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I naufragi di novembre – Centinaia di morti visibili e invisibili nel Mediterraneo centrale

traduzione del report di Alarm Phone del 26 novembre 2020

 

“Le onde erano grandi. Più tempo passava, più persone annegavano, 4 persone, 2 persone, 3 persone.” 

(Testimonianza di un sopravvissuto)

 

A metà novembre, il mondo ha gridato ad alta voce per la morte violenta del bambino di 6 mesi Yusuf, morto a bordo della nave di soccorso Open Arms, dopo che il gommone su cui stava attraversando il Mediterraneo centrale si era capovolto. Il suo destino è stato crudele ma non unico. Solo dal 1 novembre, sono state segnalate ad Alarm Phone 132 morti solo sulla rotta del Mediterraneo centrale. Tutte queste morti sono il risultato di naufragi, molti dei quali avrebbero potuto essere evitati se solo le autorità avessero risposto adeguatamente alle richieste di soccorso.

Come al solito, la cosiddetta Guardia Costiera libica non è disponibile in tempo o non lo è affatto quando si tratta di soccorrere persone in difficoltà. Sono veloci, tuttavia, nell’intercettare le barche dei migranti che tentano di raggiungere l’Europa. Allo stesso tempo, gli Stati membri dell’UE, non solo forniscono fondi e risorse alla cosiddetta Guardia Costiera libica per catturare persone o lasciarle morire, ma impediscono anche alle navi di soccorso civile di condurre operazioni di ricerca e soccorso. A novembre solamente la Open Arms è riuscita ad essere in mare – anche se solo per pochi giorni: la sua sola presenza, purtroppo, non ha potuto evitare alcuni naufragi, ma è riuscita a prevenire il peggio.

Durante il periodo di bel tempo di metà novembre, centinaia di persone su molte imbarcazioni precarie hanno tentato di fuggire dalla Libia, e molte di queste hanno chiamato Alarm Phone quando erano in pericolo in mare. 

In tutti questi casi, Open Arms è stata l’unica risorsa di soccorso a rispondere alle nostre chiamate di soccorso. Il 10 novembre, 88 persone in pericolo su un gommone bianco hanno chiamato Alarm Phone da acque internazionali. Open Arms è riuscita a raggiungere queste persone poco prima che accadesse una tragedia: come dimostrano le drammatiche foto scattate dall’equipaggio di Open Arms, la prua del gommone era già completamente sgonfia e la barca stava quasi per affondare. Se la Open Arms non fosse stata in mare, 88 persone sarebbero probabilmente annegate senza lasciare traccia.

Lo stesso giorno, il 10 novembre, Alarm Phone è stato chiamato da altre due imbarcazioni in pericolo al largo della costa libica, a poche miglia l’una dall’altra: circa 110 persone su un gommone nero e 20 persone su una barca in vetroresina nera stavano chiedendo aiuto. Nessuna autorità ha risposto alle nostre chiamate di emergenza. Solo Open Arms ha risposto alle nostre chiamate e ha cercato le due barche. Purtroppo Alarm Phone ha perso il contatto dopo le ultime disperate telefonate, è scesa la notte e Open Arms non è riuscita a trovare nessuna delle due barche in pericolo.

La mattina dell’11 novembre, durante il loro volo di sorveglianza di routine, un aereo Frontex ha avvistato il gommone nero, quello con le 110 persone in pericolo. Durante la notte, la barca alla deriva si era spostata di parecchie miglia a sud-ovest. Frontex ha informato Open Arms, che distava solo 20 miglia, ma era troppo tardi: dopo aver raggiunto le persone in difficoltà e distribuito i giubbotti di salvataggio a tutti, Open Arms ha dovuto assistere come il gommone si rompesse in vari pezzi e come le 110 persone cadessero in mare. 6 persone, compreso Yusuf di 6 mesi, non sono sopravvissute alla tragedia. Mentre Open Arms stava cercando e salvando le 110 persone a bordo del gommone nero, l’altra barca in vetroresina con 20 persone a bordo è stata lasciata incustodita, alla deriva in mezzo al mare senza che nessuna autorità o risorsa di salvataggio fossero alla loro ricerca.

Le 20 persone avevano allertato Alarm Phone la mattina del 10 novembre, informandoci che il motore non funzionava bene. Dopo aver ricevuto la prima posizione GPS, abbiamo allertato tutte le autorità – ma nessuna di loro ha risposto. Queste persone erano fuggite dalla Libia la notte precedente, dalla regione di Sayad. Più tardi la situazione a bordo è deteriorata e la barca è andata alla deriva.

Siamo riusciti ad ottenerne un’ultima posizione GPS la sera del 10 novembre, e l’abbiamo trasmessa alle autorità e ad Open Arms. che peró non è riuscita a trovarla. Il nostro ultimo contatto con la barca è avvenuto la prima mattina dell’11 novembre, quando le persone avevano già trascorso 24 ore alla deriva in mare. Invano Alarm Phone ha chiesto più volte alle autorità e a Frontex un’operazione di ricerca e soccorso.

Dopo l’ultima telefonata alle 7:44 del mattino, non siamo piú riusciti a ripristinare il collegamento con le persone in difficoltà e, insieme ai loro parenti preoccupati, siamo rimasti a chiederci cosa fosse loro successo: erano ancora vivi e in attesa di soccorso? Erano stati intercettati? O era successo il peggio?

Solo 2 giorni dopo un sopravvissuto ci ha contattato: ci ha raccontato di essersi salvato insieme ad altri 2 uomini in seguito ad un terribile naufragio dopo che la barca in vetroresina si era rovesciata nel pomeriggio dell’11 novembre. Alcuni pescatori sono riusciti a salvare 3 persone sulle 20 che erano a bordo, e a portarle a Zawiya. Al telefono la cosiddetta Guardia Costiera libica ci ha detto di aver inviato un’imbarcazione – tuttavia più di 24 ore dopo il nostro primo allarme: troppo tardi per 17 vite umane perse in mare nel frattempo.

Come uno dei sopravvissuti ci ha detto al telefono:

 

“Le onde erano alte. Più tempo passava, più persone affogavano, 4 persone, 2 persone, 3 persone. Sono rimasto solo. Urlavo, urlavo molto. Quando stavo per arrendermi ho visto spuntare una barca di pescatori. Mi hanno sentito e mi hanno salvato. Pensavo di essere l’unico sopravvissuto. Ho chiesto al pescatore di guardarsi attorno per trovare altre persone. Ne abbiamo trovate altre due. Avevamo un telefono Thuraya, hanno chiamato i soccorsi e parlavano inglese. C’erano persino degli aerei che volavano sopra di noi. Non ci hanno soccorso. Non dimenticherò mai quello che mi è successo… per favore, aiutatemi più che potete”.
(La testimonianza di un sopravvissuto)

 

Tragicamente, questo non è stato l’unico naufragio di quel funesto 11 novembre: lo stesso giorno se ne è verificato un altro non lontano dalla barca in vetroresina con cui eravamo in contatto: una barca di legno con 23 persone a bordo si è capovolta al largo di Zawiya. Anche in questo caso, solo tre persone sono sopravvissute. Ancora una volta, tre donne sono sopravvissute solo grazie all’aiuto di pescatori che per caso le hanno trovate in mare.

Proprio il giorno precedente, martedì 10 novembre, l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni ha riferito che 13 persone, tra cui un bambino, erano annegate quando la loro barca si è capovolta al largo della costa libica e circa 11 persone erano sopravvissute. Sfortunatamente, queste persone in pericolo in mare non avevano contattato Alarm Phone.

Giovedì 12 novembre, mentre il mondo piangeva la morte di Yusuf e guardava i video sconcertanti condivisi da Open Arms, decine di cadaveri trascinati dalle onde sono arrivati sulle coste libiche. Almeno altre 74 persone erano morte in un altro tremendo naufragio, questa volta al largo di Khoms, e -ancora una volta-  47 persone di sono salvate non certo grazie agli sforzi delle autorità, ma grazie al coraggioso intervento dei pescatori locali. L’immagine del corpo di un neonato rigettato dalle onde sulla riva libica è circolata sui social media. Il bambino sembra avere più o meno la stessa età di Yusuf, ma in questo caso non c’è stata alcuna ondata di indignazione pubblica, nessuno ha preteso delle risposte. Il corpo e il nome di questo bambino, insieme alle centinaia di persone morte in soli 4 giorni nel Mediterraneo centrale, rimarranno invisibili e saranno presto dimenticati, in piena coerenza con l’ipocrisia dell’ Europa.

