A cura di Ufficio Stampa | 10 / mar / 2026

Oltre 200 vite salvate nel silenzio della politica

Per il nostro governo il soccorso è un “pull factor” ed è meglio renderlo invisibile. I naufragi invece diventano deterrenza alle partenze.

Giovedì 5 marzo 2026alle ore 9:44 CET, sulla piattaforma social X/Twitter, Alarm Phone segnala che due imbarcazioni partite insieme in fuga dalla Libia sono in estrema difficoltà in posizione 35°35’ N – 016°20’ E, quindi in acque internazionali in zona SAR di competenza maltese, proprio a circa 80 miglia nautiche di distanza dall’isola di Malta e quasi 90 miglia a sud-est di Capo Passero (Sicilia). AP comunica due cose importanti: che le Autorità maltesi e italiane sono state allertate tempestivamente e che, secondo le persone che si trovano a bordo di una delle due barche, l’altra si sarebbe rovesciata e non sarebbe più visibile. Su ciascuna delle due imbarcazioni ci sono circa 50 persone: 100 vite umane a rischio di perdersi in mare. Nel pomeriggio AP avvisa le Autorità maltesi e italiane di un terzo caso, che si trova a circa 20 miglia di distanza dall’ultima posizione conosciuta degli altri due, con altre 38 persone in pericolo, per un totale di circa 140 persone naufraghe.

Da subito, in stretta collaborazione con AP e con le missioni aeree civili nel Mediterraneo Centrale, attiviamo il nostro team di monitoraggio della situazione in mare, operativo anche quando non siamo direttamente presenti in navigazione con i nostri assetti. Il compito è esercitare pressione sulle Autorità competenti affinché venga immediatamente lanciata un’operazione di ricerca e soccorso per salvare la vita delle persone in pericolo. E verificare dove, come e in che condizioni le persone soccorse vengono poi sbarcate e accolte. L’obiettivo è, prima di ogni altra cosa, la salvaguardia della vita umana in mare, evitare che ci siano omissioni di soccorso e/o interventi di intercettazione, cattura e respingimento verso la Libia, pretendere in sostanza il rispetto del diritto marittimo e umanitario, internazionale e nazionale, da parte delle autorità di Malta e Italia. 

Da giovedì pomeriggio iniziamo perciò a tracciare gli assetti navali e aerei nell’area interessata ai tre casi e a raccogliere informazioni dai nostri attivisti e dalle nostre fonti locali nei porti di possibile sbarco. Anche perché né le autorità maltesi né quelle italiane forniscono ad Alarm Phone, che le chiede con insistenza, notizie dei tre casi e del loro avvenuto soccorso. L’RCC di Malta, gestito dalle AFM Armed Forces di Malta, addirittura non risponde. Apprendiamo da terzi che avrebbero dato indicazione a una nave mercantile che si trova in zona di “rimanere a 2 miglia di distanza dalle imbarcazioni” in attesa di un non meglio identificato “assetto di soccorso.” Mentre cresce la preoccupazione visto il mancato tempestivo intervento di Malta, individuiamo nella nave chimichiera SRIWANGI III, battente bandiera di Singapore, il mercantile che si posiziona a ridosso delle barche in pericolo. 

Ma da Pozzallo, che è il porto siciliano più vicino ai casi, per tutto il pomeriggio e la sera di giovedì non arriva nessuna notizia di sbarchi, né avvenuti né annunciati per le ore successive. Dopo una notte di attesa e di silenzi da parte delle Autorità, la mattina di venerdì 6 marzo proviamo a verificare possibili arrivi anche in altri porti siciliani. Anche a Catania non risulta niente. I tre casi sembrano scomparsi nel nulla e la memoria corre alle mille vittime dei “naufragi fantasma” avvenuti durante il transito del ciclone Harry a fine gennaio scorso. 

