostrare come questo caso di emergenzia evidenzi un sistema di violazione dei diritti umani del Mediterraneo centrale. Elementi cruciali di tali sistema violento sono: l’attribuzione di una zona SAR alla Libia, ritardi intenzionali nelle operazioni di soccorso, forme di non-assistenza in mare, e la quotidiana violazione della Convenzione di Ginevra.

 

CRONOLOGIA

Ieri, 2 maggio 2021, alle ore 05:32 CEST, un gruppo di 95 persone, in navigazione su un’imbarcazione in legno, ha chiamato Alarm Phone. Nel tentativo di fuggire dalla Libia, si trovavano in una situazione di estremo pericolo, alla deriva in acque internazionali, e più precisamente a poche miglia nautiche a Sud della zona SAR maltese (34°14, E12°11 alle ore 05:32).

Al telefono, così si esprimevano le persone in pericolo: “Siamo circa 100 persone, moriremo se non ci aiutate. Per favore! Il motore si è fermato. Puoi immaginare avere dei bambini e sentire che stanno per morire in mare? E’ troppo brutto. Ci sono delle onde enormi e l’imbarcazione è troppo piccola. Siamo su un’imbarcazione piccola. Moriremo se non ci aiutate. Per favore mandate qualcosa alla nostra ricerca, c’è tantissima acqua che sta entrando nell’imbarcazione.

Guarda il video su YouTube (a cura di Piazza Pulita): http://https://www.youtube.com/watch?v=Uh56KIbxsPM

 

Alarm Phone ha immediatamente provveduto ad allertare tutte le autorità (ore 06:12). Successivamente, Alarm Phone ha contattato tramite email, la società di navigazione a capo dell’imbarcazione mercantile Olympiski Prospect, informandola dell’obbligo pendente a effettuare un’operazione di soccorso (ore 06:37), giacché la Olympisky Prospect era vicina al luogo dell’imbarcazione in difficoltà. Tuttavia, durante un contatto telefonico successivo, la compagnia esprimeva il suo rifiuto ad accettare l’obbligazione di prestare assistenza. Nel frattempo, diversi amici e parenti delle persone in difficoltà sono riuscite ad entrare in contatto con Alarm Phone attraverso i social media ed hanno chiesto informazioni rispetto alle sorti delle persone a bordo.

Alle ore 09:17, Mediterranea Saving Humans ha chiesto ai membri del Parlamento Italiano di domandare alle autorità italiane la condivisione di informazioni sulla situazione di emergenza e di provvedere ad un soccorso tempestivo.

Alle ore 10:12, le persone sull’imbarcazione in difficoltà comunicavano ad Alarm Phone che un aereo stava sorvolando la zona. Alarm Phone ha potuto confermare che si trattava del Osprey 1 dell’agenzia Frontex, che stava visibilmente sorvolando l’imbarcazione. Secondo le persone in difficoltà, è rimasto sulla scena per circa un’ora prima di allontanarsi.

Immagine: La rotta del velivolo Osprey di Frontex

 

Alle ore 11:30, dal contatto con le autorità italiane, Alarm Phone è stata reindirizzata a contattare le autorità libiche. Durante il contatto con le autorità libiche, però, Alarm Phone è stata informata che queste potevano parlare solo in arabo e che pertanto non era possibile nessuna comunicazione.

Alle ore 13:49, una fonte all’interno del Ministero della Difesa italiano ha risposto alle richieste di alcuni membri del Parlamento spiegando che si stava coordinando un intervento in sinergia con la cosiddetta guardia costiera libica, e che le autorità libiche erano responsabili del caso in questione. Poco dopo, alle ore 14:46, il Ministero della Difesa italiano ha comunicato che due imbarcazioni mercantili erano state allertate.

Stando ad un comunicato stampa rilasciato dalla guardia costiera italiana(1), pubblicato alle ore 15:37, la cosiddetta guardia costiera libica aveva richiesto un supporto operativo dal momento che, a causa del maltempo, erano impossibilitati ad intervenire. La guardia costiera italiana ha dunque allertato due imbarcazioni mercantili nelle immediate vicinanze: sul portale vesselfinder Alarm Phone ha potuto identificare la VOS Aphrodite (imbarcazione mercantile battente bandiera di Gibilterra); e l’Olympisky Prospect (petroliera battente bandiera liberiana). Queste, secondo il resoconto delle persone a bordo dell’imbarcazione in difficoltà, si sono avvicinate alla loro imbarcazione ma non hanno fornito alcun tipo di assistenza.