Morire in mare è tragico. Ma niente è più tragico della consapevolezza che le persone potevano essere salvate e che si è deliberatamente tentato di lasciarle morire. Non è il mare ad uccidere le persone, è il violento regime di frontiere che criminalizza le migrazioni, ostacola i soccorsi e decide di lasciarle morire. Non è il mare che uccide le persone: è l’Europa insieme a coloro che vogliono che rimanga una fortezza.

 

TIMELINE

(tutti gli orari indicati sono CET)

Martedì 10 novembre 2020

08:04 Alarm Phone è stato contattato da 20 persone in difficoltà su una barca nera in vetroresina.

08:41 Alarm Phone è in grado di ricevere una prima posizione della barca: 33°39, 12°44.

09:06 Le persone danno una seconda posizione: 33°38, 012°43.

09:56 Alarm Phone avvisa le autorità via e-mail.

10:52 Alarm Phone contatta le persone in difficoltà: L’acqua è entrata nella barca. Le persone danno una nuova posizione, forse sbagliata: 33°32, 13°06.

11:28 Alarm Phone aggiorna le autorità con la nuova posizione GPS.

12:02 Alarm Phone contatta le persone in difficoltà, ma non è in grado di ricevere una nuova posizione.

13:08 Le persone in difficoltà chiamano di nuovo: sono alla deriva.

13:17 Telefono di allarme riceve una nuova posizione: 33°32, 12°42.

15-16:00 Più tardi le persone riferiscono di aver visto un piccolo aereo bianco.

18:30 Alarm Phone riceve una nuova posizione a 33°29, 12°41.

18:50 Alarm Phone informa nuovamente le autorità sulla situazione.

19:28 Le persone a bordo chiamano di nuovo per chiedere aiuto. Alarm Phone spiega loro che devono essere pazienti, che le autorità sono informate, che devono restare calme.

19:35 La persona al telefono è disperata e stanca. Il motore continua a non funzionare. Alarm Phone riceve la stessa posizione di un’ora prima.

20:37 In una email Open Arms informa che sono in grado di dare assistenza alle 20 persone in difficoltà.

21:49 Le persone chiamano e chiedono aiuto. Alarm Phone le informa che le autorità sono state allertate.

23:19 Le persone chiamano di nuovo e dicono che non stanno bene. The shift dice loro che devono aspettare, che la guardia costiera è stata informata.

Mercoledì 11 novembre 2020

02:30 Open Arms informa via e-mail che stanno ancora cercando le 20 persone e il gommone nero con 110 persone.

07:44 Le 20 persone chiamano di nuovo Alarm Phone, ma senza fornire una nuova posizione. È l’ultimo segno di vita da parte loro.

08:43 Alarm Phone aggiorna le autorità e Open Arms sul recente contatto e sul fatto che le persone siano ancora in mare.

08:46 Alarm Phone chiama le persone a bordo, ma non riesce a prendere la linea: “il numero Thuraya che avete composto non è al momento raggiungibile”.

09:17 Alarm Phone riceve un’e-mail da Open Arms che risponde a un allarme di Frontex per l’avvistamento di un gommone in pericolo.

Alarm Phone cerca di contattare le persone in pericolo per ottenere la posizione GPS corrente, ma invano. 

13:09 Alarm Phone chiede via e-mail alle autorità, compresa Frontex, di chiedere un’operazione di ricerca e salvataggio con mezzi aerei. Non riceviamo risposta.

15:00 la cosiddetta Guardia Costiera Libica ci ha detto più tardi di aver inviato una nave a quest’ora (vedi sotto)

17:00 un sopravvissuto riferisce che a quest’ora la barca ha iniziato ad affondare.

17:35 Alarm Phone chiede alle autorità di qualsiasi esito di qualsiasi operazione di ricerca. Non riceviamo risposta.

21:20 Alarm Phone raggiunge la cosiddetta Guardia Costiera Libica via telefono. Dicono di aver inviato una barca alle 15:00 circa, ora locale, controllando la zona intorno a Ras Jadar vicino al confine con la Tunisia, secondo l’ultima posizione GPS ricevuta. Non hanno notizie e chiedono informazioni e aggiornamenti. L’ultima posizione GPS ricevuta da Alarm Phone era però lontana da Ras Jadar.

Giovedì, 12 novembre 2020

01:51 Alarm Phone chiede nuovamente alle autorità un’operazione di ricerca per le 20 persone.

08:30 Secondo la pista di volo dell’aereo di Frontex non c’è nessun volo di ricerca, ma loro volano con il loro normale schema di ricerca per individuare le persone che lasciano la Libia.

10:54 Ancora una volta Alarm Phone chiede alle autorità un volo di ricerca, aggiungendo una proposta per un modello di ricerca.

 

Photo: AIR

 

11:15 Email di Frontex che informa Alarm Phone  che Open Arms si sta dirigendo a nord dopo 3 salvataggi, ovviamente non leggendo attentamente la nostra richiesta di soccorso.

13:01 Alarm Phone risponde a Frontex, chiarendo ancora una volta che le 20 persone in difficoltà sono ancora disperse e che è urgentemente necessaria una missione di ricerca.

Alarm Phone continua a chiamare il telefono delle 20 persone in difficoltà, convinti che siano ancora in mare aperto.

Venerdì, 13 novembre 2020

Un sopravvissuto contatta Alarm Phone, comunicando che solo lui e altri due uomini sono sopravvissuti all’11 novembre. Dopo più di 24 ore alla deriva in mare senza alcuna assistenza, la barca si è ribaltata e 17 persone sono annegate.

 

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Baumbesetzer: gli occupanti degli alberi

Da oltre un anno centinaia di attivisti per l’ambiente stanno occupando il Dannenröder Forst, una foresta di 27 ettari vecchia oltre 300 anni. Lo Stato federale tedesco ha deciso di abbatterlo per l’avanzamento dei lavori dell’autostrada A49, un progetto infrastrutturale nato alla fine degli anni ‘60 con l’obiettivo di connettere la città di Gießen a quella di Kassel. 

Il primo ottobre scorso il Governo federale ha reso noto l’inizio dello sgombero degli occupanti incaricando il Land Hessen, guidato da una coalizione CDU-Verdi, di procedere in via definitiva con le operazioni di asfaltatura.

Centinaia di poliziotti arrivati da tutta la Germania armati di tenaglie e scavatrici si sono però dovuti confrontare non solo con la resistenza degli occupanti, ma anche con una manifestazione di oltre 5000 persone il 4 ottobre. D’altronde questa non è la battaglia di alcuni hippie contro la modernità come buona stampa allineata intende far credere. 

Da oltre 40 anni, infatti, la comunità locale al grido di “Ihr zerstört unsere Heimat” (“State distruggendo la nostra casa”) difende la propria foresta dove quotidianamente trascorre il suo tempo ad allenarsi, fare passeggiate o picnic nei weekend.

Una collaborazione fondamentale per le centinaia di occupanti che quotidianamente godono del sostegno pratico che si manifesta nella preparazione di piatti caldi, nell’acquisto di materiale utile alla costruzione delle case e delle altre strutture fino al vero e proprio sostentamento economico per tutti gli extra.

Ed è soprattutto grazie a questa cooperazione che i “Baumbesetzer” (gli occupanti degli alberi) sono stati in grado di costruire case di legno su alberi alti 15 metri, treppiedi di 2,5 metri dove siedono persone di guardia o tappeti pensili legati da una corda attaccata ai due estremi degli alberi: strutture in grado di rallentare moltissimo le operazioni di sgombero dei poliziotti nonché la capacità d’ingresso delle macchine scavatrici. 