Invece poco dopo scopriamo che, nella notte fra le 2:53 e le 4:26 del mattino ora locale, un pattugliatore – unità di medie dimensioni – della Guardia Costiera italiana, nave FIORILLO, identificativo CP 904, è entrata e approdata nel porto di Augusta per sbarcare circa 140 persone soccorse in mare. I numeri corrispondono ai tre casi segnalati da AP. Dalle informazioni ricevute sembrerebbe che le persone fossero in discrete condizioni di salute. Subito dopo si verifica un nuovo sbarco, di una sessantina di sopravvissuti, da parte di una più piccola motovedetta, la CP 323. In effetti, il segnale identificativo dei rhib, i gommoni veloci di nave FIORILLO, risulta attivato per pochi minuti alle 19:12 CET di giovedì 5 in posizione 35°44 N – 016°36 E, l’area del terzo caso, mentre la chimichiera SRIWANGI III si era allontanata dalla zona intorno alle 16 dello stesso giorno. I tracciati non mentono: l’equipaggio della nave mercantile ha assistito i naufraghi fino all’arrivo della nave militare italiana e la nostra Guardia Costiera ha soccorso le persone di tutti e tre i casi sbarcandole nella notte ad Augusta.

In poche ore sono state salvate in mare forse più di duecento persone, donne, uomini e bambini che rischiavano la vita. Ma - mentre noi, insieme ad Alarm Phone, lanciavamo l’SOS e Avvenire rilanciava l’allarme – non abbiamo potuto leggere questa notizia da nessuna parte. E nessuna conferma dei soccorsi è stata data né direttamente né pubblicamente alle richieste di AP avanzate ai centri di coordinamento di soccorso (RCC Malta e IT MRCC di Roma). Perché un’operazione di questo genere viene trattata come se fosse un “segreto di Stato”? Le persone stanno tutte bene o le omissioni delle autorità maltesi, che hanno certamente ritardato l’intervento, hanno anche provocato la perdita di qualche vita umana? Se si fosse trattato di duecento passeggeri occidentali di una nave da crociera in avaria saremmo stati aggiornati, anche via social media minuto per minuto, degli sforzi messi in campo per soccorrerli. Ma evidentemente non tutte le vite umane hanno lo stesso valore. 

Dietro a questo silenzio imposto dalla politica c’è anche la terrificante concezione del soccorso come “pull-factor”, incentivo alle partenze. Quindi se si parla dei salvataggi effettuati dalle navi civili delle Ong, questa attività umanitaria e solidale deve essere criminalizzata. Se si tratta dell’attività istituzionale della Guardia Costiera, questa dev’essere tenuta nascosta. È l’idea, anche esplicitamente rivendicata da qualche ministro, che il non-soccorso, cioè l’abbandono delle persone in mare al loro destino, possa funzionare da “deterrenza”, che più morti in mare possano “scoraggiare le partenza.” Ma non solo questa idea si è rivelata statisticamente fallace, ma è umanamente ed eticamente inaccettabile: il suo esito sono le stragi in mare, come a Cutro e come durante il ciclone Harry.

Ci sono interrogativi ulteriori: per la Convenzione SAR di Amburgo 1979 e tutte le successive linee guida dell’IMO (Organizzazione Marittima Internazionale dell’ONU), recepita dall’Italia con legge del 1994 quale norma di rango costituzionale, e per il Piano SAR italiano in vigore, la trasparenza informativa e una corretta divulgazione delle notizie relative a un evento di soccorso – una volta che si siano concluse le operazioni più delicate in mare – sono un obbligo legale. Perché questo silenzio? Esistono direttive politiche governative che impongono alla Guardia Costiera di non comunicare le operazioni di salvataggio che riguardano persone migranti? Non devono forse circolare notizie che smentiscano la propaganda ufficiale sulla “riduzione degli sbarchi” e le vite in pericolo in mare? Logiche come questa hanno portato, tre anni fa, alla strage di Cutro. Allo stesso modo, non abbiamo visto muovere in dito, né sentito una sola parola da parte del Governo in merito alle centinaia di persone che hanno perso al vita in mare negli scorsi due mesi, mentre continuano ad arrivare cadaveri in decomposizione sulle coste di Calabria e Sicilia: l’ultimo di cui abbiamo notizia proprio giovedì sulla spiaggia di Butera (Caltanissetta). 

L’omertà e il “segreto di Stato” sul Mediterraneo Centrale devono finire. 

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