A cura di Luca Casarini | 15 / lug / 2026

SAR Wars. La guerra sporca contro il soccorso civile in mare

È partita la solita operazione di criminalizzazione e disinformazione contro il soccorso in mare, e stavolta nel mirino è finita Sea Watch.

È partita la solita operazione di criminalizzazione e disinformazione contro il soccorso in mare, e stavolta nel mirino è finita Sea Watch. È in corso il processo per la steage di Cutro, e sul banco degli imputati ci sono ufficiali della guardia di finanza e della guardia costiera, ma soprattutto il governo e le sue direttive. Stiamo parlano di cento morti, molti bambini. È confermato il processo El-Hisri dalla Corte Penale Internazionale, e sarà un processo storico che potrebbe trascinare anche esponenti dei servizi italiani e speriamo anche membri del governo, a dover rispondere di complicità con i torturatori del lager libico di Mitiga, quello gestito dal responsabile della polizia giudiziaria di Tripoli, Almasri, protetto e sottratto alla cattura dall’Italia.

L’estate dei naufragi, tutti evitabili se ci fosse un vero servizio istituzionale di soccorso in mare, invece che il sabotaggio di quello civile esistente, è già iniziata con il suo conto dei morti. Papa Leone da Lampedusa il 4 luglio ha parlato chiarissimo: ci sono responsabili per queste decine di migliaia di morti che hanno trasfigurato il Mediterraneo in una delle frontiere più pericolose al mondo. Sono quelli che hanno preso decisioni politiche e quelli che non le hanno prese.

Tutte queste cose devono aver spinto gli ambienti dei “lavori sporchi” a mettere in piedi l’ennesima montatura giudiziaria, così da distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da quello di cui sopra e creare una cortina fumogena, di gas lacrimogeni che gli piacciono tanto, per coprire i crimini orrendi che caratterizzano le politiche di guerra ai migranti. Accade negli USA ma accade anche in Italia e in Europa. Eravamo informati che questa operazione sarebbe partita presto. Abbiamo anche noi delle fonti ben informate.

Il primo giugno, quindi a due mesi quasi dall’inizio della montatura contro Sea Watch, scrivevo e pubblicavo questo: “da ambienti ben informati – risulterebbe che gli esperti di quella che viene definita come “task force operazione Libia”, siano stati messi al lavoro anche su qualcosa di più audace: trovare il modo “legale” di far sequestrare le navi ong dalle milizie libiche in acque internazionali. Il piano allo studio, che coinvolgerebbe anche la Procura Generale Libica, prevede queste fasi: costruzione di fattispecie di reato create ad arte, attraverso la messa in scena delle cosiddette “runaway boat”, barche veloci che affiancano le navi di soccorso e “scaricano” alcune decine di persone migranti alla volta e poi ripartono tornando in Libia. La messa in scena serve a rappresentare la “contiguità” tra navi ong e trafficanti. La seconda fase è l’apertura, in seguito ai rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica”, presso il tribunale di Tripoli, di un fascicolo riguardante la “continuazione del reato di tratta di esseri umani” posto in essere su suolo libico, in acque internazionali ad opera delle navi di soccorso. Per fare questo si tenterà, si dice, di richiamarsi alla direttiva onu anti trafficking del 2000 e successive. I rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica” dopo ogni caso di messa in scena delle “runaway boat”, vengono inviati anche alla struttura Ncc del Viminale, e a Frontex. La polizia giudiziaria dei porti assegnati in Italia per lo sbarco successivo dei naufraghi li acquisisce e li sottopone al magistrato competente. Il quale potrebbe aprire subito, in Italia, un fascicolo per articolo 12 – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina- contro il comandante della nave. Ma il punto “innovativo” non è questo, ma il lato libico: sulla base del perseguimento di un reato, iniziato su suolo nazionale libico e “continuato” in acque internazionali, il tentativo è quello di legittimare un intervento coercitivo con ordine impartito al comando delle navi, di dirigersi su Tripoli “per accertamenti giudiziari”. Al rifiuto del comandante della nave, che ha la responsabilità del suo equipaggio e dell’incolumità delle persone soccorse, la procedura allo studio è quella di regole d’ingaggio che prevedono anche l’uso di armi da fuoco in termini di “deterrenza”. E’ questa la parte piu’ delicata del piano: l’addestramento del personale libico, che fa il doppio lavoro tra attività criminali delle milizie e quelle “ufficiali”per il governo libico, non darebbe ancora il livello di sicurezza adeguato”.

Tutto come da copione, ecco partire l’operazione contro Sea Watch e la Civil Fleet: il solito giornale al servizio dei servizi, e tutto come indicato due mesi fa dalla nostra fonte.

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