Le autorità hanno così deciso di innalzare il livello di scontro e dall’11 novembre la situazione ha raggiunto un livello di escalation senza precedenti. Domenica, 15 novembre la polizia ha tagliato la corda di sicurezza di un occupante facendolo cadere da un’altezza di 4-5 metri. L’attivista è stato immediatamente portato in ospedale, ma per fortuna secondo l’ufficio del Pubblico Ministero, non è più in pericolo di vita; il poliziotto responsabile del taglio della corda è però sotto indagine. Un fatto che però non ha affatto fermato gli sgomberi da parte della polizia, nonostante le proteste si siano estese a Wiesbaden, capitale del Land Hessen, davanti alla sede dei Verdi e sulla strada nazionale 62 con un corteo pacifico che ha bloccato i collegamenti tra Niederklein e Lehrbach. Venerdì 20 novembre, l’arrivo di ulteriori di forze e mezzi speciali, tra cui un idrante pronto a riversare cannonate d’acqua e un panzer antisommossa. Uno di questi è stato individuato e bloccato dai manifestanti che alla lunga si sono dovuti arrendere. Mentre la polizia avanza con gli sgomberi, la situazione e’ in costante aggiornamento come dimostra l’ennesimo abbattimento di un treppiede che ha portato alla caduta di un Baumbesetzer avvenuto nella mattina di sabato 21 novembre.     


In totale parliamo già di oltre 130 attivisti arrestati, tra questi anche Carola Rackete: “sono qui perché le emissioni di CO2 sono in aumento da 30 anni e perché tutte le petizioni e gli accordi internazionali sono inutili”. Ci vuole la disobbedienza civile per creare cambiamenti. 

 

Secondo l’attivista, le leggi si devono adattare ai nuovi limiti imposti dal pianeta stesso, non si può partire da ciò che sembra politicamente possibile. Tutte le proposte della politica non fanno altro che muoversi all’interno della stessa logica di sistema, ma l’uomo pretende di costruire un sistema come se potesse muoversi in avanti all’infinito quando in realtà la Terra segue una logica circolare muovendosi in un sistema finito: abbiamo un solo pianeta sferico e non infinito. 


“Finché gli Stati si porranno domande all’interno del sistema esistente, continueranno a darsi risposte sbagliate”. 

Ciò che più preme al governo tedesco in questo momento è di evitare che si ripetano i fatti di Hambach. Qui a gennaio 2020 attivisti e comunità locali sono riusciti a fermare il disboscamento del Hambacher Forst dopo 8 anni di lotte e occupazione. È stata una vittoria della società civile su RWE, uno dei giganti energetici tedeschi, che voleva utilizzare la superficie disboscata per l’estrazione di carbon fossile.

Non è solo un semplice concetto di resistenza fine a se stessa, ma la capacità di immaginare e praticare uno stile di vita alternativo, come dimostra la scelta di Clumsy, uno degli storici attivisti, che da 8 anni vive nella foresta e che, nonostante la vittoria, ha deciso di continuare a vivere nella foresta assieme a centinaia di altre persone.

Questo momento ha segnato un nuovo punto di svolta per il tema dell’ambientalismo in Germania e dato ulteriore impulso alle occupazioni di altre foreste nonché al movimento stesso tra cui Fridays For Future (FFF). 


“Il conflitto che ora corre tra foresta e strada, tra gli attivisti e l’iniziativa popolare locale da un lato e la polizia dall’altro, tra il partito dei Verdi e il movimento per il clima, tra il governo federale e il Land e tra scienza e politica è stato oggetto di molte discussioni fin dall’inizio delle evacuazioni nelle adiacenti foreste Herrenwald (Herri) e Maulbach (Mauli) avvenute un mese fa”.

Da questi conflitti nasce la domanda fondamentale sul rispetto del patto sociale e sul rispetto della legge. La domanda è “quale legge?”.

Una domanda che ci permette di collegarci all’articolo apparso sullo Spiegel lo scorso 12 ottobre a firma di Carola Rackete e Luisa Neubauer, leader di FFF Germania, dal titolo: “Chi ha il potere di rompere i contratti?”

In terra come in mare, verrebbe da dire, visto che l’UE non rispetta neanche le leggi che si è data da sola come dimostrano gli infiniti casi di respingimenti dei barconi verso la Libia o le torture e violenze subite dalle persone in movimento confermando di fatto il mancato rispetto della Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati.

Perché il sistema favorisce una serie di contratti tra aziende e stati che regolano lo sfruttamento di alcune materie prime fossili in termini di infrastrutture, come quelli tra il Land Renania-Vestfalia e la società carboniera RWE o come quelli che il Gruppo Adani ha firmato con Siemens AG per una miniera di carbone in Australia? 


Gli attivisti, che da mesi costruiscono case sugli alberi del Dannenröder Forst e vi bloccano i veicoli forestali non hanno un mandato formale così come non ce l’hanno le singole persone che salgono sulle navi per salvare i migranti da una morte quasi certa nel Mediterraneo. 

 

Un mandato formale dunque no, ma un mandato etico e civile che obbedisca a un diritto più alto si.

D’altronde sono anni che ormai parliamo del cambiamento climatico come una delle cause principali che obbliga le persone a dover abbandonare la propria terra. Una scelta che nessuno compie con leggerezza.

 

Le leggi attuali sono state scritte su un pianeta che non è più ecologicamente paragonabile a quello su cui viviamo oggi. Il pianeta ci sta mostrando i suoi limiti, è arrivato il momento di agire.

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Voci inascoltate

Una scia di morte fra Italia e Libia, 10-11-12-13 novembre 2020

di Eleana Elefante

Dalla Libia, dalle sue coste e dai suoi centri di detenzione legali e non, si continuano a registrare numeri crescenti di arresti arbitrari, di violente catture, di respingimenti e di incalcolabili naufragi di migranti in fuga disperata attraverso il Mediterraneo centrale.

Incessanti gli arrivi di persone migranti sulle nostre coste.

Nel solo mese di ottobre, 3.477 persone hanno tentato di attraversare il Mediterraneo centrale, con la disperata speranza di raggiungere le coste italiane, per loro unica via d’accesso all’Europa. Unica via di fuga dagli orrori in Libia. Da inizio anno all’11 Novembre, 30.780 partenze. Fra questi, sono circa 27.000 i migranti che ce l’hanno fatta, a fronte di tanti altri,  che, purtroppo, sono andati dispersi. In 11.000 sono stati catturati e respinti in  Libia dove li attende una detenzione illegale, abusiva e contraria ad ogni forma di rispetto verso la dignità umana.

I dati, diffusi dal Ministero dell’Interno, segnalano un netto incremento delle partenze dalla Libia e dalla Tunisia, sottolineando il fallimento di intenti del rinnovato Memorandum Italia-Libia . Dei quasi 27mila migranti sbarcati in Italia nel 2020, 12.360 sono di nazionalità tunisina (40%) sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (3.710, 12%), Pakistan (1.345, 4%), Costa d’Avorio (1.319, 4%), Algeria (1.334, 4%), Sudan (978, 3%), Egitto (1.062, 4%), Afghanistan (794, 3%), Marocco (943, 3%), Somalia (765, 3%) a cui si aggiungono 6.170 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

I primi 11 giorni di Novembre si contraddistinguono per un incremento esponenziale degli arrivi (3.577 contro i 1.232 dello scorso anno) ma, anche dei naufragi.

Il 10 Novembre, 158 persone, su tre distinte imbarcazioni, sono riuscite a raggiungere l’isola di Lampedusa coadiuvate dall’intervento della Guardia Costiera italiana. Altre 99 persone, sono state tratte in salvo dalla ONg Open Arms, unica rappresentante delle Civil Fleet attualmente in mare dopo i fermi amministrativi imposti dal Governo italiano.

L’11 Novembre altri 2 salvataggi operati dalla Open Arms a 31 miglia a nord da Sabrata: il primo di 100 persone ed il secondo di 64 che, si aggiungono ai naufraghi del giorno precedente, per un totale di 263 persone tratte in salvo in meno di 24h. A bordo, purtroppo, anche sei cadaveri. Fra questi un piccolo bambino di soli 6 mesi. Si chiamava Joseph e proveniva dalla Guinea. Non sappiamo molto altro della sua breve vita se non che, insieme alla sua mamma, fuggiva da un inferno. Fuggiva dalla Libia! La giovane madre, ha preso coscienza in queste ore di aver perso il suo bambino ed urla disperata:” I loose my baby”. Con il piccolo corpicino di Joseph, è stata trasferita a Lampedusa su di un elicottero della Guardia Costiera. Qui Joseph verrà sepolto nel “Cimitero dei migranti”.

