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La memoria è un’eredità sacra: preghiera interreligiosa per i migranti morti in mare

da Redattore Sociale, di Serena Termini


La memoria è un’eredità sacra: preghiera interreligiosa per i migranti morti in mare

Al cimitero dei Rotoli la commemorazione, promossa dal Forum antirazzista di Palermo, a cui hanno partecipato cristiani e musulmani.

continua

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Memorandum Italia – Libia: inaccettabile il rinnovo dell’accordo con un Paese in guerra in mano a milizie armate non in grado di offrire alcuna garanzia su rispetto dei diritti umani e della vita delle persone.

Comunicato congiunto Mediterranea Saving Humans – Sea-Watch – Proactiva Open Arms – Sea-eye

 

Il 2 novembre prossimo scadranno i termini per il rinnovo del Memorandum d’intesa Italia – Libia siglato il 2 febbraio 2017 dall’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti.

In quella data termineranno infatti i 3 mesi entro i quali l’accordo potrà essere rinnovato o eventualmente ridiscusso, come recita lo stesso articolo 8 del testo ratificato dai due Paesi.

Lo scorso 30 ottobre l’attuale Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha riferito durante il question time alla Camera dei Deputati, di voler rinnovare l’accordo presentando tuttavia alcune modifiche, sostenendo che è innegabile come lo stesso avrebbe svolto un ruolo cruciale nella riduzione di una cifra fatale, corrispondente a una realtà drammatica, ovvero quella delle morti in mare.

Riteniamo grave l’intenzione da parte del Governo italiano di voler confermare un accordo che ha avuto come unico risultato quello di aumentare in modo indiscriminato la violenza e la violazione dei diritti in territorio libico.

Abbiamo più volte sottoposto all’attenzione dell’opinione pubblica le gravi violazioni dei Trattati Internazionali di cui siamo stati testimoni diretti durante le nostre missioni in mare e abbiamo altresì ribadito come la riduzione del numero degli sbarchi sia stata direttamente proporzionale alle morti o alla detenzione illegittima nei centri, veri e propri lager, presenti in quel Paese.

Ecco perché, anche in questa occasione vogliamo ribadire quelli che per noi rimangono punti inderogabili:

  • gli arrivi in Italia sono diminuiti a scapito della protezione delle persone che, catturate dalla cosiddetta guardia costiera libica, sono state riportate in un Paese in cui subiscono reiterate violenze e torture finalizzate alla riscossione di denaro;
  • com’è stato ampiamente dimostrato, l’interlocutore libico del governo italiano non è in grado di rappresentare un’autorità statuale vera e propria, ma trattandosi di un Paese in guerra, si fanno accordi con fazioni che hanno il controllo solo su determinate zone del territorio;
  • il governo libico è stato riconosciuto a livello internazionale ma è di fatto composto da una serie di milizie armate che ne compromettono l’operato;
  • l’equazione meno partenze uguale meno morti, abusata negli ultimi mesi è in realtà fuorviante: come dimostrano i dati dell’UNHCR e dell’OIM, il rapporto tra persone partite e persone decedute nel 2018 era di 1 a 29, mentre nel 2019 è divenuto di 1 a 6.

Per noi, le soluzioni restano altre, ad esempio l’introduzione di soluzioni alternative alle partenze via mare (corridoi umanitari) e la costituzione di una task force politica e istituzionale in grado di garantire la tutela dei diritti umani di chi si trova in Libia.

Chiediamo dunque con forza che si approfitti di questa importante scadenza per dimostrare un cambio di passo e per ribadire che un governo democratico, qual è il nostro, non può stringere patti con Paesi senza pretendere garanzie e tutele che rispettino prima di tutto la nostra Costituzione, ma anche la dignità e la vita delle persone.

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Il 9 novembre a Roma per chiedere l’abolizione delle Leggi Sicurezza

Anche Mediterranea sarà nelle strade di Roma il 9 novembre per chiedere l’abolizione delle Leggi Sicurezza e ribadire la volontà di essere là dove i diritti sono negati.

Mentre le navi di Mediterranea sono ancora sotto sequestro per effetto del Decreto sicurezza bis, migliaia di uomini, donne e bambini continuano a essere intrappolati in Libia, mentre coloro che provano a scappare affrontano un mare sempre più deserto e i governi europei continuano a collaborare con le autorità libiche per rispedirli nell’inferno da cui fuggono. La negazione dei diritti continua una volta a terra.

Migliaia di persone devono affrontare le difficoltà imposte dall’inefficacia del sistema di accoglienza, dalla debolezza del diritto d’asilo e da una politica nazionale improntata al respingimento. Il primo decreto sicurezza nega di fatto l’accesso ai diritti più basilari per molte/i migranti, come la possibilità di curarsi, l’accesso all’istruzione e all’accoglienza ed elimina il pds per motivi umanitari disattendendo obblighi costituzionali gettando nell’irregolarità centinaia di migliaia di persone.

In tanti, inoltre, proprio per le difficoltà – oltre lo sbarco- sono costretti a subire fino a 6 mesi di detenzione amministrativa illegittima in quei Centri Permanenti per il Rimpatrio, reintrodotti dalla legge Minniti del 2017.

Il 9 novembre ci saremo perché Mediterranea ha sempre navigato tra mare e terra contro le ingiustizie, all’unisono con le battaglie per i diritti e in sostegno delle azioni di solidarietà diffuse nei territori perché solamente insieme possiamo ottenere risultati concreti, a partire dall’abolizione di queste leggi disumane e dalla cancellazione degli accordi di cooperazione fra Italia e Libia.

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Mediterranea chiede l’interruzione degli accordi Italia-Libia

Dal rumore di un governo che forte ha gridato per affermare la paura, l’invasione, la percezione di insicurezza di cui si è nutrito, assistiamo ora al silenzio. Silenzio che si percepisce su quelle navi delle ONG e della società civile ormeggiate ad un molo poiché sequestrate ed impossibilitate, ancora, a partire. Silenzio che si è sentito sull’Ocean Vicking e sull’Alan Kurdi, che al posto di trovare un porto sicuro di immediato sbarco hanno navigato per diversi giorni di fronte alla costa, poiché alcuna risposta alla loro richiesta è stata fornita. 