 

Immagine: la rotta della Vos Aphrodite

Immagine: la rotta dell Olympiysky Prospect

 

Alle ore 14:41, Alarm Phone ha inviato un’email a tutte le autorità e alle navi mercantili sul posto, informandole che le persone in pericolo potevano vedere due navi. Subito dopo, alle 14:55, la cosiddetta guardia costiera libica ha risposto all’email annunciando di essere “responsabile dell’operazione con la collaborazione dell’MRCC Roma“.

Immagine: Email dalla cosiddetta Guardia Costiera libica a Alarm Phone

 

Le persone in pericolo erano in preda al panico al telefono, chiedendo ad Alarm Phone perché erano stati mandati i mercantili e se erano stati mandati solo per vederli morire. L’acqua continuava ad entrare nella barca, e le persone sul ponte inferiore si spostavano sul ponte superiore, destabilizzando ulteriormente la barca. Quando le persone in difficoltà si sono rese conto che le navi mercantili stavano solo aspettando che le autorità libiche arrivassero e li riportassero in Libia, la situazione a bordo è diventata ancora più critica, con persone in preda al panico che minacciavano di buttarsi in mare e di nuotare verso le navi mercantili. Al telefono, hanno detto:

“Preferiamo morire, che essere riportati nell’inferno libico – abbiamo rischiato la vita per scappare, siamo in mare da giorni, ora dobbiamo andare in Italia”.

La situazione a bordo è rapidamente peggiorata, con il risultato che diverse persone sono cadute o si sono buttate in acqua per evitare la cattura. Alle navi mercantili è stato quindi chiesto di salvare le persone ma di consegnarle poi alla cosiddetta guardia costiera libica al loro arrivo.

Alle 17.15 i deputati italiani hanno comunicato alle autorità italiane che la situazione a bordo era estremamente critica, che l’arrivo delle autorità libiche sul luogo del disastro poteva mettere ulteriormente in pericolo le persone e che le persone a bordo dovevano avere il diritto di chiedere asilo in Europa. I deputati hanno sostenuto che non solo le autorità libiche, ma anche tutti coloro che controllano e assistono a questa violazione dei diritti umani senza intervenire avrebbero violato la convenzione di Ginevra.

Alle 20.04 il Ministero dell’Interno italiano ha informato i deputati che la cosiddetta guardia costiera libica era sul posto e che, essendo la cosiddetta guardia costiera libica responsabile dell’operazione, l’Italia non poteva intervenire. La Sea-Watch4 ha poi ascoltato una comunicazione sul VHF che suggeriva che la VOS APHRODITE stava collaborando con le autorità libiche per organizzare un respingimento illegale in Libia.

Ore dopo, il 3 maggio 2021, l’UNHCR ha confermato che 95 persone erano state riportate in Libia dalla cosiddetta guardia costiera libica.

Violazioni sistematiche dei diritti umani al largo della Libia

Il pullback illegale in Libia del 2 maggio dimostra chiaramente come gli Stati membri dell’UE (Italia e Malta) e l’agenzia di frontiera dell’UE Frontex cooperano e di fatto coordinano le violazioni dei diritti umani da parte delle autorità libiche. Questo sistema di pull-back è basato su diverse violazioni interconnesse:

1) L’attribuzione della zona SAR alla Libia è in aperta violazione della Convenzione di Amburgo del 1979 e delle linee guida dell’IOM sulle zone SAR. Infatti, la Libia non ha né i mezzi né il personale sufficienti per gestire la più grande zona SAR del Mediterraneo. In particolare, non può fornire ai naufraghi un PoS (Place of Safety), caratteristica fondamentale delle operazioni di soccorso in mare. Qualsiasi Stato firmatario della Convenzione di Amburgo cooperi o coordini le attività dei mezzi libici in mare è in aperta violazione della Convenzione di Amburgo, a meno che non garantisca che le persone siano portate in un Porto Sicuro dopo il loro recupero in mare.

2) Le autorità italiane ed europee, insieme a Frontex, ritardano i soccorsi. Nel caso delle 95 persone in difficoltà, l’Italia, pur avendo ricevuto tempestivamente notizia del caso e pur avendo informazioni precise sulla situazione di pericolo per le persone in mare, e alla luce della comunicazione libica sulla “immediata impossibilità di intervenire a causa delle avverse condizioni meteo-marine”, ha deciso di non inviare soccorsi. Invece, il MRCC italiano ha ordinato alle navi mercantili di “aspettare i libici”.