Una quinta imbarcazione si è invece capovolta davanti alle coste libiche: 11 sopravvissuti e 13 dispersi, fra cui 3 donne ed un bambino. Di una sesta imbarcazione, con a bordo circa 20 persone, segnalata da Alarm Phone in acque internazionali fra Zuwarah e Tripoli, si sono invece perse le tracce. In queste ore, mentre si invocava l’intervento di Frontex, affinché sorvolasse l’area dell’ultimo avvistamento nella speranza di rintracciarla, l’OIM Libia e MSF Sea, hanno confermato il loro naufragio e perdita. Quest’ultimo si aggiunge a quello al largo delle coste di Al-Khums con almeno 74 vittime. Nel frattempo, 12 Novembre, altri 3 sbarchi con 246 persone si sono compiuti sull’isola di Lampedusa. Il 13 Novembre altre 2 imbarcazioni con 168 persone a bordo sono state soccorse dalla Guardia Costiera a sud di Lampedusa ed un altro bambino a bordo della Open Arms è stato trasferito d’urgenza in ospedale a Malta.

A questo scenario via mare già di per se critico, si sovrappone quello via terra altrettanto infausto.

È del 10 Novembre la triste notizia della perdita dell’avvocata libica Hanan Al Barasi, assassinata a Bengasi, capoluogo orientale della Cirenaica sotto il controllo del Generale Khalifa Haftar. La donna, uccisa a colpi d’arma da fuoco da uomini armati a bordo di 3 veicoli nel centro della città, era nota per aver denunciato pubblicamente l’autoproclamazione del sedicente Esercito Nazionale libico di Haftar, la corruzione dei pubblici funzionari di Bengasi e le presunte violenze perpetrate alle donne della città. Raggiunta dai proiettili mentre stava scendendo dalla sua auto, era sopravvissuta ad altri tentativi di assassinio. La scorsa settimana, l’attivista era apparsa in un videoclip per denunciare un tentativo di omicidio contro sua figlia, spiegando che avrebbe continuato a denunciare la situazione a Bengasi anche se questo le sarebbe costato la vita. Le organizzazioni internazionali e i difensori dei diritti umani, comprese Amnesty International ed Human Rights Watch (HRW) hanno espresso sgomento e condannato l’omicidio.

             

Le autorità libiche contro le quali si scagliavano le inchieste di Hannan, al momento non hanno commentato l’accaduto, assicurando, dal canto loro, di intensificare le indagini per individuare i sicari dell’omicidio dell’avvocata ed assicurarli alla giustizia. L’omicidio di Hanan Al-Barasi giunge nel secondo giorno del dialogo facilitato dalle Nazioni Unite in Libia ed ospitato dalla Repubblica tunisina. Quattordici mesi fa, un altro caso ancora irrisolto avente protagonista una donna si è verificato in Cirenaica. Il membro del Parlamento, Seham Sergewa, veniva prelevata da un gruppo di uomini armati dalla sua abitazione, lasciando il marito ferito. La donna non ha più fatto ritorno a casa ed il suo destino resta ad oggi sconosciuto.

Nel mentre tutto ciò convulsamente accadeva, l’11 Novembre veniva depositato dalla Procura del Tribunale Internazionale dell’Aja il nuovo Rapporto investigativo su Tripoli.

È il primo dossier firmato dal Segretario Generale dell’Onu Guterres dopo il caso Bija, svelato da Avvenire il 4 ottobre 2019 e su cui sta investigando anche la Corte Penale Internazionale. Il rapporto mette nero su bianco le sistematiche torture, violenze, abusi sessuali, detenzioni, rapimenti, riscatti, estorsioni ed assoggettamento a schiavitù a cui vengono sistematicamente sottoposti migranti e rifugiati nelle carceri libiche, legali e non.  Nelle 17 pagine del dossier, Guterres punta il dito contro funzionari governativi, membri di gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali. Tra i luoghi di maggiore allarme nel dossier si segnala il campo “Al Nasr” a Zawiyah, che ospita il maggior numero di prigionieri e i cui torturatori sono noti anche alla magistratura italiana e il centro di detenzione di Tajoura, rimasto aperto nonostante il governo di accordo nazionale l’1 agosto ne avesse annunciato la chiusura. Proprio qui continuano a ripetersi raccapriccianti torture, recentemente documentate da Avvenire con l’inchiesta firmata da Paolo Lambruschi. Guterres ricorda con percepibile delusione il rinnovo dell’Intesa Roma-Tripoli del 2 Novembre relativo alla cooperazione allo sviluppo, al contrasto all’immigrazione clandestina, alla tratta e al traffico di esseri umani. Un rinnovo che definisce “fallimentare” perché, non ha portato né ad un maggiore sviluppo, né ad una migliore tutela dei diritti, né ad un rafforzamento della sicurezza. Averlo dichiarato nel dossier depositato, non lascia molti dubbi su come l’Onu veda l’esito del negoziato bilaterale. Il premier Conte aveva promesso una revisione in vista del 2 febbraio, quando il Memorandum riprenderà i suoi effetti per altri tre anni. Al momento in cui Guterres inviava il fascicolo al Consiglio di sicurezza, dall’Italia non arrivava nessun commento né sul negoziato né sulle sorti dei migranti in mare.

L’unica nota positiva che giunge dal nostro Paese è la condanna emessa dal Tribunale di Messina a 20 anni di reclusione per i tre torturatori nord-africani accusati di crimini commessi contro i migranti nel campo di Zawiyah.

 Nel silenzio inaccettabile degli Stati e dei Governi, la crescente perdita di vite umane reclama l’urgenza di intraprendere azioni decisive per porre fine a questa mattanza.

 Salvare vite umane non è un crimine, non lo è mai stato e mai lo sarà in un Paese civile che rispetta le Convenzioni Internazionali. Di contro lo è criminalizzare le attività di soccorso in mare delle organizzazioni della società civile europea. In tale inversa e draconiana direzione si spingono i cosiddetti Decreto Sicurezza bis e Decreto Lamporgese (d.l. 21 ottobre 2020, n. 130, in attesa di conversione), in avvallo ai fermi amministrativi imposti dal Ministero dei Trasporti. Permane la volontà di impedire alle ONg di operare nel soccorso dei naufraghi nel Mediterraneo centrale. Quanto ripetutamente accade impone a tutti gli Stati membri dell’UE una co-operosa attività di ricerca e soccorso in mare, revocando tutti i provvedimenti amministrativi in capo alle Civil Fleet. Continueremo ad invocare il diritto alla dignità umana e ad usare la nostra voce per assicurarci il salvataggio del maggior numero di vite umane possibile.

 

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SOS Psicologico

Servizio di sostegno psicologico per l’emergenza Covid-19

 

Riprende il servizio di sostegno psicologico per l’emergenza Covid-19
In questo periodo molto difficile si parla giustamente delle emergenze medica ed economica generate dal Covid-19, meno di quella psicologica. Sappiamo che, soprattutto tra le persone più vulnerabili, sono molte le necessità di aiuto in tal senso. Abbiamo deciso di mettere a disposizione della collettività il supporto di professioniste e professionisti per l’assistenza psicologica.

I volontari e le volontarie coinvolti sono psicolog_, psicoterapeut_ e psichiatr_ abilitat_ all’esercizio della professione.
Se hai bisogno di aiuto, chiamaci o scrivici su WhatsApp per un primo contatto, le nostre volontarie sapranno poi indirizzarvi al meglio.

 

 

 

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La MARE JONIO a Venezia per lavori di manutenzione, accolta dalle attiviste e attivisti

La nostra nave MARE JONIO è arrivata a Venezia. Dovrà fermarsi qui alcune settimane per obbligatori lavori di manutenzione allo scafo e al motore, prescritti dal Registro Navale Italiano RINA.

Ad accoglierla ha trovato le attiviste e gli attivisti di Mediterranea Venezia, Padova e Vicenza che hanno voluto darle il benvenuto a Venezia, ringraziando questo rimorchiatore varato nel 1972 e il suo Equipaggio per quanto è stato fatto in questi ultimi due anni.

Salpata per la sua prima missione il 3 ottobre 2018 dal porto di Augusta, la MARE JONIO ha salvato direttamente 374 persone, donne uomini e bambini, che sarebbero altrimenti stati inghiottiti dal mare o risucchiati nell’inferno della Libia. Con la sua attività di osservazione e monitoraggio ha contribuito al salvataggio di centinaia di altri naufraghi nel Mediterraneo Centrale. Ed ha svolto un ruolo decisivo nella riapertura dei porti italiani come luogo sicuro di sbarco per persone in fuga dalla guerra e dalla violenza. Tutto questo è accaduto nonostante abbia subito ben due sequestri giudiziari ed uno amministrativo, che l’hanno bloccata in porto per oltre dieci mesi, quattro diffide, altrettante inchieste penali e svariati procedimenti “burocratici” che avevano l’obiettivo di ostacolarne l’attività.