Ma non solo. Il silenzio rappresenta proprio ciò che il prossimo 2 novembre renderà automatica la proroga del Memorandum d’intesa siglato nel febbraio del 2017 tra Italia e Libia. Accordo sulla base del quale l’Italia continua (e potrebbe continuare) a sostenere con milioni di euro la cosiddetta Guardia Costiera libica e la gestione in loco di centri di detenzione. 

L’esternalizzazione delle frontiere non è l’innovativa soluzione al problema della gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo. Essa è una strategia strutturale nella difesa dei confini dell’Europa, impiegata da anni in molte forme e con alleati sempre diversi. 

Il patto Italia-Libia del 2 febbraio del 2017 stipulato dal governo Gentiloni con il supporto economico dell’Europa e riconfermato lo scorso anno dal governo giallo-verde, si inscrive esattamente in questo contesto.

C’è una linea rossa ben visibile che attraversa tutti gli accordi citati: la violenza, le violazioni dei diritti umani ed i soprusi che in seguito alla loro stipula si manifestano sui confini, ove le persone diventano merce e la loro presenza, spesso, è oggetto di prove di forza e speculazioni. Gli accordi con la Libia, dai più ai meno risalenti, hanno reso il Mediterraneo una delle frontiere più letali del nostro tempo, affidando a milizie e reti mafiose la vita di centinaia di donne uomini e bambini in fuga, arrivati a sentire la terra un posto meno sicuro del mare. 

Non è pensabile continuare ad osservare, inermi, le continue violazioni del diritto internazionale ed i continui processi di mistificazione della realtà, che equiparano la Libia ad un Paese con cui interloquire a livello nazionale ed europeo. La Libia è un Paese in guerra, la cui credibilità e legittimità nella gestione delle migrazioni trova fondamento proprio nella collaborazione con l’Italia e l’Europa: dall’auto proclamazione di una zona SAR nel giugno del 2018, alla formazione di una guardia costiera e la fornitura di mezzi ed armi, arrivando, addirittura, alla promulgazione di un codice di condotta libico. Notizia di oggi, infatti, è un atto redatto da una delle due parti in guerra in Libia su chiaro stampo del codice di condotta proposto da Minniti, volto non solo ad ostacolare il lavoro di chi opera in mare, ma ad annientarne proprio l’operato, tramite gravi intimidazioni e minacce. Quelle minacce armate che abbiamo visto proprio pochi giorni fa essere perpetrate contro l’equipaggio della Alan Kurdi e le 92 persone migranti soccorse, prese di mira dagli spari delle mitragliette della guardia costiera libica.

Le ragioni che dovrebbero spingere verso la chiusura degli accordi con la Libia e non la loro riproposizione, dunque, sono tali ed evidenti che chi si rifiuterà di farlo si renderà inevitabilmente complice di questi criminali

È il tempo per noi di decidere da che parte stare: dalla parte di organizzazioni mafiose e criminali come le milizie libiche e chi – rumorosamente o silenziosamente – li supporta? O dalla parte di quei movimenti che lottano ogni giorno per la libertà di tutte e tutti noi, portatrici e portatori di un messaggio di vita, solidarietà e determinazione? È il tempo di chiarire le proprie posizioni, di togliersi dalle ambiguità e di avere finalmente il coraggio di condurre politiche più giuste e umane, che costruiscano canali umanitari e vie d’ingresso sicure per le miglia di persone in fuga.

Il governo italiano ha la responsabilità di definire la propria posizione e di agire affinché il Memorandum non venga riaffermato. Mediterranea, e tutte le persone che la animano e sostengono, chiedono apertamente al governo italiano ed al Ministro dell’Interno un concreto segno di discontinuità. Da oggi al 2 Novembre mobilitiamoci contro gli gli accordi Italia- Libia: troviamoci in presidi nei nostri territori, organizziamo azioni e flash mob, riempiamo le strade e le piazze per affermare il nostro dissenso e dimostrare che l’Italia non è fatta solo di gente che si nutre di odio e paura, ma di persone che credono ancora in a una società libera, umana, ed alla fine anche più felice. 

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Le ONG impegnate in mare incontrano la Ministra Lamorgese: ora rimettere al centro l’obbligo dei soccorsi e porre fine alle violazioni del diritto internazionale

– COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO –

 

ONG IMPEGNATE IN MARE INCONTRANO MINISTRA LAMORGESE

 

“BENE LA RIAPERTURA DEL DIALOGO. ORA RIMETTERE AL CENTRO L’OBBLIGO DEI SOCCORSI

E PORRE FINE ALLE VIOLAZIONI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE”

 

 

25 ottobre 2019 – Questa mattina le organizzazioni impegnate in azioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale hanno incontratola Ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, per un primo confronto sulle attività di ricerca e soccorso. Le organizzazioni hanno apprezzato la riapertura di un dialogo con la società civile e auspicano che sia il punto di partenza perché tutti gli attori coinvolti tornino a collaborare in modo efficace per la salvaguardia della vita umana in mare.

 

I rappresentanti di Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms, Pilotes Volontaires, Sea Eye, Sea Watch e SOS MEDITERRANEE, hanno ribadito i punti fondamentali per ripristinare un sistema di soccorso efficace, in grado di garantire il rispetto della vita e dei diritti umani, contenendo morti e sofferenze: rimettere al centro l’obbligo del soccorso di cui gli stati hanno la principale responsabilità, nel rispetto dei trattati internazionali, evitando pericolosi ritardi, omissioni di intervento e mancanza di comunicazione sulle imbarcazioni in difficoltà; porre fine alle intercettazioni da parte della guardia costiera libica, che riporta le persone in Libia in violazione del diritto internazionale; definire con il coinvolgimento europeo un sistema preordinato di sbarco in un vicino porto sicuro, evitando ai naufraghi giorni di attese in condizioni fisiche e psicologiche di grande vulnerabilità, come accade anche oggi per la nave Ocean Viking bloccata in mare da cinque giorni con 104 persone a bordo; procedere con il rilascio immediato delle navi umanitarie illegittimamente poste sotto sequestro amministrativo, affinché tornino al più presto a salvare vite.

 

Le organizzazioni hanno infine auspicato che venga superato il clima di criminalizzazione dei soccorsi in mare e che il dialogo torni al vero cuore del problema: la necessità di salvare vite nel Mediterraneo e di definire politiche sulla migrazione più ordinate, sostenibili e umane.

