A cura di Team sanitario | 13 / mar / 2026

La cura non è reato

La nostra solidarieta alle mediche indagate e alla rete No ai CPR

 “Perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, il trattamento del dolore e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della dignità e libertà della persona”.
È sulla scorta di queste parole del Giuramento di Ippocrate che come Team Sanitario di Mediterranea Saving Humans ribadiamo con forza la nostra solidarietà e vicinanza alle colleghe delle Malattie Infettive dell’Ospedale di Ravenna, accusate di aver falsificato certificati di idoneità alla detenzione in CPR per motivazioni politiche. Non siamo indifferenti di fronte all’esperienza di colleghe che, nel tentativo di mantenere fede a quelle parole, esercitano la professione anche nel rispetto di tutte coloro che vedono il proprio diritto alla cura costantemente negato. Ed esprimiamo con altrettanta forza la nostra solidarietà alla rete No ai CPR e al Dottor Nicola Cocco, targettizzati come se fossero una associazione a delinquere solo per il fatto di mettere in luce e denunciare, da anni, gli abusi e le violenze di Stato commesse all’interno di queste strutture. Denunce che si rendono però doverose, nel rispetto della tutela della persona e della sua salute.

Si delinea un disegno politico molto ampio con l’obiettivo di ottenere consenso e accentrare potere attraverso la strumentalizzazione e criminalizzazione dell’attività medica, facendo leva spesso sulla retorica della sicurezza nazionale.

Ne siamo testimoni diretti in mare ormai da anni. Fin dal 2022, dai primissimi mesi di questo governo, la salute è stata strumentalizzata per categorizzare le persone in movimento come meritevoli o meno dello sbarco in un porto sicuro. Realtà sanitarie istituzionali e professioniste sanitarie sono state utilizzate in maniera impropria per poter forzare respingimenti o deportazioni in Albania, in contrasto a quanto imposto dalle convenzioni internazionali e dalle linee guida ministeriali sulla tutela e l’adeguata presa in carico della salute delle persone in movimento. 

E vediamo continuamente messa in discussione la nostra professionalità di sanitarie a bordo delle navi di soccorso civile, come se anteponessimo lo scontro politico alla salute delle persone. Ma lo scontro politico è solo la naturale e necessaria conseguenza delle pratiche messe in atto dalle autorità che ignorano e addirittura troppo spesso ledono la salute delle persone soccorse. In mare, come a terra, anteporremo sempre il dovere morale e professionale di garantire il rispetto del diritto alla salute universale 

Ora, con le accuse alle mediche infettivologhe dell’Ospedale di Ravenna assistiamo a una escalation preoccupante, a una vera criminalizzazione della pratica medica.

In primo luogo per il trattamento loro riservato: dalle perquisizioni delle abitazioni private all’alba, senza preavviso e senza alcun rispetto della loro privacy e delle persone loro vicine, fino all’insensibilità con cui vicende estremamente private e personali sono state trattate a livello mediatico, esponendo le colleghe a conseguenze gravi sul piano personale e professionale. 

Preoccupante inoltre come la narrativa politica stia confondendo la tutela della salute e la gestione dell’ordine pubblico. Intersecare il piano della valutazione sanitaria per l’ingresso nel CPR con il tema della sicurezza è un falso ideologico, portato avanti a scopi politici ed in malafede. Ci chiede il giuramento professionale, come mediche, di “curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute”: eventuali precedenti giuridici della persona assistita non possono e non devono in alcun modo influenzare la valutazione clinica. Peraltro, l’ordinamento prevede che la professione medica avvenga in assenza di pressioni esterne o condizionamento alcuno; minacciare le professioniste che con la loro attività, eseguita in scienza e coscienza e nel rispetto dell’etica professionale, non si allineano alle politiche di governo, è in chiaro contrasto con quanto sopra. 

Infine, ma soprattutto, è necessario affermare con forza che impedire l’accesso nel CPR della persona assistita è a tutti gli effetti un atto medico, che trascende qualsiasi ideologia politica e basato sul principio di tutela della salute dell’individuo - principio che, è utile ricordare, costituisce secondo la nostra Costituzione uno dei doveri dello Stato. 

