«Prima si salva
poi si discute»
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In una fase globale segnata da guerre questa esperienza ha indicato una direzione precisa: tenere insieme intervento materiale e solidarietà politica nella consapevolezza che le frontiere non sono mai solo geografiche.
Mediterranea Saving Humans ha partecipato al Convoy internazionale diretto a Cuba per la consegna di aiuti sanitari e per contribuire a rompere l’isolamento imposto dal bloqueo. Una missione costruita insieme a realtà sociali e politiche di diversi paesi, che ha unito l’invio di materiali alla costruzione di relazioni dirette con istituzioni, operatori sanitari e popolazione.
L’arrivo all’Avana ha restituito immediatamente il segno della crisi. Una città attraversata da carenze diffuse, segnata dalla rarefazione dei servizi e da una quotidianità resa più difficile dalla combinazione tra embargo economico e crisi globale. Il bloqueo, nelle testimonianze raccolte, è apparso come un dispositivo concreto: limita l’accesso a farmaci, tecnologie, pezzi di ricambio, incidendo direttamente sulla tenuta del sistema sanitario e sulle condizioni di vita.
Il Convoy si è aperto con un incontro presso l’Instituto cubano de Amistad con los Pueblos, alla presenza di rappresentanti istituzionali e figure storiche della cooperazione internazionalista cubana. In quella sede, così come nei momenti informali tra delegazioni, è emerso con chiarezza il nesso tra contesti apparentemente distanti: le politiche di chiusura e di esclusione che producono vulnerabilità nel Mediterraneo e quelle che colpiscono un intero paese attraverso le sanzioni.
Le visite nelle strutture sanitarie hanno reso evidente la portata di queste ricadute. All'Instituto de Oncologia y Radiobiologia, il personale medico ha descritto le difficoltà operative quotidiane: dalla reperibilità discontinua dei farmaci all’impossibilità di accedere con ad alcune tecnologie e manutenzioni. Non si tratta di eccezioni, ma di una condizione strutturale che incide sulla qualità delle cure e sulla loro continuità.
Allo stesso tempo, la missione ha messo in luce la persistenza di reti e pratiche di solidarietà. È il caso della Escuela Latinoamericana de Medicina, uno dei progetti più significativi della cooperazione cubana, dove continuano a formarsi studenti e studentesse provenienti da contesti segnati da conflitti e disuguaglianze. Le testimonianze raccolte hanno evidenziato una percezione condivisa: quella di un legame tra territori diversi, uniti da condizioni materiali e politiche che producono esclusione.
Un passaggio particolarmente significativo si è svolto alla Escuela especial René Vilches Rojas, dedicata a bambini e bambine sordi e ipoacusici. In un contesto che molti interlocutori hanno definito più difficile persino del “periodo especial”, la continuità di servizi educativi e sanitari complessi ha rappresentato un elemento di forte impatto. Non come eccezione, ma come indicatore di una priorità politica che continua a essere rivendicata, pur tra limiti evidenti.
La crisi energetica ha costituito uno degli elementi trasversali più rilevanti. Durante i giorni della missione si sono verificati blackout prolungati, fino a episodi di interruzione totale dell’elettricità sull’isola. Una condizione che ha inciso su ogni livello della vita quotidiana, amplificando difficoltà già esistenti.
Accanto agli incontri istituzionali, una parte centrale del lavoro si è sviluppata nei contesti informali. Il confronto diretto con abitanti dei quartieri popolari dell’Avana ha restituito un quadro articolato, fatto di resistenza quotidiana ma anche di criticità, dubbi e tensioni. Le conversazioni raccolte hanno mostrato come la crisi venga vissuta in modo differenziato, attraversando generazioni e condizioni sociali diverse.
Il Convoy si è concluso con l’arrivo della barca della Global Sumud dal Messico, che ha contribuito a completare la consegna degli aiuti e a rafforzare la dimensione internazionale dell’iniziativa. Un passaggio che ha confermato la possibilità di costruire, anche in condizioni di forte pressione, canali di cooperazione dal basso.
Per Mediterranea, la partecipazione ha rappresentato un’estensione coerente del proprio impegno. Portare aiuti sanitari ha significato intervenire su bisogni concreti, ma anche assumere una posizione politica chiara contro gli effetti delle sanzioni. In questo senso, rompere il bloqueo non è stato trattato come uno slogan, ma come una pratica: fatta di presenza, scambio e costruzione di alleanze.
Dentro una fase globale segnata da guerre, disuguaglianze e restrizioni alla mobilità, l’esperienza del Convoy ha indicato una direzione precisa: tenere insieme intervento materiale e solidarietà politica, connessione tra territori e conflitti, nella consapevolezza che le frontiere che producono esclusione non sono mai solo geografiche.