 

“Dopo anni di esperienza e azione umanitaria nel Mediterraneo, stiamo ancora piangendo morti e raccogliendo cadaveri nel nostro mare” hanno detto i rappresentanti delle organizzazioni. “Ci auguriamo che questo incontro segni l’inizio di un’interlocuzione continuativa, concreta e trasparente, basata sulla realtà dei fatti e sull’urgenza di risposte efficaci, a partire dal rilancio delle attività di soccorso da parte degli Stati e da nuove politiche condivise a livello europeo, che comprendano vie di accesso legali e sicure per fermare le morti, proteggere le vite e contrastare il traffico di esseri umani. È ora di superare una volta per tutte la triste pagina che ha trasformato il Mediterraneo in fossa comune, tornando a rispettare i diritti umani e il diritto internazionale”.

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Milano si unisce alla flotta. Aiutaci a prendere il mare.

La Milano meticcia e solidale vuole aggiungere una barca alla flotta di Mediterranea.

Da oggi parte la missione di terra che raccoglierà energie, capacità e fondi necessari.

Dedicheremo questa barca ad Abba – Abdoul Guibre – ragazzo, figlio afroitaliano della nostra metropoli, ucciso dal razzismo, amato da tante e tanti con rabbia e desiderio di riscatto, come solo si ama ciò che non c’è più. ____________________________________________________________________________________

Una nave “è una miniatura del mondo in cui viviamo”. Nel nostro caso, è una miniatura del mondo che ci impegniamo insieme a costruire”
Abbiamo una nave, di Operazione Mediterranea, Porto di Augusta, 3 Ottobre 2018

“Siamo tutti Abba”

Scritto sui muri, Milano, Settembre 2008

“Chi si trova nel Mediterraneo centrale oggi forse un tempo era migrante, ma passando dalle rotte della tratta ha subito schiavitù, torture. Soccorrere nel Mediterraneo centrale oggi significa anche liberare gli schiavi.”
Cecilia Strada, Milano, Arco della pace, 15 Settembre 2019, Abba Cup per Mediterranea ___________________________________________________________________________________

Nel Mediterraneo si continua ad annegare (spesso nel silenzio e nell’assenza totale di testimoni) ma si continua anche a salvare vite rispettando l’unica legge possibile: quella del Mare che impone di salvare qualunque naufrago con qualunque mezzo e di portarlo nel porto sicuro più vicino.

Da diversi anni le Ong presenti nel Mediterraneo sono rimaste le uniche navi a pattugliare le acque internazionali davanti alla Libia e alla Tunisia salvando migliaia di naufraghi e per questo sono state prese di mira dai governi della fortezza Europa e dalla propaganda sovranista.
Le navi, gli aerei, le strutture di soccorso sono lì per testimoniare ciò che accade, affinché nessuno possa dire domani che “non sapevamo” come accaduto con i lager nazisti.

Nessuno potrà dire che non sapeva.

I gerarchi dell’ordine europeo lo chiamano “pull factor”: la presenza degli equipaggi di soccorso, in mare, in aria e persino a terra aumenta il numero delle persone che sbarcano e che arrivano nella fortezza Europa, funziona come un richiamo.

La verità è che non serve un richiamo per suggerire a chi si trova nel girone infernale dei lager libici, o a chi sceglie di mettere a rischio la propria vita per un futuro migliore.
Tuttavia, non vogliamo girarci intorno. Preferiamo prendere in piena faccia le nostre responsabilità. Siamo e saremo lì per aiutare chi scappa, a dispetto delle accuse paradossali di “Human Traffiking”.

La fuga, da sempre, è uno strumento di liberazione dalla schiavitù e dalla tratta, una sfida alle ingiustizie come raccontano le storie e le leggende di Mosè, di Spartaco dei Maroons…
Opporsi al diritto di fuga è un inaccettabile crimine contro l’umanità. Sacrificare le vite di chi scappa alla realpolitik, chiunque sia al governo, è una vergogna di cui non intendiamo essere complici e a cui intendiamo ribellarci.

Chi salva una vita salva il mondo intero.


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Intestatario: Associazione Zero Zero – CAUSALE: PER ABBA
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Banca Etica
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Dignità e giustizia sociale in mare come in terra. Il 17 Ottobre Mediterranea è a Roma con la Rete dei Numeri Pari.

Il 17 ottobre, nella giornata mondiale per l’eliminazione della povertà, saremo a Roma all’assemblea indetta dalla Rete dei numeri pari.

Saremo lì perché Mediterranea ha sempre navigato tra mare e terra, e le ingiustizie e le violazioni dei diritti si ripercuotono, alimentandosi, da uno spazio all’altro. Anni di politiche che hanno impoverito la popolazione italiana, accresciuto le diseguaglianze, dismesso servizi essenziali alla dignità delle persone, spezzato i legami di solidarietà, hanno trovato terreno fertile e rilanciato razzismi e xenofobie usando le migrazioni come arma di distrazione di massa dai veri problemi di questo paese.

Profughi in fuga da guerre e torture, donne bambini e uomini costretti ad abbandonare le loro case a causa dei cambiamenti climatici e della depredazione delle risorse della loro terra, sono diventati il capro espiatorio dei mali del mondo, convincendo cittadini e cittadine dell’Europa a concentrare le loro energie nel costruire muri e chiusure identitarie, invece che nell’opporsi alle prepotenze dei poteri e nel lottare per la giustizia sociale.

Tutto si tiene insieme, i diritti non sono un gioco a somma zero, per cui toglierli a qualcuno serve a garantirli a qualcun altro. Al contrario: la distruzione dello stato di diritto nel Mediterraneo e la violazione dei diritti fondamentali delle persone migranti sul territorio italiano sono usati quotidianamente come banco di prova per sperimentare fino a che punto è possibile abituare la popolazione alle violazioni e ai soprusi che poi colpiranno, e già colpiscono, tutte e tutti. Crisi economica, disoccupazione, inflazione, instabilità geopolitica, sono gli elementi che tra le due guerre mondiali hanno aperto la strada al nazifascismo.