Avremmo voluto mettere la MARE JONIO a disposizione, in questi giorni, di chi avesse voluto visitarla e incontrarci a bordo. Purtroppo l’attuale emergenza sanitaria Covid-19 e i rigorosi protocolli di prevenzione, cui ci siamo sempre attenuti, ci impediscono di organizzare eventi pubblici a bordo. Ma, come tutte e tutti, speriamo di uscire presto da questa difficile situazione. Come abbiamo sempre ricordato, sarà possibile solo grazie alla solidarietà e alla cooperazione, perché “nessuno si salva da solo.”

Intanto vogliamo qui ringraziare Vento di Venezia che ci ospita nella sua darsena all’isola della Certosa.

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Il 12 ottobre scorso è nato un progetto a sostegno delle persone che attraversano la Manica

Partito il progetto di monitoraggio e documentazione per garantire i diritti umani delle persone che attraversano il canale della Manica

 

Channel Rescue è un gruppo della società civile di monitoraggio dei diritti umani nato per rispondere ad un aumento nel numero di attraversamenti del canale. Channel Rescue raccoglie dati, documenta gli arrivi, opera come osservatore legale e offre sostegno le persone appena sbarcate. L’obiettivo è quello di garantire che le persone che attraversano la Manica ottengano l’aiuto che dovrebbe essere garantito dalle leggi internazionali, ed assicurare che non vengano commesse violazioni dei diritti umani. 

“Abbiamo istituito Channel Rescue perché siamo preoccupati dalla narrazione ostile creata sia dal governo che da alcuni media, che cerca di demonizzare coloro che migrano attraverso la Manica. Nelle scorse settimane abbiamo visto delle scene scioccanti di membri di organizzazioni di estrema destra che attaccavano le persone sulle spiagge, e la settimana scorsa la polizia di frontiera ha effettuato dei respingimenti. C’è una crisi umanitaria crescente che rischia di trasformare il Canale della Manica in un cimitero. Donne, uomini e bambini che scappano dalle guerre e persecuzioni e sono alla ricerca di salvezza rischiano le loro vite per arrivare alle nostre coste” ha detto Max Williams di Channel Rescue. 

L’attraversamento del canale da parte di persone in cerca di asilo è aumentato negli ultimi mesi, con un aumento nelle persone che tentano questo pericoloso viaggio in barca. Molte delle persone che arrivano nel Regno Unito scappano da conflitti e persecuzioni nei loro Paesi e arrivano qui per cercare sicurezza. Il progetto Channel Rescue organizzerà pattuglie volontarie lungo la costa e sulle spiagge del Kent. 

“Al momento inizieremo con pattuglie regolari lungo le coste per identificare le barche in arrivo, lavorando come occhi sul mare. Se durante il pattugliamento dovessimo incontrare persone in pericolo, contatteremo le autorità competenti come la guardia costiera e RNLI (Istituto Nazionale Reale delle Scialuppe di Salvataggio). Riconosciamo e aderiamo ai requisiti legali e morali del salvare le vite in mare come istituiti nella Convenzione delle Nazioni Unite del 1982”.

Nonostante sia il sesto Paese più ricco del mondo, il Regno Unito garantisce un numero relativamente basso di richieste di asilo, protezione umanitaria o altre forme alternative di reinsediamento. Secondo i dati Eurostat, nell’anno fino a marzo 2020, solo 20.339 persone hanno visto riconosciuto la loro richiesta di protezione, paragonato a 165.615 domande di asilo in Germania, 151.070 in Francia, 117.800 in Spagna e 77.275 in Grecia nello stesso periodo.

da Press Release Channel Rescue

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Intervista al Cardinal Hollerich

Cardinal Hollerich: L’Europa è chiamata a costruire un futuro per il mondo intero

 

Cardinal Jean Claude-Hollerich commenta la lettera di Papa Francesco rivolta all’Europa, descrivendo l’importanza di guardare al futuro, tutti insieme, in modo tale che cambiamenti importanti possano essere fatti per il mondo intero.


L’Europa ha bisogno di nuove politiche per soddisfare al meglio le esigenze dei nostri fratelli e sorelle in movimento e ha bisogno di riscoprire la sua identità cristiana  mentre si sforza di costruire un futuro pacifico e giusto. Questi sono i concetti espressi dal Cardinale Jean-Claude Hollerich, mentre parlava con gratitudine della lettera di Papa Francesco in occasione di una serie di importanti anniversari che definiscono il continente europeo come lo conosciamo.

 

Il cardinale Hollerich, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’UE (COMECE) commenta martedì la lettera del Papa al Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Pietro Parolin. Nella lettera, il Papa ripercorre la storia e i valori dell’Europa e racconta il suo sogno di fraternità e solidarietà tra le nazioni in un periodo segnato da tendenze individualistiche.

 

In un’intervista alla Radio Vaticana, il cardinale Hollerich esprime quanto sia entusiasta del fatto che Papa Francesco, “un Papa [proveniente da] al di fuori del continente europeo, abbia una così meravigliosa conoscenza dell’Europa e possa darci un tale incoraggiamento”.

 

Ci sono “cosí tante” politiche che devono essere prese in considerazione, afferma il Cardinale, sottolineando che una questione che il Santo Padre menziona nella sua lettera mentre guarda a “l’Europa del futuro” è l’accoglienza dei migranti “e delle persone che devono lasciare i loro paesi ”per vari motivi.

 

Il cardinale Hollerich fa riferimento a numerose segnalazioni che la COMECE ha ricevuto negli ultimi giorni, citando in particolare le notizie riguardanti le azioni di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, “al confine greco, respingendo le persone nel Mediterraneo, vicino al confine libico “.

 

“é </span style=”text-transform: uppercase”> certo che le loro politiche debbano cambiare”, dice.

 

Il cardinale Hollerich continua affermando che “è più che un cambio di politica” ciò che è necessario. Quello che deve cambiare, dice, è il modo in cui vediamo l’Unione Europea: è importante “acquisire lo spirito dei fondatori e avere una visione completa dell’Europa”.

 

“Non dovremmo mai dimenticare che Schuman ha scelto di iniziare con la parte economica dell’integrazione europea”, afferma Hollerich. Sebbene questo aspetto economico si sia “molto sviluppato”, dice, lí risiede  il “grande pericolo che l’Unione Europea” venga ridotta da una visione di “integrazione europea a mera economia”, e ciò potrebbe portare a una “riduzione degli uomini e donne a semplici agenti dell’economia o consumatori “.

 

Il cardinale Hollerich esprime gioia nel sentire Papa Francesco dire che l’Europa ha bisogno di riscoprire la sua identità. Spiega che, per lui, questo significa che “abbiamo una storia, e non tutto è male”. Notando che ci sono “molti” punti negativi, come le due grandi guerre del secolo scorso, Hollerich afferma che “non siamo schiavi della storia”. C’è così tanto che l’Europa può dare al mondo, e dobbiamo farlo con “una nuova umiltà”, cosa che va fatta “insieme, con le nostre sorelle e fratelli di altri continenti”.

 

Infine, l’arcivescovo Hollerich afferma: “Penso sia bello che il Papa evidenzi una certa identità europea che deriva dalla cultura e dalla religione – anche la parte culturale della religione – ma che non indugi nel passato come uno schiavo”.

 

“Possiamo costruire un futuro”, conclude: “Siamo chiamati a costruire un futuro. Non solo per noi, ma per il mondo intero”.

28 ottobre 2020
Dalla redazione di Vatican News 
 
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Fratelli Tutti. La destinazione Universale dei Beni

di Luca Casarini

L’Enciclica Fratelli Tutti è un testo straordinario.

L’Enciclica Fratelli Tutti è un testo straordinario. La sua lettura mi affascina, pensando a quel mix tra antichissimo e nuovo che la compone. La parola che affonda le sue radici nei tempi dei tempi, ma che non rinuncia a protendere i suoi rami, i suoi germogli più giovani nel nostro presente e nel futuro. Prendiamo ad esempio il principio che si snoda in tutto lo scritto, di “destinazione universale dei beni”. Non è nuovo alla dottrina sociale, direi che è antichissimo, fino al Vangelo.