Atto medico peraltro che dovrebbe poter essere messo in discussione solo da specifica commissione medica, certo non da rappresentanti politici in prima serata.

Partendo dalla definizione di Salute data dall’OMS come “stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale”, bastano pochi esempi a dimostrazione della patogenicità dei CPR. Solo nel mese di febbraio 2026 in diversi CPR d’Italia abbiamo assistito a tentativi di suicidio in giovani uomini che, fino all’ingresso nel CPR, non avevano mai mostrato problematiche di salute mentale

Sono numerose le testimonianze delle condizioni di vita nei CPR, a partire dai report stilati dal GNPL fino all’ultimo report del Tavolo Asilo e Immigrazione. Celle sovraffollate, talvolta con letti in cemento, assenza di luoghi di aggregazione. Condizioni igieniche precarie, con strutture fatiscenti e servizi malfunzionanti, chiaramente lesivi della dignità personale e che espongono a potenziali rischi infettivi anche collettivi. Ancora, completa assenza di privacy, impossibilità di comunicare con l’esterno, pasti insufficienti. E’ stato inoltre ampiamente dimostrato che i CPR espongono le persone detenute al rischio elevato e concreto di sviluppare condizioni di salute mentale anche gravi, con reale pericolo di atti autolesionistici se non suicidari. A tal proposito, gli eventi sono stati talmente frequenti che il GNPL ha decretato le misure di prevenzione del rischio suicidario presenti nei CPR come insufficienti. 

Per i motivi sopra citati e altri ancora, sono tante le istituzioni che si sono pronunciate, una tra tutte l’Organizzazione Mondiale della Salute, che nel 2022 ha decretato nero su bianco che i CPR sono luoghi patogeni e lesivi del diritto alla salute. 

Le parole del Codice Deontologico vengono in aiuto nell’esprimere con estrema chiarezza la nostra posizione contro la detenzione amministrativa. “Il medico in nessun caso collabora, partecipa o presenzia a esecuzioni capitali, ad atti di tortura, violenza o a trattamenti crudeli, disumani o degradanti” e “Il medico tutela il minore, la vittima di qualsiasi abuso o violenza e la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita”. Questo ci impone di occuparci di salvaguardare in ogni modo la salute delle persone, considerando non solo le condizioni di salute manifeste, ma anche il vissuto traumatizzante da cui provengono e assicurandoci che il luogo di destinazione non comprometta ulteriormente le condizioni di salute. I CPR, in quanto luoghi pericolosi e patogeni, non soddisfano i criteri minimi di civiltà e non saranno mai pertanto un’opzione possibile. 

Come sanitarie non ci stancheremo mai di difendere il diritto alla salute di ogni individuo, indipendentemente da sesso, genere, provenienza, condizione sociale ed economica, validità del permesso di soggiorno. E’ ciò che abbiamo giurato di fare, di fronte allo stesso Stato che in questo momento ci chiede di essere guardie carcerarie o peggio ancora, complici delle sue torture legalizzate. Le generalizzazioni e una politica di sospetto verso chi aiuta stanno arrivando ad atteggiamenti persecutori, sicuramente distanti dallo spirito della Costituzione. 

Nostro interesse è quello di mantenere sempre acceso quel senso critico rispetto alla scienza e alla figura professionale ricoperta, e quel senso civico rispetto alla società, alla politica, alla tutela della vita. Non solo da mediche, ma anche da cittadine e cittadini.

Siamo parte della rete che dice NO ai CPR in Italia da anni e oggi, a maggior ragione e ancora di più, sosteniamo con forza il lavoro della rete e ringraziamo per il coraggio di portare avanti questa lotta giusta e legittima, anche in questo clima di repressione sempre più violenta. Continueremo a lottare anche noi, come professioniste della salute, in mare e a terra, perché la salute sia un diritto garantito per tutte e tutti e lotteremo fino a che non esisterà più alcun luogo di detenzione e di abuso in cui la salute viene calpestata.

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