A quel tempo, l’orizzonte dei diritti umani naufragò perché gli Stati europei scacciarono come schiuma della terra, scriveva Hannah Arendt, i profughi in fuga dal crollo dei grandi imperi e dall’ascesa delle nuove dittature. Quella scelta spalancò le porte all’orrore, perché la società civile europea accettò che la vita umana potesse non valere nulla. Oggi corriamo un rischio simile, e dipende da noi che ne abbiamo coscienza opporci reinventando percorsi di resistenza che rimettano al centro la priorità della dignità delle vite, di tutte le vite.

Lo abbiamo fatto andando in mare e resistendo a un anno di attacchi e violenza, indagini e multe che ancora gravano sulle nostre spalle per avere salvato 237 persone e averle portate in un porto sicuro come il diritto prevede. La nostra nave Mare Jonio e la nostra barca a vela Alex sono ancora bloccate in porto per un sequestro amministrativo che è una scelta politica, e non giudiziaria, che questo governo sta scegliendo di non revocare mentre nel Mediterraneo bambini donne e uomini continuano a morire.

In mare torneremo comunque presto, fino a quando ci sarà bisogno di noi, ma anche in terra non smettiamo di navigare.
Tutto si tiene insieme, a cominciare dalle nostre battaglie.

Ci vediamo il 17 ottobre a Roma!

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L’accordo di Malta è una parziale soluzione d’emergenza: servono corridoi umanitari e vie d’accesso legali

Comunicato stampa congiunto del Palermo Charter Platform Process sui risultati del vertice dei ministri degli interni dei paesi UE tenutosi a Malta il 23 settembre e dei conseguenti negoziati tenutesi in Lussemburgo l’8 ottobre 2019. 

09/10/2019

L’accordo di Malta (“accordo sul meccanismo temporaneo di accoglienza e distribuzione”) non è una soluzione conquistata con fatica, ma nient’altro che una parziale soluzione di emergenza. 

Noi, le iniziative e le reti della società civile europea, i sindaci delle città europee e le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso (SAR), chiediamo una soluzione reale adeguata all’entità della crisi umanitaria nel Mar Mediterraneo.

Oltre 15.000 persone sono morte nel Mar Mediterraneo negli ultimi cinque anni. “Ogni singola persona è una di troppo”, afferma Alessandra Sciurba di Mediterranea Saving Humans. “Quando riceviamo chiamate di soccorso da persone sulle barche, temono sia di annegare che di essere riportate in Libia. La contrattazione e affidamento alle forze libiche del controllo delle frontiere dell’UE e le intercettazioni di massa in mare devono cessare”, chiede Maurice Stierl di WatchTheMed Alarm Phone. “L’istituzione di una missione di salvataggio europea operativa e sostenibile è assolutamente necessaria per prevenire le morti nel Mar Mediterraneo. Purtroppo, manca ancora nell’accordo di Malta”, aggiunge Sciurba.

L’accordo siglato a Malta è una farsa, in quanto ignora il fatto che molte navi di soccorso civile vengono bloccate o confiscate dalle autorità statali. Inoltre, non affronta la situazione in cui vengono poste le navi mercantili. “I futuri meccanismi di ricollocazione devono tenerne conto al fine di prevenire ulteriori casi di non assistenza e respingimenti illegali in Libia. Chi sarà responsabile dell’istituzione di una missione di salvataggio che corrisponda alla portata della crisi? Francamente, le misure proposte non sono all’altezza delle nostre già limitate aspettative.” ammette Oliver Kulikowski di Sea-Watch. L’accordo temporáneo sugli sbarchi non affronta in alcun modo la causa principale per cui queste persone fuggono: i campi di detenzione libici. L’UE si rifiuta, ogni volta,  di trovare una soluzione reale per le persone coinvolte nel fuoco incrociato della guerra civile libica. “La collaborazione tra l’UE e la criminale guardia costiera libica si traduce in respingimenti illegali che sono vietati dal diritto internazionale. Questa non è una soluzione e non fa altro che peggiorare ulteriormente l’insopportabile situazione dei rifugiati intrappolati in Libia “, afferma Alina Lyapina del movimento tedesco Seebruecke. “Chiediamo un’evacuazione immediata e diretta di tutti i rifugiati dai campi di detenzione libici in Europa. Qualsiasi altra cosa sarebbe inaccettabile per noi “, continua.

Sottolineiamo che devono essere prese in considerazione le grandi capacità di accoglienza delle città europee. Nella sola Germania, oltre 100 città e comuni sono disposti ad accogliere rifugiati. “Per noi, salvare vite in mare o in qualsiasi altro frangente, non è semplicemente un atto di buona volontà. Fornire aiuto ai bisognosi è parte integrante della società in cui vogliamo vivere, che si basa sulla solidarietà transnazionale, l’universalità dei diritti umani, l’accettazione e l’apertura globale”, dichiara su Neckar Stephan Neher, sindaco della città tedesca di Rottenburg.

Le terribili tragedie nel Mar Mediterraneo e a Moria possono essere evitate in modo semplice: chiediamo agli Stati dell’UE di rimuovere tutte le restrizioni imposte alla società civile e alle iniziative delle singole città sulla politica migratoria. Vogliamo agire in modo responsabile, accogliere le persone salvate e trattarli con dignità e rispetto. “Se cercano una nuova casa, siamo pronti a offrirne una nelle nostre comunità. Possono essere napoletani, palermitani, berlinesi o barcellonesi, se vogliono.” Conclude Luigi de Magistris, sindaco di Napoli.

Contatti:

Alessandra Sciurba, Mediterranea Saving Humans: [email protected],
Telefono: +393928394572

Maurice Stierl, WatchTheMed Alarm Phone: [email protected],
Telefono: +491636926037

Oliver Kulikowski, Sea-Watch: [email protected],
Telefono: +4915792354723

Alina Lyapina, Seebrücke: [email protected],
Telefono: +4915750786736

Stephan Neher: [email protected],
Telefono: (+49) 07472 / 165-201

Laura Marmorale, Città di Napoli: [email protected],
Telefono: +393383031201

Cos’è il Palermo Charter Platform Process?