Ma articolando il ragionamento sull’appartenenza “comune” dei beni del Pianeta e prodotti attraverso l’azione umana sulle risorse del Pianeta (limitate, come dice un’altra Enciclica, quella precedente, la “Laudato Si”), la parola di Francesco arriva fino alla proprietà privata. Essa non può mai essere la giustificazione a una negazione della destinazione universale dei beni, che è, e rimane, la bussola. È una proprietà privata dunque sempre provvisoria e sotto “verifica”, perché deve essere subordinata comunque a qualcosa che privato non è, e cioè la dimensione collettiva del vivere sociale. Descrive questo ragionamento, il rapporto possibile tra sfera individuale e collettiva, e non solo per l’economia che risulta il riferimento più prossimo. La proprietà privata e la verifica della sua “compatibilità” con la destinazione universale dei beni, limitano la sua possibilità di espellere l’essere umano, il vivente, il “creato”, dalla missione di ogni azione trasformativa che si collochi nella società. La proprietà privata è una concessione temporanea, da verificare continuamente, provvisoria e limitata. Non è un diritto universale. Non può essere contrapposta al benessere collettivo, meno che meno può essere derivante dal malessere della stragrande maggioranza del genere umano, e dalla devastazione del Pianeta e delle sue forme di vita.

La proprietà privata, al contrario, deve “chiedere permesso” prima di entrare a far parte del consentito: deve cioè essere autorizzata previa verifica, confermando il suo essere una possibile e non scontata “applicazione” delle regole nei sistemi sociali, e non una loro “naturale” conseguenza. L’esatto contrario di ciò che il sistema turbocapitalistico neoliberista contemporaneo ci impone. La proprietà privata deve anche, sempre, “chiedere scusa” e dire “grazie”. Le scuse sono d’obbligo per chi, usando la ricchezza generale prodotta, e i beni e le risorse universalmente destinati, non restituisce alla collettività i frutti derivanti da questa appropriazione: la rendita, il fare soldi attraverso i soldi, la speculazione finanziaria, avrebbero un mare di scuse da chiedere al mondo.

Ma le “scuse”, come l’antica parola insegna, non possono essere mai solo verbali: per chiedere scusa si “offre” a colui al quale si rivolge pentimento e sottomissione un pegno concreto. Parte di ciò che si possiede, a dirgli “una parte di quello che ho, è tuo. Te lo restituisco”.  Lungi dall’essere la “restituzione” una soluzione per eventuali danni arrecati al bene comune: le risorse, limitate e finite, insostituibili, viventi, non sono mai a disposizione esclusiva dello sfruttamento, se questo ne determina la distruzione. La destinazione universale dei beni non ha come riferimento una sola generazione di viventi, né una sola epoca.

E dunque, opporsi alla sua negazione operata attraverso sistemi che mettono sopra essa, illegittimamente, l’interesse individuale e privato, significa farlo anche a tutela di coloro che verranno dopo. In questo il concetto di “universale” assume le dimensioni del tempo e dello spazio, e si fa progetto in movimento. È una costruzione, una conquista, la destinazione universale dei beni, e non solo perché deve avere a che fare con il sistema dominante che la nega, che la osteggia, che vuole distruggere la potenza della parola antica e nuova, ma anche perché essa deve prevedere il mondo che verrà, dove saranno altri dopo di noi. Essa dunque, è Utopia e Progetto del Mondo Nuovo. La proprietà privata è gravata da una ipoteca sociale molto seria.

Un altro aspetto che mi colpisce è che la destinazione universale dei beni non si riferisce solo agli individui e ai popoli, ma anche alle nazioni.  Ad esempio estendendo la sua influenza sui confini, sulle frontiere. Anche la limitazione dei movimenti umani, delle migrazioni, è una negazione della destinazione universale dei beni. Ogni stato, ogni nazione, dentro i suoi confini, “ha anche qualcosa del forestiero”. Che appartiene a colui che arriva da fuori. E se ci pensiamo è proprio così: le risorse naturali, a partire dal petrolio e dai minerali, rapinate al sud del mondo per il benessere del nord, non sarebbero motivo sufficiente per riconoscere che “dentro casa mia c’è anche roba tua”? Le frontiere sono il prodotto di decisioni umane, discutibilissime talvolta, forse sempre. Non possono venire prima del vivente, non possono imporre morte e distruzione, non possono affermare il primato delle leggi di Cesare sul principio della destinazione universale dei beni. Attraverso l’utilizzo delle frontiere come dispositivo differenziale tra i diritti di chi sta dentro e chi sta fuori si nega la parola antica e contemporanea. La negazione del principio della destinazione universale dei beni operata dal sistema capitalistico attraverso le frontiere erette contro i poveri e migranti contrasta con l’assoluta libertà di movimento del denaro e delle merci. Il potere delle multinazionali di operare scelte capaci di determinare il destino di miliardi di persone, di nazioni, di intere popolazioni, è sotto gli occhi di tutti. Dentro i confini vengono rinchiusi, e negati a grande parte del Pianeta, anche aria, acqua, terra. Gli oceani e i mari diventano ad uso esclusivo di chi “detiene il potere di attraversarli”, o per la guerra, o per i soldi.

Come non pensare al Mare Mediterraneo, trasformato illegalmente in una frontiera spesso invalicabile e mortale per migliaia di donne, uomini e bambini, che viaggiano per andare lì dove c’è qualcosa che anche loro, e i loro avi, hanno contribuito a creare?

 

La Lettera Enciclica Fratelli Tutti di Papa Francesco è disponibile al link: http://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20201003_enciclica-fratelli-tutti.html

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L’economia di Francesco

Documento dei Movimenti Popolari

 

Noi, movimenti, organizzazioni e militanti popolari, vogliamo far giungere il presente documento a Papa Francesco e a tutti i partecipanti all’incontro di Assisi. Crediamo che la crisi socio-ambientale non si possa superare nel quadro del sistema capitalista egemonico a livello mondiale. Vogliamo pertanto apportare degli elementi per immaginare un sistema alternativo determinante, sradicando l’idolatria generale del denaro che struttura l’economia globale e le nostre vite, rimettendo al centro la natura, le donne e gli uomini. Molti di noi hanno partecipato ad alcune delle tre edizioni dell’Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari convocati da Francesco. Con il motto “terra, tetto e lavoro”, abbiamo denunciato insieme la vergognosa situazione di esclusione che soffriamo come contadini, indigeni, migranti, lavoratori, donne, vittime di violenze, di guerre e disastri ambientali causati dal cambiamento climatico, vicini dei quartieri popolari e delle periferie urbane. In questo dialogo che non ha precedenti abbiamo potuto ascoltare e sentire la predicazione rivoluzionaria di un pastore che chiama i più poveri ad essere protagonisti del proprio destino e li invita a guidare il processo di cambiamento di cui ha bisogno l’umanità intera.
Constatiamo che taluni settori cercano di addomesticare il loro pensiero e confinarlo all’interno dei ristretti margini dell’amministrazione dell’esistente. Piccole riforme, piccoli progetti, piccole utopie nell’orizzonte del possibile. Tra questi, gli autori dei più atroci crimini ambientali e sociali vogliono salvarsi la faccia finanziando alcuni eventi a proprio nome. Senza mancare di riconoscere l’ampiezza del pensiero di Francesco e senza arrogarci la pretesa di conoscerne la corretta interpretazione, vogliamo proporre una visione che riteniamo essere in sintonia con la radicalità dei suoi insegnamenti e con la natura rivoluzionaria della fede cristiana.

Vogliamo altresì contribuire a costruire e a dare visibilità ad esperienze alternative di esistenza e di lavoro, e di sfruttamento dei beni della natura, che non rispondono alla razionalità del dio denaro bensì al bisogno della nostra gente di un buon vivere .

In questo senso, raggruppiamo le nostre proposte secondo cinque grandi assi.