3) Il caso attuale viola anche la Convenzione di Ginevra (art. 33). Mentre coloro che usano la legislazione sul controllo dell’immigrazione in opposizione alle convenzioni internazionali sui diritti umani e l’obbligo di soccorso definirebbero le persone in difficoltà come “migranti in transito”, le 95 persone alla deriva in mare erano persone in fuga dalla Libia, un paese dove sono soggette a gravi violenze. Hanno bisogno di protezione internazionale, indipendentemente dal loro paese d’origine. Impedire loro di chiedere asilo e rimandarli nel luogo da cui fuggono è un crimine contro l’umanità. Coordinare chi li sta inseguendo, fornendo i loro spostamenti mentre cercano di fuggire dai loro rapitori, come l’agenzia europea Frontex anche in questo caso ha dimostrato di fare, è in aperta violazione della Convenzione di Ginevra, firmata dagli stati europei.

Gli stati membri e le agenzie dell’UE agiscono in chiara violazione dei diritti umani. È ora che la società civile coordini le attività di ricerca e salvataggio: un centro di coordinamento del soccorso marittimo civile (o CMRCC) in grado di rispondere adeguatamente ai casi di emergenza e in grado di coordinare le attività di ricerca e salvataggio fino allo sbarco in un Porto Sicuro. Un CMRCC che sia composto da un’ampia rete di diversi attori della società civile e che sia disposto, e capace, di salvare – una cosa che gli stati membri dell’UE non riescono a fare nella loro ricerca di impedire agli esseri umani di raggiungere la sicurezza in Europa, a qualsiasi costo.

 

(1) comunicato stampa rilasciato dalla Guardia Costiera italiana


Migranti: barca davanti a Libia, G.Costiera invia mercantili A bordo 97 persone, Marina libica non e’ riuscita ad intervenire (ANSA)

ROMA, 02 MAG – Due navi mercantili sono state inviate dalla Guardia Costiera italiana in soccorso di una barca di legno con migranti a bordo, segnalata davanti alle coste libiche. E’ quanto rendono noto fonti della Guardia Costiera, in merito alla segnalazione pervenuta da un cittadino libico e da Alarm Phone circa la presenza di un’imbarcazione in legno partita ieri sera da Zuara, con circa 97 persone a bordo. Il barcone, in effetti, e’ stato avvistato da un velivolo Frontex alla deriva in area di responsabilita’ Sar libica. La Guardia costiera libica, che ha assunto il coordinamento dell’evento Sar, ha inviato una propria motovedetta che non e’ riuscita a raggiungere il punto a causa di avverse condizioni meteo marine, spiegano le stesse fonti. La stessa Guardia costiera libica ha chiesto, successivamente, la collaborazione della Guardia Costiera italiana al fine di dirottare i mercantili piu’ vicini, secondo quanto previsto dalle convenzioni internazionali in materia ricerca e soccorso in mare. La Centrale Operativa della Guardia Costiera italiana ha cosi’ individuato, grazie ai sistemi di monitoraggio, le due unita’ piu’ vicine al punto di avvistamento del velivolo Frontex. Le unita’, un supply vessel e una petroliera, coordinate dalle autorita’ libiche, giungeranno nelle prossime ore sull’ultima posizione nota dell’imbarcazione riferita dal velivolo Frontex. (ANSA).

News

MEDReport aprile 2021

di Eleana Elefante

Nonostante il mese di Aprile sia stato caratterizzato da condizioni meteo marine avverse, tali da dover scoraggiare gran parte delle partenze dal Nord-Africa, i dati dei flussi migratori restano comunque allarmanti e triplicati rispetto alle partenze del periodo corrispondente al 2020. Troppe ancora le vittime dei naufragi annunciati.

Un incremento delle relazioni istituzionali tra i paesi coinvolti, a vario titolo,  nel quadro degli interessi che ricadono sul Mediterraneo, fotografano uno scenario geo-politico che resta sempre poco rassicurante e pieno di incognite, nonché solo marginalmente coinvolto dalle sorti impietose dei migranti. Con una Libia in corsa verso le annunciate elezioni parlamentari programmate per il 24 dicembre 2021 e da cui già provengono il 61% dei migranti che raggiungono le nostre coste e, con una Tunisia sempre più gravata da una incalzante crisi economica, è più che prevedibile una intensificazione dei flussi migratori.