Siamo ONG umanitarie e di soccorso, organizzazioni della società civile e gruppi di attivisti, tra cui Sea-Watch, Alarm Phone, Mediterranea Saving Humans, Seebrücke, Aita Mari, Jugend Rettet, Borderline Europe, Inura, Open Arms e Benvenuti in Europa, così come i rappresentanti di diverse città e comuni europei, come Napoli, Barcellona e Palermo, tutti uniti sotto lo slogan “Dal mare alle città!” 

La nostra rete nacque a Palermo nel 2018 nello spirito della Carta di Palermo, con la sua domanda centrale per il diritto alla mobilità. Noi chiediamo il rilascio di tutte le navi per il salvataggio civile, la fine della criminalizzazione del salvataggio in mare e della solidarietà, che si ponga inmediatamente fine alla collaborazione dell’UE con la Libia e altri “paesi terzi” coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani.

Sosteniamo i corridoi umanitari –  il trasferimento e la distribuzione dei rifugiati e dei migranti verso i paesi desiderati – e prendiamo inspirazione dal lavoro e la dimostrazione di solidarietà delle città santuario in tutta Europa.

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Posizione comune sul consiglio dell’UE su Giustizia e Affari Interni (GAI) del 7 e 8 ottobre 2019

Con il presente documento, le organizzazioni non governative firmatarie coinvolte in attività di ricerca e salvataggio nel Mar Mediterraneo condividono congiuntamente le seguenti considerazioni e raccomandazioni ai Ministri del GAI riuniti in Lussemburgo per dare seguito al mini vertice del 23 settembre tenutosi a Malta. La questione di un meccanismo di ricollocazione equo e basato sui bisogni umani rimane irrisolta. Negli ultimi mesi ci sono stati ripetuti stand-offs di migranti sulle navi delle ONG durati fino a 19 giorni consecutivi¹, fino a quando un certo numero di Stati membri dell’UE (SM) non hanno concordato uno schema di distribuzione ad-hoc di ricollocazione delle persone soccorse nel Mar Mediterraneo centrale. Questa pratica è in contraddizione con il diritto internazionale marittimo e la dichiarazione universale dei diritti umani, in particolare per quanto riguarda l’obbligo stabilito dal quadro giuridico applicabile alla ricerca e al salvataggio per portare le persone naufragate in un “luogo sicuro”(PoS)² senza alcun ritardo³.

L’istituzione di un meccanismo di ricollocazione per le persone soccorse in mare da navi private è secondaria al problema più ampio delle gravi violazioni in atto del diritto internazionale dei diritti umani che si verificano nell’area del Mediterraneo contro le persone che migrano. Queste violazioni sono soprattutto messe in atto attraverso la cooperazione degli stati membri dell’UE con paesi terzi come la Libia, un paese colpito da una guerra civile, in cui le cosiddette autorità sono in stretto collegamento con i trafficanti di esseri umani e le torture e i disumani e degradanti trattamenti sono di solito perpetrati contro gli stranieri, come denunciato in dettaglio da numerosi rapporti istituzionali negli ultimi anni. Riaffermiamo che l’apertura di canali di ingresso legali da paesi terzi e corridoi umanitari dai paesi in guerra costituisce l’unico vero modo per combattere e smantellare le reti di trafficanti nel Mediterraneo centrale.

Inoltre, la mancanza di dati completi e affidabili e il seguito dato alla distribuzione degli sbarchi persone comporta pratiche di ricollocazione non trasparenti, poiché i paesi possono spesso ricevere meno persone rispetto agli impegni iniziali⁴.

Inoltre, gli attuali meccanismi ad-hoc con scarsa responsabilità stanno mantenendo una disparità di trattamento per quanto riguarda la condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri dell’UE. Al fine di soddisfare queste preoccupazioni, le organizzazioni firmatarie desiderano condividere una serie di linee guida alla luce del Consiglio dei Ministri del GAI e avendo come riferimento la dichiarazione comune del 23 settembre 2019 risultante dal mini vertice di Malta.

1. Trasferimento temporaneo come misura di accompagnamento

Un meccanismo di ricollocazione temporanea non sostituisce una soluzione a lungo termine e fornirebbe solo una soluzione fragile e illusoria per l’emergenza umanitaria nel Mar Mediterraneo. Una soluzione duratura richiede la riforma del Common European Asylum System (CEAS), compreso il regolamento di Dublino e si basa su un principio di solidarietà, come sancito dal trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE).

Il Consiglio europeo sta ancora bloccando la riforma di Dublino III, ignorando una proposta del Parlamento europeo che è già stata presentata nel 2017. Accogliamo con favore il riferimento fatto al punto 15 della Dichiarazione comune in merito all’impegno “ad avanzare sulla riforma del sistema europeo comune di asilo sulla base di un’iniziativa della Commissione”, sottolineando tuttavia la necessità di prendere in considerazione il potere di iniziativa del parlamento europeo sulla questione.

Notiamo inoltre che il progetto delineato nella Dichiarazione congiunta include clausole che lo rendono dipendente da fattori poco chiari e lascia troppa discrezione ai singoli Stati membri. In particolare, il punto 15 della Dichiarazione sottolinea che “questo meccanismo come progetto pilota deve essere valido per un periodo non inferiore a sei mesi e può essere rinnovato previo accordo delle parti interessate o risolto nel caso di uso improprio da parte di terzi “, dove non è chiaro cosa si intende per “uso improprio”, e conclude aggiungendo che “in caso in cui il numero di persone ricollocate entro questi 6 mesi aumenti sostanzialmente, gli Stati membri partecipanti si riuniranno immediatamente per consultazioni. Durante le consultazioni, l’intero meccanismo potrebbe essere sospeso”. Dobbiamo evidenziare come queste condizioni e variabili indeboliscano potenzialmente l’intero concetto riducendone la portata, ancora una volta a causa di un meccanismo ad-hoc.

2. Protezione specifica e criteri orientati ai bisogni umani per il trasferimento in piena conformità

Qualsiasi schema di ricollocazione deve allo stesso tempo garantire che i paesi di destinazione siano definiti tenendo conto delle esigenze e dei collegamenti individuali come la famiglia, la comunità e i collegamenti sociali concepiti in senso lato, nonché le vulnerabilità individuali e i gruppi vulnerabili, comprese le vittime di violenza, minori non accompagnati, disabili, potenziali vittime della tratta e dello sfruttamento (sessuale) in Europa, ma anche che il trasferimento avviene il più rapidamente possibile senza ritardi evitabili. Inoltre, un meccanismo di ricollocazione deve garantire che l’accordo non lasci una lacuna di responsabilità, lasciando le persone in una zona grigia burocratica in cui nessuno Stato membro si sta assumendo la responsabilità delle loro domande e le persone interessate non hanno accesso ai rimedi legali.