1.- Ecologia integrale e beni comuni
2.- Democrazia economica
3.- Terra, tetto e lavoro
4.- Educazione, salute, comunicazione e tecnologia
5.- Sovranità, mobilità umana e pace

 

Le nostre proposte si basano sui documenti elaborati nel corso dei tre incontri mondiali dei movimenti popolari, dei vari incontri nazionali e regionali tenuti dalle organizzazioni comunitarie e sugli interventi e le riflessioni di Papa Francesco, che sono fonte di ispirazione. Sappiamo che niente di tutto questo è possibile nell’attuale equilibrio di potere che governa le relazioni tra le nazioni e all’interno degli stati. Conosciamo il potere del denaro per subordinare i governi, sostenere lo status quo , allargare i privilegi delle élite e ridurre i diritti della maggioranza. Confidiamo altresì nella capacità dei popoli di resistere all’ingiustizia e trasformare la realtà. Per questo ci assumiamo il compito di costruire il potere popolare affinché lavoratori e poveri siano protagonisti del cambiamento di cui il mondo ha bisogno perché, come ha affermato Francesco, “nelle loro mani, nelle nostre mani, sta il futuro dell’umanità”.

 

1- Ecologia integrale e beni comuni

 

  • Utilizzare prioritariamente i beni della natura come l’acqua, la biodiversità, le foreste, la terra, i minerali e il petrolio in funzione del bene comune e dello sviluppo, e non dello sfruttamento predatorio o del profitto dei capitalisti.
  • Accedere all’acqua potabile è un diritto delle persone. L’acqua non può essere una merce e i governi devono garantire che tutta la popolazione vi abbia accesso.
  • Applicare una politica mondiale per la decontaminazione degli alimenti, del suolo, delle fonti d’acqua, delle acque sotterranee e del corpo umano.
  • Sviluppare una campagna seria contro le emissioni di carbonio e altre forme di aggressione all’ambiente che alterano il clima, esigendo che i paesi, le aziende e i prodotti, cominciando dalle società più opulente, riducano la loro impronta di carbonio.
  • Pianificare, su scala internazionale, l’approvvigionamento e il consumo umano in funzione di ciò che effettivamente rientra nelle necessità fisiche, biologiche e spirituali, lungi dalla commercializzazione dei bisogni umani, il tutto sulla base di un nuovo modello etico di vita, di benessere e di comfort, capace di riadattare l’intero modello di estrazione e di ripristino delle risorse della natura.
  • Mettere in atto una Riforma Agraria Popolare, con l’obiettivo di garantire la distribuzione della terra a tutti coloro che la vogliono lavorare, imponendo un’estensione massima della proprietà agricola, privilegiando la produzione di alimenti salutari e adottando l’agroecologia come metodo principale di produzione in sostituzione del modello dell’agribusiness a base transgenica.
  • Garantire la sovranità alimentare di tutti i popoli, ovvero adottare politiche che creino le condizioni affinché ogni nazione produca tutti gli alimenti necessari per l’approvvigionamento locale.
  • Promuovere, da parte degli Stati e delle istituzioni, una nuova matrice energetica stimolando politiche che favoriscano il ricorso a fonti energetiche alternative e rinnovabili, come il vento, il mare e l’acqua.
  • Attuare in tutto il mondo un programma di piantumazione di alberi autoctoni e da frutto, per ricostituire la copertura vegetale del nostro pianeta.
  • Mettere in atto nel mondo programmi di raccolta differenziata e di riciclo sostenuti da cooperative di recupero e riciclo dei rifiuti urbani.
  • Ridurre drasticamente la produzione di imballaggi non necessari, tassando pesantemente tutte le tipologie di imballaggio inutili.
  • Cambiare radicalmente il modello di trasporto basato sull’uso eccessivo di automobili, favorendo mezzi di trasporto collettivi, dignitosi e a zero emissioni, a basso costo o gratuiti.
  • Sostituire i sistemi di combustione di biomassa garantendo l’accesso a fonti energetiche sicure per cucinare e per il riscaldamento dei due miliardi di persone che non vi hanno accesso.
  • Rispettare le forme di organizzazione sociale e di produzione, i diritti sui territori e il diritto alla cultura e alle credenze dei popoli nativi, degli indigeni, dei quilombola, degli afro-discendenti, dei Rom e di altri.

 

 

2- Democrazia economica

 

  • Implementare un reddito minimo a livello internazionale, che garantisca l’alimentazione e il benessere di tutti gli esseri umani.
  • Adottare una nuova valuta internazionale emessa dalle Nazioni Unite che non sia sotto il controllo di uno Stato, ma di tutti i paesi. Il dollaro e l’euro non potranno più essere utilizzati nelle transazioni internazionali o come fonte di speculazione, poiché creano disuguaglianze internazionali e favoriscono attacchi speculativi contro le valute nazionali.
  • Condonare il debito estero ai paesi più poveri e ristrutturare il debito dei paesi di sviluppo intermedio affinché il loro peso non ostacoli lo sviluppo umano integrale dei paesi indebitati.
  • Eliminare le istituzioni di Bretton Woods, come il FMI e la Banca Mondiale, sostituendole con altri organismi che siano effettivamente al servizio della comunità internazionale e non degli interessi coloniali dei paesi potenti.
  • Regolamentare a livello pubblico, nazionale e internazionale, il mercato finanziario, che vada oltre le banche propriamente dette, commerciali e di investimento, affinché la società possa controllare i capitali finanziari e le loro risorse siano utilizzate per incentivare la produzione e non la speculazione.
  • Eliminare immediatamente i paradisi fiscali e altri meccanismi di evasione fiscale che consentono all’1% più ricco della popolazione di sottrarsi ai propri obblighi nei confronti dell’insieme della società.
  • Creare un’imposta universale sul commercio internazionale di merci, che andrà ad alimentare un fondo internazionale per combattere la disuguaglianza e la povertà in tutti i paesi. Il ricavato di questa tassazione dovrà sostenere una politica di correzione delle disuguaglianze create nella sfera del mercato. Gli Stati, così, devono costruire modelli tributari in cui coloro che hanno di più paghino di più per garantire che coloro che hanno meno paghino di meno. Il patrimonio, le grosse eredità e le grandi fortune devono essere tassate più pesantemente, così che i consumi e i redditi bassi siano meno tassati, favorendo in questo modo la riduzione delle disuguaglianze, invece di aggravarle.
  • Esercitare meccanismi di controllo globale dei prezzi: alcuni beni che costituiscono il paniere di base locale dovranno essere sovvenzionati o essere esenti da imposte per la popolazione più povera, garantendo che gli alimenti principali – salutari e con piene garanzie nutrizionali – siano ampiamente accessibili, per porre fine alla fame e garantire i nutrienti necessari per il pieno sviluppo umano.
  • Garantire un nuovo sistema monetario internazionale che ponga un limite ai tassi di interesse di base delle economie, scoraggiando le pratiche speculative e i grandi redditieri e privilegiando investimenti produttivi, stabilendo tassi di interesse ancora più bassi per quelle attività più avanzate nell’ambito dello sviluppo tecnologico, per stimolare la creazione di impieghi più creativi con un potenziale di realizzazione professionale.
  • Adottare politiche di controllo del commercio internazionale che scoraggino condizioni di scambio disuguali, assicurando che il trasferimento delle risorse dalle economie sottosviluppate e ad alta intensità di lavoro verso le economie industrializzate non si cristallizzi attraverso i prezzi delle materie prime.
  • Attuare una politica fiscale riguardante soprattutto le industrie di armi, gioco d’azzardo, bevande zuccherate, fast food, alcolici, sigarette e tutto quanto comporta danni alla salute fisica o mentale della popolazione, e la cui riscossione sia destinata a un fondo nazionale per l’assistenza e l’accesso alla salute gratuiti a tutti i livelli.