Nella regione di Sfax, quest’anno si è infatti raggiunto il record dei respingimenti operati dalla Guardia Costiera locale. Centinaia di operazioni che rappresentano il 225% in più rispetto al 2020. 2.618 persone intercettate e respinte. Circa il 46,6% sono cittadini tunisini, contro il 53,3% di altre nazionalità sub-sahariane. Fra questi, il 30% è costituito da donne e il 2,8% sono minori non accompagnati. Almeno 69 sono i migranti morti durante le traversate in quest’area e altri 24 risultano dispersi.

Secondo i dati emessi dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza e dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM), aggiornati al 30/04/2021, da inizio anno sono 9.013 le persone approdate sulle nostre coste contro le 3.451 del 2020. Nel solo mese di aprile, 1.585 persone contro le 671 del precedente anno. Dalle identificazioni effettuate si evince che,  il maggior numero dei migranti arrivati in Italia sono, appunto, cittadini provenienti dalla Tunisia con 1.385 persone, a cui fanno seguito cittadini della Costa d’Avorio con 1.207 persone e del Bangladesh con 939 persone. In crescita anche il numero dei minori non accompagnati che, da inizio anno sfiorano i 1.232.

I respingimenti operati dalla cosiddetta Guardia Costiera libica raggiungono le 6.175 persone al 24 di Aprile a fronte di almeno 357 persone morte o disperse nelle acque del Mediterraneo centrale o respinte in qualche lager in Libia (138 deceduti e 219 scomparsi). A questi si aggiungono le vittime del recente annunciato naufragio del 22 aprile e dei molteplici respingimenti avvenuti negli ultimi giorni del mese.

Di seguito la ricostruzione cronologica dei flussi migratori del mese di Aprile nel Mediterraneo Centrale con brevi cenni sugli eventi di politica internazionale che li influenzano. 