3. Nessuna pre-proiezione

Le pratiche di selezione pre-ricollocazione, quali le preselezioni delle persone da parte degli Stati membri, danneggiano il principio di non discriminazione dei rifugiati sancito dal diritto internazionale – la selezione delle persone ammissibili alla ricollocazione significa in pratica che le persone interessate potrebbero non essere in grado di accedere al diritti e benefici cui hanno diritto ai sensi dell’acquis sull’asilo dell’UE. Le persone devono avere prontamente accesso a una procedura di asilo, sottoporsi a valutazioni della vulnerabilità e degli interessi migliori e beneficiare del diritto di rimanere sul territorio, nonché del diritto a condizioni di accoglienza adeguate come alloggio e assistenza sanitaria. Inoltre, i pre-screening rischiano la proliferazione dei cosiddetti hotspot, in quanto il paese di arrivo dovrebbe creare centri per lo svolgimento di tali pre-screening. Le strutture di hotspot, già esistenti in Italia, non possono garantire un livello sufficiente e dettagliato esame dei singoli casi. Inoltre, gli hotspot non devono essere utilizzati per la detenzione sistematica di cittadini stranieri appena arrivati ​​e questi devono avere accesso all’assistenza legale e sociale per tutta la durata delle procedure di ricollocazione, evitando il rischio di essere isolati dalle garanzie derivanti dall’intervento di organizzazioni indipendenti e società civile.

Il trasferimento dovrebbe essere automatico / immediato e dovrebbe includere tutto, non solo le persone che hanno espresso esplicitamente la volontà di chiedere asilo, e quindi dovrebbe includere tutte le persone sbarcate in tutti gli Stati europei, incluso Spagna e Grecia.

4. Nessun meccanismo di rotazione dei porti

Un meccanismo di rotazione, il che significa che alle navi di soccorso civile sono assegnati diversi porti europei come Luogo di sicurezza (PoS) dopo le operazioni di salvataggio, non è giustificabile dal punto di vista marittimo e umanitario. Al fine di garantire che le persone soccorse vengano sbarcate al più presto, come definito dal diritto internazionale, possono essere presi in considerazione solo porti sicuri nelle immediate vicinanze. Inoltre, sbarcare in un porto più distante comporta rischi non necessari ed evitabili per le persone soccorse a bordo. Questi includono la situazione medica, le condizioni meteorologiche e la carenza di approvvigionamento. Inoltre, significa una più lunga assenza di capacità di salvataggio nel Mediterraneo centrale. Con un meccanismo di ricollocazione equo e funzionale, non sarebbe necessario un meccanismo di rotazione.

Il punto 1 della Dichiarazione afferma: “Nel caso di una pressione migratoria sproporzionata in uno Stato partecipante, calcolata con riferimento alle limitazioni delle capacità di accoglienza o ad un numero elevato di domande di protezione internazionale, un posto di sicurezza alternativo sarà proposto su base volontaria base “. Ciò sembra suggerire che il meccanismo di ricollocazione concordato può essere” infranto “da un’offerta volontaria e alternativa di un PoS da parte di qualsiasi Stato membro, il che non è giustificabile dal punto di vista marittimo e umanitario. Tutte le persone salvate devono essere sbarcate “senza alcun ritardo”, vale a dire nel PoS più vicino.

La Dichiarazione continua affermando che: “Le persone soccorse da navi di proprietà statale devono essere sbarcate nel territorio del loro Stato di bandiera”. I criteri per lo sbarco non possono essere la bandiera della nave ma l’identificazione di un PoS idoneo, secondo le linee guida delineandone la definizione. Questo approccio è pericoloso in quanto giustifica lo sbarco in Libia da parte delle attività della Guardia costiera libica (LYCG) o in altri paesi che non si qualificano come PoS, in violazione del diritto marittimo e dei diritti umani.

5. Integrazione delle navi mercantili

L’accordo di ricollocazione temporanea dovrebbe non solo considerare le persone salvate dalle navi delle ONG, ma anche quelle salvate dalle navi mercantili e statali, nonché le navi rifugiate che arrivano da sole. Se lo sbarco rapido fosse garantito in ogni caso di salvataggio, ciò impedirebbe ulteriori casi di non assistenza e respingimenti illegali di persone salvate in Libia.

6. Integrazione dei comuni

Gli Stati membri dell’UE non dovrebbero continuare a ignorare e bloccare la ricettività delle loro popolazioni. Fino a ottobre 2019, oltre 100 città in tutta Europa, tra cui Germania, Spagna e Italia, si sono dichiarate “Porti sicuri” o hanno dichiarato direttamente i loro porti aperti per ricevere persone soccorse, affermando che avrebbero accettato più persone di quelle ufficialmente assegnate . Un accordo di ricollocazione dovrebbe consentire l’approvazione e gli impegni delle città e delle organizzazioni della società civile. Per questo, è assolutamente necessario progettare un nuovo sistema di accoglienza e trasferimento rapido, tangibile e pratico a livello europeo. Qualsiasi riforma praticabile del sistema di asilo e migrazione dell’UE dovrà includere la prospettiva comune sulla migrazione e il livello di governo municipale.

7. Meccanismo di sanzione per i paesi non aderenti.

Il punto 3 dell’accordo prevede la richiesta di partecipazione degli altri Stati membri dell’UE e di Schengen in questo meccanismo. Dovrebbe essere possibile solo con un meccanismo sanzionatorio per i paesi non aderenti.