 

 

3- Terra, tetto e lavoro

 

  • Assicurare alla popolazione l’esercizio del pieno diritto ad un lavoro dignitoso, accompagnato
    da politiche messe in atto dai governi e dagli stati.
  • Sviluppare politiche volte a promuovere e rafforzare l’economia popolare che comporta tutte le
    attività di manodopera estensiva, rurale e urbana, svolte sotto forma di autogestione da parte di
    individui, gruppi familiari, comunità o cooperative di lavoro.
  • Stabilire canali di dialogo e scambio per costruire un’economia del bene comune, ove siano
    presenti tutti gli agenti e i lavoratori organizzati nei movimenti sociali e sindacali, nelle imprese,
    nelle cooperative, ecc.
  • Promuovere forme alternative alla proprietà privata come la proprietà statale, la proprietà
    cooperativa o la proprietà comunitaria.
  • Ridurre la giornata lavorativa retribuita a sei ore al giorno, quattro giorni alla settimana,
    affinché la stragrande maggioranza della forza lavoro abbia accesso all’occupazione e possa
    dedicare del tempo ad altre attività.
  • Creare posti di lavoro sociali e ambientali, che dovrebbero e potrebbero essere orientati verso
    le dimensioni dell’assistenza collettiva come la cura delle persone, il recupero e il mantenimento
    delle sorgenti idriche, pendii fluviali, paludi, piantamento di alberi su strade pubbliche, spazi
    urbani e pubblici.
  • Realizzare l’integrazione urbana e sociale dei quartieri popolari e degli insediamenti precari in
    cui vive attualmente un quarto dell’umanità, garantendo l’accesso ai servizi di base ed alloggi
    dignitosi per tutte le famiglie che vi abitano.
  • Creare una politica di deconcentrazione urbana, soprattutto nei paesi periferici dove lo
    sviluppo economico è estremamente diseguale e concentrato nelle grandi aree urbane.
  • Pianificare l’occupazione dei territori, creando città piccole e medie all’interno dei paesi, con
    nuove infrastrutture. Oltre all’alloggio, diversi tipi di approvvigionamento collettivo, trasporti,
    servizi igienico-sanitari, educativi, culturali e per il tempo libero, in conformità con lo schema
    tecnologico della Riforma Agraria Popolare.
  • Pianificare l’occupazione dei territori in termini abitativi, ma anche legati agli aspetti produttivi
    delle regioni o secondo l’introduzione di nuovi poli tecnologici al servizio della produzione
    sostenibile del benessere della vita umana.

 

 

4- Educazione, salute, comunicazione e tecnologia

 

  • Garantire il diritto di tutti all’accesso all’istruzione e allo studio a tutti i livelli di insegnamento.
  • Proibire, in ogni parte del mondo, il lavoro di ragazze, ragazzi e adolescenti fino a 16 anni. Gli Stati e i Governi devono garantire loro l’accesso all’istruzione, allo sport e alla cultura.
  • Sviluppare programmi educativi che tengano conto dei valori e delle particolarità di ciascun popolo, senza pregiudicare i valori umanistici universali come la solidarietà e la giustizia sociale.
  • Adottare un percorso educativo dall’infanzia alla scuola di perfezionamento, con la prospettiva di sviluppare un’altra dinamica economica, volta a sostenere e a sviluppare un modello tecnologico di integrazione dell’essere umano con la natura.
  • Incentivare la ricerca e l’industria (tanto di medicinali, quanto di strumenti e attrezzature, che già esistono ma non prosperano perché non sono redditizi), orientate verso un modello sanitario integrale e non commerciale.
  • Rispettare il diritto di accesso alla salute per tutti gli esseri umani. I servizi di assistenza e i medicinali non possono essere intesi come merci o oggetti di lucro. I governi hanno la responsabilità di controllare i servizi e garantirne l’accesso gratuito e universale a tutta la popolazione, sviluppando altresì politiche di prevenzione per tutti.
  • Stimolare il trasferimento solidale di tecnologia e conoscenza tra le nazioni, consentendo di ridurre le disuguaglianze a livello internazionale. Dobbiamo superare la divisione internazionale e la specializzazione legate ai vantaggi comparati. L’industria, i servizi di alta intensità tecnologica e di alto valore aggiunto non devono essere patrimonio dei paesi sviluppati, mentre quelli sottosviluppati rimangono con economie agrarie a basso valore aggiunto, e soffrono indici persistenti di occupazione precaria e deficit strutturali nelle transazioni correnti [tipo joint-ventures, o come il modello cinese].
  • Promuovere un ampio dibattito sui principi di una matrice tecnologica al servizio della vita umana e della salvaguardia del pianeta. Sulla base di questo processo, sviluppare una Nuova Rivoluzione Industriale che permetta un’ampia partecipazione alla produzione e alla gestione dei lavoratori.
  • Garantire una comunicazione democratica in cui tutte le voci siano ascoltate, eliminando i monopoli della comunicazione.
  • Promuovere il software libero in tutto il mondo, a partire da governi, istituzioni educative e organismi internazionali.
  • Dare priorità all’investimento di risorse pubbliche amministrate dallo Stato nei settori dell’istruzione, della salute, della cultura e della costruzione di alloggi per il popolo.
  • Dichiarare la conoscenza scientifica come patrimonio dell’umanità, eliminando ogni tipo di royalty ad essa collegata.

 

 

5- Sovranità, mobilità umana e pace

 

  • Rispettare la sovranità e l’autodeterminazione di tutti i popoli del mondo, eliminando ogni forma di interferenza imperialista e neocoloniale.
  • Creare un passaporto universale, affinché tutte le persone del mondo, che non abbiano commesso crimini nei loro paesi, possano circolare liberamente.
  • Integrare gli organismi internazionali quali ONU, OMC, FAO, UNCTAD, Unesco, ecc. con la partecipazione paritaria di tutti i governi con i rappresentanti della società di ciascun paese.
  • Eliminare le basi militari straniere dai paesi in quanto servono come forma di predominio politico ed economico.
  • Eliminare le azioni di invasione militare o forme di intervento nell’autonomia economica e politica di ogni Paese.
  • Mantenere sotto il controllo degli Stati nazionali tutti i servizi e i beni considerati “essenziali” per la vita collettiva e le condizioni di sviluppo economico nazionale, come: acqua, minerali, petrolio, energia elettrica, terra, produzione e approvvigionamento alimentare, servizi igienico-sanitari, trasporti.

www.movpop.org

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IL GOVERNO ITALIANO BLOCCA DI NUOVO L’ATTIVITÀ DELLA MARE JONIO. MEDITERRANEA SAVING HUMANS: “MA NON RIUSCIRANNO A FERMARCI”

Dopooltre due settimane di ulteriore blocco della nave Mare Jonio – pronta dallo scorso 12 ottobre a riprendere la navigazione nel Mediterraneo Centrale in missioni di osservazione, monitoraggio e (se necessario) soccorso in mare – lunedì 26 ottobre le Autorità Marittime di Augusta hanno comunicato il loro diniego all’imbarco delle attiviste e attivisti del Rescue e Medical Team di MEDITERRANEA Saving Humans, a bordo della nave in qualità di tecnici armatoriali.

Si tratta del terzo intervento di questo genere, dopo quello delle Capitanerie di Licata e Pozzallo, con motivazioni pretestuose, infondate ed arbitrarie sulla base di indicazioni politiche che arrivano direttamente da Roma.

Questi dinieghi hanno nei fatti bloccato dal 14 settembre scorso la possibilità per la nave di MEDITERRANEA di operare in mare, mentre al largo delle coste libiche si sono contati quasi trecento morti in diversi naufragi. Non possiamo che constatare la volontà del Governo Italiano, in perfetto accordo con gli altri esecutivi europei, di ostacolare in ogni modo l’attività di monitoraggio e di soccorso delle navi della società civile attive nel Mediterraneo.

Con la Mare Jonio sono ben sei le navi della Civil Fleet in questo momento costrette in porto, con differenti dispositivi di blocco tecnico o fermo amministrativo.

Abbiamo dato mandato al nostro Team Legale di contestare nelle sedi opportune questi provvedimenti illegittimi, ma opposizioni e ricorsi comportano procedure costose e che dureranno mesi prima di ottenere giustizia.

Intanto la Mare Jonio ha lasciato ieri sera il porto di Augusta e si sta dirigendo non là dove la sua presenza è necessaria, ma in cantiere per affrontare una serie di periodici ed importanti lavori di manutenzione allo scafo e all’apparato motore, previsti dal Registro Navale Italiano (RINA).

Nel frattempo le strutture operative di MEDITERRANEA continueranno a monitorare la situazione in mare, come abbiamo fatto di fronte ai casi di imbarcazioni in difficoltà e naufragi negli ultimi giorni e a rilanciare, insieme alle altre organizzazioni civili europee, la mobilitazione affinché tutte le navi siano liberate e possano tornare a salvare vite umane nel Mediterraneo.

Una cosa è certa, come abbiamo dimostrato in questi due anni: possono intralciarci, farci perdere tempo prezioso, non per noi ma per chi fugge dall’inferno libico e rischia la vita in mare, ma non riusciranno a fermarci e, con il sostegno di tutte e tutti, non ci fermeremo.