  • 1 Aprile. Viene assegnato al Porto di Pozzallo lo sbarco dei restanti 209 naufraghi a bordo della Open Arms, dopo 5 giorni in mare e due evacuazioni mediche. La nave umanitaria, in meno di 24h, aveva effettuato 3 soccorsi in zona SAR maltese, portando in salvo 219 persone. In Libia proseguono i respingimenti/push-back sulla scorta delle partenze di fine marzo. La motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera” libica, intercetta 167 persone, fra cui una donna ed un bambino. Nazionalità: Sudan 32, Algeria 21, Bangladesh 92, Egitto 15, Eritrea 3 e  Marocco 3.
  • 3 Aprile. Una massiccia ondata di partenze dalle coste del Nord Africa, conducono 4 imbarcazioni con circa 430 persone a bordo, sull’isola di Lampedusa. La prima con 215 persone fra cui 9 donne, 2 minori ed un neonato. Seguiranno le altre tre imbarcazioni con 70, 57 e 88 persone. Dopo un primo ristoro presso l’hotspot di Contrada Imbriacola, 80 minori verranno trasferiti a Porto Empedocle, mentre gli adulti sulle navi quarantena messe a disposizione per espletare i protocolli Covid-19. Restano invece ignote le sorti di altre 110 persone segnalate da Alarm Phone e avvistate dal velivolo Moonbird in zona SAR maltese.
  • 6 Aprile. Un barcone con 70 persone a bordo, tutte di origine subsahariana, sono approdate a Lampedusa. Nell’hotspot di Contrada Imbiacola ci sono già 469 persone giunte sull’isola nei precedenti giorni, di cui 75 minori non accompagnati, a fronte di 250 posti disponibili. Compatibilmente con le condizioni del tempo, la Prefettura di Agrigento procederà con il trasferimento delle persone ospitate nell’hotspot di Lampedusa sulle navi quarantena Rhapsody e Splendid in rada sull’isola mentre, con il traghetto di linea Sansovino, si provvederà a trasferire i 75 minori su una nave quarantena nel Porto di Augusta e i 122 adulti su una nave quarantena a Porto Empedocle. Altre 68 persone saranno ospitate nei centri quarantena della provincia di Agrigento.
  • 7 Aprile. In tarda serata, una imbarcazione con 27 persone a bordo a 100 miglia nautiche ad est della Sicilia, lancia un segnale di emergenza ad Alarm Phone. Viene allertata la Guardia Costiera di Catania che, fortunatamente, riuscirà a mettere tutte le persone in salvo. Nello stesso giorno, in Libia si gioca una partita internazionale decisiva per il Mediterraneo. Il nostro premier Mario Draghi, in visita a Tripoli, incoraggia il neo Governo di Dbeibah e ringrazia la cosiddetta Guardia Costiera libica per la gestione dei migranti, ignorando il dramma e le atrocità perpetrate ai profughi, documentate, fra l’altro, dalle stesse Nazioni Unite.
  • 11 Aprile. In Libia, il corpo di un uomo, vittima di chissà quale naufragio, viene restituito dal mare alle coste di Tripoli.
  • 12 Aprile. Dopo sei mesi di carcere Abdul Rahman Milad, noto come il Bija, è tornato libero a Zawya, città costiera nell’ovest della Libia. Capo della cosiddetta Guardia Costiera locale, accusato dall’ONU di gestire traffici illeciti tra cui quello di contrabbando di carburante e di traffico di esseri umani, è stato scarcerato e promosso per essersi distinto in battaglia, durante l’Operazione “Vulcano di Rabbia” per liberare Tripoli. Una scarcerazione che apre nuovi interrogativi su come il paese intenda procedere nella sua stabilizzazione interna.
  • 16 Aprile. Un terribile naufragio si consuma in Tunisia al largo della costa di Sfax. Una imbarcazione con un numero imprecisato di persone a bordo, si capovolge provocando molte vittime. La Radio locale Mosaique Fm darà notizia che la Guardia Costiera tunisina, in coordinamento con due pescherecci, riuscirà a mettere in salvo solo 3 persone (un uomo della Costa d’Avorio e due donne della Guinea). Verranno recuperati in seguito i corpi di 41 persone e di 1 bambino, tutti provenienti dall’Africa Sub-Sahariana.
  • 17 Aprile. In Libia, un altro corpo viene ritrovato sull’arenile di Sabratha.
  • 19 Aprile. La Ministra dell’Interno Lamorgese incontra in Libia il suo omologo Khaled Mazen per rinegoziare il Memorandum Italia-Libia. Si apre un ipotetico varco sulla riapertura dei corridoi umanitari per le migliaia di persone trattenute nei centri di detenzione in Libia in cambio di nuovi e cospicui fondi richiesti dal Governo libico per il proseguo della cooperazione sulla sicurezza costiera.