8. Debunking dell’argomento “pull factor”

Il punto 6 dell’accordo ha messo in discussione la presenza di un meccanismo di salvataggio come fattore di attrazione. “Riconfermare che questo meccanismo temporaneo non dovrebbe aprire nuovi percorsi irregolari verso le coste europee ed evitare la creazione di nuovi fattori di attrazione”. Diversi studi hanno messo in evidenza che non vi è alcuna correlazione tra la presenza di ONG nel Mar Mediterraneo e le partenze dalle coste libiche. L’analisi più recente dell’ISPI (Institute for International Political Studies) smentisce la teoria del fattore pull in relazione alla presenza di ONG nel Mar Mediterraneo. In effetti, anche quando la presenza delle navi delle ONG era bassa, gli arrivi sulle coste italiane in barca dalla Libia o dalla Tunisia erano alti.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fact-checking-migrazioni-2018-20415

Le persone partono perlopiù a causa delle cattive e pericolose condizioni di vita nei loro Paesi di origine e sono disposte ad affrontare i rischi di attraversare il mare. Le risorse di salvataggio non sono la causa della migrazione e sono lì per curare piuttosto i sintomi.

La prima parte del paragrafo 9⁵ fornisce inoltre indicazioni sulla posizione delle navi. Si noti che l’AIS (sistema di informazione automatizzato) è obbligatorio per le navi commerciali e le navi passeggeri che effettuano viaggi internazionali con un peso lordo di oltre 300 tonnellate, come previsto dall’IMO già nel 2004. Il chiarimento del suo utilizzo, pertanto, sembra superfluo poiché le navi nominate sono tenute a renderlo operativo. Il documento sottolinea “di non inviare segnali luminosi o qualsiasi altra forma di comunicazione per facilitare la partenza e l’imbarco delle navi che trasportano migranti dalle coste africane”. Tali dichiarazioni non hanno una base empirica e non sono correlate a nessun documento ufficiale ma raccolgono dichiarazioni e accuse che sono circolate attraverso i media.

9. Rivedere l’impegno e il sostegno alla cosiddetta Guardia costiera libica

Il punto 9 dell’accordo prevede di “non ostacolare le operazioni di ricerca e salvataggio da parte delle navi ufficiali della Guardia costiera, compresa la Guardia costiera libica, e di prevedere misure specifiche per salvaguardare la sicurezza dei migranti e degli operatori”.

Dall’accordo più recente tra Italia e governi libici⁶, il ruolo della cosiddetta Guardia costiera libica è stato spesso controverso. Diverse indagini hanno messo in evidenza la composizione poco chiara del personale del LYCG e le sue reali intenzioni.

L’ultimo rapporto dell’UNSMIL (Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia) esprime “continuano a sussistere gravi preoccupazioni riguardo al trasferimento di migranti salvati o intercettati in mare dalla Guardia costiera libica verso centri di detenzione non ufficiali a Khums. Centinaia di migranti salvati che sarebbero stati inviati ai centri di detenzione sono stati successivamente elencati come dispersi, e si ritiene che potrebbero essere stati trafficati o venduti ai trafficanti, mentre altri sono scomparsi lungo la strada per il vicino Suq al-Khamis”.

https://unsmil.unmissions.org/sites/default/files/sg_report_on_unsmil_s_2019_628e.pdf

L’articolo che segue illustra come, al contrario delle implicazioni nella Dichiarazione congiunta, le operazioni di diverse ONG siano state ostacolate da interventi del cosiddetto LYCG. Le fonti mostrano come ad oggi un CCR competente sia difficilmente identificabile in Libia a causa della mancanza di sostanziali requisiti di base delineati nelle convenzioni SAR. Inoltre, il cosiddetto LYCG non è in grado di coprire un’area SAR della dimensione attuale, rendendo impossibile ogni cooperazione. Alcune rare occasioni singole mostrano prove di adeguate misure operative per preservare la vita in mare. Qualsiasi collaborazione delle ONG con il cosiddetto LYCG è possibile solo se la sicurezza della vita in mare è garantita in ogni circostanza, a tale proposito le ONG firmatarie si astengono dal impegnarsi in qualsiasi tipo di coordinamento e cooperazione che porti a facilitare i respingimenti illegali in Libia.

 http://www.vita.it/it/article/2017/11/08/mediterraneo-tutti-gli-attacchi-della-guardia-costiera-libica-alle-ong/145042/

10. Percorsi sicuri e legali come priorità nella cooperazione con i paesi terzi

Il punto 12 della Dichiarazione sottolinea: “Continuare e approfondire la nostra cooperazione con i paesi di origine e di transito per combattere l’immigrazione clandestina, le reti di traffico di migranti e le relative attività criminali e il traffico di esseri umani, nonché per rafforzare gli incentivi per i rimpatri”. Non vi è alcun riferimento alla creazione necessaria di rotte sicure e legali per la migrazione, anche come prima misura per contrastare la tratta di esseri umani. La priorità dovrebbe essere data all’evacuazione della Libia attraverso l’immediata creazione di corridoi umanitari.

Qualsiasi finanziamento destinato a facilitare i respingimenti, la detenzione arbitraria e illimitata e le violazioni dei diritti umani deve essere sospeso. La cooperazione con i paesi terzi e i relativi finanziamenti dovrebbero essere sottoposti al controllo degli organismi di controllo dei diritti umani e di un sistema di responsabilità. Il punto 14 della Dichiarazione stabilisce un impegno “a rafforzare le capacità delle guardie costiere dei paesi terzi del Mediterraneo meridionale e a incoraggiare l’UNHCR e l’IOM a sostenere le modalità di sbarco nel pieno rispetto dei diritti umani in tali paesi”. Deve essere chiaro che non è la presenza di agenzie delle Nazioni Unite che definiscono un luogo di sicurezza. Un luogo di sicurezza deve essere selezionato esclusivamente sulla base dei criteri stabiliti dal diritto marittimo e tenendo conto del quadro applicabile in materia di diritti umani. L’osservazione conclusiva “Nel pieno rispetto dei diritti umani in quei paesi” di fatto esclude tutti i paesi nordafricani nella fase attuale per garantire la sicurezza e la protezione delle persone sbarcate a seguito di operazioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale.