  • 20/21 Aprile. Alarm Phone viene allertata da 3 imbarcazioni con oltre 278 persone a bordo (106+130+42) in difficoltà a 60 miglia nautiche a nord-est di Tripoli. Le Autorità libiche tarderanno ad intervenire per via delle proibitive condizioni meteo. La nave umanitaria Ocean Viking della Ong SOS Mediterranee e 2 mercantili proveranno, senza esito, ad intercettare i natanti. Solo dopo diverse ore, la motovedetta Ubari della cosiddetta Guardia Costiera libica, intercetterà uno dei tre gommoni, riportando a Tripoli 106 persone, tra cui 10 donne, 3 bambini e i corpi senza vita di una donna e di un bambino. Per questi decessi è in stato di fermo un uomo, presunto scafista. Nazionalità dei naufraghi: 43 del Mali, 33 della Costa d’Avorio, 16 della Guinea, 8 del Sudan, 3 del Senegal e 1 del Niger. Nel mentre, a Lampedusa, 45 persone, tutte di nazionalità tunisina, approdano autonomamente sull’isola.
  • 22 Aprile. Dei restanti 2 gommoni segnalati il 20 aprile da Alarm Phone non si hanno più notizie. Si teme che, almeno il primo, con 130 persone a bordo sia naufragato provocando la morte per annegamento di tutte le donne, uomini e bambini che viaggiavano sul natante. L’equipaggio della Ocean Viking, avvisterà 13 corpi intorno al relitto di un gommone semiaffondato ma non avrà modo di recuperare nessuna delle vittime.
    Luisa Albera, coordinatrice di Ricerca e Soccorso a bordo della Ocean Viking, afferma nel successivo comunicato stampa: “dopo ore di ricerca, la nostra peggiore paura si è avverata. L’equipaggio della Ocean Viking ha dovuto assistere alle devastanti conseguenze del naufragio di un gommone con circa 130 persone a bordo. In assenza di un coordinamento efficace da parte dello Stato, tre navi mercantili e la Ocean Viking hanno cooperato per organizzare la ricerca in condizioni di mare estremamente difficili. Mentre cercavamo senza sosta, nella totale mancanza di supporto dalle autorità marittime competenti, tre cadaveri sono stati avvistati in acqua dalla nave mercantile My Rose. Un aereo di Frontex ha individuato poco dopo il relitto di un gommone. Dal momento in cui siamo arrivati sul posto non abbiamo trovato nessun sopravvissuto, ma abbiamo visto almeno dieci corpi nelle vicinanze del relitto. Abbiamo il cuore spezzato“. Della seconda imbarcazione con 42 persone a bordo si perdono le tracce. Il parente di un presunto naufrago, comunicherà ad Alarm Phone che le persone a bordo sono riuscite a raggiungere la Tunisia, ma non vi è una conferma ufficiale in merito.
  • 23 Aprile. Un barchino con 22 persone a bordo di nazionalità tunisina, raggiunge Lampedusa. Tra loro una donna e sei minori. Tutti, dopo gli accertamenti sanitari di rito, sono stati condotti nell’hotspot di Contrada Imbriacola.
  • 25 Aprile. Un peschereccio sovraccarico con 120 persone a bordo, partito dalla Turchia il 20 di Aprile ed in acque SAR di competenza italiana, in balia di un mare forza 8, onde di 7 metri e raffiche di vento sino a 40 nodi, lancia un SOS al Centro Nazionale Operativo della Guardia Costiera italiana. Le motovedette CP-321 di Crotone, CP-323 di Siracusa e CP-326 di Roccella Jonica, intorno alla mezzanotte del 23 Aprile, avviano le ricerche. Quest’ultima, dopo circa 36h di navigazione, riuscirà ad affiancare il natante a 133 miglia nautiche dalla costa e a scortarlo fino al porto calabrese. Fra loro molti nuclei familiari, donne e bambini di diverse nazionalità fra cui Iraq, Egitto, Palestina, Sudan e Algeria. Ora tutti espleteranno il periodo di quarantena presso il centro di prima accoglienza di Roccella Jonica.
  • 26 Aprile. Due imbarcazioni provenienti dalla Tunisia raggiungono l’isola di Lampedusa con a bordo un totale di 29 persone. Una prima imbarcazione, con 22 migranti di cui 19 minorenni, è riuscita ad arrivare direttamente sulla terraferma. Il gruppo di tunisini è stato individuato e fermato dai militari della Guardia di Finanza. Poco più tardi una motovedetta delle Fiamme gialle, a un miglio dell’isola, ha invece bloccato un barchino con a bordo 7 persone, fra cui 3 donne e un cane. Anche sulle coste pugliesi proseguono gli sbarchi autonomi dalla rotta turca: tre in poche ore. Le imbarcazioni a vela viaggiavano da 6 giorni. Sulla prima, intercettata dalla Guardia di Finanza a Capo di Leuca, viaggiavano 34 persone, fra cui 3 minori, provenienti da Iran e Iraq. Sulla seconda, sopraggiunta mentre erano ancora in corso le operazioni di identificazione dei primi approdati, viaggiavano 78 persone, fra cui 35 minori non accompagnati, provenienti da Egitto, Iraq e Kirghizistan. Una terza imbarcazione, viene poi avvistata al largo di Morciano di Leuca, con 49 persone, fra cui 15 minori non accompagnati, provenienti da Pakistan, Sri Lanka, Siria, Bangladesh e Afghanistan. Quest’ultimo motoveliero, di circa 10 metri, viaggiava senza nome e/o bandiera. Tutte le persone a bordo delle tre imbarcazioni, in ipotermia, sono state trasferite al centro di prima accoglienza Don Tonino Bello di Otranto e assistiti dai volontari della Croce Rossa e dai medici Usmaf.
  • 27 Aprile. La Ocean Viking, nave umanitaria di SOS Mediterranee, soccorre 236 persone a bordo di due gommoni sovraffollati in acque internazionali a 32 miglia nautiche da Zawiyah, Libia. I naufraghi, deboli e disidratati, hanno subito ustioni da carburante e inalato il fumo di scarico del motore. Fra loro, molte donne e 114 minori. Nelle stesse ore, in Libia, gli operatori della Mezzaluna Rossa hanno recuperato un corpo senza vita incagliato fra gli scogli nella zona di Al-Harsha, ora trasferito in obitorio a Zawiya per il completamento delle operazioni di sepoltura. 
  • 28 Aprile. La Ocean Vicking, avvista altre due imbarcazioni in difficoltà al largo della Libia. La motovedetta Fezzan della cosiddetta Guardia Costiera libica intervenuta sul luogo, ha intimato agli operatori della nave umanitaria di cambiare rotta ed ha respinto alla base navale di Tripoli entrambe le imbarcazioni, impedendo, ancora una volta, a queste persone di poter raggiungere un porto sicuro. Un totale di 108 persone fra cui 10 donne e 6 bambini, tutte di provenienza sub-sahariana: Benin 4, Burkina Faso 2, Camerun 36, Gambia 1, Costa d’Avorio 11, Liberia 5, Mali 21, Nigeria 2, Sierra Leone 8, Sudan 1, Togo 1. Gli uomini verranno condotti nel centro detentivo di Ainzara mentre le donne e i bambini in quello di Alzawyia.
  • 29 Aprile. Nel pomeriggio, una imbarcazione con a bordo 99 persone è stata intercettata e respinta in Libia dalla motovedetta Fezzan della “Guardia Costiera” libica. Fra loro, 10 donne ed un bambino. Nazionalità: Mali 81, Costa d’Avorio 9, Senegal 1, Guinea 1, Sudan 7. Poco dopo, la Sea Watch 4, nave di soccorso civile della Ong tedesca Sea Watch International, da poche ore tornata in mare per una nuova missione, ha salvato altre 44 persone in difficoltà.
  • 30 Aprile. La Sea Watch 4 in una seconda operazione soccorre altre 77 persone fra cui 11 donne ed un neonato. Nel pomeriggio, in una terza operazione porterà in salvo altre 93 persone tra cui 13 donne e 5 bambini. Nella notte, in un quarto intervento in meno di 48h, soccorrerà altre 94 persone tra cui molti minori non accompagnati. Ora la nave umanitaria ha a bordo 308 persone. L’equipaggio ha altresì dovuto assistere al respingimento da parte della cosiddetta Guardia Costiera libica di circa 130 persone a nord di Al-Khums. La nave della Marina Militare Italiana “Foscari” P493, in pattugliamento nell’ambito della missione “Mare Sicuro” ha soccorso 49 naufraghi in acque internazionali a circa 75 miglia nautiche a nord di Tripoli. L’ultimo salvataggio effettuato dalla Marina Militare risale al 2019 quando, la nave Cassiopea soccorse 29 persone di nazionalità libica. Nel pomeriggio, verrà assegnato il Porto di Augusta per l’approdo delle 236 persone a bordo della Ocean Viking dal 27 Aprile.
  • 1 Maggio. Mentre la Ocean Viking è in viaggio verso il Porto di Augusta per lo sbarco delle 236 persone soccorse il 27 Aprile, vengono diffusi in rete nuove immagini e video dei respingimenti delle ultime ore che, raccontano tutta la violenza con la quale la cosiddetta Guardia Costiera libica cattura e costringe i migranti a ritornare in Libia. Immagini che provocano un indelebile sconforto su tutti gli operatori impegnati sul fronte migratorio. Intanto, Alarm Phone dirama una richiesta di soccorso per altre due imbarcazioni: la prima in Libia al largo di Al-Khoms, partita nella notte con 125 persone a bordo e la seconda in zona SAR maltese con 105 persone in mare da 3 giorni.

La Flotta Civili, testimone scomodo degli orrori del Mediterraneo, in una lettera congiunta al Presidente Mario Draghi, chiede un incontro per discutere modalità di intervento e cooperazione nella ricerca e soccorso in mare.

E dunque, a fronte di oltre 20.000 uomini, donne e bambini morti o scomparsi nel Mediterraneo centrale dal 2014 e 46 milioni di euro allocati dal 2017 dalla Commissione Europea e dall’Italia per l’esternalizzazione dei confini, nessun miglioramento appare ancora chiaro all’orizzonte. Come si può ancora pensare di delegare, formare e finanziare crimini di tale portata se questi sono i risultati? “Aiutiamoli a casa loro” è il motto di coloro che non sanno, che non guardano, che non si immedesimano mai nelle vite degli altri. E’ il motto brutale ed egoista di chi, colpevole di disumana indifferenza, è complice di questa vergogna. La rotta del Mediterraneo centrale si riconferma come la più letale al mondo. Salvare vite, ovunque esse siano, è sì un dovere giuridico ma è soprattutto un dovere morale.