11. Revisionare le regole di ingaggio della sorveglianza aerea e integrarle con le risorse navali.

Il punto 13 della Dichiarazione chiede “Potenziare la sorveglianza aerea condotta dall’UE nel Mediterraneo meridionale al fine di garantire che le imbarcazioni migranti vengano individuate in anticipo al fine di combattere i migranti reti di contrabbando, tratta di esseri umani e attività criminali connesse e riduzione al minimo del rischio di morte in mare. Rafforzare gli sforzi dell’UE in questo senso da parte delle autorità competenti e invita gli Stati membri ad allocare attività e risorse a tali operazioni aeree ”. La sorveglianza aerea si è dimostrata insufficiente per prevenire la perdita di vite umane in mare. Chiediamo di riprendere la presenza di risorse navali nell’ambito dell’operazione EUNAVFORMED recentemente estesa. Alla luce di un evidente divario nella capacità di salvataggio, gli Stati membri dell’UE dovrebbero prendere in considerazione l’inclusione delle risorse navali dell’UE con un mandato SAR dedicato. Ciò non solo impedirebbe la perdita di vite umane in mare, ma eviterebbe anche di sovraccaricare altre attività militari nel Mar Mediterraneo con compiti per i quali non sono preparati. Per quanto riguarda specificamente le missioni aeree, le regole di ingaggio dovrebbero essere riviste al fine di non facilitare i respingimenti illegali e impedire alle persone di raggiungere l’Europa a tutti i costi. Abbiamo assistito a ritardi ingiustificabili negli interventi sui casi di soccorso a seguito dell’insistenza nel delegare la responsabilità alle autorità libiche, anche quando non rispondono. È necessario istituire un sistema di responsabilità accessibile per garantire la trasparenza delle operazioni aeree e il rispetto del quadro giuridico applicabile in materia di diritti marittimi e umani quando si tratta di imbarcazioni in pericolo in mare.

Proposte:

Il testo ha un valore semestrale, durante questo periodo verranno testate le misure preparate.

Prima della sua ratifica e del coinvolgimento di altri paesi europei, chiede se:

  • La discussione è stata pianificata per lo sviluppo di strumenti alternativi del governo europeo per il salvataggio in mare, per prevenire viaggi insicuri in cui muoiono migliaia di persone⁷. Si ritiene, ad esempio, che il sistema di reinsediamento sviluppato dall’UNHCR sia stato rafforzato direttamente dalla Libia in Italia⁸. O al sistema di corridoi umanitari che dal 2015, ai sensi dell’articolo 25 del regolamento CE 810/2009, che offre ai paesi Schengen la possibilità di rilasciare visti umanitari validi per il loro territorio.
  • L’azione della missione di Sofia, rinnovata fino al 2020, con l’introduzione di risorse navali e non solo aeree, sara’ incrementata.

 

1 Il 21 agosto 2019, il salvataggio di 83 persone soccorse dal Open Arms e’ durato circa 19 giorni. Anche l’Ocean Viking di SOS MEDITERRANEE ha dovuto aspettare 14 giorni per sbarcare ben 365 persone salvate il 23 agosto 2019 in un porto sicuro
2 Art. 98 UNCLOS, Convenzione SAR 1979, Allegato, Capitolo 1, Paragrafo 1.3.2.
3 raccomandazione dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO) – Risoluzione MSC.167 (78), Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare
4 Nel luglio 2018, il ministro degli interni tedesco ha annunciato che la Germania avrebbe accettato 565 persone salvate dall’emergenza in mare. Di questi, solo Finora 225 persone sono state trasferite. Dopo il vertice di Malta, Seehofer ha sottolineato che la quota di ricollocazione dipende dal numero di membri dell’UE gli Stati aderiranno all’accordo l’8 ottobre 2019 in Lussemburgo
5 Richiede che tutte le navi impegnate in operazioni di salvataggio, in particolare soggette a istruzioni fornite dal competente Centro di coordinamento di salvataggio, non spengano i transponder di bordo, il sistema di informazione automatizzato  (AIS) a non inviino segnali luminosi o qualsiasi altra forma di comunicazione che possa agevolare la partenza e l’imbarco delle imbarcazioni che trasportano i migranti dalle coste africane.
6 Redatto e firmato a Roma il 2 febbraio 2017 in due copie originali, ciascuna in arabo e italiano. http://www.governo.it/sites/governo.it/files/Libia.pdf
7 Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), dal 1 ° gennaio al 3 ottobre 2019, 1.041 persone hanno perso la vita nel tentativo di farlo attraversare il Mediterraneo.
8 A seguito di questa evacuazione, l’UNHCR ha aiutato 1.474 rifugiati vulnerabili a lasciare la Libia nel 2019, di cui 710 sono stati accompagnati in Niger, 393 in Italia e 371 che sono stati trasferiti in altri paesi in Europa e Canada.
News

Liberare tutte le navi di salvataggio, ora!

Alla luce del vertice odierno di Malta, dove cinque Ministri degli Interni di stati membri dell’Unione Europea si riuniscono per discutere una quota di ricollocazione dei migranti salvati nel Mediterraneo, rilasciamo questa dichiarazione collettiva per chiedere il rilascio immediato di tutte le navi di soccorso della società civile.

LIBERARE TUTTE LE NAVI DI SALVATAGGIO, ORA! 

23 settembre 2019

Il regime di controllo delle frontiere dell’Unione Europea blocca ogni accesso legale sicuro e obbliga i rifugiati e i migranti a muoversi lungo rotte “clandestine” e a viaggiare su imbarcazioni non sicure. È una vergogna.

L’Unione Europea non appare disposta a riorganizzare un piano di salvataggio in mare per coloro che sono colpiti dalle sue politiche. Continua invece ad essere una pratica quotidiana la collaborazione illegale finalizzata al respingimento/ deportazione tra gli aerei militari dell’Unione Europea e le forze armate libiche. È una vergogna.

Quando persone e organizzazioni della società civile intervengono per salvare vite umane in mare, la UE e i suoi Stati membri li criminalizzano. Mentre donne, bambini, uomini annegano e muoiono, la UE e i suoi Stati membri tengono sotto sequestro le navi che potrebbero salvare vite umane. È una vergogna.

Noi chiediamo:

– Dissequestro immediato di tutte le navi di salvataggio non governative in Italia e a Malta!

– Cessazione immediata della collaborazione tra governi e istituzioni europee e le forze libiche!

– la fine della criminalizzazione del soccorso in mare!

– Porti aperti in Italia e Malta, e sbarco immediato dopo ogni salvataggio!

– Rapido trasferimento e distribuzione dei rifugiati e dei migranti secondo i paesi di destinazione desiderati e, in particolare, in collaborazione con le città solidali e rifugio di tutta Europa!